Nello stesso periodo in cui le immagini del Barnum Italia scorrono vivacemente, in Germania si comincia a pensare a quella che viene chiamata deglobalizzazione.
Ma prima qualche fermo immagine
su, appunto, il Barnum Italia: dopo il 4 dicembre nessuna delle fazioni
in campo ha una soluzione per cambiare il paese. Il blocco che
ha appoggiato il clan renziano al referendum -un qualcosa cementato dai
media generalisti che è composto dal sindacato come da confindustria,
le grandi coop, l’asfittica finanza tricolore e ciò che resta delle
banche- è disorientato dal caos attuale proprio perchè rappresenta degli
interessi concreti non delle opinioni in libertà. Quando poi il blocco
protagonista del No, i giovani sotto i 30 anni,
all’indomani del voto viene semplicemente ignorato nei commenti da tutti
gli attori in campo, il segnale è chiaro. Questa non è crisi della
rappresentanza politica, o una mutazione dei soggetti del politico, è l’apogeo dell’autoreferenzialità dei cartelli elettorali.
Del resto, la cosiddetta politica
istituzionale, è pura, per quanto sgangherata lotta per il potere. Ed è
un potere sempre meno efficace, viste le mutazioni della società. Per
questo tutti i cartelli elettorali in campo, al netto delle lotte
interne, convergono verso una soluzione: cercare di azzeccare la
combinazione di legge elettorale che ottimizzi, al meglio, il potere
disponibile. La classica risposta del ripiego su sè stessi di
fronte alle grandi mutazioni. Una specialità molto italiana, in
politica, da oltre tre decenni. Lo stesso Renzi adesso non
appoggia più di tanto una linea di rappresentanza di interessi. Al
momento Renzi, dopo lo spettacolo delle dimissioni a mezzanotte, di
interessi rappresenta solo i propri, quelli della pura lotta per la
sopravvivenza politica. Certo, se guardiamo ai classici della politica
che, come Weber, che pensavano che la lotta per la sopravvivenza fosse
un prerequisito per la potenza politica, anche per loro questo non è
periodo di certezze. Renzi, come i suoi competitor, lotta per la sopravvivenza per assicurarsi non la potenza ma la presenza politica,
ristretta rendita di influenza e di ricchezza nonchè di forte
esposizione mediatica. La potenza la politica l’ha persa da tempo, tra
lobby, processi di governance, economia della finanza e processi di
sovradeterminazione globale del politico. Ecco così che il gesticolare
da guappo da discoteca di provincia, che caratterizza Renzi ad ogni
apparizione alla direzione Pd e che sembra far parte del suo processo di
formazione, non è una interpretazione minimalista di un potere reale.
Ma l’interpretazione reale di un potere minimalista, che tanto più si fa
immagine tanto più risulta, in questo caso per fortuna, privo di quella
sostanza che rende il potere politico esercitabile e temibile: quella
capacità di far valere le proprie ragioni, incondizionatamente e senza
veri vincoli.
Certo, se Renzi è questo, una maschera
vernacolare destinata a rimanere incompiuto potere politico, non è che
dalle parti del movimento 5 stelle si stia meglio. L’intervista
di Di Battista a Die Welt, testata che vedeva già il M5S come i monaci
benedettini vedevano il giaciglio di Satana, è un capolavoro di
autoaffondamento del proprio tentativo accreditamento all’estero.
Di Battista, di fronte ad un giornale attrezzato e molto sensibile alle
posizioni di Weidmann (presidente della Bundesbank), nel migliore dei
casi non ha affatto passato la prova. Infatti, riesce a dire che un
governo 5 stelle, il cui programma da lui delineato sembra più una
portata di piatti scelta da un menu che qualcosa di politico, farà
quello che per la Germania, e metà dei mercati finanziari mondiali, è la
bomba fine di mondo, altro che i plebisciti mancati di Renzi: un referendum sull’euro.
Sicuramente Di Battista se voleva alimentare tutte le paure emerse
sulla stampa tedesca, e non solo, riguardo al M5S c’è riuscito
brillantemente. Tra l’altro è un’ipotesi devastante, uno scenario che sottoporrebbe il paese ad un triplo, fatale stress:
quello derivato dall’incertezza di andare al governo con un programma
politico inapplicabile perché in attesa di un referendum la cui portata
investirebbe l’eurozona e il terzo mercato obbligazionario al mondo
(l’Italia), con vere, potenziali catastrofi economiche e finanziarie
globali nello spazio questa incertezza; quello di progettare un
referendum incostituzionale secondo le norme della costituzione appena
difesa, proprio dai pentastellati, via referendum, alimentando una
vertigine di veti, ostruzionismi, proteste e ricorsi; quello di dare
vita a politiche economiche con l’euro in attesa, spasmodica, del
referendum sulla moneta unica, praticamente il contrario dei requisiti
politici di stabilità necessari per progettare e costruire l’uscita
economica dal declino di un paese qualsiasi sia la strada da
intraprendere. Da non credere, se fosse tutto vero.
Del resto l’ultimo pentastellato che si è
addentrato in questi temi è l’ex membro del direttorio ed ex
responsabile economia M5s Carlo Sibilia, quello che ha twittato
sull’inesistenza dello sbarco dell’uomo sulla luna, autore di una
proposta di legge sul matrimonio di gruppo o tra specie diverse. Sibilia
ha sostenuto pubblicamente di voler uscire dall’euro ma, beninteso, con
i bond del debito pubblico europeo, quindi anche italiano, pagati dai
tedeschi. Chissà se a Berlino ha prevalso più il riso o l’urlo
di Munch. Di sicuro, l’intervista di Di Battista non ha migliorato la
situazione. Tra Renzi e il movimento 5 stelle, se la qualità del
confronto politico rimane questa, è evidente che l’Italia è alla deriva.
E, senza misure politiche innovative, la sentenza è già scritta dai
mancati investimenti nei settori strategici (infrastutture, tecnologie,
sapere) che latitano da lustri nel nostro paese.
Certo, i tedeschi ancora oggi si
rifiutano di capire, cosa che magari è meglio che imparino presto, che
nella politica italiana niente va preso alla lettera e, tantomeno, sul
serio. Eppure l’esempio di Tsipras, che ha cavalcato un
referendum anti-Merkel per poi consegnare la testa dei greci alla stessa
cancelliera in meno di una settimana dal voto, dovrebbe insegnare loro
definitivamente qualcosa anche sulla politica italiana. Ma è
anche vero che le dimensioni dell’Italia non sono quelli della Grecia.
L’ordigno in mano agli Stranamore pardon, i Sibilia di turno, che si
annidano allegramente anche tra i renziani, sarebbe eventualmente più
grosso. Che ci pensino tutti e resettino tutto prima di danni
irreparabili. L’Italia è un paese alla deriva, non è la
prima volta, magari arriva quel sussulto del naufrago che cerca di
ritrovare una rotta che sia una. Ma intanto, è deriva conclamata.
Bene, proprio con Die Welt veniamo al
mondo reale. Quello che si muove e determina trasformazioni potenti che
cambiano le nostre vite, come è puntualmente accaduto dalla caduta del
Muro fino ad oggi. Certo il mondo reale non è quella familiare, calda
bolla di imitazione di mondo fatta di chiacchiere, indiscrezioni di
stampa, leggi elettorali da riscrivere ad ogni occasione, di personaggi
bizzarri che, in ogni schieramento, cercano di risolvere una crisi
pluridecennale con qualche battuta di repertorio.
Die Welt, giornale sponda
Weidmann e in area (seppur critica) Merkel, non molte settimane fa ha
prodotto una inchiesta su un quarto di secolo di globalizzazione
economica, nella prossimità dell’anniversario dalla firma del
trattato di Maastricht (nel febbraio 1992 cadono i primi 25 anni). Tra
l’altro, in quell’occasione, c’era un articolo avrebbe dovuto essere
trattato con minor indifferenza in Italia. Quello che ha recitato,
testuale “noi [la Germania, non l’Ue o l’eurozona, ndr], siamo dalla
parte dei vincenti della globalizzazione”. Un’affermazione, quella si,
di potenza che celebrava, dal punto di vista dell’analisi non quello
delle cerimonie, la capacità della Repubblica federale di entrare
pienamente nei processi economici globali apertisi proprio dopo la
caduta del muro. Un’economia innovativa, export-oriented, un sistema
bancario e finanziario a supporto di questa economia in tutto il mondo,
ben integrato nel Gotha della finanza globale (titoli tossici compresi),
una riforma dello stato sociale adatta a queste mutazioni, un complesso
statuale, amministrativo, universitario in grado di supportare con
intelligenza, ed efficienza, decisioni politiche e supporto alle
imprese. Del resto la capacità della Germania, subito dopo il crack di
Lehman Brothers, di saper orientare l’export in Cina e in tutti gli
allora paesi Brics, tanto da far pesare questi paesi più dell’export
verso l’Ue, può esercitarsi solo se un paese ha una infrastruttura
sistemica flessibile, intelligente e veloce. Certo, niente, in politica
ed in economia, ha delle controindicazioni e degli angoli ciechi ma
questo è scontato. Come, purtroppo, i milioni di lavori precari che ha
prodotto, nel ridefinirsi dello stato sociale tedesco, questo modello.
Il punto vero è che, proprio in chi si vede dal lato vincente della globalizzazione, le analisi cominciano a cambiare.
E non è poco. Sulla stessa Die Welt esce infatti un’analisi che da noi
stenterebbe a decollare. Non solo perché la politica oggi da noi è
pensare a breve ma, anche, per una visione sacrale della globalizzazione
che ci caratterizza, specie a sinistra. La globalizzazione è vista come
elemento doloroso ma inevitabile ma anche, ad un certo punto, dopo una
certa soglia di dolore, portatrice di nuovi diritti sostanziali e
materiali. Solo che nel punto più alto dell’Europa la si comincia a
pensare in un altro modo. Insomma, proprio nel solco del dibattito,
aperto da Die Welt sulla globalizzazione, esce un articolo di Holger
Zschäpitz, redattore senior delle pagine economiche dello stesso
giornale, che fa una riflessione diversa. Cominciando proprio sul
successo tedesco nella mondializzazione economica. In sostanza Zschäpitz
conferma la riuscita del modello tedesco nella globalizzazione
dell’ultimo quarto di secolo, quello riassumibile con il mantra “vendere
merci tedesche tramite l’intermediazione finanziaria tedesca”, però
sostiene le tesi di una analisi di Commerzbank sulla futura
insostenibilità di questo modello. Non a caso nell’articolo di
Zschäpitz si trovano, con chiarezza, queste parole: “la Germania deve
reinvertarsi”. Infatti, seguendo l’analisi di Commerzbank, i paesi verso i quali la Germania esporta sono destinati a declinare.
Stavolta, secondo questa lettura, sta diventando sempre più difficile
appoggiarsi a paesi come la Cina per compensare le perdite di export
dovute alle crisi. L’Europa, sempre secondo Commerzbank, è stagnante e
gli stessi paesi, come i Brics, che hanno supportato l’export tedesco
sono visti come frenati o, addirittura, verso una “drastica contrazione”
economica. Ecco quindi, riprendendo poi le analisi di Deutsche Bank,
che Zschäpitz arriva al concetto di deglobalizzazione. Vista come un
processo economicamente ineluttabile, dove l’export ha un ruolo minore
che nel passato, che riduce la presenza di un’altra stella polare
dell’economia e della politica tedesca: la gestione dei surplus
commerciali (il surplus commerciale tedesco rappresenta l’80% di quello
dell’eurozona. Il suo sostanziale mancato reinvestimento, secondo
diversi analisti è funzionale ad un euro più basso quindi favorevole a
nuovo export. Inoltre deprime l’economia continentale). Zschäpitz, in
una analisi puntuale dei rapporti commerciali tedeschi con Francia, Gran
Bretagna, Olanda, e prendendo nota del recente deficit commerciale con
la Cina, pubblica un grafico di Commerzbank dal titolo eloquente, messo
proprio alla testa di questo grafico: “E’ finito il tempo della crescita
dell’export”:
Comunque, se il sistema politico tedesco finisse per fare completamente proprie queste analisi -che ognimodo non emergono da settori secondari dell’opinione pubblica e delle banche- nel continente accadrebbe qualcosa di serio. Dal punto di vista economico e della governance continentale. Verso una maggiore integrazione europea o un accentuarsi del protezionismo nazionale? Finora tutti i segnali sono in quest’ultima direzione. Il cambiamento di politica tedesca, per intraprendere una direzione diversa, dovrebbe essere una vera rivoluzione.
Come si vede dall’andamento storico presupposto dal grafico, nonostante
Lehman Brothers, che aveva coinvolto tanta finanza tedesca oltre che
provocare uno choc economico globale, i volumi di export
tedeschi, negli ultimi anni, sono comunque cresciuti. Ma, allo stesso
tempo, si sostiene che questi volumi siano oggi al capolinea.
Problema primario in un paese, la Germania, dove il modello economico,
dominante a livello continentale, è orientato all’esportazione. Per
rendere questa analisi più incisiva Zschäpitz pubblica un secondo
grafico prendendolo stavolta da Deutsche Bank. Qui l’analisi non è
centrata sull’ultimo quindicennio ma sui cicli storici. Il grafico sotto
è eloquente prima di tutto nel titolo che lo presenta parlando di
assenza di regolarità storica nella globalizzazione. E giù l’incidenza
degli scambi globali nella determinazione del pil mondiale,
rappresentata graficamente epoca per epoca
Come si vede quello che preoccupa
(grosso modo sia Commerzbank che Deustche Bank che Die Welt) è la
contrazione recente, dal punto di vista storico, della quota di
commercio mondiale nella determinazione del Pil globale. Quota di
commercio mondiale che, seguendo le tendenze del grafico, potrebbe anche
tornare al livello del 1995. Insomma un ventennio di “Europa”
per tornare al punto di partenza. In un paese come la Germania che, dal
dopoguerra, si è dato un modello di crescita orientato all’export, se
l’analisi è centrata, la questione si fa molto seria. Vuol dire
che si allentano, sul serio, le condizioni globali che rendono ricco
questo modello economico. E che, come afferma Zschäpitz, la Germania
deve reinventarsi. Con processi che, ovviamente, avrebbero una forte
ricaduta sul nostro paese. Certo, occasioni per investire il forte
surplus tedesco, magari con ricaduta positiva sul resto dell’Europa, ci
sarebbero.
Dal 2008 al 2015 gli
investimenti in Germania, per inseguire il modello export-oriented,
sono calati di quasi cento miliardi l’anno. Certo, l’Italia, se
parliamo di mondo reale, ha fatto ben peggio, infatti è in declino. Dal
2010, e qui si vede cosa vuol dire ristrutturare lo stato sociale e il
mercato del lavoro, proprio l’incidenza della spesa delle famiglie
tedesche in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque
punti percentuali. E il governo tedesco, investendo nel surplus
commerciale degli anni passati, potrebbe rinnovare migliaia di strade o
ponti e finanziare lo smantellamento di quasi 20 centrali nucleari. In
fondo, se la vediamo in questo modo, la deglobalizzazione potrebbe anche
essere positiva per il continente, rilanciandolo attorno a un boom del
mercato interno tedesco su tutti questi piani. Solo che, fino ad
adesso, l’unificazione europea e la moneta unica sono state esattamente
il contrario di un processo di unificazione: per proteggere la propria
quota di export, il comportamento, tedesco ma anche francese, ricordava
la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava
di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire
che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale
e i propri stessi Paesi. Con il processo che ha prodotto l’euro, e nel
periodo successivo, invece, si è aperta una guerra silenziosa in Europa
dal quale è uscito egemone un modello tedesco export-oriented che ha
depresso economicamente il continente e non ha invertito, come abbiamo
visto, la curva di depressione degli ricchezza prodotta dagli scambi
mondiali entro il Pil globale.
Il fatto che la Germania entri in una
fase politica che tiene conto di una deglobalizzazione magari invertendo
i processi di feroce competività, e gli squilibri, all’interno del
continente è tutto da dimostrare. Ad oggi sarebbe solo una petizione di
principio visto come è strutturalmente fatta l’Europa: per
penalizzare le politiche di mercato interno (sul quale comunque la
Germania è cresciuta nel 2015), contrarre il welfare state come
occasione di crescita, deprimere i salari, contenere al minimo i redditi
di cittadinanza.
Comunque, se il sistema politico tedesco finisse per fare completamente proprie queste analisi -che ognimodo non emergono da settori secondari dell’opinione pubblica e delle banche- nel continente accadrebbe qualcosa di serio. Dal punto di vista economico e della governance continentale. Verso una maggiore integrazione europea o un accentuarsi del protezionismo nazionale? Finora tutti i segnali sono in quest’ultima direzione. Il cambiamento di politica tedesca, per intraprendere una direzione diversa, dovrebbe essere una vera rivoluzione.
Naturalmente non bisogna mai abituarsi a credere all’istante, e alla lettera, a ciò che viene dall’estero. Ad
esempio, Commerzbank e Deutsche Bank, da cui Die Welt ha rielaborato le
analisi, sono due banche che hanno bisogno di rafforzare il concetto di
interesse nazionale nel caso la loro situazione di bilancio
precipitasse. Visto che il loro eventuale salvataggio non
sarebbe una passeggiata. Queste possono essere anche analisi di
stagione. Magari, per un’altra stagione, la ripresa americana fa da
traino, in molti modi, all’export tedesco. Certo, Solo 5 anni fa si
celebrava, quasi non avesse limiti temporali, il modello dell’export
tedesco anche sotto l’onda del gigantesco stimolo fiscale cinese e della
forza dei Brics. E sulle stesse pagine di Die Welt e sotto
suggerimento Commerzbank e Deutsche Bank naturalmente. In un lustro,
invece, emergono analisi di segno opposto, rovesciato. E questi dati,
con le analisi, e i grafici a disposizione vanno comunque messi a
rilettura, fatti decantare. Il punto è che non possono essere ignorati.
Soprattutto da chi fa politica, per non subire quei radicali processi di
brutale spiazzamento che, specie da sinistra, avvengono da un quarto di
secolo, appunto.
Tra l’altro i media italiani
continuano a vedere l’Italia esclusivamente con occhi italiani. Non
rappresentano mai, e in un mondo storicamente interconnesso, come ci
vedono davvero gli altri. Non parliamo dei social media che,
nonostane la loro forza di persuasione e mobilitazione, non di rado
finiscono per essere un ripiegamento politicamente provinciale fatto
usando strumenti tecnologicamente globali. E così un posizionamento di
Franceschini, un ripensamento di Orfini finiscono per pesare di più,
nella rappresentazione degli eventi, di come la Frankfurter Allgemeine, o
la Sueddeutsche Zeitung preparano l’opinione pubblica tedesca alle
politiche da attuare nei confronti del nostro paese. Una
autoreferenzialità che, come è già accaduto, pagheremo fino in fondo.
Salvo trovarci un qualche capro espiatorio come caldo espediente per
spiegazioni di fantasia che rendano meno amara una situazione
drammatica. Ed è proprio questo che dobbiamo evitare visto che anche i
caldi espedienti, i facili capri espiatori sembrano avviarsi verso
l’esaurimento.
Per Senza Soste, nique la police
9 dicembre 2016
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