Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/01/2025

I medici del mondo boicottino Israele

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, ha invitato i professionisti medici di tutto il mondo a interrompere ogni collaborazione con Israele in risposta alla distruzione del sistema sanitario di Gaza. «Esorto i professionisti medici a livello globale a rompere tutti i legami con Israele come gesto concreto per condannare fermamente la distruzione totale del sistema sanitario palestinese a Gaza, una componente chiave del genocidio in corso perpetrato da Israele», ha dichiarato Albanese sulla piattaforma X. L’appello di Albanese arriva in uno dei momenti più bui per il sistema sanitario gazawi, che sta venendo colpito sempre più duramente: soltanto nell’ultima settimana, sei neonati palestinesi sono morti di ipotermia nella Striscia a causa della mancanza di strutture sanitarie.

L’esercito israeliano sta attaccando senza sconti il sistema sanitario della Striscia di Gaza. Il 28 dicembre, dopo giorni di assedio, le IDF hanno arrestato Hossam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, assieme al resto del personale sanitario della struttura. Fonti riprese da attivisti per i diritti umani riportano dell’uccisione del figlio di 8 anni del primario. In seguito a un appello della famiglia, è sorto un movimento di supporto ad Abu Safiya che richiede la sua liberazione: c’è chi, come la giornalista e attivista per i diritti umani dell’organizzazione Euro-Mediterranean Human Rights Monitor Maha Hussaini, teme che il medico possa incontrare la stessa sorte del dottor Adnan al-Bursh, direttore dell’ospedale Al-Shifa, morto nella prigione israeliana di Ofer, e secondo molti torturato. Sul web sta girando una foto che ritrae Abu Safiya solo, davanti a una schiera di carri armati, qualche minuto prima di venire arrestato «per essersi rifiutato di abbandonare colleghi e pazienti».

Presso l’ospedale di Kamal Adwan, secondo delle testimonianze, l’ossigeno è stato negato ai pazienti, e i presenti sono stati spogliati, trascinati e torturati. L’ospedale di Kamal Adwan era uno dei pochi funzionanti all’interno della Striscia, e, riporta l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ultima grande struttura attiva nel Governatorato di Nord Gaza. L’ospedale è finito al centro di molteplici assedi, che si sono intensificati sempre di più a partire dal lancio dell’operazione israeliana sull’intero Governatorato. Nelle ultime settimane, Kamal Adwan è stato bersaglio di pesanti attacchi, per poi venire reso oggetto di un ordine di evacuazione; dal 28 dicembre non è più attivo. Kamal Adwan non è l’unico ospedale a essere stato colpito dalle forze israeliane. A Nord Gaza analoghe operazioni si sono susseguite lungo tutto il periodo dell’assedio anche nelle strutture dell’Indonesian Hospital, sempre a Beit Lahiya, e dell’ospedale di Al-Awda, a Jabaliya.

A rendere allarmante la situazione sanitaria – e in generale quella umanitaria – a Nord Gaza, non ci sono solo i continui assalti a strutture civili e cittadini, ma vi si aggiunge anche il problema alimentare: una settimana fa, l’OXFAM ha riportato che negli ultimi due mesi e mezzo Israele ha concesso l’entrata di soli dodici camion di cibo e acqua nel Governatorato. La carenza di ospedali, cibo e acqua, e gli attacchi alle strutture sanitarie proseguono in tutta la Striscia. Ieri, lunedì 30 dicembre, presso l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa, nel centro della Striscia, è morto per freddo il sesto neonato nell’arco di una manciata di giorni. Questo inverno si sta rivelando ben più duro del precedente: l’agenzia statale palestinese Wafa riporta che tra ieri e oggi, martedì 31 dicembre, centinaia di tende nei campi profughi in diverse aree della Striscia di Gaza sono state allagate a causa delle forti piogge.

La crisi umanitaria, comunque, non si limita agli ospedali, esattamente come gli attacchi. Oggi le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi in un attacco alla città assediata di Jabaliya, dopo una giornata di bombardamenti che ha ucciso almeno 27 persone in tutta la Striscia. Dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 45.541 persone, anche se il numero di morti totale potrebbe superare le centinaia di migliaia di persone, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet, e da una recente lettera di medici volontari nella Striscia.

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“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht. Quali insegnamenti per l’italia?

di Domenico Moro

“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.

Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.

A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.

Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.

L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.

Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.

La sinistra alla moda

Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.

Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.

Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia

A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.

Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.

L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.

Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.

La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.

Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.

In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.

Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.

L’immigrazione

Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.

In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.

Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.

A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.

Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.

Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.

Viviamo davvero nell’epoca delle destre?

Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.

Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.

Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.

Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.

Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.

Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.

Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.

La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.

L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.

Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.

La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.

Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]

Conclusioni

L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.

Note

[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.

Fonte

Lo sto al transito del gas russo in ucraina, stressa gran parte dell'est Europa

di Francesco Dall'Aglio

All'indomani dello stop al transito di gas russo attraverso l'Ucraina (a occhio 5 miliardi di dollari in meno all'anno per le finanze della Federazione, con forse un terzo recuperabile attraverso il TurkStream) le schermaglie diplomatiche continuano. Già il 31 il Ministro per l'energia ucraino, Herman Halushchenko, aveva detto di non credere alle minacce slovacche di sospendere come rappresaglia i rifornimenti di energia elettrica all'Ucraina, e in effetti ha finora avuto ragione.

La Slovacchia, che già deve fare i conti con il problema del gas, non può certo permettersi di rinunciare ai soldi che guadagna dalle forniture, che vengono per l'appunto pagate (che poi lo facciano i contribuenti ucraini o quelli dell'Unione Europea è un altro discorso, ma i soldi alla fine arrivano comunque). Fico, ad ogni modo, anche oggi ha ribadito che la coalizione di governo è pronta a questo passo, aggiungendo anche che è allo studio un provvedimento per ridurre il sostegno ai cittadini ucraini che si trovano in Slovacchia.

L'Ungheria sembra più tranquilla (e al momento deve fare i conti con la mancata erogazione di un miliardo di euro da parte dell'UE, con la prospettiva di perderne altri 5 nei prossimi anni): ma la sua situazione, per quanto riguarda il gas, è di certo migliore della Slovacchia dato che può contare sul TurkStream, il gasdotto che porta gas russo attraverso la Turchia a Bulgaria, Serbia e appunto Ungheria. La Slovacchia resta invece esclusa, così come l'Austria, e al momento non ha deciso di seguire la vicina Repubblica Ceca sulla strada della "diversificazione" ottenuta acquistando gas dalla Germania, dalla Norvegia e dall'Olanda per la semplice e ovvia ragione che gli verrebbe a costare troppo, essendo in buona parte gas liquefatto e rigassificato.

Il problema, infatti – e non solo per la Slovacchia – non è tanto trovare il gas, ma doverlo pagare sensibilmente di più: se paesi come l'Italia, dove pure il costo sta aumentando (dopo essere aumentato anche negli anni passati, cosa che pare non interessare a nessuno) o come l'Olanda, la Croazia eccetera possono costruire rigassificatori sulla costa e poi chiedere royalties per il passaggio del gas verso i paesi esteri, limitando almeno in parte gli aumenti di costo, chi si trova al termine di questa catena paga più di tutti e ha le minori garanzie di ottenere quanto gli serve. E siccome l'economia slovacca non è esattamente mastodontica le autorità e la popolazione, indipendentemente dall'amore che hanno o non hanno per Putin e la Russia, sono piuttosto preoccupate, visto anche che non pare che l'UE, che approva e benedice il taglio del gas russo, abbia messo in piedi dei meccanismi di compensazione o solidarietà.

Chi sta messa peggio di tutti, ad ogni modo, è la Moldavia, che dell'UE nemmeno fa parte. Da ieri il gas non arriva più dall'Ucraina, con tutte le conseguenze che si possono immaginare: stop al riscaldamento degli edifici e delle attività industriali. A complicare ulteriormente le cose, la maggiore centrale termoelettrica del paese, Cuciurgan, dalla quale viene circa l'80% dell'energia moldava, si trova in Transnistria. È passata al carbone per generare un minimo di energia, ma ne ha per una cinquantina di giorni al massimo e ha sospeso i rifornimenti alla Moldavia che sta cercando di accordarsi con la Romania che dovrebbe fornire il 60% del fabbisogno. Ma un terzo delle riserve romene di gas sono già esaurite e il Ministro dell'Energia Sebastian Burduja ha dichiarato che alla Moldavia andrà solo l'energia in eccesso rispetto alle necessità romene, tra l'altro in buona parte al prezzo di mercato, sempre più alto.

Resta infine da chiedersi come l'Ucraina verrà fuori da questa situazione: non solo perde le royalties sul passaggio del gas, ma dei vicini che la rifornivano finora di elettricità la Moldavia non potrà più farlo, la Romania sarà costretta a ridurre le forniture e la Slovacchia minaccia di chiudere tutto. La Polonia dovrebbe aumentare l'export, ma per il comparto energetico ucraino la situazione sta diventando complicata: come si vede del grafico che allego, non solo è passata dall'essere paese esportatore a paese importatore ma il divario tra ciò che riesce a produrre e ciò che deve importare aumenta sempre più (in nero quanto importa, in rosso quanto esporta).

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02/01/2025

Muraglie (1931) di James Parrott - Minirece

L'ANP spara sui ribelli palestinesi in Cisgiordania e caccia Al Jazeera

Ora l’ANP, l’Autorità palestinese sospende Al Jazeera in Cisgiordania. Gli scontri tra giovani palestinesi e forze di sicurezza dell’ANP attorno al campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, vanno avanti da un mese e sono i più duri in quasi vent’anni. Nei giorni scorsi l’uccisione di una giovane contestatrice. Ovviamente c’entrano Israele e la guerra al massacro nella Striscia di Gaza.

Chi controlla cosa, e in quale modo

Dall’inizio di dicembre le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese dell’anziano e mai rieletto Abu Mazen, stanno conducendo un’operazione militare in Cisgiordania contro i gruppi di miliziani che controllano il campo profughi di Jenin, tra cui il Jihad Islamico e Hamas. L’ANP è l’entità parastatale che governa in maniera semiautonoma (molto semi e poco autonoma) alcune zone della Cisgiordania (le pochissimo non sotto occupazione militare israeliana), ed è riconosciuta da gran parte della comunità internazionale come il governo legittimo ma di fatto imbelle e semi inesistente del popolo palestinese.

Dal 2007 Fatah contro Hamas

Gli scontri, che in questa scavalcamento di anno sono ancora in corso, sono i più duri tra fazioni palestinesi dal 2007, quando Fatah (cioè la fazione palestinese moderata che domina l’ANP) e Hamas combatterono una guerra civile per il controllo della Striscia di Gaza, che poi fu vinta da Hamas. Da allora, quasi 20 anni, va aggiunto, Fatah sconfitta, ha con ogni artificio impedito nuove elezioni nella certezza di perderle a favore di Hamas anche in Cisgiordania.

Jenin, più lager che campo profughi

Il campo profughi di Jenin fu creato all’inizio degli anni Cinquanta per ospitare le migliaia di persone palestinesi cacciate dalle proprie case dopo la fondazione dello stato di Israele, nel 1948. Come quasi tutti i campi profughi palestinesi, negli anni è diventato una città con infrastrutture ed edifici in muratura e attualmente ci vivono circa 20mila persone. Il campo è da tempo dominato da gruppi islamisti come il ‘Jihad Islamico’ e il cosiddetto ‘Battaglione Jenin’, una coalizione di vari gruppi armati in risposta alla occupazione militare israeliana, tra cui anche Hamas.

L’ANP con armi pesanti israeliane

L’operazione militare dell’ANP è cominciata il 5 di dicembre: da quel momento uomini armati in tenuta militare e mezzi corazzati (quelli dismessi dall’esercito israeliano), hanno bloccato tutte le entrate al campo. Nelle ultime settimane l’ANP ha ucciso almeno sei miliziani e arrestato più di 50 persone. Nella guerriglia interna in casa palestinese, i combattenti delle diverse milizie, sempre secondo l’ANP, avrebbero ucciso cinque membri delle forze di sicurezza. Pareggio di vittime, gravissima lacerazione interna alla già fragile parte palestinese, mentre non è affatto chiaro quanto le forze di sicurezza siano riuscite ad avanzare dentro al campo.

Via Al Jazeera, come Netanyahu

Questa settimana l’ANP ha vietato l’attività del network televisivo Al Jazeera nel territorio della Cisgiordania che controlla. L’ANP ha motivato la decisione politicamente pericolosa con ragioni generiche («violazione delle leggi e dei regolamenti»), ma secondo la principale Tv araba, dovuta al modo critico con cui il network ha descritto l’operazione militare a Jenin, definita in più di un’occasione come una concessione agli «interessi di Israele e dell’Occidente». Al Jazeera si è anche occupata estesamente del caso della giornalista palestinese Shatha Sabbagh, uccisa la settimana scorsa a Jenin: secondo la famiglia sarebbe stata uccisa con un colpo alla testa di un militare delle forze di sicurezza dell’ANP.

Versione ANP con conferme israeliane

L’ANP ha presentato l’operazione militare come necessaria per recuperare il controllo di Jenin e ha detto che la presenza dei miliziani nel campo profughi viene usata da Israele come scusa per compiere raid militari. Dall’inizio della guerra a Gaza, nell’ottobre del 2023, Israele – che occupa buona parte della Cisgiordania – ha condotto durissime operazioni militari anche contro gli insediamenti palestinesi in Cisgiordania, nelle quali sono state uccise complessivamente almeno 800 persone. L’ANP sostiene che eliminare i miliziani dal campo di Jenin, che è uno degli obiettivi principali di Israele, potrebbe contribuire a limitare gli attacchi israeliani.

Lavoro sporco al posto di Israele?

Hamas e gli altri gruppi islamisti sostengono invece che l’ANP e Fatah stiano facendo gli interessi di Israele e stiano indebolendo quella che per loro è «la resistenza palestinese». Certamente è anche un tentativo dell’ANP di mantenere una pur minima rilevanza, e mostrarsi come forza affidabile di governo alla parte ebraica e occidentale del blocco che sta strangolando e ridisegnando la Striscia di Gaza, per poi decidere il chi e il come amministrerà quello che rimarrà. Stati Uniti-Biden – che addestrano e finanziano le forze ANP – sostengono che, una volta eliminata Hamas, l’amministrazione della Striscia dovrebbe essere affidata a loro. Incerta la scelta di Stati Uniti-Trump, con Israele che ha precisato di voler mantenere un’ampia presenza militare nella Striscia con insediamenti di suoi Coloni.

Discredito ANP difficile da superare

Da tempo l’ANP è estremamente screditata agli occhi della popolazione palestinese. L’operazione militare nel campo di Jenin non sembra aver migliorato la situazione rileva il Post. A causa dei combattimenti a Jenin nell’ultimo mese sono stati interrotti più volte i rifornimenti di acqua ed elettricità, e anche gli ospedali sono stati coinvolti negli scontri. La popolazione civile è costretta a rimanere chiusa in casa, in condizioni di vita a dir poco precarie.

Una residente del campo di Jenin ha detto a CNN che «i veri fuorilegge» non si trovano nel campo, ma «nel complesso presidenziale»: il riferimento è a Mahmoud Abbas-Abu Mazie, il presidente dell’Autorità palestinese in attesa di improbabile confronto elettorale che Israele – assieme ad Al Fatah – certamente non favorirà.

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Gaza - Strage di Capodanno: 28 uccisi dai raid aerei israeliani

di Michele Giorgio

A dicembre oltre 1.400 attacchi con aerei da combattimento, elicotteri d’attacco e droni non hanno dato respiro alla popolazione di Gaza, anche se le fonti militari israeliane citate dal Times of Israel parlano come sempre di «raid contro terroristi». A morire sono stati in gran parte civili innocenti: 1.170. L’ultimo attacco, nella notte tra martedì e mercoledì, farà ricordare il 1° gennaio 2025 per l’ennesima strage: 28 palestinesi di tutte le età ammazzati a Jabaliya, Gaza city, Bureji e la zona meridionale di Khan Yunis. Morti a cui si aggiungono numerosi feriti. Chi non è stato ancora colpito dai raid affronta da quasi 15 mesi difficoltà quotidiane enormi tra le macerie in cui Gaza è stata ridotta dalle bombe, con poco cibo e poca acqua, senza medicine e, in questi giorni, al freddo e in accampamenti allagati dall’acqua piovana. Solo la tregua può mettere fine alla tortura collettiva che subiscono oltre due milioni di palestinesi.

L’offensiva israeliana a Gaza invece va avanti nel disinteresse dei governi alleati di Tel Aviv e dell’opinione pubblica occidentale. Le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz annunciano una nuova pioggia di fuoco su Gaza. «Se Hamas non approverà il rilascio degli ostaggi e non smetterà di sparare razzi, riceverà colpi con una forza che non si vede da molto tempo», ha avvertito ieri Katz dopo lanci di razzi verso la cittadina di Netivot. Katz, un ultranazionalista, oggi terrà un incontro sulle trattative con Hamas e gli ostaggi. Assente il primo ministro Netanyahu ancora in ospedale dopo l’intervento chirurgico subito a inizio settimana. Altrettanto dure le parole, a proposito degli ostaggi israelo-statunitensi nella Striscia, pronunciate due giorni fa da Donald Trump a pochi giorni dal rientro alla Casa Bianca.

Per Gaza l’inferno in ogni caso va avanti da oltre un anno. Nel campo profughi di Jabaliya raso al suolo, le famiglie Taroush, Badra, Abu Wardeh sono state decimate dall’attacco aereo di martedì sera. Almeno 15 i morti. L’esercito ha diramato un nuovo ordine ai palestinesi di evacuare immediatamente un’area a nord-ovest di Jabaliya, altrimenti affronteranno un imminente attacco. Bombardato anche il campo di Bureij con l’artiglieria e gli aerei: 10 i morti. Le forze israeliane hanno fatto saltare in aria edifici a Beit Lahiya e ad Al Saftawi. I bombardieri, denunciano i palestinesi, hanno preso di mira anche un impianto di desalinizzazione. L’artiglieria ha colpito Al Fokhari, a sud-est della città di Khan Yunis, e ad ovest della città di Rafah, a sud di Gaza. Colpi hanno raggiunto anche le zone presunte «sicure» dove i civili sono ammassati in condizioni spaventose. Sono 1.542 le tende che ospitano sfollati inondate negli ultimi giorni dall’acqua piovana che ha reso inutilizzabili bagagli e materassi.

Il 2024 si è chiuso per Gaza con numeri drammatici, così come era avvenuto alla fine del 2023: almeno 45.500 morti, 107mila feriti, 11mila dispersi. Un rapporto dell’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani denuncia gli attacchi israeliani agli ospedali e al sistema sanitario di Gaza che stanno negando ad oltre due milioni di civili l’accesso alle cure mediche. «La portata delle uccisioni di pazienti, personale e civili sono una conseguenza diretta del mancato rispetto del diritto umanitario da parte di Israele», denunciano gli autori del rapporto. Secondo i dati dell’Ufficio centrale palestinese di Statistica la popolazione di Gaza è calata del 6% in seguito all’uccisione di decine di migliaia di persone e alla fuga di altre 100.000 durante l’offensiva israeliana.

La tregua resta solo un sogno per i palestinesi di Gaza. Israele mantiene la sua posizione rigida mentre Hamas, secondo alcune fonti, propone una tregua di una settimana senza uno scambio di prigionieri, durante la quale l’esercito israeliano rimarrà a Gaza e gli sfollati non torneranno alle loro case. Nei sette giorni di calma, il movimento islamista lavorerà al conteggio degli ostaggi in modo da poter presentare un elenco con i loro nomi a Israele. A quanto pare, Hamas ha difficoltà a identificare i sequestrati – civili e militari – a causa degli attacchi israeliani su Gaza e la mancanza di informazioni precise su di loro. Secondo la radio israeliana, Hamas è pronto a rilasciare 22 dei 34 prigionieri sulla lista presentata da Israele, ma rifiuterebbe di liberare altri 12 ostaggi senza avere la certezza che dopo lo scambio di prigionieri si continuerà a trattare per rendere permanente la tregua.

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Tra gli ucraini cala la fiducia nel “sogno europeo”

La metà degli ucraini pensa che il proprio Paese potrà avere un futuro prospero nell’Unione Europea. Due anni fa questa percentuale raggiungeva quasi il novanta percento.

Lo studio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev

Ad affermalo è uno studio divulgato sulla rivista statunitense Foreign Affairs il 30 dicembre dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev, un’organizzazione di ricerca che conduce sondaggi sull’opinione pubblica ucraina dall’indipendenza del 1991.

Come ammesso dai due autori Anton Grushetskyi e Volodymyr Paniotto, l’Istituto opera solo nelle aree sotto il controllo ucraino, non effettuando quindi indagini sui rifugiati all’estero, né sui territori controllati dalla Federazione Russa – fattore importante per comprendere il “valore” dei numeri sviscerati.

Diminuisce la fiducia nel “sogno europeo”

“Gli ucraini si aspettano che la guerra duri più a lungo di prima e sono meno ottimisti sul futuro”, affermano i due autori. Come detto, la percentuale di coloro che credono che l’Ucraina prospererà all’interno dell’Ue tra dieci anni è scesa dall’88% dell’ottobre 2022 al 73% del dicembre 2023 e giù fino al 55% nel dicembre 2024.

Il “sogno europeo”, volano propagandistico per giustificare il golpe del Maidan del 2014, appare dunque più opaco per i cittadini ucraini.

L’adesione alla Nato divide il Paese

Secondo l’Istituto, nell’ultimo decennio inoltre si è registrata una “significativa differenziazione regionale sul sostegno all’adesione alla Nato”.

A seguito del golpe, il governo Poroshenko nel 2019 aveva proceduto a una modifica costituzionale, sostenuta dalla maggioranza dell’illegittimo Parlamento ucraino, con cui nel “Preambolo” si sanciva “l’irreversibilità del percorso europeo ed euroatlantico dell’Ucraina”.

Ma tale forzatura istituzionale, nel contesto della strisciante guerra civile che si perpetrava negli oblast orientali del Paese, non ha fatto che aumentare le divaricazioni interne.

Prima dell’allargamento della guerra, nel 2021, il 70% dei residenti nelle regioni occidentali e il 58% nelle regioni centrali, compresa la capitale Kiev, volevano entrare nell’Ue, ma questa percentuale si riduceva a meno della metà nelle regioni meridionali e, con poca sorpresa, a un terzo in quelle orientali.

La fine della guerra guadagna consenso sull’integrità territoriale

Con il proseguire dell’“operazione speciale” diminuisce anche la fiducia nella vittoria finale. “La guerra ha avuto un forte impatto sugli ucraini, i quali sono ben consapevoli che la vittoria non è certa”, scrivono i due autori.

“Dopo che la prevista controffensiva del Paese nel 2023 non ha ottenuto grandi risultati, gli indicatori sono peggiorati. Ad esempio, nel maggio 2023, solo il 10% degli ucraini era disposto a rimandare al futuro la liberazione di alcuni territori; alla fine del 2024, questa percentuale era salita al 38%”, afferma il rapporto.

Va sottolineato che queste percentuali riflettono il sentimento delle persone che vivono nei territori controllati dal governo ucraino, per cui è facile ipotizzare che i numeri subirebbero un’impennata se fossero inclusi nel sondaggio coloro che oggi vivono nelle regioni annesse – con percentuali di consenso bulgare – dalla Federazione russa.

Cresce il pessimismo sul futuro economico e sociale

Con poca sorpresa, in Ucraina aumenta anche la quota dei pessimisti sul futuro del Paese, cresciuta dal 19% al 28% nell’ultimo anno, dato che registra comunque un ottimismo di fondo della popolazione.

A ciò va aggiunto che il 19% degli intervistati ritiene che entro un decennio l’economia ucraina sarà completamente distrutta e una parte significativa dei cittadini emigrerà, seguendo i milioni di ucraini (6,5 stimati dall’Unchr nei di due anni tra il febbraio 2022-2024) che hanno già attraversato il confine.

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Venezuela - Sottufficiale argentino arrestato con un gruppo terroristico

Nelle scorse settimane in Venezuela è stato arrestato tale Nahuel Agustín Gallo, un sottufficiale della Gendarmeria argentina, entrato clandestinamente nel Paese sudamericano.

Inevitabile pensare al rinnovato insediamento di Maduro, uscito vincitore dalle elezioni presidenziali, che avverrà il 10 di gennaio. Per quella data l’ultradestra venezuelana, spinta dalla Ci, promette “rivolte” che saranno come sempre limitate all’azione di “guarimbas” – giovani adescati con qualche centinaio di dollari – contro membri e sedi del Psuv, il partito al governo.

Poi, passata la data fatidica, tutto tornerà all’ordinaria amministrazione (sanzioni, furto di beni all’estero, lenta costruzione di una macchina golpista che prima o poi possa funzionare, ecc.) e il Venezuela uscirà dal focus d’attenzione dei media occidentali.

Come sempre, per accendere momentanei focolai di vero e proprio terrorismo conto terzi, vengono segnalate infiltrazioni da parte di mercenari reclutati in diversi paesi latino-americani.

Il caso di Nahuel Gallo è però diverso, in quanto si tratta – come detto – di un sottufficiale della Gendarmeria argentina, il che implica un coinvolgimento diretto del governo Milei.

Il che ha ovviamente aperto una dura polemica da parte del governo bolivariano contro quell’esecutivo che ha riportato alla fame il popolo argentino. Deosdado Cabello, primo vicepresidente di Caracas, è stato decisamente netto:

“Tutti fanno finta di niente, dicendo che aveva qui la sua ragazza. Tutti si giustificano con questa scusa. Ha ferito degli agenti [al momento dell’arresto, ndr], perché era venuto a compiere una missione; e non è che la missione sia stata interrotta. Gli abbiamo dato un duro colpo grazie alle agenzie di sicurezza dello Stato (...). Qui c’è un sistema giudiziario che funziona davvero e questa persona è all’ordine dei tribunali. Dicono che si trovi in una base militare segreta a Táchira (ovest), ma non ne hanno la minima idea”, ha detto il leader venezuelano.

Cbello ha aggiunto detto che il governo argentino non dichiara il motivo per cui il gendarme si trovava in territorio venezuelano.

“Che cosa stava venendo a fare qui in Venezuela, qual era il suo lavoro? Non lo dicono, ma probabilmente a un certo punto diremo cosa era venuto a fare in Venezuela”, ha affermato Cabello.

Il leader venezuelano ha smentito la posizione del ministro della Sicurezza argentino, Patricia Bullrich, che ha minacciato la nazione sudamericana di guerra.

“Qui in Venezuela c’è giustizia, autorità, sovranità e indipendenza, e il Ministero degli Esteri argentino ha il suo modo di vedere ciò che fa, hanno deciso di non avere relazioni con noi, è un po’ difficile (…) Chi viene a cospirare dovrebbe assumersi le proprie responsabilità”, ha detto.

Cabello ha anche sottolineato che l’Argentina ha deciso di non mantenere relazioni diplomatiche con il Venezuela, e questo ostacola la comunicazione tra i due Paesi.

“Chi viene a cospirare deve assumersi le proprie responsabilità, niente di più”, ha concluso.

Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha annunciato venerdì che il gendarme argentino Nahuel Agustín Gallo, arrestato mentre cercava di entrare in territorio venezuelano in modo irregolare, è indagato per legami con esponenti dell’estrema destra che progettano azioni terroristiche.

Il Venezuela denuncia che il gendarme argentino detenuto era in “missione”.

In un comunicato, la Procura ha reso noto che dopo aver rispettato i termini procedurali previsti dal Codice Organico di Procedura Penale, il suddetto cittadino è indagato “per i suoi legami con un gruppo di persone che ha cercato di realizzare una serie di azioni destabilizzanti e terroristiche dal nostro territorio e con l’appoggio di gruppi internazionali di ultradestra”.

Ha aggiunto che il detenuto ha cercato di entrare nel Paese “nascondendo il suo vero piano criminale sotto l’apparenza di una visita sentimentale”.

Al momento, l’accusato “è a disposizione del giudice in base alle disposizioni della nostra Costituzione e delle leggi nazionali”.

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