Può un “compagno” affrontare uno spacciatore?
Il 16 maggio è stato diffuso dalla polizia un video
in cui alcune persone, nel quartiere Vanchiglia di Torino, strattonano e
allontanano due pusher nei pressi di una palestra, di un centro sociale
e di due scuole. Alcuni giorni prima la procura aveva denunciato e
interrogato sette attivisti del centro sociale per questo episodio, che i
giornali avevano descritto con toni foschi, affrettandosi a diramare la
versione della questura: l’azione nulla avrebbe avuto a che fare con il
contrasto allo spaccio o con la promozione di rapporti sociali diversi
nel quartiere (come sostenuto
dal centro sociale), ma con una mera volontà di “controllo del
territorio” accompagnata dalla motivazione, presentata dai quotidiani
come egoistica, di non accettare processi di progressiva
militarizzazione della zona.
Il commento dei media dice molto sull’ipocrisia con cui una buona
parte dei giornalisti, indaffarati a fare la conta dei pusher nel resto
del tempo (magari mettendoli in relazione acritica con le migrazioni),
rivela la sua parzialità nel ribadire a qualsiasi costo che soltanto le
forze dell’ordine possono affrontare questi problemi. Le autorità di
polizia, dal canto loro, hanno dato in pasto alla cittadinanza un video
che sarà indubbiamente di beneficio all’immagine del centro sociale
presso la popolazione dell’intera città. La scelta di renderlo pubblico
si comprende infatti secondo un’altra ratio: le volatili
simpatie popolari, spera la questura, saranno adeguatamente
controbilanciate dal discredito che gli attivisti otterranno nei loro
ambienti di sinistra.
Perché prevedere sdegno a sinistra per un episodio che, dopotutto, si
inserisce in un contesto dove i pusher hanno più volte mostrato di non
avere granché rispetto per chi abita e vive il quartiere, e dove alcuni
di essi hanno preso di mira in particolare le donne, soprattutto se
prive di un uomo al loro fianco, e non solo nelle ore notturne? La
vicenda dello stupro e del femminicidio di Desirée Mariottini a San
Lorenzo, a Roma nel 2018, dovrebbe aver insegnato qualcosa sulle
conseguenze dell’indifferenza (se non peggio) di settori della sinistra
nei confronti della colonizzazione commerciale violenta dei quartieri
popolari, che difficilmente assume tratti libertari, progressivi o
anti-patriarcali. Eppure diverse sono state le critiche agli attivisti
di Vanchiglia. Esse si sono incentrate sull’uso della violenza e su un
uso del potere contro una manovalanza sfruttata composta da migranti.
Linee del potere
L’accusa di aver usato violenza (peraltro molto moderata: a stento
gli spintonati ne serberanno ricordo), viene da due tipi di angolature.
Da un lato chi vede nella violenza un fenomeno inaccettabile di per sé,
dall’altro chi la condanna in quanto espressione di un’autorità. Nel
primo caso si tratta di soggetti che difficilmente si opporrebbero a
interventi delle forze dell’ordine. Va sottolineato che diverse volte,
nel corso del tempo, in quel quartiere torinese i carabinieri hanno
dovuto allontanarsi e rinunciare alle retate (anche contro quegli stessi
spacciatori) per proteste spontanee la cui ispirazione è stata
attribuita dai politici locali al centro sociale “incriminato”. È questa
una contraddizione? Com’è possibile che, eventualmente, negli stessi
ambienti ci si contrapponga a un tempo all’invasione poliziesca e a
quella dello spaccio? Sembrerebbe un tentativo, per quanto modesto, non
già di “controllare” un territorio, ma di vivere un territorio in modo
imprevisto da tutta una serie di poteri, illegali e legali; ed è da qui che occorre partire per comprendere la situazione.
All’uso della violenza come tale ci si può opporre soltanto facendo
propria una logica schiettamente anti-statuale. È incoerente dichiararsi
pacifisti e chiamare il 113. Lo stato si qualifica proprio sulla
pretesa – più che sul possesso – del monopolio dell’uso della forza. Chi
fa propria una logica non-violenta dovrebbe in primo luogo, benché non
soltanto, mettere in discussione questa violenza concentrata ed
egemonica, e non confondere il pacifismo con il legalitarismo, che è
tutt’altra cosa. La non-violenza legalitaria consiste infatti
nell’affermare, poco importa se consapevolmente, che l’uso della forza
deve spettare senza eccezioni al potere costituito. Se
consideriamo il mercato delle sostanze non è chiaro come questo “stato
senza eccezioni” possa d’altra parte essere una soluzione. La connivenza
degli stati con il traffico internazionale di droga, attraverso
acclarati rapporti stato-mafie che vedono nell’Italia un esempio
all’avanguardia, non depone a favore di questa ipotesi; come del resto
la connessione statale con le reti di spaccio a fini di spionaggio
sociale, infiltrazione del territorio e repressione politica – elementi
storicamente accertati e del tutto fuori discussione.
Con un linguaggio disonesto l’episodio di Vanchiglia è stato bollato
come “ronda” non solo dalle veline della questura, ma anche da persone
che si richiamano a una critica di presunte essenze o funzioni storiche
dello stato, e che sostengono l’idea (di solito non meglio descritta) di
una “società senza stato”. L’insulto iperbolico è, d’altra parte, conditio sine qua non
dei “dibattiti” nella sinistra odierna. Non parlo naturalmente dei
propugnatori della concezione confederale di matrice curda
dell’estinzione dello stato, cui non verrebbe neanche in mente di
eccepire in casi come questo, ma dei vari ambienti culturali
“antiautoritari” di matrice europea. Allontanare un pusher viene visto
come la sostituzione di un potere con un potere del tutto analogo e
altrettanto nefando: uno stato “alternativo” e magari peggiore, ancorché
clandestino e in fieri.
Anche questa posizione, come quella legalitaria, è meno innocente di
quanto si pensi. L’uso della forza è necessario tanto per i progetti
realistici di contrasto, per non parlare di abbattimento, dello stato,
quanto per la gestione collettiva di un’ipotetica società senza stato,
che a maggior ragione non potrebbe fare a meno di regole e di reggersi
su un’idea di giustizia. Se quindi è ingenuo identificare stato e
potere, o quest’ultimo con questa o quella sua manifestazione storica,
lo è altrettanto credere che il “potere”, come richiama il verbo stesso,
possa essere nel suo fondamento chiaramente distinguibile, e con piena
onestà intellettuale, dalla libertà, se essa è facoltà di fare questo o
quello (a discapito o meno di altri individui) e poter quindi agire in questo o in quell’altro modo, con le conseguenze sociali di ogni caso.
Queste critiche tendono quindi, semmai, a mostrare l’assenza di
fondamento di tutta una certa cultura, che resiste nella misura in cui
non deve spiegare in modo perspicuo la sua logica concreta e i suoi
obiettivi reali. L’idea di una società dove ciascuno avesse libertà
illimitata, idea alla base dello schifo per un qualsiasi concetto di
“potere”, sarebbe una società in cui il potere, in pura teoria,
risulterebbe limitato solo dai rapporti di forza. L’ipotesi secondo cui ciascuno si
conformerebbe spontaneamente a comportamenti che, quali che siano, non
limitano la libertà/potere degli altri, non sembra poter essere legata
che alla prospettiva di una catechesi universale talmente invasiva e di
massa da identificarsi, se mai possibile, con un livello apicale e mai
ancora realizzato di potere: la conquista nichilistica completa di ogni
anfratto dell’interiorità umana. Questo renderebbe gli effetti ipotetici
di un anarchismo così ingenuo ancora più lontani dalla libertà di
quelli raggiunti dal movimento comunista.
Potrebbero sembrare considerazioni marginali perché astratte, ma una
simile mentalità, che certo vede indifferenti o ignare le masse, corrode
da decenni i dibattiti di coloro che si vogliono eredi di una
considerazione critica della realtà. Agire contro determinate
istituzioni politiche, economiche o sociali può prevedere in varie
forme, e in molti casi, un esercizio di forza in senso stretto o in
senso lato, e quindi di potere, salvo nascondersi dietro pudicizie
linguistiche. Se questo vale alla fine del processo di cambiamento, a
maggior ragione varrebbe nel corso del processo di scontro, quale che
sia, e tanto più se si intende provocare una “rivoluzione” (la quale,
qualunque cosa sia, non si può certo limitare alla “insurrezione” o
alla “sommossa”).
Linee del mercato
Si è detto che l’atteggiamento ritratto nel video rivelerebbe una
logica “proibizionista”. Le logiche “proibizioniste”, senz’altro nefaste
in molte delle condizioni possibili, o le declinazioni altrettanto
nefaste che l’antiproibizionismo ha assunto in molti contesti, non sono
invece pertinenti. L’episodio in questione riguarda non il consumo come
tale delle sostanze, ma le forme del loro commercio. Una questione che a
molti consumatori, soprattutto i più critici, dovrebbe stare a cuore.
Si è detto che si otterrebbero migliori risultati con metodi diversi.
Questi ultimi vengono però raramente esplicitati. Essere “di sinistra”
consiste per alcuni nel rimuovere non storicamente, ma psicoanaliticamente
ciò che non piace, compresa la triste necessità di dover fornire
proposte alternative e soluzioni. Le pur essenziali “sensibilizzazione” e
“informazione” , che qualcuno ha citato, potrebbero e dovrebbero
accompagnare qualsiasi azione politica (si pensi all’antifascismo), ma
visto che i tempi e le condizioni di efficacia dell’informazione sono
lunghi e i tempi con cui le controparti politiche e istituzionali ci
sottraggono spazi è rapidissimo, non è consigliabile rinunciare anche a
risposte nell’immediato.
Si osserva che, se si vuole attaccare la forma di questo commercio,
occorre orientarsi sulla struttura gerarchica dell’azienda illegale, non
sulla manovalanza sfruttata. Osservazione giusta, ma che nasconde un
idealismo sconcertante. Certo: anche contrapporsi al crumiro sul luogo
di lavoro è spesso una scelta non facile, soprattutto se si conoscono
lei/lui e i suoi drammi. I combattenti delle Ypg potrebbero rifiutarsi
di sparare ai jihadisti o ai soldati turchi in Siria, perché alcuni sono
manovalanza obbligata a combattere. Anche sparare alle camice nere nel
’44 poteva significare usare violenza contro giovani rastrellati.
Sarebbe stato meglio assassinare Hitler, eliminare il capitalismo,
eccetera. Fatte queste premesse così doverose da apparire poco utili,
però, è necessario agire nel contesto dato. (Non sto dicendo che lo
spacciatore è la stessa cosa del crumiro aziendale, del miliziano o soldato islamista o di quello nazi-fascista. Ho fatto un paragone che serve a mettere una a fianco all’altra situazioni diverse tra loro, mettendo in luce un aspetto comune: la necessità di fronteggiare, in molte situazioni diverse, anche la manovalanza.)
Linee del colore
Gli “spintonati” nel video sono migranti. C’è chi ritiene che non si
possa alzare una mano italiana, o bianca, contro un volto non italiano o
non bianco. È, di nuovo, un’attitudine meno innocente di quanto sembri.
Superare il razzismo, qualcuno potrebbe dire, consiste proprio nel
trattare tutti alla pari, nel bene come nel male, senza tener conto di
differenze di origine o di colore. Un principio che ha la sua verità. Si
potrebbe anche osservare che trattare alla pari chi alla pari non è, a
sua volta è ingiusto: il colonialismo e la schiavitù di cui molte
popolazioni sono o sono state vittima crea vari tipi di disparità.
Supporre l’eguaglianza senza crearne le condizioni è ipocrita. Anche
questo è vero. Non si rende concreta la prima di queste verità senza la
seconda. Se non che il discorso non finisce qui. Questo è soltanto
l’inizio.
Superare una disparità storica che è stata costruita politicamente
presuppone organizzazione politica. Ciò produce contrapposizioni che non
seguono affatto linee di colore uniformi. Identificare la linea del
nemico o dell’amico secondo quelle linee significherebbe accettare il
carattere politico della sfida in modo del tutto fittizio, quindi a sua
volta ipocrita. L’idea di trattare in modo diverso inoltre, cioè
“meglio” in ogni circostanza, il non italiano, il non bianco o il
colonizzato non sfugge a un paradosso decisivo e ulteriore, che non
possiamo permetterci di eludere, né di subire. La disparità di
trattamento sulle linee della lingua, della religione o del colore è
coessenziale alla cultura razzista e coloniale. Quest’ultima non ha mai
esitato a narrarsi come dispositivo di “miglioramento” e protezione del
subordinato, delle sue condizioni e della sua persona.
La difesa del non italiano, del non cristiano, del non bianco e del
colonizzato può celare inconfessabili pruriti di dominio, esercizio di
una volontà di potenza che si esprime anche attraverso gerarchie etiche
della presa in carico e della cura e nell’attivazione di dinamiche di
protezione, costruzioni continue di “protettorati” paternalisti sul
colonizzato che, dal canto suo, conosce bene quel prurito, poiché lo
vive in prima persona, non ne è immune, lo agisce a sua volta da sempre,
oltre a subirlo. Ci sono sempre una colonizzata e un colonizzato ulteriori.
Come distinguere dunque l’assunzione politica della disparità nelle sue
doppie varianti coloniali e anti-coloniali, a qualunque latitudine?
L’una e l’altra intenzione possono essere tanto più presenti quanto meno
sono rivendicate. Quindi?
Quindi ci addentriamo qui, e vale anche per le questioni di genere,
nelle sabbie mobili dell’analisi, ed eventualmente della denuncia, di retrodiscorsi,
di significati e atti come marchi di inclinazioni interiori,
definizione nascoste; ci addentriamo oltre il limite del segreto, guidate
e guidati nel migliore dei casi da un imperativo di liberazione o
resistenza che deve passare attraverso la decifrazione di miliardi di
segni, espressione presunta di altrettante interiorità. Desiderio
estremo della critica, quello di penetrare dentro l’essere umano,
scavalcarne i rapporti esterni: terreno attorno al quale la critica
accentua inevitabilmente le sue costitutive pretese di potere, un potere
che spaventa e inquieta. Potere necessario, che può nondimeno divenire
violenza psicofisica e, di nuovo, rivoluzione, quindi anche inquisizione
e terrore. Può essere ingiusto, il potere della critica, mentre cerca
la giustizia. Può far soffrire, quali che siano i suoi presupposti
sociali, etici o di genere, e i suoi fini. Potere cui la critica ha
buone ragioni di non voler rinunciare nella storia, quanto meno non una
volta per tutte – visto il mondo che abbiamo ereditato.
Possiamo essere certi quindi che le ragazze e i ragazzi di Torino
siano immuni dalla tentazione di associare a gesti e considerazioni un
piacere razzista, coloniale o patriarcale? È una domanda che sarebbe
ridondante per i gruppi di destra. Come dare una risposta e,
soprattutto, secondo quali criteri? Ecco il problema: i criteri. Una
certezza pregiudiziale, nell’uno e nell’altro senso, non sarebbe
antidoto ma espressione di un potere cieco della critica, a quel punto
soltanto presunta: si smentirebbe valutando per dogmi, poco importa
quanto rivendicati come “non giudicanti”, “libertari” o di un altro
genere ancora. La certezza pregiudiziale lascia cadere la domanda e
l’interrogazione delle amiche e degli amici anche soltanto possibili, la
possibilità di un orizzonte di discussione per un miglioramento comune,
il tentativo di sviluppare attitudini non reattive e non rancorose alla
critica e all’autocritica, concepibili come pratiche di trasformazione
verso l’alto e non di persecuzione psicologica o competizione reciproca.
Orizzonti rilevanti soltanto a una condizione: costruire discussioni
diverse da quelle che ha previsto la polizia.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento