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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2018

Non c’è crisi umanitaria in Venezuela

Non abbiamo bisogno di aiuti umanitari. Ciò che chiediamo è che gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione europea revochino il blocco finanziario e commerciale contro il popolo venezuelano; che si abroghino le misure coercitive unilaterali e illegali. Che finisca l’attacco alla nostra moneta. Che le aziende farmaceutiche transnazionali residenti in Venezuela, nessuna delle quali ha chiuso i battenti, forniscano dall’interno del territorio i farmaci di cui i venezuelani hanno bisogno.

Il principe giordano, Alto Commissario uscente del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che deve sapere molto sulla monarchia ma poco sulla democrazia, ha fatto innumerevoli tentativi per giustificare un intervento umanitario nel nostro paese. L’ultima cosa era di consegnare, senza il mandato dei paesi membri del Consiglio, un rapporto che dal titolo “Violazione dei diritti umani in Venezuela” mostra parzialità.

Questa relazione, priva di qualsiasi rigore, è servita a presentare un progetto di risoluzione alla 39a sessione del Consiglio dei diritti umani che cerca di gettare le basi per un intervento “umanitario” in Venezuela, la stessa procedura seguita in Libia, attualmente distrutta e in conflitto armato.

È irresponsabile affermare che c’è una crisi umanitaria in un paese come il Venezuela che, nonostante le aggressioni economiche, ha costruito più di 2 milioni di case negli ultimi 5 anni; sta sviluppando un piano di vaccinazione con più di 11 milioni di dosi applicate. In cui 3 milioni di bambini godono di piani di vacanza e più di 8 inizieranno l’anno scolastico. In cui nessuna scuola o università è stata chiusa. In un paese in cui il cibo sovvenzionato è distribuito a 6 milioni di famiglie.

È contraddittorio descrivere come crisi umanitaria un paese il cui tasso di disoccupazione è inferiore al 6%, le sue esportazioni sono aumentate del 17% tra il 2016 e il 2017 e, secondo l’ECLAC, continua ad essere in cima alla lista dei paesi meno disuguali della regione.

I 47 paesi membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che votano a favore di questo progetto di risoluzione avranno la responsabilità storica di un eventuale intervento “umanitario” in Venezuela, che è la stessa cosa che dire, violare la pace di un intero continente.

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18/01/2017

Il velo “umanitario” sulle missioni militari all’estero va strappato

Il vice presidente della Commissione Difesa, on. Massimo Artini (ex M5S), ha replicato con un lungo e articolato commento al nostro articolo di venerdì – ovviamente e fortemente critico – verso la legge approvata nel luglio 2016 ed entrata in vigore il 31 dicembre 2016. Ci contesta una lettura negativa di un impianto legislativo a suo dire positivo. A noi così non sembra affatto, e non sembra esserlo stato neanche per 41 senatori che si sono astenuti o hanno votato direttamente contro (al Senato l'astensione vale come voto contrario, ndr).

La legge quadro sulle missioni militari all'estero, infatti è stata approvata al Senato con 194 sì, un no e 40 astenuti, tra questi ultimi i senatori del M5S e alcuni del gruppo misto. Il voto contrario alla legge è stato della senatrice Paola De Pin (anche lei ex M5S).

La legge disciplina (art. 1) «la partecipazione delle forze armate, delle forze di polizia ... e dei corpi civili di pace a missioni internazionali istituite nell'ambito dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) o di altre organizzazioni internazionali cui l'Italia appartiene» (in particolare, come ben si comprende, la NATO e la Ue), toglie (art. 2) al Parlamento, che può intervenire solo con generici “atti d'indirizzo”, la facoltà di approvare o respingere, in modo vincolante, le missioni militari, e dà, viceversa, al Governo (art. 2 e art. 3), pieni poteri nella realizzazione e nella conduzione delle missioni di guerra del nostro Paese.

All'apparenza la Legge prevede che la decisione di spedire militari in teatri di guerra adottata dal governo, vada inviata al Parlamento, il quale con appropriati atti di indirizzo, può dare luce verde o meno alla missione. Tale autorizzazione può essere sottoposta a condizioni. Dal momento che si è in presenza del totale coinvolgimento dei due rami del Parlamento, se non venisse dato l’assenso dai deputati e senatori, la missione internazionale non si potrebbe realizzare. Probabilmente, su questo impianto, a luglio 2016, quando la legge è stata approvata, il governo già riteneva che il Senato non ci sarebbe più stato in base alla controriforma costituzionale che il paese ha respinto a maggioranza il 4 dicembre con il referendum. Avevano insomma fatto i conti senza l'oste e venduto la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.

Un risultato è stato comunque raggiunto dal governo. Le missioni militari all'estero non dovranno essere rinnovate (anche economicamente) ogni sei mesi ma saranno una decisione strategica che può essere revocata solo con un atto politico del governo. Né ci sembra che la gravità della Legge sulle missioni militari possa essere attenuata da una delle operazioni più insidiose che abbiamo denunciato negli anni scorsi: i cosiddetti Corpi civili di pace che potranno affiancare le missioni militari vere e proprie. Su questo vedi un articolo pubblicato tempo addietro.

E' una lettura catastrofista e pregiudiziale della legge? Per dimostrare che su questo pesano e fanno la differenza i presupposti di partenza, è interessante vedere come invece i “laboratori” legati agli apparati di potere hanno dato la loro lettura delle legge stessa.

Ad esempio secondo la fondazione Astrid: “La legge quadro in questo senso costituisce un vero e proprio salto di qualità nella governance della nostra politica estera e di difesa”. Prendiamo ancora a prestito le valutazioni positive espresse dall'Astrid che, come noi coglie il dato secondo cui questa legge cerca di sanare le molteplici contraddizioni manifestatesi nella politica militare italiana dalla prima guerra del Golfo nel 1991. “L’importanza della cooperazione internazionale nelle missioni di peace-keeping, peace-making e peace-enforcement si è andata affermando soprattutto negli ultimi venti anni. Lo spartiacque può essere considerato la prima guerra del Golfo che vide operare, sotto l’egida di una risoluzione Onu, una coalizione di 34 nazioni, tra cui l’Italia, guidata dagli Stati Uniti”. Non solo. Lo stesso think thank ammette che quelle contraddizioni andavano sanate con un apparato legislativo che adeguasse la proiezione militare dell'Italia al nuovo scenario nelle relazioni internazionali: “Da allora, a causa di contesti internazionali sempre più complessi e di vincoli costituzionali molto stringenti, tale paradigma cooperativo si è rapidamente imposto come la principale modalità di intervento delle nostre Forze armate all’estero. Di fronte al moltiplicarsi degli eventi che hanno richiesto una partecipazione dell’Italia a missioni internazionali si è dunque reso necessario il rinnovamento di un quadro normativo che rimaneva troppo legato alle logiche rigide e bipolari della guerra fredda”.

L'on. Artini, di cui apprezziamo l'attenzione per il nostro articolo, ragiona su un presupposto diverso e distante dal nostro. In questa legge vede una razionalizzazione dell'impianto legislativo sulle missioni militari all'estero, noi ci siamo battuti sistematicamente contro l'idea e le decisioni di partecipare alle missioni militari italiane nei teatri di guerra. Perché di questo si è trattato. Adesso ci sono 300 militari in Libia “per proteggere la costruzione di un ospedale a Misurata” e 1300 militari in Iraq “per proteggere la ristrutturazione della diga a Mosul”. Tremiamo all'idea che una azienda italiana vinca l'appalto per la costruzione di una autostrada in Siria o in qualche altro paese in guerra.

Negli anni scorsi, la cortina fumogena “umanitaria” in Jugoslavia, Libia, ha nascosto orrori e decisioni politicamente vergognose dei nostri governi. Quella poi dell'intervento militare in Afghanistan e Iraq è quanto ha somigliato di più ad una partecipazione vera e propria ad una guerra di aggressione ad altri Stati. E su questo non c'è alcuna mediazione possibile, né in parlamento né fuori. Su questo presupposto, e proprio per questo, abbiamo fatto a sportellate e poi rotto con i senatori e i deputati della sinistra al tempo del secondo governo Prodi. Purtroppo e per fortuna abbiamo buona memoria e senso della coerenza.

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18/07/2015

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: La sinistra assente di Domenico Losurdo

Da qualche mese è in libreria un testo, l’ultimo lavoro di Losurdo, capace sin dal titolo di chiarire un concetto ed esprimere una posizione. Di fronte agli sconvolgimenti internazionali in atto dalla caduta del muro di Berlino in avanti, il multiforme campo della politica ha visto il dileguarsi della sinistra, di una sinistra capace di rappresentare un’alternativa politica contendendo all’immaginario capitalista l’orizzonte dello sviluppo. Si potrebbe obiettare che la fine dello schema bipolare partorito dal secondo dopoguerra abbia complicato il quadro dei riferimenti internazionali, lasciando analisti e opzioni politiche in mezzo ad un mare in tempesta e senza porti sicuri. Il ventennio appena trascorso smentisce però questa presunta “multiformità”, questa apparente incomprensibilità di fondo dei principali eventi internazionali. Dalla prima guerra in Iraq in avanti, lo schema dell’ingerenza Nato nelle più differenti zone calde del mondo si è ripetuto pedissequamente senza soluzione di continuità e seguendo nei più piccoli particolari sempre lo stesso canovaccio. E’ avvenuto allora un cambio soggettivo interno al campo della sinistra, non uno oggettivo rispetto alla dinamica imperialista. Non si contano più le ingerenze internazionali dell’area Nato nei diversi contesti geopolitici: Iraq, Iran, Jugoslavia, Siria, Libia, Serbia, Ucraina, Afghanistan, Venezuela, Somalia, Georgia, Honduras, Mali e molti altri eccetera. A volte si è ricorso al vecchio metodo del golpe provocato o favorito; altre si è proceduto direttamente con bombardamenti a tappetto e sostituzione del leader o partito problematico; il più delle volte si è articolato un intervento apparentemente indiretto e di soft power volto alla demonizzazione del nemico politico contingente. E’ quest’ultima situazione che ha prodotto contraddizioni a prima vista insanabili nel discorso politico della sinistra. Se le prime due opzioni, quella poliziesca o quella militare, hanno dalla loro una certa efficacia immediata, portano però con sé il problema di compattare un fronte politico avverso. L’opzione militare è efficace quanto drastica e non sempre garantisce quel grado di consenso interno necessario a gestire l’intervento stesso. Meglio, a volte, costruire il consenso adatto al regime change. E tale consenso lo si raggiunge solo coprendosi a sinistra, cioè trasformando l’aggressione in questione umanitaria. E’ qui che si chiarisce il ruolo di quella che Losurdo definisce “sinistra imperiale”, quella sinistra speculare al cristianesimo imperiale dal ‘500 all’800 capace di veicolare le giuste motivazioni dell’espansione colonialista. Tale cristianesimo missionario costruiva quel supporto ideologico necessario a far passare la dinamica colonialista come fattore di progresso. Anche i crimini più efferati commessi nella vicenda coloniale, questa la motivazione di fondo, rappresentavano comunque una tappa del progresso per le popolazioni subalterne, l’avvento di una modernità, traumatica quanto necessaria. Fosse solo la conversione alla chiesa di Roma. Mutatis mutandis, la questione oggi è ancora questa. Per meglio dire, dopo circa un secolo di rottura ideologica verso tale impostazione giustificazionista, siamo tornati alla copertura politica e culturale delle politiche imperialiste. Oggi i missionari cristiani hanno perso il ruolo di cemento ideale tra necessità economiche e logiche spirituali, ma questo ruolo sta venendo ricoperto da una certa sinistra, quella delle Ong, dei diritti umani, dell’antiautoritarismo astratto: la sinistra complice.

Il problema di questa sinistra, e della cultura politica ufficiale nel suo complesso, è l’aver introiettato il modello democratico-liberale quale migliore strumento possibile per la rappresentanza dei diversi interessi politici. Questioni come il “pluralismo”, i “diritti civili”, le “libere elezioni”, il “rispetto delle minoranze”, una “libera informazione”, e via dicendo, sono elevati a indice di democratizzazione di un paese, di un partito o di un leader politico. Scollegata da ogni riferimento socio-economico, la formalità borghese liberale si è imposta come unico metro di giudizio della progressività o meno di una linea politica. Questo è un dato di fatto che crediamo non occorra di spiegazioni esaustive data la sua triste evidenza. Per gli esponenti di questa sinistra democratico-liberale, una definizione che calza non solo al Vendola di turno ma anche a parti importanti dei movimenti radicali, sarà sempre meglio l’Italia della Siria, la Francia rispetto all’Iran, gli Stati Uniti alla Russia. Pur combattendo il sistema politico vigente nel cd “primo mondo”, questo rappresenta un gradino dell’evoluzione in ogni caso più avanzato e democratico dei paesi ancora non modernizzati, quali ad esempio quelli citati. Questa la chiave di volta per la costruzione del consenso imperiale, la giustificazione massima delle guerre umanitarie, delle ingerenze internazionali, delle politiche neo-imperialiste.

L’ingerenza internazionale da qualche tempo assume sempre il medesimo schema, come abbiamo detto, cioè si fa precedere da un convergente movimento massmediatico culturale mainstream volto a dipingere il nemico della Nato come nemico dell’umanità, male assoluto a-politico (non è una questione di destra o sinistra) e anti-umano (contrario allo sviluppo dell’umanità). Attraverso l’attacco concentrico del sistema culturale massificato, il male assoluto è tale perché non rispetterebbe i principi basilari del vivere sociale, cioè non sarebbe conseguente con la formalità liberale delle libere elezioni e della pluralità d’espressione politica. Tanto per dire, anche Chavez, ancora a metà anni Duemila osteggiato da gran parte di questa sinistra imperiale, è divenuto poi un modello accettabile all’ennesima elezione regolare stravinta dal suo partito e dal processo bolivariano. La legittimazione unica e definitiva per questa sinistra non erano ovviamente le politiche sociali portate avanti dal socialismo del XXI secolo o la sua caratterizzazione chiaramente antimperialista, quanto il suo passaggio elettorale che certificava l’ingresso del leader bolivariano nell’alveo della compatibilità democratica.

Se dunque il valore di fondo di questa sinistra diventa il rispetto dei diritti civili e delle formalità istituzionali, risulta facile comprendere il vicolo cieco in cui questa viene spinta sotto la valanga informativa massmediatica volta a dipingere il paese vittima come repressivo di tali diritti. Nonostante le contorsioni ideologiche, alla fine non può che esserci un allineamento, una convergenza. La Nato non sarà il migliore dei mondi possibili, ma certo meglio i paesi atlantici di qualche autocrazia oscurantista. Se poi il paese sottoposto a stress test vede anche la presenza di movimenti di piazza reclamanti più democrazia liberale, ecco che il cortocircuito politico-mentale è completato e l’adesione alla causa ideale dei manifestanti completa.

In questa versione però scompaiono completamente i ruoli storici, le cause e gli effetti, i dominatori e i subalterni, i colonizzati e i colonizzatori, gli schiavi e gli schiavisti. Si assume lo sviluppo storico a partire dal presente, dallo status quo. La povertà di alcuni paesi viene assunta come colpa e non come processo storico determinato da altri paesi, guarda caso proprio da quei paesi che di volta in volta vogliono “ri-ammodernare” un determinato “regime” procedendo a operazioni neo-coloniali. L’assenza di determinati caratteri liberali viene anche qui utilizzata per incolpare il paese in questione, e non derivata dal carattere subalterno che tale paese ha nel sistema dei rapporti internazionali di potere. Per dire, facile lamentarsi contro il monopartitismo cubano se non si ha chiaro in mente che, un minuto dopo l’innesto di una dinamica formalmente “pluralista”, questa vedrebbe la scena politica monopolizzata da soggetti organizzati e finanziati dagli Usa, determinando una sproporzione di accessibilità alla politica tale da produrre quel “cambio di regime” in linea con la formalità liberale.

Questo cerca di dirci Domenica Losurdo. Che anche il peggiore e più retrivo degli Stati eternamente colonizzati non può che trovare da sé la via dell’emancipazione, non tramite l’ingerenza delle strutture poliziesco-militari occidentali. Sembrerebbe un’ovvietà, messa in questi termini, ma così in questi anni non è stato. La richiesta di bombardamenti umanitari in Libia venne in Europa dall’opinione pubblica “di sinistra”, non da quella di destra. E quando parliamo di “sinistra” non ci riferiamo al Pd et similia, ma da chi dissodò il terreno della giustificazione ideologica manifestando contro Gheddafi quando questi era sotto attacco Nato, innalzando la bandiera monarchica di re Idris sotto l’ambasciata libica. O come, in questi tre anni, continua a legittimare da sinistra la caduta di Assad che invece sta avvenendo da destra. Certo per questa sinistra non è importante la direzione del movimento anti-Assad, visto che il mantra della formalità liberale lo pone in ogni caso quale nemico del genere umano, peggiore di qualsiasi peggiore alternativa. Si potrebbe continuare a lungo. Tutti, tutti, i cambi di regime di questi due decenni sono avvenuti da destra, sotto la spinta atlantica e introducendo modelli neoliberisti in territori a diverso grado di capitalismo. Non importa più, perché la storia è sempre al punto zero del presente. Inutile chiedersi cosa ne sia della Croazia e della Serbia, dell’Iraq o della Libia, della Somalia o dell’Afghanistan. L’importante è legittimare la protesta democratica, liberale, antiautoritaria. Se poi oggi sono Stati falliti, esperimenti ordo-liberisti, Stati-mafia, teocrazie filo-atlantiche, importa il giusto: capitalisti erano, capitalisti rimangono, in un gioco a somma zero dove ogni espressione del capitalismo è uguale a se stessa.

Veniamo però ai limiti di un lavoro come questo. La prima cosa, è che la chiave interpretativa adottata riduce il capitalismo a rapporto/scontro tra entità statuali. Non va minimizzato questo fatto ma non va neanche assolutizzato. In primo luogo, il capitalismo è un rapporto sociale, in quanto tale presente nei contesti produttivi, nei rapporti di produzione. Non basta autodefinirsi socialisti, come nel caso cinese, per garantire la trasformazione di quel rapporto e della proprietà dei mezzi di produzione. Proprio seguendo la lezione politica del presidente Mao, non possiamo disconoscere che anche in uno Stato socialista può annidarsi la persistenza dei rapporti capitalistici. Per di più, sempre seguendo Mao, anche all’interno del Partito comunista, cioè in quella che dovrebbe essere l’avanguardia politica del proletariato, possono reintrodursi elementi borghesi. Disconoscere questo fatto porta l’autore a giustificare acriticamente lo sviluppo cinese che, palesemente, ha reintrodotto un rapporto capitalista di estrazione di profitto. Mediato, è vero, da processi redistributivi generali importanti, ma che c’entrano poco col socialismo e semmai molto con forme di keynesismo autoritario.

Altra questione importante non rilevata da Losurdo: per l’autore continua ad esserci un unico ed esclusivo imperialismo targato Usa. E’ vero, l’imperialismo statunitense permane quello egemone e non verrà mai sottolineato abbastanza, soprattutto in tempi di pensiero debole e accomodamento politico al mainstream, ma è impossibile non notare la presenza di altri attori geopolitici capitalistici in lotta fra loro. Il primo dei quali, dispiace rilevarlo, è proprio la Cina, che ancora non ha una chiara politica imperialista (non esporta guerre, non ha capitali privati sostanziali, conserva il monopolio delle principali risorse produttive, eccetera), ma si sta apprestando rapidamente nel predisporla (la moltiplicazione delle spese militari, la crescita del capitale privato, la finanziarizzazione della propria economia, la formazione di bolle speculative in tutto simili a quelle occidentali, eccetera). E non vale la giustificazione del processo di espansione capitalista cinese (che pure paradossalmente l’autore riconosce!) quale gigantesca “Nep” simil-sovietica con cui il partito cinese starebbe fregando il capitale anglosassone. Una Nep quarantennale non è una fase tattica di tenuta del sistema produttivo in fase di assestamento, è una scelta strategica di prospettiva. E se per “l’espansione delle forze produttive” è necessario reintrodurre elementi di capitalismo così invasivi, si sta dichiarando la resa a quel sistema, non il suo controllo in forma paracula. Si sta ammettendo che per sviluppare le forze produttive il capitalismo è ancora il sistema migliore, mentre compito del socialismo dovrebbe essere smentire l’assunto dimostrando il contrario.

In terzo luogo, la pratica dimostrativa per cui alle nefandezze del socialismo c’è sempre un contraltare capitalistico “peggiore”, non convince. Se lottiamo per un sistema produttivo ed evolutivo migliore, non è per seguire le orme capitalistiche in una triste lotta al meno peggio. Le tragedie, che pure ci sono state, prodotte nella costruzione del socialismo vanno articolate, chiarendo dove si situano gli errori politici o individuali e dove invece sono il prodotto di una situazione inevitabile perché determinate da un contesto di guerra civile permanente diretta o per procura (e poi dobbiamo intenderci cosa definiamo tragedia, ma questo è un altro discorso). Smascherare le nefandezze del capitalismo non basta. Bisogna tornare a convincere della necessità della rivoluzione socialista come fattore di progresso, di pace, di eguaglianza, di libertà. E’ questa la sfida oggi, non facile da raccogliere. Libri come questo rimangono però mattoni sui quali costruire questa consapevolezza, semi con cui far germogliare il fiore della Rivoluzione.

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