Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/12/2013

Chiuso il valico di Kerem Shalom, Gaza di nuovo al buio


Non bastavano l'alluvione, l'emergenza sanitaria e il raid israeliano della vigilia di Natale. Ora la Striscia di Gaza è di nuovo al buio: l'unica centrale elettrica che la rifornisce è stata infatti chiusa questa mattina a causa della mancanza di carburante. Appena 12 giorni dopo aver ripreso a funzionare in seguito a uno stop di 7 settimane.

Un responsabile della società elettrica locale ha spiegato che il blocco è dovuto alla chiusura del valico di Kerem Shalom, il posto di frontiera per il quale passano quasi tutti i beni di necessità destinati alla Striscia: il valico è stato chiuso da Israele martedì scorso in seguito all'uccisione di un israeliano, un dipendente del ministero della Difesa, da parte di un cecchino. L'aviazione israeliana ha risposto con una serie di raid nei quali sono morti un uomo e una bambina di 4 anni, mentre nove persone sono rimaste ferite.

Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha dichiarato che il valico resterà chiuso fino a nuovo ordine. Nel frattempo, per un milione e 700 mila residenti della Striscia di Gaza la corrente sarà di nuovo razionata: dalle 12 ore quotidiane si passerà a circa la metà, come ha annunciato un portavoce della società elettrica.

Una nuova tragedia per Gaza, a dieci giorni dalla tempesta che ha martoriato per 4 giorni le sue fragili infrastrutture: più di cinquemila persone erano state evacuate a causa dei numerosi crolli e degli allagamenti nelle abitazioni, con l'acqua che in alcuni punti aveva raggiunto anche i due metri. In quei giorni di freddo pungente la centrale elettrica era ancora chiusa da quasi due mesi, sempre per la mancanza di carburante.

La chiusura della centrale rende impossibile il funzionamento degli impianti per il trattamento delle acque reflue: per settimane le acque contaminate si sono riversate nelle strade di Gaza, rendendo insostenibile la situazione igienico-sanitaria e alimentando la paura di nuove epidemie. Una situazione causata dall'assedio infinito di Tel Aviv, e pronta a esplodere nei prossimi giorni.
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Fratelli Cervi, 70 anni, non dimentichiamo


Settanta anni fa fascisti e nazisti sterminarono un'intera famiglia di partigiani resistenti. Nessuno deve dimenticare cos'è il fascismo, al di là dell'anno scritto sul calendario. Con i fascisti, si disse allora e si deve ripetere ogni giorno, non si parla. Li si contrasta. Sempre. Punto.

La bipografia dei fratelli Cervi nel ricordo dell'Anpi.

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Gelindo (classe 1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921). Tutti nati a Campegine (Reggio Emilia), tutti fucilati il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia, tutti Medaglia d'Argento al Valor Militare alla memoria.

I fratelli Cervi (il maggiore aveva 42 anni, il più giovane 22) e il patriota Quarto Camurri, con loro ristretto prima nel carcere dei Servi e poi in quello di San Tomaso, avrebbero forse potuto salvarsi. Dopo la cattura i Cervi (il padre Alcide, già in età avanzata, dopo la sparatoria e la resa, decisa per non coinvolgere le donne e i bambini, era stato separato dai figli) erano stati a lungo interrogati e seviziati, ma i fascisti non ne avevano cavato nulla. Ad un certo punto - si racconta - giunsero a dirgli: "Volete il perdono? Mettetevi nella Guardia Repubblicana". Risposero: "Crederemmo di sporcarci". Nemmeno i quattro dei Cervi che erano ammogliati ed avevano figli, compreso Gelindo che ne aveva un altro in arrivo, cedettero alle lusinghe. Allora li presero e li portarono tutti al poligono di tiro.

Non si sa quanto abbia pesato, nella decisione di non cedere, l'influenza che Aldo, il più "politicizzato" dei Cervi, esercitava da anni sui fratelli e sui contadini della zona, ai quali aveva insegnato nuovi sistemi d'irrigazione. Aldo - scrisse Piero Calamandrei - non perdeva occasione per educare se stesso e gli altri. "Quando dopo molti anni di accanita fatica di braccia, la famiglia Cervi poté permettersi il lusso di acquistare un trattore, Aldo andò a prenderlo in consegna a Reggio: e sulla strada che porta a Campegine i vicini lo videro tornare trionfante, al volante della macchina nuova, sulla quale aveva issato, come una bandiera internazionale, un gran mappamondo". Oggi la loro casa di Campegine è stata trasformata in un museo.

Il quadro completo delle celebrazioni previste per questa ricorrenza su http://www.fratellicervi.it/

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In Turchia è rivolta, a Istanbul tornano le barricate


Come era prevedibile, la giornata di mobilitazione convocata ieri ad Istanbul dal Coordinamento ‘Taksim Solidarietà’ e nel resto della Turchia da un vasto arco di forze sociali, comitati territoriali e forze politiche e sindacali si è trasformata in una prova di forza. Da una parte migliaia di manifestanti, dall’altra un enorme schieramento di Polizia che ha tentato di impedire le manifestazioni convocate dalle opposizioni oppure le ha attaccate.


Ovunque la folla è tornata in piazza chiedendo a gran voce le dimissioni del premier liberal-islamista Recep Tayyip Erdogan, accusato di autoritarismo e di restringere ogni spazio di democrazia in nome di un modello di gestione dell'economia basato sulla speculazione edilizia, sulla distruzione del territorio e l'imposizione di una morale islamista reazionaria.
Ad accrescere nelle ultime settimane la rabbia dei dimostranti l'elevato grado di corruzione del governo e delle alte sfere del mondo finanziario e imprenditoriale messo a nudo da una maxi inchiesta che dal 17 dicembre sta investendo in pieno l'Akp, provocando la sostituzione di dieci ministri e le dimissioni dal partito di numerosi esponenti della principale forza politica turca, compresi ex ministri e deputati vicini al predicatore Fethullah Gulen.


Nel centro di Istanbul pesantemente militarizzato i reparti antisommossa hanno cominciato a bersagliare i dimostranti non appena questi hanno tentato di avvicinarsi alla proibitissima piazza Taksim.
Già intorno alle 19, ora fissata per il concentramento nella spianata al centro dei quartieri europei di Istanbul, i Toma e gli Scorpioni hanno cominciato a disperdere la folla con gli idranti, mentre gli agenti sparavano gas lacrimogeni e pallottole di gomma contro migliaia di persone che anche questa volta hanno resistito ed hanno continuato a manifestare su Via Istiklal - addobbata per le feste di fine anno - e nelle vie adiacenti. I manifestanti esponevano striscioni e cartelli con gli slogan che hanno caratterizzato i moti popolari della scorsa estate - "Taksim ovunque, resistenza dappertutto" - e con altri nuovi contro la corruzione.


Gli scontri sono cresciuti di intensità con il calare della notte e sono proseguiti per ore, con migliaia di persone che pian piano sono affluite intorno a Taksim mentre barricate venivano erette ed incendiate e fuochi d'artificio sparati contro i poliziotti, a difesa dei dimostranti e nel tentativo di ostacolare le scorribande dei reparti antisommossa. Per tutta risposta la polizia ha letteralmente gasato tutto il centro della città, compresi bar e ristoranti pieni di avventori sia nella zona di Istiklal che intorno all'ospedale tedesco nel quartiere di Cihangir.

I video della serata mostrano numerosi feriti e intossicati, compresi alcuni giornalisti - tra questi Elif İnce, reporter del giornale di sinistra Radikal - attaccati di proposito dagli agenti per impedire che documentassero le violenze contro i dimostranti.


Mentre il premier Erdogan, di ritorno da un viaggio all’estero, atterrava all’aeroporto di Istanbul accolto da migliaia di suoi sostenitori (per l’occasione il sindaco liberal-islamista ha regalato ai clienti della metropolitana un viaggio gratuito) la polizia rastrellava il cuore di Istanbul alla ricerca di dimostranti e già a metà serata si aveva notizia di parecchie decine di persone arrestate, compresi alcuni avvocati attivi nella difesa dei diritti umani.
Folla in piazza anche sulla sponda asiatica della metropoli sul Bosforo e nel quartiere di Okmeydani.
Manifestazioni e scontri si sono verificati anche in altre città turche, ieri: ad Ankara la manifestazione convocata a Kizilay è stata attaccata e dispersa e alcuni dimostranti sono stati arrestati; anche a Izmir migliaia di persone hanno manifestato fino a notte nonostante le cariche della polizia; manifestazioni e scontri anche ad Antakya (Antiochia), nel sud del paese al confine con la Siria.

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Scontri tra manifestanti e polizia, tre morti

Tre morti, decine di feriti tra i manifestanti e le forze dell'ordine e almeno 265 arresti tra i Fratelli Musulmani. E' il bilancio degli scontri avvenuti ieri in tutto l'Egitto al termine della preghiera del venerdì, dopo che il governo egiziano - insediatosi nel luglio scorso con un colpo di stato ai danni del presidente eletto Mohammed Morsi - ha dichiarato la Fratellanza "organizzazione terroristica".

Le proteste, divenute ormai croniche nell'Egitto che fatica a uscire dalla transizione del post-Mubarak, sono state organizzate nella mattinata di ieri da membri dei Fratelli Musulmani e da alcune fazioni islamiste in risposta alla decisione dell'esecutivo di inserire il movimento nella lista nera delle cellule terroristiche, dopo che un'autobomba piazzata nella sede della polizia della città di Mansura, a nord del Cairo, ha causato 16 morti e un centinaio di feriti il 24 dicembre scorso. Nonostante i Fratelli Musulmani abbiano condannato l'attacco, rivendicato invece da una cellula jihadista della penisola del Sinai.

Un manifestante è stato colpito a morte da un proiettile nella città di Damietta, sul Delta del Nilo, mentre a Minya, roccaforte islamista a sud del Cairo, c'è stata una seconda vittima. In un corteo al Cairo è stata uccisa una terza persona, mentre nell'Università di al-Azhar la polizia lanciava lacrimogeni contro gli studenti che protestavano. Nella città di Ismailiya, sul Canale di Suez, la Reuters ha riferito di aver sentito sparatorie mentre i manifestanti lanciavano fuochi d'artificio e sassi contro i poliziotti, che a loro volta lanciavano lacrimogeni.

I 256 manifestanti arrestati rischiano dai cinque anni all'ergastolo, a causa della dura legislazione appena promulgata dal nuovo governo, organo "di facciata" della giunta militare restaurata: vietato manifestare senza l'autorizzazione della polizia. E dopo l'inserimento dei Fratelli Musulmani tra le organizzazioni terroristiche, i manifestanti arrestati potrebbero essere giudicati sotto la legge anti-terrorismo. E restare in carcere a vita, mentre i loro leader rischiano la pena di morte.

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Le Pussy Riot vorrebbero un oligarca al Cremlino


Putin sarebbe "l'orco cattivo". L'alternativa però è un altro oligarca, l'ex uomo più ricco del paese. Dunque dalla padella alla brace o viceversa. Eppure le due Pussy Riot, Maria Alekhina e Nadezhda Tolokonnikova, saprebbero già chi candidare alle prossime elezioni presidenziali al "posto" di Putin: sarebbe Mikhail Khodorkovsky, l'ex padrone della Yukos, oligarca che si era appropriato pro domo sua della gallina dalle uova d'oro dell'energia, finito in disgrazia e, come loro, appena uscito di prigione grazie all'amnistia concessa dalle autorità russe.

Le due ex 'prigioniere politiche' hanno realizzato le loro dichiarazioni - "Mikhail Khodorkovsky è importante per noi poiché persona molto forte, una personalità incredibile" - durante una conferenza stampa organizzata dal canale tv di opposizione Dozhd. Una vera e propria dichiarazione d'amore quella delle due ragazze nei confronti del miliardario.

Nei giorni scorsi l'oligarca aveva chiesto alle due ragazze di "trovare la forza di scacciare dal cuore l'odio e la rabbia", dopo aver dichiarato dopo il suo rilascio che non si sarebbe impegnato in una "lotta per il potere". Tuttavia, aveva sottolineato che si sarebbe impegnato in attività pubbliche, tra cui aiutare gli ex dipendenti della Yukos in carcere.

L'ex uomo più ricco di Russia non è l'unico che le Pussy Riot vorrebbero coinvolgere nei prossimi progetti politici futuri. C'è anche Aleksey Navalny, altro esponente dell'opposizione liberale e filoccidentale, sconfitto alle ultime elezioni a sindaco di Mosca: le due, apparse in video truccate e vestite in maniera curata, hanno detto che vorrebbero vederlo nel consiglio di sorveglianza della loro nuova organizzazione per i diritti umani denominata "Campo del diritto".

Le due Pussy Riot graziate dalla Duma e uscite dal carcere pochi giorni fa sono tra quelle che hanno partecipato alla contestazione-performance dentro il principale tempio religioso di Mosca, la Cattedrale di Cristo Salvatore. Una sorta di preghiera punk, con un'invocazione a Theotókos (la Madre di Dio), affinché "cacciasse" il leader del Cremlino. Condannate a due anni di carcere nell'agosto del 2012 per teppismo motivato dall'odio religioso, insieme a una terza compagna, Ekaterina Samutsevich, le due ragazze sono stata amnistiate a soli tre mesi dalla scadenza della pena. Lo scorso 23 dicembre Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhina sono uscite dalle rispettive colonie penali, una vicino a Krasnoyarsk, in Siberia, l'altra presso Nizhnij Novgorod. La Samutsevich aveva già ottenuto in appello la libertà provvisoria.

Alla luce delle dichiarazioni odierne delle Pussy Riot è lecito chiedersi se le varie provocazioni delle ragazze 'antisistema', che naturalmente tanta eco hanno avuto nella stampa occidentale, non fossero altro che una trovata, una complessa e sofisticata campagna di marketing mirante a portare al potere a Mosca un concorrente di Putin?

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Sfratti, i movimenti criticano il provvedimento del Governo e preparano la mobilitazione

Il cosiddetto provvedimento sugli sfratti viene rispedito al mittente anche dai movimenti per la casa, che intanto si preparano a un gennaio di lotta e di proteste in strada. Per Paolo Di Vetta, portavoce dei Blocchi precari metropolitani, la norma copre una piccolissima parte di famiglie a rischio di sfratto e viene anche abbassata la soglia di 27mila euro prima in vigore a 21mila euro, “quindi le 1.300 famiglie salvate dalla precedente proroga diventeranno ancora di meno". I movimenti auspicavano un blocco degli sfratti per morosità incolpevole, che sono "il 90% degli sfratti al momento in esecuzione", osserva di Vetta. Le decisioni del Cdm confermano "l'atteggiamento del ministro Lupi che aveva detto che il blocco degli sfratti è una misura preistorica, ma stiamo ancora aspettando il decreto che, aveva annunciato, avrebbe messo in campo risorse" per l'emergenza abitativa.
A Roma il 10 gennaio i movimenti per la casa incontreranno il prefetto. "Faremo il punto sulla situazione nella Capitale e l'incontro servirà a fare una verifica sulla delibera della Regione sull'emergenza abitativa e anche sul decreto che era stato annunciato dal governo". Ma sono già in cantiere nuove giornate di lotta: "Dal 15 a 22 gennaio ci sarà una mobilitazione nazionale - dice di Vetta - e poi stiamo valutando un giorno, l'ipotesi è quella del 20 gennaio, in cui pensiamo di bloccare tutte le città". Si tratterebbe di una giornata "di blocchi stradali - afferma di Vetta - e per dare un segnale forte in assenza di provvedimenti concreti". Al momento, secondo i movimenti per la casa, si interviene con una sospensione degli sfratti che riguarda "un migliaio di persone, a fronte di 250mila famiglie sotto sfratto".

Sulla stessa linea anche Luca Fagiano, un altro degli esponenti dei movimenti e del coordinamento lotta per la casa. Il blocco deciso ieri, osserva, "è estremamente negativo, viene semplicemente prolungata la situazione attuale". Misure "insufficienti" che si stanno trasformando in "un problema dell'ordine pubblico: questa proroga che riguarda i non morosi è chiaramente ridicola rispetto alla situazione attuale".

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27/12/2013

Sud Sudan, guerra per il greggio

di Mario Lombardo

Anche se il giorno di Natale il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha lanciato un appello di pace e unità nel neonato paese centro-africano, i combattimenti sono proseguiti senza sosta soprattutto negli stati settentrionali dove si concentra la maggior parte della produzione di petrolio. La disponibilità di Kiir a trattare senza condizioni con le forze ribelli guidate dall’ex vice-presidente, Riek Machar, è stata manifestata dopo il suo incontro con l’inviato speciale di Washington, Donald Booth, ed in concomitanza con la riconquista da parte delle forze regolari della importante città di Bor, a un centinaio di chilometri a nord della capitale, Juba.

Parlando da una chiesa cattolica al termine di una funzione natalizia, Kiir ha anche condannato le violenze commesse in suo nome. Nei giorni scorsi, infatti, si era diffusa la notizia che le forze armate fedeli al presidente erano state protagoniste di svariate atrocità ai danni di civili appartenenti all’etnia Nuer, facendo addirittura migliaia di morti.

Con l’aggravarsi dello scontro, in ogni caso, le Nazioni Unite hanno approvato questa settimana un consistente aumento del contingente di caschi blu in Sud Sudan, mentre giovedì a Juba è arrivata una delegazione dell’Unione Africana per cercare di favorire il dialogo tra le due parti in lotta e fermare un conflitto che ha già creato quasi centomila profughi. Sempre giovedì, anche il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, e il presidente keniano, Uhuru Kenyatta, sono giunti in Sud Sudan per incontrare Salva Kiir.

Gli Stati Uniti, da parte loro, già settimana scorsa avevano inviato 45 soldati nella capitale per difendere la propria ambasciata ed evacuare i cittadini americani nel paese. Altri 150 Marines sono stati inoltre trasferiti dalla Spagna alla base di Camp Lemonnier, a Gibuti, da dove verranno inviati in Sud Sudan in caso di necessità.

Come è noto, la situazione nel Sudan del Sud era precipitata il 15 dicembre scorso in seguito ad alcuni scontri a fuoco nei pressi di Juba tra le forze governative e quelle fedeli a Machar, rimosso dalla carica di vice-presidente nel mese di luglio dopo aver dichiarato di volere sfidare Kiir nelle elezioni previste per il 2015. Machar aveva chiesto al presidente di farsi da parte dopo averlo accusato di avere violato ripetutamente la Costituzione, mentre Kiir, a sua volta, aveva subito accusato Machar di volere tentare un colpo di stato ai suoi danni.

Le ragioni politiche del conflitto si sono ben presto intrecciate alle tensioni settarie, con l’etnia Dinca - la più numerosa in Sud Sudan e alla quale appartiene il presidente - opposta a quella Nuer dell’ex vice-presidente Machar.

L’appoggio dell’Occidente (e degli Stati Uniti in particolare) continua ad essere garantito al governo di Salva Kiir, il cui Movimento Sudanese di Liberazione Nazionale al potere fin dall’indipendenza dal Sudan nel 2011 ha fatto però ben poco per alleviare la povertà e porre un freno alla corruzione dilagante nel paese.

Le divisioni tra Kiir e Machar risalgono a ben prima dell’indipendenza e la minaccia di quest’ultimo alla leadership del presidente aveva spinto il primo non solo a sollevare il suo vice dall’incarico ma anche a constringere al ritiro un centinaio di alti ufficiali per installare forze più fedeli ai vertici dell’esercito.
Le tendenze sempre più autoritarie di Kiir hanno poi contribuito alla formazione di un esercito parallelo vicino a Machar che negli ultimi giorni ha fatto segnare qualche importante successo militare, come la cacciata delle forze regolari in molte località negli stati nord-orientali di Jonglei, Unità e Alto Nilo.

Al di là dei proclami umanitari di questi giorni e degli scrupoli democratici ufficiali, l’interesse dei governi occidentali nel Sudan del Sud ha a che fare con importanti questioni strategiche legate a questo paese e, più in generale, all’intero continente africano.

Gli Stati Uniti sono stati i principali promotori degli accordi di pace che misero fine al conflitto sudanese, nel quale morirono più di due milioni di persone, portando nel 2011 all’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum. Alla base dell’appoggio di Washington all’indipendenza del Sud Sudan c’era soprattutto il desiderio di creare una nuova entità statale ricca di risorse del sottosuolo meglio disposta verso l’Occidente rispetto al regime del presidente Omar al-Bashir.

Il petrolio sudanese è infatti localizzato in gran parte nel sud e, prima della separazione, più della metà del greggio estratto era destinato alla Cina, il cui governo aveva instaurato legami politici ed economici estremamente solidi con Khartoum.

Fino ad ora, tuttavia, la penetrazione occidentale in Sud Sudan è stata inferiore alle aspettative. La nuova classe dirigente - e, in particolare, proprio le fazioni facenti capo al vice-presidente Machar - è tornata a rivolgersi a Pechino per investimenti e aiuti finanziari destinati a creare infrastrutture estremamente carenti. Inoltre, in assenza di rotte alternative, il petrolio estratto nel Sud Sudan continua a passare attraverso oleodotti situati nel Sudan per essere esportato.

La nuova crisi in Africa, dunque, potrebbe essere sfruttata ancora una volta dai governi occidentali per giustificare l’ennesimo intervento “umanitario” in questo continente, dopo quelli degli ultimi anni che hanno riguardato almeno Libia, Costa d’Avorio, Mali e Repubblica Centrafricana.

Tutti questi interventi hanno seguito la creazione nel 2007 del Comando militare Africano statunitense (AFRICOM), vero e proprio strumento di Washington nella corsa alle risorse del continente e alla lotta contro la crescente influenza cinese nell’ultimo decennio.

Nel caso del Sud Sudan, infine, la crisi a cui il mondo sta assistendo in questi giorni conferma quali siano le conseguenze disastrose delle macchinazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, ai quali va attribuita gran parte della responsabilità per le sofferenze patite dalla popolazione e per il sostanziale fallimento dell’esperimento di indipendenza di questo poverissimo paese nel cuore dell’Africa.

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Il Cairo, esplosioni stabilizzanti

Le bombe s’impossessano dell’esplosiva situazione politica egiziana e gli attentati si susseguono a ritmo quasi quotidiano in vari centri urbani. Giovedì mattina paura e sangue si sono riaffacciati al Cairo, nella zona di Nasr City già carica di tensioni da un anno a questa parte: da lì prese il via la protesta contro il deposto presidente Mursi. Un autobus di linea è stato investito da una deflagrazione che ha ferito cinque persone, una di esse ha perso la vita. Testimoni sostenevano che lo scoppio fosse avvenuto all’interno della vettura, si è invece stabilito che la rudimentale bomba costruita con polvere da sparo e schegge di marmo si trovava in un’aiuola a ridosso della fermata del bus. Un successivo sopralluogo poliziesco ha rinvenuto altri tre ordigni simili inesplosi. Niente a che vedere con l’impatto devastante creato dall’attentato di martedì 24 a Mansoura che ha investito un’ampia area (le vittime sono salite a sedici e i feriti a centocinquanta). Quest’attacco al quartier generale della polizia, che ha perso otto suoi agenti, è stato avocato a sé dal gruppo jihadista Ansar Beit Al-Maqadis attivo da mesi nell’area del Sinai.

Attentati veri, attentatori dubbi – Stabilire la paternità di simili atti, rivendicazioni a parte, è un fattore che s’ingarbuglia nell’intrigo della politica nazionale fortemente sostenuto dal ferreo patto fra Fronte di Salvezza Nazionale e lobby militare. La mano degli attentati può essere effettivamente jihadista o mossa dall’Intelligence locale e internazionale. Per non parlare delle infiltrazioni che, comunque, non sono a senso unico visto che alla maniera talebana lo stesso esercito di Al-Sisi può essere usato dagli oppositori. La storia del fallito attentato al ministro dell’Interno Mohammed Ibrahim, confessato in un video-propaganda dall’autore del gesto, l’ex maggiore Walid Badr, può risultare sintomatica di un fenomeno in corso: il reclutamento al jihad di militari o l’inserimento nelle file del nemico di propri adepti. Situazione in cui cadde vittima proprio il presidente Sadat nel lontano 1981. In verità si potrebbe diffidare della medesima rivelazione di Badr, visto che il ministro è scampato alla spettacolare esplosione del 5 settembre scorso e che, come qualsiasi azione paramilitare, essa può portare acqua al mulino della stretta repressiva del governo delle Forze Armate.

Pogrom di Stato contro gli odiati Fratelli – Quest’ultimo col marchio terroristico apposto dal vicepremier Hossam Heissa alla Fratellanza Musulmana la riconduce al buio periodo seguito all’attentato a Sadat, dal quale pur non praticando alcun jihad la Confraternita ereditò prigionie, torture e uccisioni per volontà di Mubarak. Il marchio terroristico apposto alla Brotherhood puzza di piano preconfezionato o di prassi comunque espiatoria nei confronti dell’ingombrante movimento dell’Islam politico, unico a subire le purghe governative (i salafiti non sono attaccati in questo modo). Così poco prima che scoppiassero le bombe nel Delta del Nilo El-Beblawi pensava d’incarcerare anche il suo predecessore Qandil, ultimo esponente dell’establishment rimasto in libertà. Anche lui finisce in galera, come migliaia di oppositori musulmani che da due giorni, in 450, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro l’ennesimo arresto illecito, e per sottolineare le oscure trame della via del terrore che ormai s’impossessa della vita quotidiana.

Scioperi della fame - Scende in sciopero della fame anche una triade illustre della Primavera tradita: Ahmed Maher, Mohammed Adel, Ahmed Doume del movimento “6 Aprile”. Tutti condannati a tre anni di detenzione e reclusi dallo scorso novembre per essersi uniti, coi propri seguaci, a sit-in e cortei dell’Alleanza per la Legalità. Schieramento che dal golpe bianco di luglio e dai massacri di metà agosto conduce a rischio delle personali libertà e incolumità la protesta delle “quattro dita” contro militari e politici considerati impostori. Però quest’ultimi godono d’un ampio appoggio fra la popolazione. Non solo coloro che vivono in rapporto alla filiera economica nutrita dalla lobby delle stellette, ma da quella parte dell’Egitto votato a far fuori con ogni mezzo la presenza dell’Islam moderato. Una prosecuzione dello scontro in atto ormai da un anno e mezzo che assume contorni sempre più esasperati e sanguinosi. Da cui non si escludono schieramenti a parole votati alla democrazia: Partito socialdemocratico, Wafd, Partito degli Egiziani liberi, stretti al Fronte di Salvezza Nazionale nel decretare la cancellazione politica, sociale, organizzativa e ideale dei Fratelli.

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