Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/04/2025
1941, il segreto dell’attacco all’URSS: il sostegno europeo all’invasione nazista
Nel giugno del 1941, quando la Germania nazista decise di lanciarsi nell’invasione dell’Unione Sovietica, anche la Svizzera — ufficialmente neutrale — si schierò, in modo tutt’altro che marginale, nella crociata antibolscevica.
In un gesto clamoroso, il governo elvetico offrì al Reich non un prestito, ma un vero e proprio regalo di duecento milioni di franchi svizzeri. Non solo: mise a disposizione la propria industria per produrre armi e munizioni destinate all’esercito di Hitler. Una violazione della neutralità che rimase avvolta nel silenzio fino agli anni Novanta, quando una commissione parlamentare d’inchiesta ammise — pur cercando di ridimensionare — la collaborazione.
Secondo quella stessa commissione, il contributo svizzero rappresentò solo lo 0,5% della produzione bellica tedesca e dunque non influenzò significativamente la durata del conflitto. Ma si trattò comunque di 1500 cannoni, relative munizioni e dei fondamentali cuscinetti a sfera, prodotti in Svizzera e in Svezia, al riparo dai bombardamenti alleati.
Questi dettagli storici non sono citati per pedanteria. Servono a comprendere meglio le condizioni in cui Hitler decise di attaccare l’URSS: convinto che il “baraccone sovietico” sarebbe crollato in due mesi, e che l’Occidente avrebbe approvato o tollerato. Su questa base, oltre a scatenare l’Operazione Barbarossa, mise in moto anche il genocidio degli ebrei.
L’attacco, tuttavia, non fu soltanto un’iniziativa tedesca. Fu un’offensiva europea, appoggiata da numerosi alleati, alcuni dei quali antinazisti. Per ragioni ideologiche o geopolitiche, diversi governi e movimenti collaborarono con il Reich. I socialdemocratici del Nord Europa, il Vaticano, i conservatori francesi di Vichy: tutti vedevano nell’URSS il nemico principale.
Sul campo, Hitler poteva contare su un esercito composito e imponente:
– 400.000 finlandesi
– 230.000 italiani
– 280.000 ungheresi
– 530.000 romeni
– 5.400 croati
– 50.000 spagnoli
– 35.000 slovacchi
– 5.000 francesi
– 1.000 portoghesi
– 2.000 svedesi
– 7.000 norvegesi, danesi, belgi e olandesi
In tutto, circa 1.600.000 uomini su 70 divisioni dislocate sul fronte orientale. Tra questi, anche i nazionalisti ucraini, che si resero protagonisti dei primi pogrom contro gli ebrei.
Questo aspetto della guerra – l’attacco europeo all’URSS – è ancora oggi taciuto o minimizzato. Spesso proprio da chi, paradossalmente, sostiene che gli alpini abbiano difeso la nostra libertà “a oriente”, fingendo di ignorare o conoscere benissimo il contesto.
Già nell’agosto del 1941, appena due mesi dopo l’attacco, il nervosismo serpeggiava tra gli alleati del Reich. Hitler, riferendosi alla situazione, disse di sentirsi come il cavaliere che, attraversato il ghiaccio sottile, muore di paura solo dopo, rendendosi conto del rischio corso. Si lamentava del fatto che i suoi servizi segreti avevano gravemente sottovalutato l’Armata Rossa, ma affermava con sicurezza che il suo genio avrebbe rimediato all’imprevisto.
Anche sul piano diplomatico qualcosa scricchiolava. Lo Shah di Persia si infuriò con l’ambasciatore tedesco: dov’era finita quella vittoria tanto annunciata? In Giappone, durante una conferenza imperiale a Tokyo, si prese atto che sconfiggere l’URSS non sarebbe stato né semplice né rapido. L’alternativa per l’espansione giapponese? Puntare a sud, verso le colonie britanniche, a condizione di neutralizzare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor.
A Berlino, l’ambasciatore giapponese Oshima entrò in crisi: aveva promesso a Ribbentrop l’imminente intervento nipponico, ma doveva ora confessargli che la resistenza sovietica aveva sconvolto i piani. Intanto Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, metteva in guardia: «Il bolscevismo, che doveva uscire distrutto da questa guerra, potrebbe invece uscirne rafforzato, se non stiamo attenti».
E mentre tutto questo accadeva, nel 1938 Albert Speer – architetto di Hitler – aveva aperto un conto speciale per finanziare la ricostruzione di Berlino in versione monumentale, “imperiale”, da realizzare dopo la vittoria. Nel 1943, senza dir nulla al Führer, chiuse silenziosamente quel conto. Una premonizione? O semplicemente, la fine di un’illusione.
Fonte
In un gesto clamoroso, il governo elvetico offrì al Reich non un prestito, ma un vero e proprio regalo di duecento milioni di franchi svizzeri. Non solo: mise a disposizione la propria industria per produrre armi e munizioni destinate all’esercito di Hitler. Una violazione della neutralità che rimase avvolta nel silenzio fino agli anni Novanta, quando una commissione parlamentare d’inchiesta ammise — pur cercando di ridimensionare — la collaborazione.
Secondo quella stessa commissione, il contributo svizzero rappresentò solo lo 0,5% della produzione bellica tedesca e dunque non influenzò significativamente la durata del conflitto. Ma si trattò comunque di 1500 cannoni, relative munizioni e dei fondamentali cuscinetti a sfera, prodotti in Svizzera e in Svezia, al riparo dai bombardamenti alleati.
Questi dettagli storici non sono citati per pedanteria. Servono a comprendere meglio le condizioni in cui Hitler decise di attaccare l’URSS: convinto che il “baraccone sovietico” sarebbe crollato in due mesi, e che l’Occidente avrebbe approvato o tollerato. Su questa base, oltre a scatenare l’Operazione Barbarossa, mise in moto anche il genocidio degli ebrei.
L’attacco, tuttavia, non fu soltanto un’iniziativa tedesca. Fu un’offensiva europea, appoggiata da numerosi alleati, alcuni dei quali antinazisti. Per ragioni ideologiche o geopolitiche, diversi governi e movimenti collaborarono con il Reich. I socialdemocratici del Nord Europa, il Vaticano, i conservatori francesi di Vichy: tutti vedevano nell’URSS il nemico principale.
Sul campo, Hitler poteva contare su un esercito composito e imponente:
– 400.000 finlandesi
– 230.000 italiani
– 280.000 ungheresi
– 530.000 romeni
– 5.400 croati
– 50.000 spagnoli
– 35.000 slovacchi
– 5.000 francesi
– 1.000 portoghesi
– 2.000 svedesi
– 7.000 norvegesi, danesi, belgi e olandesi
In tutto, circa 1.600.000 uomini su 70 divisioni dislocate sul fronte orientale. Tra questi, anche i nazionalisti ucraini, che si resero protagonisti dei primi pogrom contro gli ebrei.
Questo aspetto della guerra – l’attacco europeo all’URSS – è ancora oggi taciuto o minimizzato. Spesso proprio da chi, paradossalmente, sostiene che gli alpini abbiano difeso la nostra libertà “a oriente”, fingendo di ignorare o conoscere benissimo il contesto.
Già nell’agosto del 1941, appena due mesi dopo l’attacco, il nervosismo serpeggiava tra gli alleati del Reich. Hitler, riferendosi alla situazione, disse di sentirsi come il cavaliere che, attraversato il ghiaccio sottile, muore di paura solo dopo, rendendosi conto del rischio corso. Si lamentava del fatto che i suoi servizi segreti avevano gravemente sottovalutato l’Armata Rossa, ma affermava con sicurezza che il suo genio avrebbe rimediato all’imprevisto.
Anche sul piano diplomatico qualcosa scricchiolava. Lo Shah di Persia si infuriò con l’ambasciatore tedesco: dov’era finita quella vittoria tanto annunciata? In Giappone, durante una conferenza imperiale a Tokyo, si prese atto che sconfiggere l’URSS non sarebbe stato né semplice né rapido. L’alternativa per l’espansione giapponese? Puntare a sud, verso le colonie britanniche, a condizione di neutralizzare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor.
A Berlino, l’ambasciatore giapponese Oshima entrò in crisi: aveva promesso a Ribbentrop l’imminente intervento nipponico, ma doveva ora confessargli che la resistenza sovietica aveva sconvolto i piani. Intanto Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, metteva in guardia: «Il bolscevismo, che doveva uscire distrutto da questa guerra, potrebbe invece uscirne rafforzato, se non stiamo attenti».
E mentre tutto questo accadeva, nel 1938 Albert Speer – architetto di Hitler – aveva aperto un conto speciale per finanziare la ricostruzione di Berlino in versione monumentale, “imperiale”, da realizzare dopo la vittoria. Nel 1943, senza dir nulla al Führer, chiuse silenziosamente quel conto. Una premonizione? O semplicemente, la fine di un’illusione.
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Medio Oriente senza pace. Missile israeliano su Beirut, bombardamenti a casaccio degli USA sullo Yemen
Mentre su Gaza si rincorrono voci di possibili nuove tregue ma piovono bombe, anche il resto del Medio Oriente non conosce certo pace. E a bombardare sono ancora una volta Israele e Stati Uniti.
Un missile ha colpito domenica pomeriggio un edificio nella periferia sud di Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, per cui l’esercito israeliano (Idf) aveva emesso poco prima un avvertimento di evacuazione.
L’esplosione è stata udita a chilometri di distanza, secondo media locali, mentre nella zona si possono ancora udire spari e droni in sorvolo. La protezione civile libanese ha dichiarato di non avere trovato vittime, dopo che le fiamme sono state spente.
Un’ora prima dell’attacco il portavoce delle Forze armate israeliane aveva diffuso un ‘avvertimento urgente’ su X, invitando i residenti della zona nel raggio di 300 metri dall’obiettivo di evacuare immediatamente. L’edificio, contrassegnato in rosso su una mappa, ospitava secondo il portavoce israeliano “strutture appartenenti a Hezbollah”.
Gli Stati Uniti e la Francia “devono assumersi le loro responsabilità e costringere” Israele a fermare “immediatamente” i propri attacchi in Libano, “in quanto garanti dell’intesa sulla cessazione delle ostilità” nell’accordo in vigore, ha dichiarato il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun.
Nello Yemen invece almeno 68 persone sono morte e 47 sono rimaste ferite negli attacchi aerei statunitensi lanciati all’alba. I raid hanno colpito anche un centro di detenzione per migranti a Sa’da, nell’area nord-occidentale del Paese.
Stando alla emittente Al Masirah, la struttura colpita ospitava circa 100 migranti africani. Secondo Al Masirah, in precedenza gli Usa avevano preso di mira il distretto di Kitaf, nel governatorato di Sa’da, con altri raid.
A Gaza fonti mediche hanno riferito ad Al Jazeera che 53 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno preso di mira diverse aree della Striscia dall’alba di domenica, mentre fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che 17 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani in diverse aree di Gaza dalla mezzanotte di lunedì.
Hamas ha intanto aperto una finestra sulla possibilità di liberare tutti gli ostaggi in cambio di una tregua di cinque anni. Anche secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha parlato in conferenza stampa congiunta nel Qatar con l’emiro Al-Thani, i colloqui con il gruppo palestinese dimostrerebbero che Hamas è più disposta ad accettare un accordo che vada oltre il cessate il fuoco a Gaza e miri a una soluzione duratura alla crisi con Israele.
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Un missile ha colpito domenica pomeriggio un edificio nella periferia sud di Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, per cui l’esercito israeliano (Idf) aveva emesso poco prima un avvertimento di evacuazione.
L’esplosione è stata udita a chilometri di distanza, secondo media locali, mentre nella zona si possono ancora udire spari e droni in sorvolo. La protezione civile libanese ha dichiarato di non avere trovato vittime, dopo che le fiamme sono state spente.
Un’ora prima dell’attacco il portavoce delle Forze armate israeliane aveva diffuso un ‘avvertimento urgente’ su X, invitando i residenti della zona nel raggio di 300 metri dall’obiettivo di evacuare immediatamente. L’edificio, contrassegnato in rosso su una mappa, ospitava secondo il portavoce israeliano “strutture appartenenti a Hezbollah”.
Gli Stati Uniti e la Francia “devono assumersi le loro responsabilità e costringere” Israele a fermare “immediatamente” i propri attacchi in Libano, “in quanto garanti dell’intesa sulla cessazione delle ostilità” nell’accordo in vigore, ha dichiarato il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun.
Nello Yemen invece almeno 68 persone sono morte e 47 sono rimaste ferite negli attacchi aerei statunitensi lanciati all’alba. I raid hanno colpito anche un centro di detenzione per migranti a Sa’da, nell’area nord-occidentale del Paese.
Stando alla emittente Al Masirah, la struttura colpita ospitava circa 100 migranti africani. Secondo Al Masirah, in precedenza gli Usa avevano preso di mira il distretto di Kitaf, nel governatorato di Sa’da, con altri raid.
A Gaza fonti mediche hanno riferito ad Al Jazeera che 53 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno preso di mira diverse aree della Striscia dall’alba di domenica, mentre fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che 17 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani in diverse aree di Gaza dalla mezzanotte di lunedì.
Hamas ha intanto aperto una finestra sulla possibilità di liberare tutti gli ostaggi in cambio di una tregua di cinque anni. Anche secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha parlato in conferenza stampa congiunta nel Qatar con l’emiro Al-Thani, i colloqui con il gruppo palestinese dimostrerebbero che Hamas è più disposta ad accettare un accordo che vada oltre il cessate il fuoco a Gaza e miri a una soluzione duratura alla crisi con Israele.
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Si alza la tensione nel Mar Cinese Meridionale
I media cinesi lo scorso giovedì hanno riportato la notizia che la guardia costiera del Dragone “ha implementato il controllo marittimo ed esercitato la giurisdizione sovrana” sulla piccola isola di Sandy Cay. Una foto mostra alcuni ufficiali che tengono la bandiera della Cina su quel piccolo affioramento che fa parte dell’arcipelago Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.
I marinai cinesi avrebbero ripulito l’isola da rifiuti e detriti vari, ma vi si sarebbero recati anche “per raccogliere prove video di attività illegali rilevanti da parte delle Filippine”. Sandy Cay è sostanzialmente un banco di sabbia di un paio di centinaia di metri quadrati, ma la sovranità su di esso è contestata tra vari attori regionali, e oggi si trova al crocevia di importanti interessi geopolitici.
L’isola si trova vicina a Subi Reef, un atollo su cui Pechino è intervenuta artificialmente per renderlo adatto a posizionarvi installazioni militari. Anche Taiwan considera parte del proprio territorio alcune isole vicine, ma il nodo che solleva Sandy Cay riguarda soprattutto il rapporto cinese con le Filippine, e non solo per i diritti rivendicati su quelli che sono poco più che scogli.
A pochi chilometri da Sandy Cay, infatti, si trova l’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Secondo il diritto internazionale, essendo Sandy Cay una lingua di sabbia naturale, se considerata come territorio del Dragone allora l’isola di Thitu si troverebbe entro le 12 miglia nautiche del suo mare territoriale.
Una mossa del genere, svoltasi probabilmente a inizio del mese, non arriva ovviamente priva di motivazioni. Dal 21 aprile al 9 maggio le forze armate filippine stanno portando avanti l’annuale esercitazione militare con le forze statunitensi, denominata Balikatan. L’arcipelago Spratly ne è largamente interessato.
Già negli scorsi anni c’erano state una sorta di scaramucce tra le navi cinesi e quelle filippine intorno a Sandy Cay. Con la presidenza di Ferdinand Marcos Jr. i rapporti tra Manila e Washington sono andati stringendosi nuovamente, e il paese insulare si è preoccupato che la Cina non portasse avanti opere artificiali di ampliamento di quella striscia di sabbia, per renderla una nuova base.
Da parte del Dragone, invece, la minaccia è avvertita nel fatto che le forze filippine e statunitensi eseguiranno la prima simulazione di battaglia completa per punti critici come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale – dove ricordiamo che passa una fetta importante del commercio mondiale, assumendo un’importanza non solo geopolitica ma anche economica.
Inoltre, per la seconda volta dopo un test presso le Hawaii e per la prima volta al di fuori del territorio USA, verrà utilizzato il MADIS, un sistema terra-aria a corto raggio per il rilevamento e la neutralizzazione di sistemi aerei senza pilota, cioè di droni. L’obiettivo dei marines è di schierarne ben 195 entro il 2035, e ciò significa un’ulteriore militarizzazione dell’Indo-Pacifico.
James Hewitt, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riguardo alla vicenda cinese di Sandy Cay, ha dichiarato che “azioni come queste minacciano la stabilità regionale e violano il diritto internazionale”, e che si stanno consultando con i partner regionali per capire gli sviluppi della vicenda, con Manila che potrebbe voler rispondere in qualche modo.
Liu Dejun, portavoce della guardia costiera cinese, ha affermato che il corpo di cui è parte “continuerà a svolgere attività di protezione dei diritti e di applicazione della legge nelle acque sotto la giurisdizione della Cina in conformità con la legge e a salvaguardare risolutamente la sovranità territoriale del paese e i diritti e gli interessi marittimi”.
Continuano gli attriti in quello che molti analisti considerano come il più pericoloso e concreto teatro per una possibile precipitazione militare del rapporto tra Pechino e Washington.
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Franceschini: l’archetipo dell’infame
È morto Alberto Franceschini. Se n’è andato l’11 Aprile. Da infame, così come ha vissuto la maggior parte della sua vita.
Nell’ombra. Assalito probabilmente dai suoi fantasmi. Circondato dal frastuono delle sue menzogne.
Fu, insieme a Renato Curcio ed altri, tra i cofondatori delle Brigate Rosse. Ovvero della più importante organizzazione armata comunista sorta negli anni ’70 in Italia e nel cuore dell’Occidente Capitalista.
Un’organizzazione di classe, nata dalle grandi fabbriche del Nord e dalla cultura rivoluzionaria del movimento operaio, che per un decennio fece tremare le strutture dello Stato borghese con il suo comitato d’affari.
Quel “comitato” composto allora soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, di destra e di centrosinistra: Liberali, Repubblicani, Missini, Socialdemocratici.
Una storia di lotta e di insorgenza che Franceschini ha poi radicalmente tradito, diventando uno dei più ignobili fiancheggiatori degli apparati repressivi dello Stato e dei media di regime.
Dai servizi alla magistratura, dagli organi di informazione al corifeo della teoria del complotto – Sergio Flamigni – chiunque volesse gettare discredito sui suoi ex compagni, o ottenere informazioni taroccate per moltiplicare le pagine della più sgangherata pubblicistica dietrologica, non aveva che da rivolgersi a lui.
Narcisista, paranoico, affetto da delirio di onnipotenza, Franceschini in carcere si faceva chiamare il Mega. E megalomane lo fu di certo, soprattutto dopo la dissociazione. Attiva, anzi iperattiva...
Alberto Franceschini, infatti, non fu un semplice dissociato/pentito e collaboratore. Franceschini costituisce, potremmo dire, l’archetipo dell’infame.
Una convinzione che avevamo sempre coltivato ma che ci apparve ancora più chiara all’indomani di un’intervista pubblicata da Repubblica nel luglio del 2020, e dopo la quale scrivemmo un pezzo che qui riporto quasi integralmente.
Un pezzo che in occasione della sua dipartita non sconfessò. Anzi, rilanciò. Perché nel corso di quelle dichiarazioni Franceschini asseriva qualcosa che va al di là della semplice dissociazione/pentimento e della pur ignobile “confessione”.
Qualcosa che coinvolge l’etica rivoluzionaria e dunque esita nell’abiezione morale di un uomo che, incapace di sopportare il peso delle sue azioni, avrebbe preteso di salvare sé stesso addossando la responsabilità della Lotta Armata – e nello specifico delle Brigate Rosse – esclusivamente ai suoi compagni.
Soprattutto a Mario Moretti. Infangadone l’ineccepibile figura politica, di combattente e di uomo. Un uomo che ancora oggi, sebbene in regime di semilibertà, sconta il carcere. Dopo 44 anni.
Barbara Balzerani, una donna, una rivoluzionaria, ma soprattutto un’ amica la cui morte pesa come un macigno, ebbe a definirlo «un arlecchino dai mille servigi». Mai appellativo fu più appropriato.
Di seguito invece, le parole che scrissi nel 2020:
Scriveva il compagno Mao: «La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma».
La morte di Alberto Franceschini è per noi più insignificante di una semplice piuma. E presto verrà spazzata dal vento.
Fonte
Nell’ombra. Assalito probabilmente dai suoi fantasmi. Circondato dal frastuono delle sue menzogne.
Fu, insieme a Renato Curcio ed altri, tra i cofondatori delle Brigate Rosse. Ovvero della più importante organizzazione armata comunista sorta negli anni ’70 in Italia e nel cuore dell’Occidente Capitalista.
Un’organizzazione di classe, nata dalle grandi fabbriche del Nord e dalla cultura rivoluzionaria del movimento operaio, che per un decennio fece tremare le strutture dello Stato borghese con il suo comitato d’affari.
Quel “comitato” composto allora soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, di destra e di centrosinistra: Liberali, Repubblicani, Missini, Socialdemocratici.
Una storia di lotta e di insorgenza che Franceschini ha poi radicalmente tradito, diventando uno dei più ignobili fiancheggiatori degli apparati repressivi dello Stato e dei media di regime.
Dai servizi alla magistratura, dagli organi di informazione al corifeo della teoria del complotto – Sergio Flamigni – chiunque volesse gettare discredito sui suoi ex compagni, o ottenere informazioni taroccate per moltiplicare le pagine della più sgangherata pubblicistica dietrologica, non aveva che da rivolgersi a lui.
Narcisista, paranoico, affetto da delirio di onnipotenza, Franceschini in carcere si faceva chiamare il Mega. E megalomane lo fu di certo, soprattutto dopo la dissociazione. Attiva, anzi iperattiva...
Alberto Franceschini, infatti, non fu un semplice dissociato/pentito e collaboratore. Franceschini costituisce, potremmo dire, l’archetipo dell’infame.
Una convinzione che avevamo sempre coltivato ma che ci apparve ancora più chiara all’indomani di un’intervista pubblicata da Repubblica nel luglio del 2020, e dopo la quale scrivemmo un pezzo che qui riporto quasi integralmente.
Un pezzo che in occasione della sua dipartita non sconfessò. Anzi, rilanciò. Perché nel corso di quelle dichiarazioni Franceschini asseriva qualcosa che va al di là della semplice dissociazione/pentimento e della pur ignobile “confessione”.
Qualcosa che coinvolge l’etica rivoluzionaria e dunque esita nell’abiezione morale di un uomo che, incapace di sopportare il peso delle sue azioni, avrebbe preteso di salvare sé stesso addossando la responsabilità della Lotta Armata – e nello specifico delle Brigate Rosse – esclusivamente ai suoi compagni.
Soprattutto a Mario Moretti. Infangadone l’ineccepibile figura politica, di combattente e di uomo. Un uomo che ancora oggi, sebbene in regime di semilibertà, sconta il carcere. Dopo 44 anni.
Barbara Balzerani, una donna, una rivoluzionaria, ma soprattutto un’ amica la cui morte pesa come un macigno, ebbe a definirlo «un arlecchino dai mille servigi». Mai appellativo fu più appropriato.
Di seguito invece, le parole che scrissi nel 2020:
Franceschini è tre volte infame. Una volta perché rinnega la storia delle Brigate Rosse, lavandosi la coscienza con la viscida genuflessione morale al potere che intendeva combattere.Ahimè, ci ha pensato la natura. E allora, giunti al termine, mi sia consentito scomodare un gigante.
Una volta perché con essa rinnega i suoi compagni che in quella storia hanno creduto e per quella storia hanno sacrificato, con l’onore e la dignità che un vigliacco come lui non potrà mai comprendere, la loro vita. Tra morti e secoli di galera.
Una volta perché, con quel procedere strisciante tipico dei serpenti a sonaglie, afferma di non avere mai ucciso, ma di portare su di sé il peso della violenza che insanguinò l’Italia.
E, immediatamente dopo, accusa apertamente Moretti: «Le responsabilità di Moretti sono totali. Non credo che abbia fatto autocritica di nessun tipo». Praticamente, scarica su Mario Moretti e sulle azioni che le Br compirono, successivamente al suo (di Franceschini) arresto, tutto il peso della Lotta Armata comunista e delle decisioni capitali. Quelle, per intendersi, che dovevano e potevano condurre ad una vittoria finale delle forze rivoluzionarie.
Dimenticando di dire, dal basso gradino della sua ipocrisia, che c’era, almeno fino ad un certo momento (fine anni '70 inizio '80) un accordo quasi totale tra il fronte delle carceri – al quale Franceschini apparteneva e nel quale agiva con responsabilità di dirigente – e le brigate fuori, in merito alle azioni da condurre.
Questo ignobile personaggio, la statura etica del guerrigliero, che apparteneva e ancora appartiene a compagni come Moretti, non ha neanche lontanamente idea di cosa sia. Qualcuno avrebbe dovuto avere con lui la stessa fredda determinazione e la stessa intransigenza che, in quanto dirigente, Franceschinii ha riservato ad alcuni compagni. Altro che “non ho ucciso”. Ma non si può mai sapere. La Rivoluzione ha la memoria lunga.
Scriveva il compagno Mao: «La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma».
La morte di Alberto Franceschini è per noi più insignificante di una semplice piuma. E presto verrà spazzata dal vento.
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Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 2 parte
di Carlo Formenti
Avvertenza: le parentesi quadre contengono chiarimenti o aggiunte del sottoscritto. Viceversa i termini in corsivo sono degli autori citati, salvo eccezioni esplicitamente segnalate.
2. Sui rapporti fra il modo di produzione capitalistico e le altre forme sociali
Secondo Marx, la forma di merce che i prodotti del lavoro umano tendono ad assumere a mano a mano che le forze produttive si sviluppano, tanto da generare una eccedenza rispetto alle esigenze del consumo immediato, e le relazioni sociali (scambio mercantile) che ne derivano, non vanno classificati solo fra i presupposti della nascita del modo di produzione capitalista, ma rappresentano anche e soprattutto gli agenti che consentono a quest’ultimo di assimilare-integrare tutte le forme sociali con cui esso viene a contatto. Entrambe queste funzioni sono ampiamente discusse sia nel Libro II che nel Libro III del Capitale.
Nel capitolo XX del III Libro leggiamo: “Qualunque sia il modo di produzione sulla cui base si producono i prodotti che entrano come merci nella circolazione – la comunità primigenia o la produzione schiavistica, la produzione a opera di piccoli contadini e piccoli artigiani o la produzione capitalistica – ciò nulla cambia al loro carattere di merci; e come merci essi devono attraversare il processo di scambio e i mutamenti di forma [cioè M-D e D-M] che lo accompagnano” (pp. 411-412).
Il medesimo concetto è spiegato in modo più ampio e dettagliato nel capitolo IV del II Libro: “il ciclo del capitale industriale, vuoi in quanto capitale denaro, vuoi in quanto capitale merce, si incrocia con la circolazione di merci dei più svariati modi di produzione sociale, nei limiti in cui questa è nello stesso tempo produzione di merci. Siano le merci il prodotto di un modo di produzione basato sulla schiavitù, o di contadini (cinesi, ryots indiani), o di comunità (Indie orientali olandesi ), o di una produzione statale (come, sulla base della servitù della gleba, si presenta in epoche passate della storia russa), o di popoli cacciatori semiselvaggi, ecc., come merci e denaro esse stanno di fronte al denaro e alle merci in cui è rappresentato il capitale industriale, ed entrano sia nel ciclo di quest’ultimo, sia nel ciclo del plusvalore di cui è depositario il capitale merce, in quanto sia speso come reddito; dunque, entrano in entrambi i rami di circolazione del capitale merce. Il carattere del processo di produzione da cui provengono è del tutto indifferente; come merci esse funzionano sul mercato, come merci entrano sia nel ciclo del capitale industriale, sia della circolazione del plusvalore in esso contenuto” (p. 141).
Notiamo per inciso che il cenno alla produzione statale, qui riferito a “epoche passate della storia russa”, oggi potrebbe riferirsi alle merci prodotte dalle imprese di stato cinesi o di altri Paesi socialisti il che, più avanti, ci costringerà a ragionare sulle implicazioni politiche della loro integrazione nel mercato mondiale. Ciò detto, l’immediata conseguenza del passaggio appena citato è che, come leggiamo alla pagina successiva, se è vero che il modo di produzione capitalistico è condizionato da modi di produzione esistenti fuori del suo livello di sviluppo, è altrettanto vero che “la sua tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci; il suo mezzo principale a questo scopo è appunto quello di attirarle nel proprio processo di circolazione”.
Molte delle riflessioni critiche che svolgerò in questo percorso faranno leva sullo spiraglio metodologico che quel per quanto possibile apre sul determinismo che sembra qui ispirare l’argomentazione di Marx (spiraglio che, come ho argomentato altrove (1), è stato usato da autori come Costanzo Preve (2) e Gyorgy Lukács (3) per contestare le interpretazioni teleologiche della concezione marxiana della storia). Qui dobbiamo tuttavia limitarci a prendere atto che Marx ci dice che la merce funge da minimo comun denominatore, svolge il ruolo di un “linguaggio universale” in grado di mettere in relazione i modi di produzione fra loro più diversi.
A prima vista, questa comune appartenenza dei modi di produzione alla sfera dello scambio mercantile non dovrebbe necessariamente comportare il prevalere di uno di essi su tutti gli altri. Ma per Marx le cose non stanno così: non appena la merce diviene capitale-merce essa si trasforma in un acido corrosivo che tutto dissolve: “Via via che questa [la produzione capitalistica di merci] si sviluppa, esercita effetti disgreganti e dissolventi su ogni forma di produzione anteriore, che, avendo soprattutto di mira i bisogni personali immediati, non trasforma in merce che l’eccedenza del prodotto” (Libro II, cap. I, p. 59). In poche parole, a determinare la differenza – nonché il dominio del modo di produzione capitalistico su tutte le altre forme sociali – è, da un lato, il carattere limitato della produzione semplice di merci (propria delle società in cui solo il prodotto che eccede il bisogno personale immediato diventa merce), dall’altro, il carattere illimitato della produzione capitalistica di merce, cioè di un sistema sociale in cui il capitale-merce dev’essere integralmente trasformato in profitto pena la sopravvivenza del sistema.
Attenzione: non è la forma merce in quanto tale a svolgere la funzione dissolvente appena descritta (affermarlo equivarrebbe ad attribuirle un potere metafisico), bensì è la merce capitale, vale a dire la merce trasfigurata dal processo storico di sviluppo del capitalismo. Alle origini di tale processo si colloca il capitale mercantile: “meno sviluppata è la produzione, più il patrimonio monetario si concentra nelle mani dei mercanti o appare come forma specifica del patrimonio commerciale” (Libro III, cap. XX, p 413). E poco sotto: “la sua [del capitale commerciale] esistenza e il suo sviluppo fino ad un certo livello sono anzi premessa storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, 1) come presupposto della concentrazione di patrimoni monetari, 2) perché il modo di produzione capitalistico postula produzione per il commercio, vendita all’ingrosso e non ai singoli clienti” (Ivi). Ma questo non è di per sé sufficiente a garantire il passaggio da un modo di produzione all’altro. È pur vero che “il capitale deve formarsi nel processo di circolazione prima di apprendere a dominare i suoi estremi, le diverse sfere di produzione fra le quali la circolazione serve da mediatrice” (Libro III, cap. XX p.415), ma perché le sfere di produzione (capitalistica) in questione possano esistere, occorre che, a mano a mano che ogni prodotto cade nelle mani degli agenti della circolazione, questa forza centripeta del capitale mercantile produca i suoi effetti, che consistono, come anticipato sopra, nella tendenza a convertire ogni produzione in produzione di merci, il che implica la trasformazione di tutti i produttori immediati in operai salariati.
Nel capitolo XXIV del Libro I, nel quale analizza l’accumulazione primitiva, Marx descrive la spietatezza con cui il capitalismo procede alla separazione dei produttori immediati dai loro mezzi di produzione e alla loro trasformazione in operai salariati. Ma nei Libri II e III si dà per scontato che tale processo sia già compiuto, si presuppone cioè, “che le leggi del modo di produzione capitalistico si svolgano allo stato puro”, anche se Marx ammette che, nella realtà, “esiste sempre soltanto approssimazione; approssimazione però tanto maggiore, quanto più si è sviluppato il modo di produzione capitalistico e quanto più ne è limitata l'adulterazione e commistione con sopravvivenze di stati economici precedenti” (Libro III, cap. X, p. 227).
Esaurita la fase dell’accumulazione primitiva, il modo di produzione si fonda dunque sempre meno sull’appropriazione selvaggia del plusprodotto sociale per assumere la sua forma “pura”, compiuta: “il capitale industriale è il solo modo di esistere del capitale in cui la funzione di quest’ultimo non consista unicamente nell’appropriazione di plusvalore , rispettivamente plusprodotto, ma, nello stesso tempo, nella sua creazione. Esso perciò determina il carattere capitalistico della produzione; la sua esistenza implica quella dell’antitesi di classe fra capitalisti e salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo e, con esse, il tipo storico-economico della società vengono rivoluzionati. Le altre specie di capitale non gli vengono soltanto subordinate e in conformità modificate nel meccanismo delle loro funzioni, ma non si muovono più che sulle sue basi, insieme alle quali vivono e muovono, stanno e cadono. Capitale denaro e capitale merce (…) non sono ormai più che modi di esistere – resi autonomi e sviluppati unilateralmente come esponenti di rami di affari propri – delle diverse forme di funzionamento che il capitale industriale ora riveste ed ora depone nella sfera della circolazione” (Libro II, Cap. I, p. 79). Al processo appena descritto appartiene la progressiva liquidazione dei piccoli capitalisti, che si presenta come una “separazione alla seconda potenza” delle condizioni di lavoro dai produttori, nella misura in cui, per questi soggetti, “il lavoro personale recita ancora una parte” (Libro III, cap. XV, p. 315).
Il modello teorico che emerge dalle citazioni che abbiamo estratto dai Libri II e III del Capitale, parrebbe giustificare la tesi secondo cui Marx avrebbe concepito una visione profetica dello sviluppo futuro del modo di produzione capitalistico, considerandolo destinato a culminare nella propria mondializzazione senza residui, caratterizzata dalla dissoluzione integrale di tutti gli altri modi di produzione e dal tramonto dei loro sistemi di relazione sociale, progressivamente rimpiazzarti dal rapporto egemone, se non esclusivo, fra capitale e lavoro salariato. Questo punto di vista trova legittimazione in quei passaggi del Manifesto del 1848 che esaltano la funzione “civilizzatrice” del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui la sua energia “rivoluzionaria” sovverte ogni relazione economica, politica e sociale, oltre che ogni valore civile, religioso e culturale delle forme sociali tradizionali (definite barbare o semi barbare), sottraendole al loro “torpore” secolare e allargando a dismisura la schiera dei lavoratori salariati, futuri becchini di ogni forma di dominio, oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Se dovessimo attenerci a questa interpretazione (come peraltro ha fatto buona parte della tradizione marxista occidentale) (4), ne ricaveremmo l’immagine di un Marx eurocentrico, condizionato dai paradigmi dell’evoluzionismo e dell'illuminismo progressista borghesi, o di quello che potremmo definire, con Costanzo Preve, un Marx intrappolato nei regimi narrativi “deterministico-naturalistico” e “grande narrativo” (5). Ora non si può negare che Marx, in sintonia con la sua nota metafora secondo cui sarebbe la natura umana a offrire la chiave interpretativa della natura della scimmia, abbia detto che il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire, tuttavia Baran e Sweezy, laddove citano tale affermazione (6), notano giustamente che essa andrebbe intesa nel senso che gli altri paesi europei avrebbero seguito la via tracciata dall’Inghilterra, più che come profezia sul futuro mondiale. Ma soprattutto non va dimenticato che in queste pagine Marx descrive un processo tendenziale e non un destino e, come avremo modo di vedere più avanti, è sempre attento ad analizzare le controtendenze che possono deviare il corso della storia in direzioni inedite.
In effetti, fatta eccezione per l’analisi del ruolo svolto dal saccheggio dei popoli colonizzati da parte delle metropoli capitalistiche nell’accumulazione primitiva, contenuta nelle parti finali del Libro I, Marx non ha ampliato, se non per cenni episodici, il proprio modello teorico fino a comprendere tanto i segmenti sviluppati quanto quelli sottosviluppati del mondo capitalistico, il che, commentano Baran e Sweezy, “ha avuto lo spiacevole effetto di concentrare l’attenzione in maniera esclusiva sui paesi capitalistici sviluppati” (7). Non a caso tutti i contributi innovativi alla teoria marxista, dall’analisi di Lenin sul capitale monopolistico (8) a quello degli appena citati Baran e Sweezy, alle analisi della “banda dei quattro” – appellativo con cui Alessandro Visalli definisce i massimi teorici del sottosviluppo e del rapporto centro-periferia nel sistema mondo: Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Samir Amin e Gunder Frank (9) – si impegnano nello sforzo di porre rimedio a questo “buco” nell’opera di Marx. Mentre a David Harvey va riconosciuto il merito di avere messo in luce come la cosiddetta accumulazione primitiva non sia una fase storica limitata ai primordi dello sviluppo capitalistico, bensì un dispositivo sistemico permanente, che questo autore definisce accumulazione per espropriazione (10).
Dopodiché va sottolineato come sia stato lo stesso Marx a smentire in varie occasioni - soprattutto nei testi “tardi” della seconda metà degli anni Settanta dell’800 – le letture deterministiche (teleologiche) del suo lavoro. Così ha invertito il proprio giudizio nei confronti del rapporti fra imperialismo inglese e colonia irlandese: laddove, in precedenza, aveva sostenuto – in ossequio alla presunta missione progressista/emancipatoria del modo di produzione capitalista metropolitano nei confronti dei modi di produzione precapitalistici delle colonie (proletarizzazione dei piccoli contadini) – che gli irlandesi si sarebbero potuti emancipare solo in seguito a una vittoriosa rivoluzione degli operai inglesi ma, una volta preso atto del fatto che il supersfruttamento della forza lavoro irlandese immigrata consentiva al capitalismo inglese di concedere privilegi ai lavoratori autoctoni, ha riconosciuto che, al contrario, nessuna rivoluzione proletaria sarebbe potuta avvenire in Inghilterra finché l’Irlanda non avesse conquistato la propria indipendenza (anticipando così le tesi di Lenin sul rapporto fra rivoluzione proletaria e lotte di liberazione nazionale).
Di più: in una lettera del 1877 alla redazione di una rivista russa che aveva ospitato una recensione dell’edizione russa del Capitale scriveva, a proposito della tesi del recensore, il quale utilizzava il capitolo sull'accumulazione primitiva per sostenere che nessuna rivoluzione sociale sarebbe potuta avvenire in Russia se non dopo la completa espropriazione (e la riduzione allo status di lavoratori salariati) dei contadini, “[il mio critico] sente il bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica si trovino (sottolineatura mia), per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto [sottinteso: troppo onore nell’attribuirmi la capacità di descrivere le leggi generali di sviluppo dell’umanità, troppo torto nell’attribuirmi intenzioni e meriti che non ho mai nutrito né rivendicato]”(11).
Il passaggio è particolarmente significativo, sia in quanto conferma la tesi di Lukács, laddove costui nega l’intenzione di Marx di formulare delle “leggi generali” della storia in grado di prevederne gli sviluppi (12), sia perché, in quegli stessi anni, Marx stilava la celebre lettera a Vera Zasulič, nella quale, intervenendo sul dibattito fra socialdemocratici e populisti russi, non escludeva, in linea di principio e fatte salve determinate condizioni (13), che la comune contadina (obscina) potesse svolgere il ruolo di agente di una trasformazione in senso socialista della Russia, senza passare sotto le forche caudine della fase capitalistica. È qui che possiamo valutare l’importanza dell’inciso evidenziato in precedenza nella frase “la sua [del modo di produzione capitalistico] tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci”. Il per quanto possibile implica che le forme sociali precapitaliste possano non solo resistere al ma, date certe condizioni storiche, prevalere sul tentativo di colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico.
Del resto nel III Libro (Cap. XX p. 420) Marx precisa che la capacità del capitalismo mercantile di provocare la disgregazione dei vecchi modi di produzione “dipende, in primo luogo, dalla loro stabilità e articolazione interna”. E a pagina 422 aggiunge che, “in Cina, dove non viene loro in aiuto la forza politica diretta. La grande economia e il forte risparmio di tempo derivanti dalla combinazione immediata di agricoltura e manifattura, offrono qui la resistenza più accanita ai prodotti della grande industria”. Su queste aperture dell’ultimo Marx alcuni marxisti latinoamericani – fra i quali Mariategui (14) Dussel (15) e Linera (16) – hanno fondato le loro analisi sul potenziale anticapitalista delle comunità originarie del subcontinente. Quanto all’attualità del riferimento marxiano alla capacità di resilienza della società e della civiltà cinese a fronte dell’aggressione imperialista occidentale, me ne occuperò nell’ultima parte di questo articolo a partire da due lavori, nell’ordine del duo Alberto Gabriele-Elias Jabbour (17) e di Giovanni Arrighi (18).
Avvertenza: le parentesi quadre contengono chiarimenti o aggiunte del sottoscritto. Viceversa i termini in corsivo sono degli autori citati, salvo eccezioni esplicitamente segnalate.
2. Sui rapporti fra il modo di produzione capitalistico e le altre forme sociali
Secondo Marx, la forma di merce che i prodotti del lavoro umano tendono ad assumere a mano a mano che le forze produttive si sviluppano, tanto da generare una eccedenza rispetto alle esigenze del consumo immediato, e le relazioni sociali (scambio mercantile) che ne derivano, non vanno classificati solo fra i presupposti della nascita del modo di produzione capitalista, ma rappresentano anche e soprattutto gli agenti che consentono a quest’ultimo di assimilare-integrare tutte le forme sociali con cui esso viene a contatto. Entrambe queste funzioni sono ampiamente discusse sia nel Libro II che nel Libro III del Capitale.
Nel capitolo XX del III Libro leggiamo: “Qualunque sia il modo di produzione sulla cui base si producono i prodotti che entrano come merci nella circolazione – la comunità primigenia o la produzione schiavistica, la produzione a opera di piccoli contadini e piccoli artigiani o la produzione capitalistica – ciò nulla cambia al loro carattere di merci; e come merci essi devono attraversare il processo di scambio e i mutamenti di forma [cioè M-D e D-M] che lo accompagnano” (pp. 411-412).
Il medesimo concetto è spiegato in modo più ampio e dettagliato nel capitolo IV del II Libro: “il ciclo del capitale industriale, vuoi in quanto capitale denaro, vuoi in quanto capitale merce, si incrocia con la circolazione di merci dei più svariati modi di produzione sociale, nei limiti in cui questa è nello stesso tempo produzione di merci. Siano le merci il prodotto di un modo di produzione basato sulla schiavitù, o di contadini (cinesi, ryots indiani), o di comunità (Indie orientali olandesi ), o di una produzione statale (come, sulla base della servitù della gleba, si presenta in epoche passate della storia russa), o di popoli cacciatori semiselvaggi, ecc., come merci e denaro esse stanno di fronte al denaro e alle merci in cui è rappresentato il capitale industriale, ed entrano sia nel ciclo di quest’ultimo, sia nel ciclo del plusvalore di cui è depositario il capitale merce, in quanto sia speso come reddito; dunque, entrano in entrambi i rami di circolazione del capitale merce. Il carattere del processo di produzione da cui provengono è del tutto indifferente; come merci esse funzionano sul mercato, come merci entrano sia nel ciclo del capitale industriale, sia della circolazione del plusvalore in esso contenuto” (p. 141).
Notiamo per inciso che il cenno alla produzione statale, qui riferito a “epoche passate della storia russa”, oggi potrebbe riferirsi alle merci prodotte dalle imprese di stato cinesi o di altri Paesi socialisti il che, più avanti, ci costringerà a ragionare sulle implicazioni politiche della loro integrazione nel mercato mondiale. Ciò detto, l’immediata conseguenza del passaggio appena citato è che, come leggiamo alla pagina successiva, se è vero che il modo di produzione capitalistico è condizionato da modi di produzione esistenti fuori del suo livello di sviluppo, è altrettanto vero che “la sua tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci; il suo mezzo principale a questo scopo è appunto quello di attirarle nel proprio processo di circolazione”.
Molte delle riflessioni critiche che svolgerò in questo percorso faranno leva sullo spiraglio metodologico che quel per quanto possibile apre sul determinismo che sembra qui ispirare l’argomentazione di Marx (spiraglio che, come ho argomentato altrove (1), è stato usato da autori come Costanzo Preve (2) e Gyorgy Lukács (3) per contestare le interpretazioni teleologiche della concezione marxiana della storia). Qui dobbiamo tuttavia limitarci a prendere atto che Marx ci dice che la merce funge da minimo comun denominatore, svolge il ruolo di un “linguaggio universale” in grado di mettere in relazione i modi di produzione fra loro più diversi.
A prima vista, questa comune appartenenza dei modi di produzione alla sfera dello scambio mercantile non dovrebbe necessariamente comportare il prevalere di uno di essi su tutti gli altri. Ma per Marx le cose non stanno così: non appena la merce diviene capitale-merce essa si trasforma in un acido corrosivo che tutto dissolve: “Via via che questa [la produzione capitalistica di merci] si sviluppa, esercita effetti disgreganti e dissolventi su ogni forma di produzione anteriore, che, avendo soprattutto di mira i bisogni personali immediati, non trasforma in merce che l’eccedenza del prodotto” (Libro II, cap. I, p. 59). In poche parole, a determinare la differenza – nonché il dominio del modo di produzione capitalistico su tutte le altre forme sociali – è, da un lato, il carattere limitato della produzione semplice di merci (propria delle società in cui solo il prodotto che eccede il bisogno personale immediato diventa merce), dall’altro, il carattere illimitato della produzione capitalistica di merce, cioè di un sistema sociale in cui il capitale-merce dev’essere integralmente trasformato in profitto pena la sopravvivenza del sistema.
Attenzione: non è la forma merce in quanto tale a svolgere la funzione dissolvente appena descritta (affermarlo equivarrebbe ad attribuirle un potere metafisico), bensì è la merce capitale, vale a dire la merce trasfigurata dal processo storico di sviluppo del capitalismo. Alle origini di tale processo si colloca il capitale mercantile: “meno sviluppata è la produzione, più il patrimonio monetario si concentra nelle mani dei mercanti o appare come forma specifica del patrimonio commerciale” (Libro III, cap. XX, p 413). E poco sotto: “la sua [del capitale commerciale] esistenza e il suo sviluppo fino ad un certo livello sono anzi premessa storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, 1) come presupposto della concentrazione di patrimoni monetari, 2) perché il modo di produzione capitalistico postula produzione per il commercio, vendita all’ingrosso e non ai singoli clienti” (Ivi). Ma questo non è di per sé sufficiente a garantire il passaggio da un modo di produzione all’altro. È pur vero che “il capitale deve formarsi nel processo di circolazione prima di apprendere a dominare i suoi estremi, le diverse sfere di produzione fra le quali la circolazione serve da mediatrice” (Libro III, cap. XX p.415), ma perché le sfere di produzione (capitalistica) in questione possano esistere, occorre che, a mano a mano che ogni prodotto cade nelle mani degli agenti della circolazione, questa forza centripeta del capitale mercantile produca i suoi effetti, che consistono, come anticipato sopra, nella tendenza a convertire ogni produzione in produzione di merci, il che implica la trasformazione di tutti i produttori immediati in operai salariati.
Nel capitolo XXIV del Libro I, nel quale analizza l’accumulazione primitiva, Marx descrive la spietatezza con cui il capitalismo procede alla separazione dei produttori immediati dai loro mezzi di produzione e alla loro trasformazione in operai salariati. Ma nei Libri II e III si dà per scontato che tale processo sia già compiuto, si presuppone cioè, “che le leggi del modo di produzione capitalistico si svolgano allo stato puro”, anche se Marx ammette che, nella realtà, “esiste sempre soltanto approssimazione; approssimazione però tanto maggiore, quanto più si è sviluppato il modo di produzione capitalistico e quanto più ne è limitata l'adulterazione e commistione con sopravvivenze di stati economici precedenti” (Libro III, cap. X, p. 227).
Esaurita la fase dell’accumulazione primitiva, il modo di produzione si fonda dunque sempre meno sull’appropriazione selvaggia del plusprodotto sociale per assumere la sua forma “pura”, compiuta: “il capitale industriale è il solo modo di esistere del capitale in cui la funzione di quest’ultimo non consista unicamente nell’appropriazione di plusvalore , rispettivamente plusprodotto, ma, nello stesso tempo, nella sua creazione. Esso perciò determina il carattere capitalistico della produzione; la sua esistenza implica quella dell’antitesi di classe fra capitalisti e salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo e, con esse, il tipo storico-economico della società vengono rivoluzionati. Le altre specie di capitale non gli vengono soltanto subordinate e in conformità modificate nel meccanismo delle loro funzioni, ma non si muovono più che sulle sue basi, insieme alle quali vivono e muovono, stanno e cadono. Capitale denaro e capitale merce (…) non sono ormai più che modi di esistere – resi autonomi e sviluppati unilateralmente come esponenti di rami di affari propri – delle diverse forme di funzionamento che il capitale industriale ora riveste ed ora depone nella sfera della circolazione” (Libro II, Cap. I, p. 79). Al processo appena descritto appartiene la progressiva liquidazione dei piccoli capitalisti, che si presenta come una “separazione alla seconda potenza” delle condizioni di lavoro dai produttori, nella misura in cui, per questi soggetti, “il lavoro personale recita ancora una parte” (Libro III, cap. XV, p. 315).
Il modello teorico che emerge dalle citazioni che abbiamo estratto dai Libri II e III del Capitale, parrebbe giustificare la tesi secondo cui Marx avrebbe concepito una visione profetica dello sviluppo futuro del modo di produzione capitalistico, considerandolo destinato a culminare nella propria mondializzazione senza residui, caratterizzata dalla dissoluzione integrale di tutti gli altri modi di produzione e dal tramonto dei loro sistemi di relazione sociale, progressivamente rimpiazzarti dal rapporto egemone, se non esclusivo, fra capitale e lavoro salariato. Questo punto di vista trova legittimazione in quei passaggi del Manifesto del 1848 che esaltano la funzione “civilizzatrice” del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui la sua energia “rivoluzionaria” sovverte ogni relazione economica, politica e sociale, oltre che ogni valore civile, religioso e culturale delle forme sociali tradizionali (definite barbare o semi barbare), sottraendole al loro “torpore” secolare e allargando a dismisura la schiera dei lavoratori salariati, futuri becchini di ogni forma di dominio, oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Se dovessimo attenerci a questa interpretazione (come peraltro ha fatto buona parte della tradizione marxista occidentale) (4), ne ricaveremmo l’immagine di un Marx eurocentrico, condizionato dai paradigmi dell’evoluzionismo e dell'illuminismo progressista borghesi, o di quello che potremmo definire, con Costanzo Preve, un Marx intrappolato nei regimi narrativi “deterministico-naturalistico” e “grande narrativo” (5). Ora non si può negare che Marx, in sintonia con la sua nota metafora secondo cui sarebbe la natura umana a offrire la chiave interpretativa della natura della scimmia, abbia detto che il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire, tuttavia Baran e Sweezy, laddove citano tale affermazione (6), notano giustamente che essa andrebbe intesa nel senso che gli altri paesi europei avrebbero seguito la via tracciata dall’Inghilterra, più che come profezia sul futuro mondiale. Ma soprattutto non va dimenticato che in queste pagine Marx descrive un processo tendenziale e non un destino e, come avremo modo di vedere più avanti, è sempre attento ad analizzare le controtendenze che possono deviare il corso della storia in direzioni inedite.
In effetti, fatta eccezione per l’analisi del ruolo svolto dal saccheggio dei popoli colonizzati da parte delle metropoli capitalistiche nell’accumulazione primitiva, contenuta nelle parti finali del Libro I, Marx non ha ampliato, se non per cenni episodici, il proprio modello teorico fino a comprendere tanto i segmenti sviluppati quanto quelli sottosviluppati del mondo capitalistico, il che, commentano Baran e Sweezy, “ha avuto lo spiacevole effetto di concentrare l’attenzione in maniera esclusiva sui paesi capitalistici sviluppati” (7). Non a caso tutti i contributi innovativi alla teoria marxista, dall’analisi di Lenin sul capitale monopolistico (8) a quello degli appena citati Baran e Sweezy, alle analisi della “banda dei quattro” – appellativo con cui Alessandro Visalli definisce i massimi teorici del sottosviluppo e del rapporto centro-periferia nel sistema mondo: Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Samir Amin e Gunder Frank (9) – si impegnano nello sforzo di porre rimedio a questo “buco” nell’opera di Marx. Mentre a David Harvey va riconosciuto il merito di avere messo in luce come la cosiddetta accumulazione primitiva non sia una fase storica limitata ai primordi dello sviluppo capitalistico, bensì un dispositivo sistemico permanente, che questo autore definisce accumulazione per espropriazione (10).
Dopodiché va sottolineato come sia stato lo stesso Marx a smentire in varie occasioni - soprattutto nei testi “tardi” della seconda metà degli anni Settanta dell’800 – le letture deterministiche (teleologiche) del suo lavoro. Così ha invertito il proprio giudizio nei confronti del rapporti fra imperialismo inglese e colonia irlandese: laddove, in precedenza, aveva sostenuto – in ossequio alla presunta missione progressista/emancipatoria del modo di produzione capitalista metropolitano nei confronti dei modi di produzione precapitalistici delle colonie (proletarizzazione dei piccoli contadini) – che gli irlandesi si sarebbero potuti emancipare solo in seguito a una vittoriosa rivoluzione degli operai inglesi ma, una volta preso atto del fatto che il supersfruttamento della forza lavoro irlandese immigrata consentiva al capitalismo inglese di concedere privilegi ai lavoratori autoctoni, ha riconosciuto che, al contrario, nessuna rivoluzione proletaria sarebbe potuta avvenire in Inghilterra finché l’Irlanda non avesse conquistato la propria indipendenza (anticipando così le tesi di Lenin sul rapporto fra rivoluzione proletaria e lotte di liberazione nazionale).
Di più: in una lettera del 1877 alla redazione di una rivista russa che aveva ospitato una recensione dell’edizione russa del Capitale scriveva, a proposito della tesi del recensore, il quale utilizzava il capitolo sull'accumulazione primitiva per sostenere che nessuna rivoluzione sociale sarebbe potuta avvenire in Russia se non dopo la completa espropriazione (e la riduzione allo status di lavoratori salariati) dei contadini, “[il mio critico] sente il bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica si trovino (sottolineatura mia), per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto [sottinteso: troppo onore nell’attribuirmi la capacità di descrivere le leggi generali di sviluppo dell’umanità, troppo torto nell’attribuirmi intenzioni e meriti che non ho mai nutrito né rivendicato]”(11).
Il passaggio è particolarmente significativo, sia in quanto conferma la tesi di Lukács, laddove costui nega l’intenzione di Marx di formulare delle “leggi generali” della storia in grado di prevederne gli sviluppi (12), sia perché, in quegli stessi anni, Marx stilava la celebre lettera a Vera Zasulič, nella quale, intervenendo sul dibattito fra socialdemocratici e populisti russi, non escludeva, in linea di principio e fatte salve determinate condizioni (13), che la comune contadina (obscina) potesse svolgere il ruolo di agente di una trasformazione in senso socialista della Russia, senza passare sotto le forche caudine della fase capitalistica. È qui che possiamo valutare l’importanza dell’inciso evidenziato in precedenza nella frase “la sua [del modo di produzione capitalistico] tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci”. Il per quanto possibile implica che le forme sociali precapitaliste possano non solo resistere al ma, date certe condizioni storiche, prevalere sul tentativo di colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico.
Del resto nel III Libro (Cap. XX p. 420) Marx precisa che la capacità del capitalismo mercantile di provocare la disgregazione dei vecchi modi di produzione “dipende, in primo luogo, dalla loro stabilità e articolazione interna”. E a pagina 422 aggiunge che, “in Cina, dove non viene loro in aiuto la forza politica diretta. La grande economia e il forte risparmio di tempo derivanti dalla combinazione immediata di agricoltura e manifattura, offrono qui la resistenza più accanita ai prodotti della grande industria”. Su queste aperture dell’ultimo Marx alcuni marxisti latinoamericani – fra i quali Mariategui (14) Dussel (15) e Linera (16) – hanno fondato le loro analisi sul potenziale anticapitalista delle comunità originarie del subcontinente. Quanto all’attualità del riferimento marxiano alla capacità di resilienza della società e della civiltà cinese a fronte dell’aggressione imperialista occidentale, me ne occuperò nell’ultima parte di questo articolo a partire da due lavori, nell’ordine del duo Alberto Gabriele-Elias Jabbour (17) e di Giovanni Arrighi (18).
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Ad Alberto Gabriele ed Elias Jabbour dobbiamo un importante contributo teorico sulla questione della transizione al socialismo. Si tratta di un testo sul quale dovrò soffermarmi in modo più approfondito allorché affronterò le parti dei Libri II e III dedicate al processo di socializzazione del capitale e alle sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo. Qui mi limiterò a descrivere la loro visione eterodossa della categoria marxiana di modo di produzione e alla tesi della compresenza di più modi di produzione sia a livello mondiale che nell’ambito di una singola realtà nazionale.
Poco sopra abbiamo visto come il modello marxiano non conceda chance di sopravvivenza agli altri modi di produzione che vengono a contatto con il modo di produzione capitalistico attraverso la circolazione mercantile. Tutte le forme sociali che si aprono alle merci capitalistiche sono inevitabilmente destinate a venire integrate, sia pure in misura e forme diverse, al modo di produzione che le produce. Marx ha ovviamente in testa il rapporto fra modo di produzione capitalistico e modi di produzione precapitalistici ma, a un secolo di distanza dalla nascita del primo paese socialista, cui hanno fatto seguito altre rivoluzioni, è inevitabile prendere in considerazione anche il rapporto fra modo di produzione capitalistico e paesi socialisti. Sappiamo che per molti teorici marxisti questo rapporto è mortale per i secondi: nella misura in cui questi ultimi vengono integrati (attraverso scambi commerciali, investimenti diretti e indiretti, ecc.) nel sistema economico mondiale dominato dal modo di produzione capitalistico, il loro destino è segnato: prima o poi finiranno per tornare a essere paesi capitalisti (non a caso un autore come Samir Amin teorizza il delinking (19) invitando i paesi del Sud del mondo che intendono imboccare la via del socialismo a sganciarsi dal mercato mondiale).
Gabriele e Jabbour ribaltano questa prospettiva a partire dalla messa in questione del concetto stesso di modo di produzione. Non si tratta di abbandonarlo, argomentano, bensì di relativizzarlo, tenendo conto della sua natura di modello astratto. Nel mondo reale non esistono modi di produzione, bensì formazioni socioeconomiche che si avvicinano solo approssimativamente al modello astratto. La relazione fra modo di produzione come figura universale, strutturale e costante e le sue particolari e specifiche manifestazioni storico-geografiche, scrivono (20), “è lungi dall’essere semplice”. Il primato di un determinato modo di produzione in uno specifico contesto storico, aggiungono (21), può essere assoluto o relativo. Se, per esempio, gli Stati Uniti costituiscono un caso di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, in altre formazioni socioeconomiche possono esistere due o più modi di produzione che stanno fra loro in rapporti di rivalità e/o di simbiosi.
Quest’ultima affermazione è compatibile con quanto afferma lo stesso Marx in merito al rapporto di simbiosi fra modo di produzione capitalistico e modo di produzione schiavistico nelle colonie dei paesi capitalisti, o alla sussunzione di varie forme produttive arcaiche all’interno del ciclo del capitale, ecc.. La differenza sta nel fatto che, mentre Marx ipotizza che queste forme ibride siano, almeno tendenzialmente, residui destinati ad evolvere verso la forma capitalista “pura”, Gabriele e Jabbour disegnano uno scenario più complesso e contraddittorio. Posto che a livello mondiale si può affermare che la previsione di Marx si è realizzata, nel senso che ovunque vige la legge del valore che caratterizza ogni forma di produzione mercantile fondata su relazioni monetarie di produzione e scambio (il che vale tanto per i paesi capitalisti quanto per i paesi socialisti e i paesi con consistenti residui di forme produttive precapitalistiche) (22), secondo Gabriele e Jabbour ciò non implica:
1) che la mera esistenza del plusvalore sia di per sé indice di sfruttamento di classe;
2) né che, pur restando il modo di produzione capitalistico dominante a livello mondiale, in alcuni paesi non possano convivere due o più modi di produzione, e che a prevalere, sulla lunga distanza, non sia necessariamente quello capitalistico.
Questa condizione ibrida di convivenza fra più modi di produzione sarebbe propria di quei paesi che Gabriele e Jabbour definiscono sistemi socialistici, fra i quali collocano la Cina, caratterizzati dal ruolo prevalente giocato dallo stato in economia, e dal perseguimento di obiettivi quali riduzione della disuguaglianza, soddisfazione universale dei bisogni di base, sostenibilità ambientale, ecc. si tratta di sistemi misti dove:
a) il meccanismo dei prezzi di mercato e la legge del valore sono la forma prevalente di regolazione nel breve medio termine;
b) il ruolo diretto e indiretto dello stato e il suo controllo sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori rispetto ai paesi capitalisti;
c) il governo rivendica ufficialmente come obiettivo a lungo termine la realizzazione del socialismo in un contesto di rapido sviluppo socioeconomico, progresso tecnologico ed evoluzione degli strumenti di governance economica.
Il progresso verso il socialismo, in un simile quadro, può essere descritto come uno scenario in cui le interazioni di mercato e la legge del valore mantengano il loro ruolo e restano valide anche se la loro tradizionale egemonia subisce un progressivo indebolimento (23).
*****
Anche nel caso di Arrighi mi limiterò ad alcuni cenni relativi al tema di questo primo articolo dedicato ai Libri II e III del Capitale, riservandomi di riprendere le tesi di questo autore quando affronterò il processo di socializzazione del capitale e le sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo.
Nelle prime pagine del suo capolavoro – Adam Smith a Pechino (24) – Giovanni Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”, ponendosi sulla scia di autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato l’asse dell’analisi della forma sociale capitalistica dal piano dell’economia “pura” al piano della sociologia e dell’antropologia culturale. Arrighi imbocca la stessa direzione rovesciando l’interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, argomenta, è erroneamente liquidato come l’apologeta del mercato autoregolantesi, che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, mentre in realtà era ben consapevole che solo l’esistenza di uno Stato forte poteva garantire le condizioni di esistenza del mercato stesso, al punto da avanzare la tesi che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Una tesi, argomenta Arrighi, che ci consente di capire la logica delle “economie di mercato non capitalistiche” delle quali la Cina rappresenta il massimo esempio contemporaneo.
Adam Smith, secondo Arrighi, lo aveva intuito già nel 1776, laddove scriveva che la Cina era allora più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia (nel senso che ignorava la spinta di tipo europeo all’accumulazione illimitata), cioè grazie al fatto che aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica. Sempre Smith definiva come “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero.
Arrighi sfrutta questa distinzione per sviluppare una critica nei confronti della tesi marxiana che vede nel modo di produzione capitalistico una fase che il mondo intero dovrà attraversare, prima di riuscire liberarsi dalle ferree “leggi” dell’economia (anche se, come abbiamo visto sopra, l’ultimo Marx non ne era più tanto convinto). Secondo il Marx del Capitale, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non ha alcun futuro possibile in un mondo in cui sia già diffuso lo sviluppo “innaturale” del modo di produzione capitalistico; quest’ultimo, grazie alla sua irresistibile spinta a travolgere ogni ostacolo, condanna ogni altra formazione sociale a disgregarsi non appena entra in contatto con le sue merci.
La potenza della “via innaturale”, argomenta Arrighi (qui in perfetta sintonia con Marx), era il frutto dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica che le consentì di stroncare la resistenza delle nazioni extraeuropee. Resta però il fatto, sostiene ancora Arrighi, che l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita non solo hanno resistito ma, approfittando della crisi generata dal “troppo successo” del modello neoliberale, hanno contrattaccato, generando modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, modelli fondati sul mercato ma non capitalistici, dei quali la Cina rappresenta l’esempio più significativo. Per ora mi fermo qui, limitandomi a concludere con una osservazione metodologica: nella misura in cui assumiamo questo punto di vista, rifiutando la visione immanentista-teleologica della storia come processo unidirezionale verso il “progresso”, dovremmo sostituire la definizione di formazioni sociali pre-capitalistiche con quella di formazioni sociali non-capitalistiche.
Note
(1) cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022; vedi anche Guerra e rivoluzione, vol. I cap. I, Meltemi, Milano 2023; vedi infine, con Onofrio Romano, Tagliare i rami secchi, DeriveApprodi, Roma 2019.
(2) Cfr., in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.
(3) Cfr- G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. , Meltemi, Milano 2023.
(4) Per un’analisi critica del marxismo occidentale cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017.
(5) Cfr. C. Preve, op. cit. Preve usa le seguenti definizioni per connotare i due regimi narrativi che attribuisce a Marx: 1) l’idea che la storia umana sia governata da “leggi” paragonabili alle leggi di natura (regime deterministico-naturalistico); 2) una “metafisica immanentistica governata da un Soggetto che marcia verso l’utopia di una società integralmente trasparente” (regine grande narrativo). A questi regimi Preve contrappone un terzo regime a suo avviso presente nell’opera marxiana, che egli definisce, seguendo la lezione di Lukács (cfr. nota 3), ontologico-sociale.
(6) Cfr. P. Baran, P, Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968.
(7) Ivi, p. 8
(8) Cfr. V. I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,in Opere scelte, Vol. I, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1947.
(9) Cfr. A Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.
(10) Cfr. D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano 2011.
(11) La lettera si trova in K. Marx, F. Engels, India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960.
(12) La critica lukacsiana alle interpretazioni teleologiche della visione marxiana della storia è ricorrente nella sua Ontologia sociale, cit.
(13) Anche le varie versioni della lettera a Vera Zasulič si trovano in India Cina Russia, cit.
(14) Cfr. J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, Einaudi, Torino 1972.
(15) Cfr. E. Dussel, L'ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009.
(16) Cfr. A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Sueños, Quito 2015.
(17) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.
(18) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.
(19) Cfr. Samir Amin, La déconnextion, la Découvert, Paris 1986.
(20) Socialist Economic... cit., p. 51.
(21) Ivi, P. p. 52
(22) Ivi p. 79. Secondo i due autori la convivenza fra differenti modi di produzione a livello mondiale può essere definita come un “meta modo di produzione” caratterizzato da produzione di merci e rapporti monetari di produzione e scambio, vigenza della legge del valore e dei mercati, estrazione di plusvalore, coesistenza di un macrosettore produttivo e un macrosettore improduttivo (p.96)
(23) Ivi, p. 37.
(24) Vedi nota 18.
Fonte
Guerra in Ucraina - I russi riconquistano Kursk. E con l’annuncio mandano messaggi a Zelensky e all’Europa
di Fulvio Scaglione
Se c’è una cosa che non cambia mai, in Russia, è il senso della liturgia. Ai tempi dell’Unione Sovietica i cremlinologi dovevano analizzare la posizione sul Mausoleo di Lenin di questo o quel dirigente per provare a divinare se il suo rango fosse in ascesa o in discesa, e quali gruppi fossero prevalenti all’interno del Pcus.
I modi con il tempo sono cambiati, ma non la sostanza: il come spesso vale più del cosa. Lo abbiamo visto in queste ore con l’annuncio della completa riconquista della regione di Kursk, invasa e in parte occupata dagli ucraini il 6 agosto scorso, da parte delle truppe russe. Da mesi si sapeva che sarebbe successo. Ma il modo in cui ne è stato dato l’annuncio è molto rivelatore.
Con immagini ovviamente subito diffuse, ma sfacciatamente improntate a uno stile sobrio e business oriented, il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov si rivolge a Vladimir Putin che, facendo finta di non essere al corrente, gli dice: “Ho saputo che ha delle notizie da darmi sull’andamento delle operazioni nella regione di Kursk...”.
E già questo dice qualcosa: il messaggio che si vuole trasmettere ai russi è che la vittoria sull’Ucraina non è un evento ma un fatto normale, quasi più organizzativo che ideale. Tappa dopo tappa, non ci può essere altro esito.
Seconda considerazione: perché non è il ministro della Difesa Andrej Belousov, nominato l’anno scorso, ad annunciare il risultato al Presidente? Qui prevale un’altra logica. Qui è il capo di stato maggiore che parla al comandante in capo.
Qui la politica non deve entrarci, è una questione tra militari, chiaramente un modo per onorare e gratificare le forze armate. Tanto più che Gerasimov veste la divisa da cinquant’anni e occupa il ruolo di capo di stato maggiore dal 2012. Da allora ha già visto passare tre ministri della Difesa tra i quali anche colui che fu il suo mentore, Sergej Shoigu. Nessuno più di lui incarna la continuità della vecchia guardia militare.
Lasciandogli la scena, Putin ha così voluto “ringraziare” la classe degli ufficiali che è rimasta al suo fianco in questi tre anni, la stessa classe che lui peraltro ha difeso al momento prima delle critiche e poi della ribellione di Evgenyj Prigozhin.
Un ultimo elemento: Belousov è un civile che ha fama di incorruttibile e che prima del 2024 non aveva mai avuto contatti con le gerarchie militari. La sua nomina (in qualche modo confermata dalla radicale “purga” dei generali collaboratori di Shoigu, licenziati e più spesso processati per corruzione) aveva un senso preciso: non voleva delegittimare chi conduceva le operazioni militari sul campo (nonostante gli insuccessi) ma stroncare le malefatte dei generali da ufficio e scrivania. Questo siparietto Gerasimov-Putin va nella stessa direzione.
Terzo elemento: Gerasimov, rivolgendosi a Putin, non dimentica di elogiare l’eroismo e il coraggio dei soldati della Corea del Nord che hanno combattuto nella regione di Kursk. Difficile che sia stata un’iniziativa del generale. Più facile che in questo modo gli spin doctors del Cremlino abbiano voluto non solo gratificare l’alleato ma esibirne l’esistenza e il “peso” (anche se sicuramente non decisivo), come in uno schiaffo rivolto ai Paesi occidentali che hanno di volta in volta ironizzato o drammatizzato sulla presenza dei nordcoreani.
La testa di ponte
Quarto elemento: l’annuncio della creazione di una testa di ponte nella regione ucraina di Sumy. Oltre al drammatico sberleffo nei confronti di Zelensky (hai invaso la nostra regione di Kursk? Bene, ora noi invadiamo la tua di Sumy), si tratta di un evidente strumento di pressione sull’andamento del negoziato, vero o presunto che sia, tra Usa, Russia e Ucraina.
Un modo per rafforzare l’ultimo messaggio di Trump a Zelensky: accetta il nostro piano (che comporta tra l’altro la rinuncia alla Crimea e il congelamento della linea del fronte) prima che Putin ti porti via tutto. All’orizzonte, se non ci sarà un cambiamento radicale della situazione al fonte, spunta la minaccia di una nuova offensiva russa su Sumy e magari anche Khar’kiv. Anche se Putin, agitando un po’ il bastone e un po’ la carota, ha detto a Steve Witkoff, l’inviato di Trump, che “la Russia è pronta a riprendere i colloqui con Kiev senza alcuna precondizione”.
Sui negoziati si vedrà, è difficile capire quale via d’uscita stia cercando Zelensky, stretto tra le richieste di Trump, le operazioni militari di Putin e le incertezze dell’Europa. Una cosa è certa: la spedizione nella regione russa di Kursk, a suo tempo ovviamente esaltata come un colpo di genio dalla stampa occidentale, è stata un disastro. Doveva servire ad allontanare le forze russe dagli altri fronti, è non è successo.
A procurare all’Ucraina un “gettone” da usare in eventuali trattative, e ora il gettone è scomparso. In più, stando alle fonti russe (affidabili fino a un certo punto, ma gli ucraini naturalmente di questo non parlano), la spedizione sarebbe costata alle forze armate ucraine 75 mila uomini tra morti e feriti. Per ritrovarsi con nulla in mano e il nemico con un piede in casa.
Non sorprende, per una lunga serie di ragioni, che Zelensky non voglia cedere alle condizioni previste dal piano americano. Colpisce, invece, l’incapacità dell’Europa di elaborare un’analisi realistica e concreta della situazione e di usarla per agire, invece di restare ancorata a una visione bellicistica in cui, sostanzialmente, l’Ucraina viene usata come scudo rispetto alla minaccia russa che ha provocato il famoso piano ReArm Europe.
I vari Starmer e Macron ci dicano una buona volta se davvero credono in una pronta riscossa degli ucraini o se pensano di sacrificarli per avere il tempo necessario a comprare nuove armi.
Fonte
Se c’è una cosa che non cambia mai, in Russia, è il senso della liturgia. Ai tempi dell’Unione Sovietica i cremlinologi dovevano analizzare la posizione sul Mausoleo di Lenin di questo o quel dirigente per provare a divinare se il suo rango fosse in ascesa o in discesa, e quali gruppi fossero prevalenti all’interno del Pcus.
I modi con il tempo sono cambiati, ma non la sostanza: il come spesso vale più del cosa. Lo abbiamo visto in queste ore con l’annuncio della completa riconquista della regione di Kursk, invasa e in parte occupata dagli ucraini il 6 agosto scorso, da parte delle truppe russe. Da mesi si sapeva che sarebbe successo. Ma il modo in cui ne è stato dato l’annuncio è molto rivelatore.
Con immagini ovviamente subito diffuse, ma sfacciatamente improntate a uno stile sobrio e business oriented, il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov si rivolge a Vladimir Putin che, facendo finta di non essere al corrente, gli dice: “Ho saputo che ha delle notizie da darmi sull’andamento delle operazioni nella regione di Kursk...”.
E già questo dice qualcosa: il messaggio che si vuole trasmettere ai russi è che la vittoria sull’Ucraina non è un evento ma un fatto normale, quasi più organizzativo che ideale. Tappa dopo tappa, non ci può essere altro esito.
Seconda considerazione: perché non è il ministro della Difesa Andrej Belousov, nominato l’anno scorso, ad annunciare il risultato al Presidente? Qui prevale un’altra logica. Qui è il capo di stato maggiore che parla al comandante in capo.
Qui la politica non deve entrarci, è una questione tra militari, chiaramente un modo per onorare e gratificare le forze armate. Tanto più che Gerasimov veste la divisa da cinquant’anni e occupa il ruolo di capo di stato maggiore dal 2012. Da allora ha già visto passare tre ministri della Difesa tra i quali anche colui che fu il suo mentore, Sergej Shoigu. Nessuno più di lui incarna la continuità della vecchia guardia militare.
Lasciandogli la scena, Putin ha così voluto “ringraziare” la classe degli ufficiali che è rimasta al suo fianco in questi tre anni, la stessa classe che lui peraltro ha difeso al momento prima delle critiche e poi della ribellione di Evgenyj Prigozhin.
Un ultimo elemento: Belousov è un civile che ha fama di incorruttibile e che prima del 2024 non aveva mai avuto contatti con le gerarchie militari. La sua nomina (in qualche modo confermata dalla radicale “purga” dei generali collaboratori di Shoigu, licenziati e più spesso processati per corruzione) aveva un senso preciso: non voleva delegittimare chi conduceva le operazioni militari sul campo (nonostante gli insuccessi) ma stroncare le malefatte dei generali da ufficio e scrivania. Questo siparietto Gerasimov-Putin va nella stessa direzione.
Terzo elemento: Gerasimov, rivolgendosi a Putin, non dimentica di elogiare l’eroismo e il coraggio dei soldati della Corea del Nord che hanno combattuto nella regione di Kursk. Difficile che sia stata un’iniziativa del generale. Più facile che in questo modo gli spin doctors del Cremlino abbiano voluto non solo gratificare l’alleato ma esibirne l’esistenza e il “peso” (anche se sicuramente non decisivo), come in uno schiaffo rivolto ai Paesi occidentali che hanno di volta in volta ironizzato o drammatizzato sulla presenza dei nordcoreani.
La testa di ponte
Quarto elemento: l’annuncio della creazione di una testa di ponte nella regione ucraina di Sumy. Oltre al drammatico sberleffo nei confronti di Zelensky (hai invaso la nostra regione di Kursk? Bene, ora noi invadiamo la tua di Sumy), si tratta di un evidente strumento di pressione sull’andamento del negoziato, vero o presunto che sia, tra Usa, Russia e Ucraina.
Un modo per rafforzare l’ultimo messaggio di Trump a Zelensky: accetta il nostro piano (che comporta tra l’altro la rinuncia alla Crimea e il congelamento della linea del fronte) prima che Putin ti porti via tutto. All’orizzonte, se non ci sarà un cambiamento radicale della situazione al fonte, spunta la minaccia di una nuova offensiva russa su Sumy e magari anche Khar’kiv. Anche se Putin, agitando un po’ il bastone e un po’ la carota, ha detto a Steve Witkoff, l’inviato di Trump, che “la Russia è pronta a riprendere i colloqui con Kiev senza alcuna precondizione”.
Sui negoziati si vedrà, è difficile capire quale via d’uscita stia cercando Zelensky, stretto tra le richieste di Trump, le operazioni militari di Putin e le incertezze dell’Europa. Una cosa è certa: la spedizione nella regione russa di Kursk, a suo tempo ovviamente esaltata come un colpo di genio dalla stampa occidentale, è stata un disastro. Doveva servire ad allontanare le forze russe dagli altri fronti, è non è successo.
A procurare all’Ucraina un “gettone” da usare in eventuali trattative, e ora il gettone è scomparso. In più, stando alle fonti russe (affidabili fino a un certo punto, ma gli ucraini naturalmente di questo non parlano), la spedizione sarebbe costata alle forze armate ucraine 75 mila uomini tra morti e feriti. Per ritrovarsi con nulla in mano e il nemico con un piede in casa.
Non sorprende, per una lunga serie di ragioni, che Zelensky non voglia cedere alle condizioni previste dal piano americano. Colpisce, invece, l’incapacità dell’Europa di elaborare un’analisi realistica e concreta della situazione e di usarla per agire, invece di restare ancorata a una visione bellicistica in cui, sostanzialmente, l’Ucraina viene usata come scudo rispetto alla minaccia russa che ha provocato il famoso piano ReArm Europe.
I vari Starmer e Macron ci dicano una buona volta se davvero credono in una pronta riscossa degli ucraini o se pensano di sacrificarli per avere il tempo necessario a comprare nuove armi.
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