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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2013
Telecom: un bilancio della privatizzazione
La notizia della possibile vendita di Telecom Italia al gruppo spagnolo
Telefonica viene da molti interpretata come una partita tra una Spagna
moderna e dinamica che fa le riforme chieste dall’Unione europea e
un’Italia conservatrice e stagnante che le rinvia. In realtà i dati
rivelano una situazione ben diversa, con l’economia spagnola afflitta da
una recessione che tra il 2013 e il 2014 sarà anche peggiore di quella
italiana e una disoccupazione che tra il 2007 e il 2013 è cresciuta di
135 punti percentuali in più rispetto a quella registrata in Italia.
Piuttosto, la videnda Telecom dovrebbe indurre una riflessione sui
limiti di una privatizzazione che ha dato luogo, dal 1997 ad oggi, a ben
cinque vendite e di cui hanno goduto soprattutto mediatori e
speculatori. Simone Spetia intervista Emiliano Brancaccio, promotore con
Riccardo Realfonzo del monito degli economisti, un documento sottoscritto da Dani Rodrik, Wendy Carlin, James Galbraith ed altri e pubblicato dal Financial Times.
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Il pericolo delle "mosse obbligate" nella politica italiana
Crisi (di governo) o bluff disperato? La mossa plateale di Berlusconi - far firmare dimissioni in bianco a (quasi) tutti i parlamentari del Pdl - ha costretto i soporiferi Letta il Giovane e Napolitano a uscire allo scoperto per mantenere un minimo di credibilità a quel che resta dell'assetto istituzionale della repubblica nata dalla Resistenza.
Il presidente è stato obbligato a dire - per la prima volta in otto anni - che le accuse di "golpe" rivolte alle "toghe rosse", al "rivolgimento della democrazia" se un tizio viene condannato in via definitiva per evasione fiscale, sono delle autentiche stronzate; che non dovrebbero neppure essere pensate in uno stato di diritto. Lo avesse fatto prima (non si può certo accusare il Cavaliere di aver detto cose diverse da quando è "sceso in politica"), ci sarebbe stata forse qualche smagliatura in meno. Ma non poteva far altro, a questo punto. Chiaro che la sua sortita è diventata benzina sul fuoco per i berluscones, soprattutto gli oltranzisti.
Letta il Giovane, che da buon democristiano è abituato a fare buon viso a qualsiasi gioco, ha dovuto prendere atto che annunciare le dimissioni di massa mentre lui stava cercando di vendere anche negli Stati Uniti l'immagine - e solo quella - di un'Italia tornata "paese affidabile" (che obbedisce agli ordini, insomma), non è stato il massimo della cortesia tra soci della stessa maggioranza. E quindi è stato a sua volta costretto ad annunciare una "verifica di governo", come ai tempi della guerriglia permanente tra correnti Dc, e ad ipotizzare anche una richiesta di "voto di fiducia" in Parlamento.
Altrettanto, Berlusconi e i suoi sono stati quindi costretti a gridare che loro stanno facendo davvero sul serio e che, quindi, sono pronti a staccare la spina sia se la Giunta per le elezioni del Senato approva un parere positivo per la decadenza del Caimano dal seggio senatoriale, sia se il cosiddetto premier chiede la fiducia.
Tutti obbligati a recitare una parte "ferma", che è un vero paradosso per uomini e donne che della "flessibilità" (politica, morale, etica, umana, ecc.) hanno fatto una professione di successo.
Il rischio, come scrivevamo ieri, è tutto qui. Nella "costrizione" che si genera quando un annuncio di "guerra" viene pronunciato. Tornare indietro diventa una sconfitta irreparabile, andare avanti significa fare davvero una guerra che non si voleva combattere e a cui non si è preparati. Le cui conseguenze non sono neppure state previste.
"Merito" di una classe dirigente nazionale che non è stata capace, dalla caduta del Muro (e della Dc) in poi, di selezionare una classe politica decente, sufficiente a gestire senza infamia e senza lode gli interessi "borghesi" (per quanto straniante sia questa categoria in un paese come il nostro, caratterizzato più da "prenditori" che non da capitani d'industria). Quando all'inizio degli anni '90 è "scesa in campo" la cosiddetta "società civile", si è spalancato il portone della politica agli sciacalli, ai caimani, alle pitonesse, ai corruttori di politici che finalmente potevano mettere le mani direttamente sul bottino invece di dover passare attraverso mediatori professionali. Gli "incivili" per definizione, insomma.
Ora però le cose debbono arrivare al dunque. La condanna di Berlusconi è definitiva, l'interdizione dai pubblici uffici - e quindi l'ineleggibilità - sarà quantificata il 17 ottobre dal Tribunale di Milano. L'idea perciò di far cadere il governo e andare a nuove elezioni non muterebbe di molto il suo orizzonte politico, perché difficilmente la sua candidatura sarebbe accettata da un tribunale. Non ha insomma molto da guadagnare da una mossa del genere.
Ma non può fare molto altro. È vero, è un assurdo logico che una bestia così piena di soldi e influenza politica - quindi uno che ha moltissimo da perdere, se dà fuori di matto - possa mettersi a giocare a "muoia Sansone con tutti i filistei". Tra parentesi, difficilmente il suo codazzo di cortigiani lo seguirebbe davvero fino in fondo sulla via del sacrificio estremo. Ma la politica e la vita non sono mai completamente programmabili, nemmeno dai potenti (non ci sarebbero mai state rivoluzioni, altrimenti). E quando i blocchi fondanti l'equilibrio politico di una paese iniziano ad agire in base a "costrizioni" che loro stessi si sono inflitti, quello è il manifestarsi vero di una crisi vera.
E non basterà probabilmente il "pilota automatico" europeo, momentaneamente incardinato nel solo Napolitano e nel Pd, a evitare un periodo burrascoso - soprattutto sul piano economico-finanziario - a questo disgraziato paese.
Verso le giornate del 18 e 19 ottobre, unico segnale di vita pensante in questo oceano di spazzatura, sarà bene tenere sempre presente questo quadro. I vigliacchi ci mettono un attimo a scaricare le proprie contraddizioni su qualcun altro...
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Barilla è libero?
Rispetto alla polemica su Barilla e famiglie omosessuali, che sta diventando un caso internazionale perché all’estero piace la pasta ma non è ammessa l’omofobia, leggo ovunque che Barilla sarebbe “libero” di rivolgersi al target che preferisce per le sue campagne e di utilizzare il messaggio che ritiene più opportuno. Non sono affatto d’accordo.
Non sono d’accordo che uno dei principali investitori pubblicitari del paese sia libero di imporre quotidianamente, insistentemente, martellantemente una “comunicazione pubblica” basata su un messaggio solo apparentemente neutro, ma nella realtà dichiaratamente discriminatorio verso tutte le famiglie non “tradizionali”, famiglie omosessuali, monoparentali, solo mamme, solo papà, famiglie allargate, miste per nazionalità, coinquilini, persone sole per scelta o fatalità.
Come esiste una “responsabilità sociale d’impresa” tanto più esiste una responsabilità sociale nella pubblicità che entra nelle case a tutte le ore. Infatti, per esempio, la pubblicità ingannevole viene sanzionata, così come rigidi regolamenti evitano o limitano la pubblicità di prodotti nocivi. La conseguenza di ciò è che anche la pubblicità non è libera di cercare cinicamente solo il massimo profitto, lasciando morti e feriti alle sue spalle, ma deve sempre e comunque essere oggetto di riflessione, dibattito ed eventualmente correzione o sanzione. Ciò tanto più quando parliamo di un prodotto di così ampia diffusione.
Il Barilla reazionario (che non è un caso che trovi la pronta solidarietà dell’ultradestra neofascista, razzista e omofoba di Forza Nuova) che sceglie di rappresentare solo la famiglia cosiddetta tradizionale, e rifiuta di rappresentare la società nei suoi mille colori e sfaccettature, senza doversi per questo far carico di studi sociologici, contribuisce a favorire un clima culturale discriminatorio in un paese che avrebbe bisogno dell’esatto contrario.
Lo sprezzo con il quale afferma «se ai gay non sta bene possono mangiare un’altra pasta» e il suo proposito dichiarato di esaltare la centralità della donna come angelo del focolare, come fossimo ancora nel ventennio, non lascia alcuna possibilità di malinteso: da oggi in poi l’Italia civile #boicottabarilla. Sul mercato della pasta ce n’è per tutti i gusti. E poi… verrebbe voglia di domandare: ma a cosa ti serve produrre più di cento tipi diversi di pasta per una sola famiglia?
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Non sono d’accordo che uno dei principali investitori pubblicitari del paese sia libero di imporre quotidianamente, insistentemente, martellantemente una “comunicazione pubblica” basata su un messaggio solo apparentemente neutro, ma nella realtà dichiaratamente discriminatorio verso tutte le famiglie non “tradizionali”, famiglie omosessuali, monoparentali, solo mamme, solo papà, famiglie allargate, miste per nazionalità, coinquilini, persone sole per scelta o fatalità.
Come esiste una “responsabilità sociale d’impresa” tanto più esiste una responsabilità sociale nella pubblicità che entra nelle case a tutte le ore. Infatti, per esempio, la pubblicità ingannevole viene sanzionata, così come rigidi regolamenti evitano o limitano la pubblicità di prodotti nocivi. La conseguenza di ciò è che anche la pubblicità non è libera di cercare cinicamente solo il massimo profitto, lasciando morti e feriti alle sue spalle, ma deve sempre e comunque essere oggetto di riflessione, dibattito ed eventualmente correzione o sanzione. Ciò tanto più quando parliamo di un prodotto di così ampia diffusione.
Il Barilla reazionario (che non è un caso che trovi la pronta solidarietà dell’ultradestra neofascista, razzista e omofoba di Forza Nuova) che sceglie di rappresentare solo la famiglia cosiddetta tradizionale, e rifiuta di rappresentare la società nei suoi mille colori e sfaccettature, senza doversi per questo far carico di studi sociologici, contribuisce a favorire un clima culturale discriminatorio in un paese che avrebbe bisogno dell’esatto contrario.
Lo sprezzo con il quale afferma «se ai gay non sta bene possono mangiare un’altra pasta» e il suo proposito dichiarato di esaltare la centralità della donna come angelo del focolare, come fossimo ancora nel ventennio, non lascia alcuna possibilità di malinteso: da oggi in poi l’Italia civile #boicottabarilla. Sul mercato della pasta ce n’è per tutti i gusti. E poi… verrebbe voglia di domandare: ma a cosa ti serve produrre più di cento tipi diversi di pasta per una sola famiglia?
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Grecia. In manette Michaloliakos e la cupola di Alba Dorata
17.00 - Gli arrestati finora sono 19, manca ancora all'appello il parlamentare e numero due di Alba Dorata Christos Pappas. La polizia sta perquisendo gli uffici del partito neonazista all'interno del Parlamento greco.
16.10 - Dopo che un allarme bomba - poi rivelatosi senza fondamento - ha creato caos e scompiglio nella sede del Gada di Atene, ora un ingente dispositivo di sicurezza sta trasferendo gli arrestati in tribunale. Molti degli squadristi di Alba Dorata nei confronti dei quali è stato spiccato un mandato di cattura mancano ancora all'appello.
14.10 - Si è consegnato alla polizia anche il penultimo dei deputati di Alba Dorata contro i quali l'Aeropago ha spiccato un ordine di cattura per associazione a delinquere, Michos. Ancora irreperibile Pappas. La polizia in assetto antisommossa ha allontanato, senza incidenti, alcune centinaia di squadristi del movimento neonazista che manifestavano in solidarietà con gli arrestati davanti alla sede della Questura centrale di Atene.
13.00 - Sono diventati circa 400 gli aderenti ad Alba Dorata che stanno manifestando e sventolando bandiere greche davanti alla sede del Gada, la questura centrale di Atene dove vengono portati gli arrestati man mano che vengono trovati dalle forze di sicurezza. All'inizio i neonazisti gridavano il loro tradizionale slogan 'Sangue, onore, Alba Dorata' poi riconvertito nel meno compromettente 'Patria, onore, Alba Dorata'. Si ha notizia dell'arresto anche di una donna poliziotto, una sergente in servizio al dipartimento di sicurezza del Pireo. Eseguiti finora 18 arresti, su 32 mandati di cattura complessivamente spiccati. Ancora irreperibile i deputati Michos e Pappas.
12.00 - È Nikolaos Michaloliakos, il segretario di Alba Dorata, colui che in casa nascondeva tre pistole detenute illegalmente e ritrovate dalla polizia durante la perquisizione all'alba di questa mattina. Il fondatore di Alba Dorata è già passato per il carcere alla fine degli anni '70, quando era militare in servizio attivo e fu arrestato assieme ad alcuni commilitoni con l'accusa di aver dato vita ad una organizzazione terroristica fascista. Poi, in cambio della sua collaborazione con le forze di sicurezza, la pena gli fu ridotta a "possesso di armi ed esplosivi" e quindi fu liberato dopo soli 13 mesi di reclusione. In precedenza Michaloliakos era stato un attivo sostenitore della dittatura dei colonnelli fino al 1974.
11.35 - Durante la maxi retata contro Alba Dorata ancora in corso è stato arrestato anche un esponente delle forze speciali della Polizia 'Dias'.
11.30 - Durante la perquisizione nel domicilio di un militante di Alba Dorata poi arrestato la polizia ha rinvenuto tre pistole.
11.15 - Arrestato anche un altro deputato di Alba Dorata, Ilias Panayotaros. Che poco prima di essere ammanettato, secondo alcuni giornalisti greci che hanno raccolto le sue deliranti dichiarazioni, avrebbe accennato ad una rifondazione del movimento neonazista con un altro nome, per ovviare ad una eventuale messa fuori legge del movimento o ad un embargo del finanziamento pubblico minacciato dal governo.
11.10 - Secondo alcuni media ellenici, che citano l'intervento del costituzionalista K. Chrysogonos, anche se agli arresti in custodia cautelare, i deputati di Alba Dorata non sono automaticamente decaduti dalla loro condizione di parlamentari. Il che avverrà solo nel caso in cui dovessero essere riconosciuti colpevoli dei reati che vengono loro contestati e condannati alla privazione dei diritti politici.
11.00 - Alcune decine di estremisti di destra stanno manifestando, per ora silenziosamente, davanti alla sede centrale della polizia di Atene. Finora secondo i media solo 4 parlamentari e 12 altri esponenti di Alba Dorata sarebbero stati arrestati rispetto ai 36 ordini di cattura emessi da un magistrato dell'Aeropago, la Corte Suprema ellenica.
10.30 - Tra gli arrestati c'è anche il segretario della sezione di Alba Dorata del quartiere di Nicea, quella alla quale era Iscritto Giorgos Roupakias, l'assassino di Fyssas.
10.15 - Secondo le notizie diffuse dai media ellenici questa mattina sarebbero stati arrestati anche due agenti in servizio Nella polizia, accusati di collaborare con le attività criminali di Alba Dorata.
10.00 - Man mano che vengono arrestati i dirigenti e gli esponenti di Alba Dorata vengono portati dagli agenti negli uffici dell'antiterrorismo al dodicesimo piano del Gada, il palazzo della questura centrale di Atene all'ingresso del quale si è concentrata una discreta folla di giornalisti. Dal suo sito il movimento neonazista sta diffondendo un appello a dimostrare la propria solidarietà ai camerati finiti in manette anche se per ora non si ha notizia di manifestazioni, mentre alcuni dei parlamentari oggetto del mandato di cattura sono per il momento irreperibili.
9.30 - A quanto traspare finora quindi la maxi operazione contro l'estrema destra sarebbe giustificata da un comportamento 'criminale' dell'organizzazione neonazista, definita "associazione a delinquere" e coinvolta in omicidi, rapine, ricatti e riciclaggio di denaro. Una formula ambigua e che non ha a che fare quindi con il carattere neonazista del partito, a detta di alcuni esponenti della sinistra greca, la stessa che nei giorni scorsi ha già portato all'arresto di alcuni attivisti che da anni animano la protesta delle comunità locali della penisola calcidica contro una miniera d'oro che una multinazionale canadese è stata autorizzata a realizzare nel villaggio di Ierissos.
09.00 - Nikos Michaloliakos, il fondatore e leader del partito neonazista greco Chrysi Avgì (Alba Dorata), è stato arrestato dalla polizia all'alba di oggi.
Insieme al segretario generale di Alba Dorata, che gli squadristi amano chiamare Führer, sono stati arrestati un'altra trentina di dirigenti di spicco e militanti del movimento. Tra questi anche quattro parlamentari tra i più in vista dell'organizzazione, compresi Ilias Kasidiaris, Lagos e Nikos Patelis.
Gli arresti sono scattati per ordine di un magistrato della Corte Suprema che ha emesso 36 mandati di cattura contro altrettanti esponenti dell'estrema destra accusati di essere coinvolti a vario titolo nell'omicidio, la sera dello scorso 17 settembre, del rapper antifascista Pavlos Fyssas, accoltellato a morte nel quartiere di Keratsini dal sicario del movimento neonazista Giorgos Roupakias, dopo che il 34enne era stato aggredito da decine di squadristi.
Non sono state ancora rese note le accuse alla base degli arresti ma i provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal procuratore della Corte Suprema Charalambos sulla base delle intercettazioni telefoniche effettuate dagli inquirenti sui cellulari di alcuni membri del partito e di suoi simpatizzanti. Dalle intercettazioni sarebbero emersi in maniera evidente collegamenti della dirigenza di Alba Dorata con l'omicida, il 45enne Roupakias. Le prove raccolte dagli inquirenti dimostrerebbero che il partito neo-nazista si muove sulla base di una precisa catena di comando con le connotazioni di una vera e propria organizzazione criminale dedita ad aggressioni razziste e ad attività illegali come la richiesta del pizzo ai negozianti in cambio dell'offerta di 'protezione'. Secondo alcune indiscrezioni alcuni dirigenti di Chrysi Avgi sono stati indagati anche per riciclaggio di denaro sporco e per il coinvolgimento in alcuni casi di omicidio e aggressioni attribuiti inizialmente alla malavita organizzata.
Ieri pomeriggio alcuni media avevano diffuso la notizia del possibile arresto di tre parlamentari del partito di estrema destra. Qualche ora dopo Michaloliakos era intervenuto pubblicamente offrendo al partito di centrodestra Nea Dimokratia del premier Samaras la propria collaborazione per evitare che la coalizione di sinistra Syriza vinca le elezioni, ribadendo la minaccia di far dimettere tutto il gruppo parlamentare di Alba Dorata.
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28/09/2013
Cade il governo, Berlusconi rompe le righe
Sono pazzi, questi servi. Diciamola com'è: il capitale internazionale e nazionale ha “bisogno di stabilità” e questi cosa fanno? Si dimettono perché “il capo” glielo ordina...
Silvio Berlusconi apre di fatto la crisi di governo, invitando i ministri del Pdl a rassegnare le dimissioni. E quelli obbediscono come un manichino senza volontà autonoma. Il ministro di polizia detto dell'interno - quel tudero che pochi giorni fa era corso in Val Susa a gridare “quel che lo stato ha deciso sarà fatto e guai a chi prova a opporsi” - ha fatto sapere che «I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni», seguito dall'impagabile sottosegretario alla Pubblica amministrazione e semplificazione, Gianfranco Miccichè – quello che riceveva dentro il ministero uno spacciatore di coca - che si è lanciato a dire: «Rimetto il mio mandato nelle mani di Silvio Berlusconi». Nessuno lo aveva ancora avvertito che era in quel posto come autorità dello Stato, non come maggiordomo in prestito da una casata da quattro soldi.
Poco prima il Cavaliere aveva annunciato di voler disertare la seduta della giunta per le elezioni, mettendo di fatto fine al governo Letta. «Ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Per quale motivo? «La decisione assunta ieri dal Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, di congelare l'attività di governo, determinando in questo modo l'aumento dell'Iva, è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto». «Per queste ragioni, l'ultimatum lanciato dal premier e dal Partito Democratico agli alleati di governo sulla pelle degli italiani, appare irricevibile e inaccettabile. Pertanto ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Ora, se qualcuno può arrivare a credere che l'aumento dell'Iva sia alla base della decisioni del Caimano, è bene riaprire i manicomi.
A quel poveretto di Letta il Giovane, immolatosi per conto di Napolitano alla guida di improbabili “larghe intese”, non è rimasto che dire mestamente: «Il chiarimento deve avvenire in Parlamento, alla luce del sole e di fronte ai cittadini». Del resto, «Il tentativo di rovesciare la frittata sulle ragioni dell'aumento dell'Iva è contraddetto dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti perché il mancato intervento è frutto delle dimissioni dei parlamentari Pdl e quindi del fatto che non era garantita la conversione del decreto legge in legge».
Ora tutto è in ballo. Non semplicemente il governo, ma l'intero assetto istituzionale. Questo, a sinistra, è difficile da capire. Ma uno Stato degno di questo nome – e quello italiano ha sempre avuto qualche difficoltà a rispettare il ruolo – si regge sul fatto che le contrapposte parti politiche riconoscono lo stesso equilibrio di poteri, atteggiandosi a gestori temporanei di un sistema che va al di là di loro stessi. Se invece, come con Berlusconi, la “democraticità” di un equilibrio coincide – per qualcuno – con “l'agibilità politica” di un capobanda, allora non può esistere alcun equilibrio.
Complicazione ulteriore. A rigor di termini, questo atteggiamento obiettivamente “eversivo” (che è il contrario di “sovversivo”) sarebbe “comprensibile se poi questo capobanda fosse disponibile a condurre una guerra aperta sul piano sociale e politico. Cosa che, al momento, non appare probabile. Ve lo immaginate il Caimano alla guida delle truppe cammellate alla conquista di Roma? No, eh? E allora come può finire questa stronzata? Nell'unico modo che tutti voi potete immaginare: nella fuoriuscita di quello che “l'Europa” considera un ostacolo senza dignità. Potete scommetterci: finirà così.
Per questo non andate a festeggiare sotto il Quirinale il giorno che gli arriveranno gli arresti domiciliari. Fareste una figura da fessi di complemento...
Scendete in piazza il 18 e 19 ottobre, è decisamente più serio.
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Silvio Berlusconi apre di fatto la crisi di governo, invitando i ministri del Pdl a rassegnare le dimissioni. E quelli obbediscono come un manichino senza volontà autonoma. Il ministro di polizia detto dell'interno - quel tudero che pochi giorni fa era corso in Val Susa a gridare “quel che lo stato ha deciso sarà fatto e guai a chi prova a opporsi” - ha fatto sapere che «I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni», seguito dall'impagabile sottosegretario alla Pubblica amministrazione e semplificazione, Gianfranco Miccichè – quello che riceveva dentro il ministero uno spacciatore di coca - che si è lanciato a dire: «Rimetto il mio mandato nelle mani di Silvio Berlusconi». Nessuno lo aveva ancora avvertito che era in quel posto come autorità dello Stato, non come maggiordomo in prestito da una casata da quattro soldi.
Poco prima il Cavaliere aveva annunciato di voler disertare la seduta della giunta per le elezioni, mettendo di fatto fine al governo Letta. «Ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Per quale motivo? «La decisione assunta ieri dal Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, di congelare l'attività di governo, determinando in questo modo l'aumento dell'Iva, è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto». «Per queste ragioni, l'ultimatum lanciato dal premier e dal Partito Democratico agli alleati di governo sulla pelle degli italiani, appare irricevibile e inaccettabile. Pertanto ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani».
Ora, se qualcuno può arrivare a credere che l'aumento dell'Iva sia alla base della decisioni del Caimano, è bene riaprire i manicomi.
A quel poveretto di Letta il Giovane, immolatosi per conto di Napolitano alla guida di improbabili “larghe intese”, non è rimasto che dire mestamente: «Il chiarimento deve avvenire in Parlamento, alla luce del sole e di fronte ai cittadini». Del resto, «Il tentativo di rovesciare la frittata sulle ragioni dell'aumento dell'Iva è contraddetto dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti perché il mancato intervento è frutto delle dimissioni dei parlamentari Pdl e quindi del fatto che non era garantita la conversione del decreto legge in legge».
Ora tutto è in ballo. Non semplicemente il governo, ma l'intero assetto istituzionale. Questo, a sinistra, è difficile da capire. Ma uno Stato degno di questo nome – e quello italiano ha sempre avuto qualche difficoltà a rispettare il ruolo – si regge sul fatto che le contrapposte parti politiche riconoscono lo stesso equilibrio di poteri, atteggiandosi a gestori temporanei di un sistema che va al di là di loro stessi. Se invece, come con Berlusconi, la “democraticità” di un equilibrio coincide – per qualcuno – con “l'agibilità politica” di un capobanda, allora non può esistere alcun equilibrio.
Complicazione ulteriore. A rigor di termini, questo atteggiamento obiettivamente “eversivo” (che è il contrario di “sovversivo”) sarebbe “comprensibile se poi questo capobanda fosse disponibile a condurre una guerra aperta sul piano sociale e politico. Cosa che, al momento, non appare probabile. Ve lo immaginate il Caimano alla guida delle truppe cammellate alla conquista di Roma? No, eh? E allora come può finire questa stronzata? Nell'unico modo che tutti voi potete immaginare: nella fuoriuscita di quello che “l'Europa” considera un ostacolo senza dignità. Potete scommetterci: finirà così.
Per questo non andate a festeggiare sotto il Quirinale il giorno che gli arriveranno gli arresti domiciliari. Fareste una figura da fessi di complemento...
Scendete in piazza il 18 e 19 ottobre, è decisamente più serio.
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Le quattro giornate: quando Napoli si liberò del nazi-fascismo
Esattamente settanta anni fa, il 27 settembre del 1943, il popolo napoletano martoriato dai bombardamenti, dalla fame e dalle angherie degli occupanti, iniziava una sollevazione di 4 giorni che avrebbe liberato Napoli, prima città d'Europa, dalla barbarie nazi-fascista.
Più di mille pagine di un libro di storia parla questo magistrale e corale film diretto nel 1962 da Nanni Loy e Aldo De Jaco, "La città insorge: le quattro giornate di Napoli".
Il monito degli economisti
Con le attuali politiche il destino dell’Unione monetaria europea è
segnato e “ai decisori politici non resterà altro che una scelta
cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro”. Nel giorno in
cui i media celebrano la vittoria di Angela Merkel in Germania, il Financial Times pubblica un testo che interpreta molto diversamente la fase e che guarda più avanti: è il “monito degli economisti”,
un documento promosso dagli italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo
Realfonzo (Università del Sannio) e sottoscritto da alcuni tra i
principali esponenti della comunità accademica internazionale. La
lezione di Keynes e la memoria corta delle autorità tedesche. Una
intervista di Alessandro Marenzi a Emiliano Brancaccio.
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Il Fmi difende Letta
Da quando la politica occidentale è stata messa ufficialmente da parte per lasciare il posto di comando assoluto all'economia (quindi, viste le evoluzioni, alla sola finanza), ogni outlook economico è diventato immediatamente un diktat politico.
La conferma in tempo reale arriva dal rapporto del Fondo Monetario Internazionale diffuso ieri. Oltre alle previsioni economiche in senso stretto, infatti, da lì arriva un appoggio diretto al governo Letta: «le tensioni all'interno della coalizione sono evidenti e rappresentano un rischio all'outlook economico».
Nessuna sorpresa, visto che a parlare è la terza gamba della Troika (insieme a Bce e Ue), il kombinat che sta dirigendo l'Italia (oltre a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Cipro e chi capiterà a tiro) da un paio d'anni a questa parte.
Ma la “discesa in campo” della potenza sovranazionale chiarisce anche perché la disastrosa stagione berlusconiana sia arrivata al punto finale, tanto che ormai anche Giorgio Napolitano – il mediatore col Cavaliere oltre ogni logica costituzionale – sembra aver scaricato in mare l'ingombrante relitto.
Mentre tanto “popolo di sinistra” sta lì alla finestra ad attendere “l'arresto”, per poi magari correre a festeggiare in piazza sotto l'attenta regia degli uomini e dei media della “Troika”, sta maturando invece un bisogno autenticamente popolare di rompere la gabbia e “rovesciare il tavolo”.
Le ragioni sono rintracciabili, quasi in modo trasparente, nei resoconti di stampa. Vi suggeriamo di leggere questo, da IlSole24Ore, inframezzato dalla nostra “decodifica”, in corsivo.
Il Fmi: le tensioni sul Governo Letta sono un rischio per l'economia. Anche europea. Disoccupazione ai massimi dal Dopoguerra
Il governo di Enrico Letta «mantiene l'appoggio del parlamento» ma «le tensioni all'interno della coalizione sono evidenti e rappresentano un rischio all'outlook economico». Lo afferma il Fmi, nell'Article IV sull'Italia. «Il governo continua a portare avanti un'agenda di riforme ma si trova a far fronte a limiti politici». Un peggioramento della crisi economica in Italia avrebbe ricadute "marcate" in Europa e nel resto del mondo: «Dato il suo ruolo centrale negli scambi globali e nel sistema finanziario, un significativo shock potrebbe generare effetti regionali e globali maggiori di quanto suggerito dall'esposizione diretta».
Redazione. La benedizione della “stabilità politica” è esplicita, l'approvazione per il “programma di riforme” anche, la condanna dell'avventurismo berlusconiano felpata ma definitiva. Il resto è normale terrorismo psicologico, peraltro fondato su dati reali: l'Italia, pur in declino, rappresenta una pedina importante nello scacchiere degli scambi internazionali. Quindi un precipitare della sua crisi – a maggior ragione per motivi politici – avrebbe conseguenze ben più rilevanti, per il sistema nel suo complesso, di quelle giù inquietanti scatenate dalla crisi greca.
Disoccupazione ai massimi dal dopoguerra
In Italia il tasso di disoccupazione «è ai massimi del dopoguerra, al 12%, con la disoccupazione giovanile vicina al 40%». È quanto si legge nel rapporto Articolo IV del Fondo monetario internazionale, redatto al termine della missione in Italia. Guardando ai numeri, il tasso di disoccupazione dovrebbe crescere dal 10,7% dell'anno scorso al 12,5% nel 2013 e attestarsi al 12,4% l'anno prossimo. Il documento precisa che «l'economia sta mostrando segnali di stabilizzazione, ma la disoccupazione è ancora alta e i trend rimangono bassi».
Red. Il Fmi sembra accettare l'impostazione “ottimistica” data dal governo nel Documento di economia e finanza, preparatorio della “Legge di stabilità” vera e propria. Non tiene dunque per il momento in nessun conto gli allarmi – fondati su dati certi, non su impressioni – lanciati da altri organismo sovranazionali. In particolare, la Commissione Europa (25 settembre) nel suo rapporto sulla competitività, registra che l’Italia ha perso il 20% della struttura produttiva, mentre l’Ocse ha previsto una crescita negativa per il 2013 dell’1,8%, contro i valori positivi dell’Europa e parte dei paesi di area Ocse. Ora, se un paese ha perso un quinto (un quinto!!) della sua struttura produttiva, e se il crollo degli investimenti delle imprese tra il 2012 e il 2013 è arrivato al 13,5%, appare letteralmente impossibile che possa “crescere” soltanto in virtù dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione contrattuale e dei salari bassi. E questo lo si può affermare con nettezza anche senza calcolare le svendite di parti consistenti del patrimonio industriale nazionale a colossi multinazionali, che possono dunque decidere di proseguire oppure no la produzione in questo paese.
«Servono ulteriori riforme»
Il Fmi ha accolto con favore il pacchetto di misure a favore della crescita e del mercato del lavoro, ma ha sottolineato che «servono ulteriori riforme per dare slancio alla produttività e aumentare il tasso di occupazione, soprattutto tra giovani e donne». Questo andrebbe fatto anche semplificando i contratti e riducendo le tasse sul lavoro.
Red. Ma i teorici del Fmi conoscono una sola teoria economica; e non importa se la realtà dà loro torto (“tanto peggio per i fatti”, avrebbe detto qualcuno). Ripropongono sempre la stessa ricetta, esattamente come un drogato che rincorre sempre la sua dose quotidiana che lo sta portando al creatore. “Semplificare” i contratti, in un paese che ha già 46 forme contrattuali precarie e un 30% circa di lavoro nero (il più “semplice” che si possa immaginare) è una barzelletta oppure un insulto all'intelligenza. Comunque un invito a introdurre lo schiavismo senza la proprietà degli schiavi (quindi senza l'obbligo di mantenerli in vita; un risparmio, indubbiamente!). Un dettaglio: la “riduzione delle tasse sul lavoro” non è una “ricetta di sinistra”. La consiglia anche il Fmi...
«Modesta ripresa»
L'economia italiana é stata in recessione per quasi due anni, sulla scia di «un drastico calo della domanda interna», che riflette aspre condizioni del credito, aggiustamenti fiscali e un calo della fiducia. «Una modesta ripresa é attesa a partire dalla fine del 2013, sostenuta dalle esportazioni nette». È quanto si legge nel rapporto Articolo IV del Fondo monetario internazionale, redatto al termine della missione in Italia. Secondo l'istituto di Washington, dopo il calo degli anni precedenti, «la domanda interna dovrebbe riprendersi lentamente» alla luce dei venti contrari derivati dalle difficili condizioni del credito. Guardando ai numeri, il Pil italiano, dopo la contrazione del 2,4% del 2012, dovrebbe segnare un -1,8% quest'anno per tornare alla crescita (+0,7%) nel 2014. L'inflazione si dovrebbe attestare all'1,6% nel 2013 e all'1,3% nel 2014.
Red. Il Fondo registra che la recessione italiana è stata moltiplicata dal crollo della domanda interna, ovvero dalla riduzione dei consumi (la gente non spende i soldi che non ha). Ma se ne frega. La “ripresa” che vede – ottimisticamente, dato che i numeri attuali dicono il contrario – è quella trainata dalle esportazioni. Ovvero una “crescita senza redistribuzione interna”, che può consolidare i portafogli delle imprese e delle banche (che potrebbero veder ridurre alcune “sofferenze” verso le imprese), ma che non si traduce né in maggiore occupazione né in incremento dei consumi interni.
Il nodo Mps
Il piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi é un potenziale pericolo per tutto il sistema bancario del Paese data la stazza dell'istituto senese, afferma il Fmi. «L'attuazione dell'ambizioso piano di ristrutturazione é critica per la banca stessa e il sistema nel suo complesso». I problemi della banca scrivono gli ispettori del Fondo derivano dalla governance e dal fallimento del vecchio management.
Red. La prova del nove: la preoccupazione principale è tutta per le banche. Anche per una che, importante ma non decisiva, non occupa più i primi posti nella classifica nazionale del settore.
Fonte
La conferma in tempo reale arriva dal rapporto del Fondo Monetario Internazionale diffuso ieri. Oltre alle previsioni economiche in senso stretto, infatti, da lì arriva un appoggio diretto al governo Letta: «le tensioni all'interno della coalizione sono evidenti e rappresentano un rischio all'outlook economico».
Nessuna sorpresa, visto che a parlare è la terza gamba della Troika (insieme a Bce e Ue), il kombinat che sta dirigendo l'Italia (oltre a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Cipro e chi capiterà a tiro) da un paio d'anni a questa parte.
Ma la “discesa in campo” della potenza sovranazionale chiarisce anche perché la disastrosa stagione berlusconiana sia arrivata al punto finale, tanto che ormai anche Giorgio Napolitano – il mediatore col Cavaliere oltre ogni logica costituzionale – sembra aver scaricato in mare l'ingombrante relitto.
Mentre tanto “popolo di sinistra” sta lì alla finestra ad attendere “l'arresto”, per poi magari correre a festeggiare in piazza sotto l'attenta regia degli uomini e dei media della “Troika”, sta maturando invece un bisogno autenticamente popolare di rompere la gabbia e “rovesciare il tavolo”.
Le ragioni sono rintracciabili, quasi in modo trasparente, nei resoconti di stampa. Vi suggeriamo di leggere questo, da IlSole24Ore, inframezzato dalla nostra “decodifica”, in corsivo.
Il Fmi: le tensioni sul Governo Letta sono un rischio per l'economia. Anche europea. Disoccupazione ai massimi dal Dopoguerra
Il governo di Enrico Letta «mantiene l'appoggio del parlamento» ma «le tensioni all'interno della coalizione sono evidenti e rappresentano un rischio all'outlook economico». Lo afferma il Fmi, nell'Article IV sull'Italia. «Il governo continua a portare avanti un'agenda di riforme ma si trova a far fronte a limiti politici». Un peggioramento della crisi economica in Italia avrebbe ricadute "marcate" in Europa e nel resto del mondo: «Dato il suo ruolo centrale negli scambi globali e nel sistema finanziario, un significativo shock potrebbe generare effetti regionali e globali maggiori di quanto suggerito dall'esposizione diretta».
Redazione. La benedizione della “stabilità politica” è esplicita, l'approvazione per il “programma di riforme” anche, la condanna dell'avventurismo berlusconiano felpata ma definitiva. Il resto è normale terrorismo psicologico, peraltro fondato su dati reali: l'Italia, pur in declino, rappresenta una pedina importante nello scacchiere degli scambi internazionali. Quindi un precipitare della sua crisi – a maggior ragione per motivi politici – avrebbe conseguenze ben più rilevanti, per il sistema nel suo complesso, di quelle giù inquietanti scatenate dalla crisi greca.
Disoccupazione ai massimi dal dopoguerra
In Italia il tasso di disoccupazione «è ai massimi del dopoguerra, al 12%, con la disoccupazione giovanile vicina al 40%». È quanto si legge nel rapporto Articolo IV del Fondo monetario internazionale, redatto al termine della missione in Italia. Guardando ai numeri, il tasso di disoccupazione dovrebbe crescere dal 10,7% dell'anno scorso al 12,5% nel 2013 e attestarsi al 12,4% l'anno prossimo. Il documento precisa che «l'economia sta mostrando segnali di stabilizzazione, ma la disoccupazione è ancora alta e i trend rimangono bassi».
Red. Il Fmi sembra accettare l'impostazione “ottimistica” data dal governo nel Documento di economia e finanza, preparatorio della “Legge di stabilità” vera e propria. Non tiene dunque per il momento in nessun conto gli allarmi – fondati su dati certi, non su impressioni – lanciati da altri organismo sovranazionali. In particolare, la Commissione Europa (25 settembre) nel suo rapporto sulla competitività, registra che l’Italia ha perso il 20% della struttura produttiva, mentre l’Ocse ha previsto una crescita negativa per il 2013 dell’1,8%, contro i valori positivi dell’Europa e parte dei paesi di area Ocse. Ora, se un paese ha perso un quinto (un quinto!!) della sua struttura produttiva, e se il crollo degli investimenti delle imprese tra il 2012 e il 2013 è arrivato al 13,5%, appare letteralmente impossibile che possa “crescere” soltanto in virtù dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione contrattuale e dei salari bassi. E questo lo si può affermare con nettezza anche senza calcolare le svendite di parti consistenti del patrimonio industriale nazionale a colossi multinazionali, che possono dunque decidere di proseguire oppure no la produzione in questo paese.
«Servono ulteriori riforme»
Il Fmi ha accolto con favore il pacchetto di misure a favore della crescita e del mercato del lavoro, ma ha sottolineato che «servono ulteriori riforme per dare slancio alla produttività e aumentare il tasso di occupazione, soprattutto tra giovani e donne». Questo andrebbe fatto anche semplificando i contratti e riducendo le tasse sul lavoro.
Red. Ma i teorici del Fmi conoscono una sola teoria economica; e non importa se la realtà dà loro torto (“tanto peggio per i fatti”, avrebbe detto qualcuno). Ripropongono sempre la stessa ricetta, esattamente come un drogato che rincorre sempre la sua dose quotidiana che lo sta portando al creatore. “Semplificare” i contratti, in un paese che ha già 46 forme contrattuali precarie e un 30% circa di lavoro nero (il più “semplice” che si possa immaginare) è una barzelletta oppure un insulto all'intelligenza. Comunque un invito a introdurre lo schiavismo senza la proprietà degli schiavi (quindi senza l'obbligo di mantenerli in vita; un risparmio, indubbiamente!). Un dettaglio: la “riduzione delle tasse sul lavoro” non è una “ricetta di sinistra”. La consiglia anche il Fmi...
«Modesta ripresa»
L'economia italiana é stata in recessione per quasi due anni, sulla scia di «un drastico calo della domanda interna», che riflette aspre condizioni del credito, aggiustamenti fiscali e un calo della fiducia. «Una modesta ripresa é attesa a partire dalla fine del 2013, sostenuta dalle esportazioni nette». È quanto si legge nel rapporto Articolo IV del Fondo monetario internazionale, redatto al termine della missione in Italia. Secondo l'istituto di Washington, dopo il calo degli anni precedenti, «la domanda interna dovrebbe riprendersi lentamente» alla luce dei venti contrari derivati dalle difficili condizioni del credito. Guardando ai numeri, il Pil italiano, dopo la contrazione del 2,4% del 2012, dovrebbe segnare un -1,8% quest'anno per tornare alla crescita (+0,7%) nel 2014. L'inflazione si dovrebbe attestare all'1,6% nel 2013 e all'1,3% nel 2014.
Red. Il Fondo registra che la recessione italiana è stata moltiplicata dal crollo della domanda interna, ovvero dalla riduzione dei consumi (la gente non spende i soldi che non ha). Ma se ne frega. La “ripresa” che vede – ottimisticamente, dato che i numeri attuali dicono il contrario – è quella trainata dalle esportazioni. Ovvero una “crescita senza redistribuzione interna”, che può consolidare i portafogli delle imprese e delle banche (che potrebbero veder ridurre alcune “sofferenze” verso le imprese), ma che non si traduce né in maggiore occupazione né in incremento dei consumi interni.
Il nodo Mps
Il piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi é un potenziale pericolo per tutto il sistema bancario del Paese data la stazza dell'istituto senese, afferma il Fmi. «L'attuazione dell'ambizioso piano di ristrutturazione é critica per la banca stessa e il sistema nel suo complesso». I problemi della banca scrivono gli ispettori del Fondo derivano dalla governance e dal fallimento del vecchio management.
Red. La prova del nove: la preoccupazione principale è tutta per le banche. Anche per una che, importante ma non decisiva, non occupa più i primi posti nella classifica nazionale del settore.
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