di Fulvio Scaglione
Se c’è una cosa che non cambia mai, in Russia, è il senso della liturgia. Ai tempi dell’Unione Sovietica i cremlinologi dovevano analizzare la posizione sul Mausoleo di Lenin di questo o quel dirigente per provare a divinare se il suo rango fosse in ascesa o in discesa, e quali gruppi fossero prevalenti all’interno del Pcus.
I modi con il tempo sono cambiati, ma non la sostanza: il come spesso vale più del cosa. Lo abbiamo visto in queste ore con l’annuncio della completa riconquista della regione di Kursk, invasa e in parte occupata dagli ucraini il 6 agosto scorso, da parte delle truppe russe. Da mesi si sapeva che sarebbe successo. Ma il modo in cui ne è stato dato l’annuncio è molto rivelatore.
Con immagini ovviamente subito diffuse, ma sfacciatamente improntate a uno stile sobrio e business oriented, il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov si rivolge a Vladimir Putin che, facendo finta di non essere al corrente, gli dice: “Ho saputo che ha delle notizie da darmi sull’andamento delle operazioni nella regione di Kursk...”.
E già questo dice qualcosa: il messaggio che si vuole trasmettere ai russi è che la vittoria sull’Ucraina non è un evento ma un fatto normale, quasi più organizzativo che ideale. Tappa dopo tappa, non ci può essere altro esito.
Seconda considerazione: perché non è il ministro della Difesa Andrej Belousov, nominato l’anno scorso, ad annunciare il risultato al Presidente? Qui prevale un’altra logica. Qui è il capo di stato maggiore che parla al comandante in capo.
Qui la politica non deve entrarci, è una questione tra militari, chiaramente un modo per onorare e gratificare le forze armate. Tanto più che Gerasimov veste la divisa da cinquant’anni e occupa il ruolo di capo di stato maggiore dal 2012. Da allora ha già visto passare tre ministri della Difesa tra i quali anche colui che fu il suo mentore, Sergej Shoigu. Nessuno più di lui incarna la continuità della vecchia guardia militare.
Lasciandogli la scena, Putin ha così voluto “ringraziare” la classe degli ufficiali che è rimasta al suo fianco in questi tre anni, la stessa classe che lui peraltro ha difeso al momento prima delle critiche e poi della ribellione di Evgenyj Prigozhin.
Un ultimo elemento: Belousov è un civile che ha fama di incorruttibile e che prima del 2024 non aveva mai avuto contatti con le gerarchie militari. La sua nomina (in qualche modo confermata dalla radicale “purga” dei generali collaboratori di Shoigu, licenziati e più spesso processati per corruzione) aveva un senso preciso: non voleva delegittimare chi conduceva le operazioni militari sul campo (nonostante gli insuccessi) ma stroncare le malefatte dei generali da ufficio e scrivania. Questo siparietto Gerasimov-Putin va nella stessa direzione.
Terzo elemento: Gerasimov, rivolgendosi a Putin, non dimentica di elogiare l’eroismo e il coraggio dei soldati della Corea del Nord che hanno combattuto nella regione di Kursk. Difficile che sia stata un’iniziativa del generale. Più facile che in questo modo gli spin doctors del Cremlino abbiano voluto non solo gratificare l’alleato ma esibirne l’esistenza e il “peso” (anche se sicuramente non decisivo), come in uno schiaffo rivolto ai Paesi occidentali che hanno di volta in volta ironizzato o drammatizzato sulla presenza dei nordcoreani.
La testa di ponte
Quarto elemento: l’annuncio della creazione di una testa di ponte nella regione ucraina di Sumy. Oltre al drammatico sberleffo nei confronti di Zelensky (hai invaso la nostra regione di Kursk? Bene, ora noi invadiamo la tua di Sumy), si tratta di un evidente strumento di pressione sull’andamento del negoziato, vero o presunto che sia, tra Usa, Russia e Ucraina.
Un modo per rafforzare l’ultimo messaggio di Trump a Zelensky: accetta il nostro piano (che comporta tra l’altro la rinuncia alla Crimea e il congelamento della linea del fronte) prima che Putin ti porti via tutto. All’orizzonte, se non ci sarà un cambiamento radicale della situazione al fonte, spunta la minaccia di una nuova offensiva russa su Sumy e magari anche Khar’kiv. Anche se Putin, agitando un po’ il bastone e un po’ la carota, ha detto a Steve Witkoff, l’inviato di Trump, che “la Russia è pronta a riprendere i colloqui con Kiev senza alcuna precondizione”.
Sui negoziati si vedrà, è difficile capire quale via d’uscita stia cercando Zelensky, stretto tra le richieste di Trump, le operazioni militari di Putin e le incertezze dell’Europa. Una cosa è certa: la spedizione nella regione russa di Kursk, a suo tempo ovviamente esaltata come un colpo di genio dalla stampa occidentale, è stata un disastro. Doveva servire ad allontanare le forze russe dagli altri fronti, è non è successo.
A procurare all’Ucraina un “gettone” da usare in eventuali trattative, e ora il gettone è scomparso. In più, stando alle fonti russe (affidabili fino a un certo punto, ma gli ucraini naturalmente di questo non parlano), la spedizione sarebbe costata alle forze armate ucraine 75 mila uomini tra morti e feriti. Per ritrovarsi con nulla in mano e il nemico con un piede in casa.
Non sorprende, per una lunga serie di ragioni, che Zelensky non voglia cedere alle condizioni previste dal piano americano. Colpisce, invece, l’incapacità dell’Europa di elaborare un’analisi realistica e concreta della situazione e di usarla per agire, invece di restare ancorata a una visione bellicistica in cui, sostanzialmente, l’Ucraina viene usata come scudo rispetto alla minaccia russa che ha provocato il famoso piano ReArm Europe.
I vari Starmer e Macron ci dicano una buona volta se davvero credono in una pronta riscossa degli ucraini o se pensano di sacrificarli per avere il tempo necessario a comprare nuove armi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2025
26/06/2023
Prigožin e la “Wagner”: è stato vero golpe?
La situazione verificatasi con la sollevazione dei caporioni della “Wagner” è intricata. Inutile e controproducente azzardare ipotesi: di regola, non ci si azzecca mai. Più prudente attenersi ai fatti. E i fatti sono ormai a conoscenza di tutti, mentre sui media liberal-atlantisti si sprecano le “interpretazioni”, tutte giocate sul tema “la fine di Putin”.
Per quanto ci riguarda, però, molto ma molto rimpiattato in un angolino della mente, risuona un qualcosa di déjà vu: per la precisione, l’agosto del 1991. Trentadue anni fa, nei tre giorni che l’acume liberale continua tutt’oggi a definire “golpe”, non venne sparato un solo colpo.
A quanto pare nemmeno il 24 giugno 2023, se si escludono gli episodi di scontri tra “wagneriani” e esercito nel periodo precedente la “sollevazione”. Sicuramente, così come nel 1991 si venne a sapere del “gioco delle parti” tra Mikhail Gorbačëv e gli otto “gekačepisti” soltanto diversi mesi dopo le giornate d’agosto, anche questa volta la realtà dei fatti farà capolino solo tra un po’ (o molto) di tempo.
Nessun fatto testimonia della verosimiglianza di una tale ipotesi; e, però, è dura da scacciare la sensazione che Evgenij Prigožin abbia reso un servizio a Vladimir Putin e il presidente, che ancora al mattino prometteva una «dura punizione» per i rivoltosi, nel pomeriggio ha consentito all’uscita indisturbata del wagneriano verso la Bielorussia.
Un po’ presto anche per definire con esattezza quali diverse cordate del capitale russo (e non solo) siano dietro agli uni e agli altri protagonisti delle attuali vicende e quali obiettivi strategici perseguano.
Ora, nel 1991, ammessa la cosiddetta buona fede dei “gekačepisti” di voler salvare la sopravvivenza dell’URSS con un tentativo quantomeno goffo, e ammessa anche l’abitudine di Gorbačëv a non decidere un bel nulla, mandando avanti gli altri per vedere come va a finire, il risultato fu quello che tutti si conosce, con Boris Eltsin, autentico golpista, proclamato “eroe della democrazia”.
Per il 2023, il “terzo incomodo” non è al momento visibile e non è assolutamente detto che esista; e lasciamo alla “coscienza” di redattori e direttori in giacca e cravatta di raccontare altre storie. Non facciamo gli indovini sui fondi di caffè.
Di fatto, è difficile ricordare segnali di clamorosi conflitti tra il presidente e il Ministro della difesa Sergej Šojgu, bersaglio dichiarato, insieme al Capo di stato maggiore Valerij Gerasimov, delle ripetute invettive di Prigožin; anzi, la cronaca li ha più volte ritratti insieme, anche in occasioni di vita privata, forse di più e più spesso rispetto a quasi tutti gli altri Ministri.
Ed è vero anche che varie fonti hanno invece ipotizzato (quando non addirittura dato per certo) accordi tra il capo wagneriano e l’Intelligence USA, come hanno fatto, ad esempio Scott Ritter o Rebekah Koffler. Dunque, la nostra sensazione di déjà vu ha tutte le probabilità di rimanere tale e nient’altro.
Tralasciando un attimo quanto detto finora, sembra che, nella vicenda attuale – a meno di non aver fatto cilecca nelle letture – il precipitare degli avvenimenti abbia fatto sì che sia rimasto abbastanza trascurato l’intervento di Evgenij Prigožin del 23 giugno.
Ora, per quanto obbrobrio possano suscitare una compagnia di mercenari e il suo capo ufficiale, alcuni spunti del suo discorso appaiono non privi di significato; allo stesso modo di come nient’affatto privi di significato sono stati i “parallelismi” evocati da Putin tra il «colpo alla schiena» dei “wagneriani” e quello «inflitto al nostro paese nel 1917, quando il paese conduceva la Prima guerra mondiale. Ma la vittoria gli fu rubata».
Le recriminazioni su “colpo alla schiena” e “vittoria rubata” attraversano buona parte della storia del novecento: fascisti e nazisti ne hanno dette e ridette al proposito.
Ma da chi fu “rubata” la vittoria in Russia? «Intrighi, zizzanie, politicantismo alle spalle dell’esercito e del popolo si risolsero in un grandissimo sconvolgimento. Crollo dell’esercito e disgregazione dello stato, perdita di un immenso territorio e infine la tragedia della guerra civile».
Ora, a dirla tutta, con quelle parole può darsi benissimo che Putin volesse riferirsi agli intrighi ministeriali e di corte che precedettero la rivoluzione borghese di febbraio; ma, è risaputo che la concezione borghese del 1917 mette in un tutt’uno febbraio e ottobre e i monumenti innalzati in Russia ai generali bianchi lasciano pochi dubbi.
Comunque sia, non sembra poi così profonda la differenza tra le afflizioni nazionaliste di Putin e “l’impeto” nazionalista del suo ex “cuoco”: la disgregazione dell’esercito nel 1917 pare fare il paio con la situazione non rosea delineata dal secondo per il 2023.
Dunque, in quella mezz’ora di intervento in solitaria, Prigožin parte da lontano, dal 2014 e afferma che dopo il golpe a Kiev, nemmeno in autunno furono rafforzati i confini tra L-DNR e Ucraina: da parte dell’esercito «non ci fu volontà di farlo».
Nel periodo 2014-2022, dice il “wagneriano”, il Donbass è diventato «terra di rapina, sia da parte di elementi dell’amministrazione presidenziale e del FSB russi, sia da parte di oligarchi della cerchia prossima al potere».
Dopo alcuni accenni a storie di “lucro”, su quelle che lui ha paragonato alle “anime morte” gogoliane, di alcuni reparti delle milizie, che esistevano solo sulla carta, Prigožin passa all’attacco vero e proprio dei vertici militari che, dopo il 2012, proseguendo sulla malefica strada del precedente Ministro della difesa, Anatolij Serdjukov, ha continuato a ridurre l’esercito in uno stato decrepito, assolutamente non in grado di condurre alcuna operazione su larga scala.
Un gran numero di generali, ha detto «si sono addobbati di medaglie, come alberi di natale, anche senza esser mai stati al fronte. Si sono attribuiti le stelle di “Eroe della Russia” , ridendosela alle spalle del Ministro della difesa».
Il risultato è stato la totale assenza di preparazione nell’esercito, con cui si è arrivati al 24 febbraio 2022, e gli stessi generali che «non hanno mai tenuto in mano un’arma, ma che presentavano a Šojgu graziose e colorate carte militari», hanno dato il via a una «operazione pianificata con inettitudine».
Sin qui, una tirata di nazionalismo che non ha nulla da invidiare alle medesime tirate udite in altre sollevazioni attuate in giro per il mondo nel nome della “salvezza dello stato e del popolo”.
Nello specifico delle operazioni in Ucraina, è vero che Prigožin accenna a una non meglio definita «disponibilità di Zelenskij ad accordarsi allorché fu eletto presidente». Ma, detta così, l’affermazione, se da una parte rievoca indirettamente le promesse elettorali di Zelenskij, che nel 2019 gli assicurarono la vittoria su Petro Porošenko, di metter fine alla guerra in Donbass, dall’altra tralascia completamente, come accade spesso nella “letteratura” liberale, il ruolo di padrini e padroni esterni che decidono il ruolo dei nazi-golpisti ucraini.
Ad ogni modo, la «bella storia della de-nazificazione e de-militarizzazione dell’Ucraina, sarebbe andata bene se si fosse presa Kiev in tre giorni», come era possibile fare, mentre invece «si pesticciò sul posto, intorno a Kiev, per qualche giorno, perché a Šojgu mancarono gli attributi per decidere», afferma il “Tejero” russo.
Se quando arrivammo a Kiev, continua, avessimo proposto «a quelli che là avevano il potere di decidere: o ci accordiamo, oppure andiamo avanti anche oltre Kiev, avremmo potuto creare un “comitato di crisi”, anche con nostri rappresentanti e avremmo messo le carte in tavola sulla situazione dei cittadini russi d’Ucraina.
E invece, quella feccia del Ministero della difesa, decise di mandare al macello altri soldati russi: la guerra era necessaria solo a Šojgu, per aggiungersi un’altra stella di “eroe” e al clan oligarchico che di fatto comanda in Russia».
Altro scopo della guerra era quello di insediare a Kiev, quale presidente, Viktor Medvedčuk, con cui dividere asset miliardari, come è avvenuto poi con «decine di apparecchiature nelle regioni di Kherson, Zaporož’e, che avrebbero potuto servire per riattivare le attività industriali di quelle regioni e che invece sono state semplicemente portate in Russia».
Non sarebbe stato male, ha detto il capobanda wagneriano, «dare il meritato castigo al regime di Zelenskij, agli americani per il golpe del 2014; ma fu perso troppo per pensare a dividersi i soldi. Hanno scambiato Medvedčuk con quelli di “Azov”, ma se davvero volevano de-nazificare l’Ucraina, che almeno li avessero scambiati con nostri soldati prigionieri»; per quanto mi riguarda, ha detto, «Medvedčuk poteva anche finire fucilato» in Ucraina.
Come si vede, le sparate di Prigožin – nei confronti di generali e di massimi vertici del Ministero della difesa, adopera espressioni “molto forti”, per usare un eufemismo – paiono tutte rivolte a far decidere il presidente a “ripianare” una situazione delle Forze armate russe “non ottimale”.
Quanto in esse agiscano le egoistiche esigenze della stessa “Wagner”, è abbastanza evidente; ma non si coglie in esse un piano o una volontà di “far fuori” Vladimir Putin.
Anche per questo, forse, il 25 giugno, sull’agenzia REX, Roman Alëkhin, nazionalista e volontario in Donbass, scrive di non escludere l’esistenza di un “piano astuto” e che lo stesso Putin abbia potuto dare il via alla “Marcia della giustizia” per un «cambiamento sia di quelle élite che si oppongono allo sviluppo del paese e ad accelerare la vittoria, sia del ribelle ministro della difesa, che ha ridotto l’esercito in un tale stato e che, né come ufficiale, né come dirigente, intende ammettere i propri errori e farsi da parte docilmente. Ma, alla fine, se non vedremo la rimozione del ministro, allora ieri abbiamo perso tutti, presidente compreso». Chiaro, l’input dato a simili parole dalle esternazioni di Prigožin.
Ma, se Prigožin avesse veramente voluto attuare un colpo di stato e destituire il presidente, dice Alëkhin, non si sarebbe fermato. Però non lo voleva: Prigožin è «davvero stanco di quanto succede al fronte, che i combattenti russi muoiano senza senso per la carenza di munizioni, di blindati, di droni e anti-droni, come pure per gli stupidi ordini di comandanti non professionali, per la corruzione, la negligenza e l’abuso di potere».
Insomma, agli occhi di Alëkhin, con l’uscita di scena (per ora) del “wagner-capo”, la Russia ha perduto un “eroe” che si batteva per la giustizia e lo faceva, «come sempre accade quando le leggi, per di più volute proprio da oligarchi, burocrati e funzionari corrotti a misura di se stessi, non vengono eseguite nemmeno nei casi più eclatanti».
Il vincitore di sabato è stato Aleksandr Lukašenko: «non è forse questo il piano astuto di Putin? Come spiegare altrimenti la comparsa del “wagner” in Bielorussia? Il Batska ha salvato la grande Russia e si è rafforzato».
Anche Sergej Iščenko, su Svobodnaja pressa, che pure è lontanissimo dai panegirici di Alëkhin all’indirizzo di Prigožin, si chiede, nel caso in cui Šojgu e Gerasimov vengano lasciati ai propri posti, «come accoglierà la cosa l’esercito, che sta combattendo contro il nemico esterno? Dopotutto, la pericolosissima impopolarità di questi capi militari tra le truppe e la più che evidente riluttanza dei nostri soldati e ufficiali a difenderli, si è rivelata con la quasi totale mancanza di ostacoli nella marcia di Prigožin su Mosca».
Così anche Elena Panina, redattrice corrente della nazionalista Front News, scrive sull’agenzia REX che la «precedente tattica di evitare il conflitto e di eluderlo, fa sì che esso diventi distruttivo. Le contraddizioni non si dissolvono, ma esplodono, per la forza accumulata e portano a costi inaccettabili. I cambiamenti organizzativi devono aversi per tempo, e non post factum, quando la pressione nel calderone sociale è così alta che minaccia di far saltare il coperchio».
Insomma: che Vladimir Vladimirovič, novello Mikhail Sergeevič, abbia mandato avanti il “cuoco” a controllare le cucine, o meno, pochi dubbi che, giuramenti di fedeltà al Presidente a parte, anche i media ufficiali chiedano ora quello che la gente, in Russia, mormora da tempo: sulla Frunzeskaja naberežnaja, le glorie di Mikhail Frunze e dell’Esercito Rosso sovietico hanno da tempo lasciato il posto a nepotismo e arricchimenti personali di una qualsiasi armata d’affari.
Ma, probabilmente, non ci abbiamo azzeccato nemmeno questa volta, mentre lo scontro tra USA-NATO e Russia continua e i pericoli di conflitto mondiale si fanno sempre più gravi.
Fonte
Per quanto ci riguarda, però, molto ma molto rimpiattato in un angolino della mente, risuona un qualcosa di déjà vu: per la precisione, l’agosto del 1991. Trentadue anni fa, nei tre giorni che l’acume liberale continua tutt’oggi a definire “golpe”, non venne sparato un solo colpo.
A quanto pare nemmeno il 24 giugno 2023, se si escludono gli episodi di scontri tra “wagneriani” e esercito nel periodo precedente la “sollevazione”. Sicuramente, così come nel 1991 si venne a sapere del “gioco delle parti” tra Mikhail Gorbačëv e gli otto “gekačepisti” soltanto diversi mesi dopo le giornate d’agosto, anche questa volta la realtà dei fatti farà capolino solo tra un po’ (o molto) di tempo.
Nessun fatto testimonia della verosimiglianza di una tale ipotesi; e, però, è dura da scacciare la sensazione che Evgenij Prigožin abbia reso un servizio a Vladimir Putin e il presidente, che ancora al mattino prometteva una «dura punizione» per i rivoltosi, nel pomeriggio ha consentito all’uscita indisturbata del wagneriano verso la Bielorussia.
Un po’ presto anche per definire con esattezza quali diverse cordate del capitale russo (e non solo) siano dietro agli uni e agli altri protagonisti delle attuali vicende e quali obiettivi strategici perseguano.
Ora, nel 1991, ammessa la cosiddetta buona fede dei “gekačepisti” di voler salvare la sopravvivenza dell’URSS con un tentativo quantomeno goffo, e ammessa anche l’abitudine di Gorbačëv a non decidere un bel nulla, mandando avanti gli altri per vedere come va a finire, il risultato fu quello che tutti si conosce, con Boris Eltsin, autentico golpista, proclamato “eroe della democrazia”.
Per il 2023, il “terzo incomodo” non è al momento visibile e non è assolutamente detto che esista; e lasciamo alla “coscienza” di redattori e direttori in giacca e cravatta di raccontare altre storie. Non facciamo gli indovini sui fondi di caffè.
Di fatto, è difficile ricordare segnali di clamorosi conflitti tra il presidente e il Ministro della difesa Sergej Šojgu, bersaglio dichiarato, insieme al Capo di stato maggiore Valerij Gerasimov, delle ripetute invettive di Prigožin; anzi, la cronaca li ha più volte ritratti insieme, anche in occasioni di vita privata, forse di più e più spesso rispetto a quasi tutti gli altri Ministri.
Ed è vero anche che varie fonti hanno invece ipotizzato (quando non addirittura dato per certo) accordi tra il capo wagneriano e l’Intelligence USA, come hanno fatto, ad esempio Scott Ritter o Rebekah Koffler. Dunque, la nostra sensazione di déjà vu ha tutte le probabilità di rimanere tale e nient’altro.
Tralasciando un attimo quanto detto finora, sembra che, nella vicenda attuale – a meno di non aver fatto cilecca nelle letture – il precipitare degli avvenimenti abbia fatto sì che sia rimasto abbastanza trascurato l’intervento di Evgenij Prigožin del 23 giugno.
Ora, per quanto obbrobrio possano suscitare una compagnia di mercenari e il suo capo ufficiale, alcuni spunti del suo discorso appaiono non privi di significato; allo stesso modo di come nient’affatto privi di significato sono stati i “parallelismi” evocati da Putin tra il «colpo alla schiena» dei “wagneriani” e quello «inflitto al nostro paese nel 1917, quando il paese conduceva la Prima guerra mondiale. Ma la vittoria gli fu rubata».
Le recriminazioni su “colpo alla schiena” e “vittoria rubata” attraversano buona parte della storia del novecento: fascisti e nazisti ne hanno dette e ridette al proposito.
Ma da chi fu “rubata” la vittoria in Russia? «Intrighi, zizzanie, politicantismo alle spalle dell’esercito e del popolo si risolsero in un grandissimo sconvolgimento. Crollo dell’esercito e disgregazione dello stato, perdita di un immenso territorio e infine la tragedia della guerra civile».
Ora, a dirla tutta, con quelle parole può darsi benissimo che Putin volesse riferirsi agli intrighi ministeriali e di corte che precedettero la rivoluzione borghese di febbraio; ma, è risaputo che la concezione borghese del 1917 mette in un tutt’uno febbraio e ottobre e i monumenti innalzati in Russia ai generali bianchi lasciano pochi dubbi.
Comunque sia, non sembra poi così profonda la differenza tra le afflizioni nazionaliste di Putin e “l’impeto” nazionalista del suo ex “cuoco”: la disgregazione dell’esercito nel 1917 pare fare il paio con la situazione non rosea delineata dal secondo per il 2023.
Dunque, in quella mezz’ora di intervento in solitaria, Prigožin parte da lontano, dal 2014 e afferma che dopo il golpe a Kiev, nemmeno in autunno furono rafforzati i confini tra L-DNR e Ucraina: da parte dell’esercito «non ci fu volontà di farlo».
Nel periodo 2014-2022, dice il “wagneriano”, il Donbass è diventato «terra di rapina, sia da parte di elementi dell’amministrazione presidenziale e del FSB russi, sia da parte di oligarchi della cerchia prossima al potere».
Dopo alcuni accenni a storie di “lucro”, su quelle che lui ha paragonato alle “anime morte” gogoliane, di alcuni reparti delle milizie, che esistevano solo sulla carta, Prigožin passa all’attacco vero e proprio dei vertici militari che, dopo il 2012, proseguendo sulla malefica strada del precedente Ministro della difesa, Anatolij Serdjukov, ha continuato a ridurre l’esercito in uno stato decrepito, assolutamente non in grado di condurre alcuna operazione su larga scala.
Un gran numero di generali, ha detto «si sono addobbati di medaglie, come alberi di natale, anche senza esser mai stati al fronte. Si sono attribuiti le stelle di “Eroe della Russia” , ridendosela alle spalle del Ministro della difesa».
Il risultato è stato la totale assenza di preparazione nell’esercito, con cui si è arrivati al 24 febbraio 2022, e gli stessi generali che «non hanno mai tenuto in mano un’arma, ma che presentavano a Šojgu graziose e colorate carte militari», hanno dato il via a una «operazione pianificata con inettitudine».
Sin qui, una tirata di nazionalismo che non ha nulla da invidiare alle medesime tirate udite in altre sollevazioni attuate in giro per il mondo nel nome della “salvezza dello stato e del popolo”.
Nello specifico delle operazioni in Ucraina, è vero che Prigožin accenna a una non meglio definita «disponibilità di Zelenskij ad accordarsi allorché fu eletto presidente». Ma, detta così, l’affermazione, se da una parte rievoca indirettamente le promesse elettorali di Zelenskij, che nel 2019 gli assicurarono la vittoria su Petro Porošenko, di metter fine alla guerra in Donbass, dall’altra tralascia completamente, come accade spesso nella “letteratura” liberale, il ruolo di padrini e padroni esterni che decidono il ruolo dei nazi-golpisti ucraini.
Ad ogni modo, la «bella storia della de-nazificazione e de-militarizzazione dell’Ucraina, sarebbe andata bene se si fosse presa Kiev in tre giorni», come era possibile fare, mentre invece «si pesticciò sul posto, intorno a Kiev, per qualche giorno, perché a Šojgu mancarono gli attributi per decidere», afferma il “Tejero” russo.
Se quando arrivammo a Kiev, continua, avessimo proposto «a quelli che là avevano il potere di decidere: o ci accordiamo, oppure andiamo avanti anche oltre Kiev, avremmo potuto creare un “comitato di crisi”, anche con nostri rappresentanti e avremmo messo le carte in tavola sulla situazione dei cittadini russi d’Ucraina.
E invece, quella feccia del Ministero della difesa, decise di mandare al macello altri soldati russi: la guerra era necessaria solo a Šojgu, per aggiungersi un’altra stella di “eroe” e al clan oligarchico che di fatto comanda in Russia».
Altro scopo della guerra era quello di insediare a Kiev, quale presidente, Viktor Medvedčuk, con cui dividere asset miliardari, come è avvenuto poi con «decine di apparecchiature nelle regioni di Kherson, Zaporož’e, che avrebbero potuto servire per riattivare le attività industriali di quelle regioni e che invece sono state semplicemente portate in Russia».
Non sarebbe stato male, ha detto il capobanda wagneriano, «dare il meritato castigo al regime di Zelenskij, agli americani per il golpe del 2014; ma fu perso troppo per pensare a dividersi i soldi. Hanno scambiato Medvedčuk con quelli di “Azov”, ma se davvero volevano de-nazificare l’Ucraina, che almeno li avessero scambiati con nostri soldati prigionieri»; per quanto mi riguarda, ha detto, «Medvedčuk poteva anche finire fucilato» in Ucraina.
Come si vede, le sparate di Prigožin – nei confronti di generali e di massimi vertici del Ministero della difesa, adopera espressioni “molto forti”, per usare un eufemismo – paiono tutte rivolte a far decidere il presidente a “ripianare” una situazione delle Forze armate russe “non ottimale”.
Quanto in esse agiscano le egoistiche esigenze della stessa “Wagner”, è abbastanza evidente; ma non si coglie in esse un piano o una volontà di “far fuori” Vladimir Putin.
Anche per questo, forse, il 25 giugno, sull’agenzia REX, Roman Alëkhin, nazionalista e volontario in Donbass, scrive di non escludere l’esistenza di un “piano astuto” e che lo stesso Putin abbia potuto dare il via alla “Marcia della giustizia” per un «cambiamento sia di quelle élite che si oppongono allo sviluppo del paese e ad accelerare la vittoria, sia del ribelle ministro della difesa, che ha ridotto l’esercito in un tale stato e che, né come ufficiale, né come dirigente, intende ammettere i propri errori e farsi da parte docilmente. Ma, alla fine, se non vedremo la rimozione del ministro, allora ieri abbiamo perso tutti, presidente compreso». Chiaro, l’input dato a simili parole dalle esternazioni di Prigožin.
Ma, se Prigožin avesse veramente voluto attuare un colpo di stato e destituire il presidente, dice Alëkhin, non si sarebbe fermato. Però non lo voleva: Prigožin è «davvero stanco di quanto succede al fronte, che i combattenti russi muoiano senza senso per la carenza di munizioni, di blindati, di droni e anti-droni, come pure per gli stupidi ordini di comandanti non professionali, per la corruzione, la negligenza e l’abuso di potere».
Insomma, agli occhi di Alëkhin, con l’uscita di scena (per ora) del “wagner-capo”, la Russia ha perduto un “eroe” che si batteva per la giustizia e lo faceva, «come sempre accade quando le leggi, per di più volute proprio da oligarchi, burocrati e funzionari corrotti a misura di se stessi, non vengono eseguite nemmeno nei casi più eclatanti».
Il vincitore di sabato è stato Aleksandr Lukašenko: «non è forse questo il piano astuto di Putin? Come spiegare altrimenti la comparsa del “wagner” in Bielorussia? Il Batska ha salvato la grande Russia e si è rafforzato».
Anche Sergej Iščenko, su Svobodnaja pressa, che pure è lontanissimo dai panegirici di Alëkhin all’indirizzo di Prigožin, si chiede, nel caso in cui Šojgu e Gerasimov vengano lasciati ai propri posti, «come accoglierà la cosa l’esercito, che sta combattendo contro il nemico esterno? Dopotutto, la pericolosissima impopolarità di questi capi militari tra le truppe e la più che evidente riluttanza dei nostri soldati e ufficiali a difenderli, si è rivelata con la quasi totale mancanza di ostacoli nella marcia di Prigožin su Mosca».
Così anche Elena Panina, redattrice corrente della nazionalista Front News, scrive sull’agenzia REX che la «precedente tattica di evitare il conflitto e di eluderlo, fa sì che esso diventi distruttivo. Le contraddizioni non si dissolvono, ma esplodono, per la forza accumulata e portano a costi inaccettabili. I cambiamenti organizzativi devono aversi per tempo, e non post factum, quando la pressione nel calderone sociale è così alta che minaccia di far saltare il coperchio».
Insomma: che Vladimir Vladimirovič, novello Mikhail Sergeevič, abbia mandato avanti il “cuoco” a controllare le cucine, o meno, pochi dubbi che, giuramenti di fedeltà al Presidente a parte, anche i media ufficiali chiedano ora quello che la gente, in Russia, mormora da tempo: sulla Frunzeskaja naberežnaja, le glorie di Mikhail Frunze e dell’Esercito Rosso sovietico hanno da tempo lasciato il posto a nepotismo e arricchimenti personali di una qualsiasi armata d’affari.
Ma, probabilmente, non ci abbiamo azzeccato nemmeno questa volta, mentre lo scontro tra USA-NATO e Russia continua e i pericoli di conflitto mondiale si fanno sempre più gravi.
Fonte
16/01/2023
Che succede al vertice dell’esercito russo?
di Francesco Dall'Aglio
Per prima cosa, ricordiamo che il tasso di litigiosità e sabotaggio reciproco all’interno di uno Stato Maggiore è paragonabile a quello di un’assemblea di condominio o di una compagnia di filodrammatici. Chiunque potrà fare le scarpe a chiunque lo farà, senza eccezioni.
Chiarito questo: quando la Russia ha messo in piedi la “operazione speciale”, non ha ritenuto necessario dotarla di un comandante apposito, vuoi perché pensava sarebbe finita prima, vuoi per altri motivi (che ignoriamo).
Tecnicamente, dal punto di vista militare (quello politico sappiamo chi lo decide) l’operazione dipendeva dal Ministro della Difesa, ma nella sostanza dal capo di Stato Maggiore, ovvero Valerij Vasil’evič Gerasimov. La sua gestione del conflitto (e la gestione di Shoigu) è stata criticata in più occasioni, spesso con ragione.
Gerasimov, ricordiamo, è uomo di Putin, in tutti i sensi. Non è dunque un personaggio che puoi criticare troppo, o troppo apertamente.
La sua risposta alle critiche, verosimilmente, deve essere stata che non poteva, come si suol dire, cantare e portare la croce: ovvero che non poteva gestire da solo lo stato maggiore, con tutte le dispersioni del caso (Siria, Africa Centrale, Armenia-Azerbaijan, OTSC eccetera) e l’operazione speciale. E che quindi le difficoltà della suddetta non potevano essere imputate a lui, ma al fatto che tra lui e i comandanti sul campo non c’era una figura di raccordo.
L’8 ottobre, nel momento peggiore del conflitto per la Russia, dopo la debacle – a essere generosi – di Kharkiv, la prospettiva di altre ritirate e comunque la perdita dell’iniziativa strategica, questa figura è arrivata, col doppio compito di fare da parafulmine (che certo non poteva spettare a Gerasimov né a figure tutto sommato di rilievo minore, come Lapin, sul quale torneremo) e di provare a invertire il corso del conflitto: ed è arrivata nella persona di Sergej Surovikin, veterano della guerra in Siria e comandante del “gruppo Sud” delle forze armate russe dall’inizio delle ostilità in Ucraina, oltre che comandante delle forze aerospaziali russe.
Surovikin ha messo mano alla situazione con una certa energia, avvertendo da subito che probabilmente ci sarebbe stata la necessità di prendere altre “decisioni difficili”, ha organizzato una campagna di incursioni e bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e logistiche ucraine che ha portato buoni risultati, ha gestito l’arrivo e il dispiegamento dei soldati mobilitati, ma ha dovuto appunto prendere anche la “decisione difficile” di abbandonare la regione di Cherson a ovest del Dneper, inclusa la città.
Nessuno, diciamo, gliene ha voluto, anche perché la ritirata è stata gestita in maniera eccellente (a differenza, ad esempio, di alcuni momenti di quella dal settore di Kharkiv). Nota bene, però: Surovikin era il comandante delle operazioni militari in Ucraina, ma non era indipendente. Dipendeva, come dipendono tutti i comandanti, dal capo di Stato Maggiore. Cioè da Gerasimov.
Progressivamente i problemi di inizio ottobre (escludendo la questione di Cherson) sono stati più o meno risolti o quantomeno minimizzati, e al momento il quadro generale è molto diverso da quello che c’era a inizio ottobre; inoltre non si può permettere, da parte dell’esercito regolare, che la palma dell’eroe vada divisa tra personaggi sui generis, e forse pericolosi, come Kadyrov e soprattutto Prigožin.
Il comando dell’operazione militare viene dunque ampliato. Al vertice, ora che la situazione è più tranquilla, torna Gerasimov, che come capo di Stato Maggiore ne rimaneva il responsabile ultimo ma che ora assume anche la carica di comandante delle forze russe in Ucraina.
Surovikin diventa vicecomandante ma torna responsabile delle forze aerospaziali; le forze di terra sono affidate a Oleg Leonidovič Salyukov (la sua specialità, essendo in precedenza il comandante di tutte le truppe di terra delle FFAA russe), e come terzo si aggiunge Alexey Kim, vice capo di Stato Maggiore (il numero due di Gerasimov).
E questo perché, fa sapere il Ministero, si è di fronte a una “espansione delle dimensioni dei compiti“, “è necessaria una più stretta integrazione tra le branche delle FFAA“, e “le truppe necessitano di maggiore sostegno e di una struttura di comando e controllo più efficiente” che, tradotto in parole povere, significa che siamo alle viste di una nuova offensiva e che questa volta se la vedrà l’esercito, non la Wagner o i ceceni, e l’aviazione (che gestirà Surovikin) avrà un ruolo maggiore di quello avuto finora.
Per Surovikin, dunque, nessuna degradazione, nessun declassamento e nessun capro espiatorio (per Cherson, poi...): semplicemente, ora che i problemi sono stati più o meno risolti, Gerasimov si riprende il suo posto. Posto che, ripeto, in ultima analisi era sempre stato suo.
P.S. E Lapin, fatto fuori ignominiosamente perché accusato da Kadyrov e Prigožin di essere il responsabile della ritirata da Kherson? Giusto ieri è stato nominato comandante delle forze terrestri dell’esercito russo, il posto che prima era di Salyukov.
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Per prima cosa, ricordiamo che il tasso di litigiosità e sabotaggio reciproco all’interno di uno Stato Maggiore è paragonabile a quello di un’assemblea di condominio o di una compagnia di filodrammatici. Chiunque potrà fare le scarpe a chiunque lo farà, senza eccezioni.
Chiarito questo: quando la Russia ha messo in piedi la “operazione speciale”, non ha ritenuto necessario dotarla di un comandante apposito, vuoi perché pensava sarebbe finita prima, vuoi per altri motivi (che ignoriamo).
Tecnicamente, dal punto di vista militare (quello politico sappiamo chi lo decide) l’operazione dipendeva dal Ministro della Difesa, ma nella sostanza dal capo di Stato Maggiore, ovvero Valerij Vasil’evič Gerasimov. La sua gestione del conflitto (e la gestione di Shoigu) è stata criticata in più occasioni, spesso con ragione.
Gerasimov, ricordiamo, è uomo di Putin, in tutti i sensi. Non è dunque un personaggio che puoi criticare troppo, o troppo apertamente.
La sua risposta alle critiche, verosimilmente, deve essere stata che non poteva, come si suol dire, cantare e portare la croce: ovvero che non poteva gestire da solo lo stato maggiore, con tutte le dispersioni del caso (Siria, Africa Centrale, Armenia-Azerbaijan, OTSC eccetera) e l’operazione speciale. E che quindi le difficoltà della suddetta non potevano essere imputate a lui, ma al fatto che tra lui e i comandanti sul campo non c’era una figura di raccordo.
L’8 ottobre, nel momento peggiore del conflitto per la Russia, dopo la debacle – a essere generosi – di Kharkiv, la prospettiva di altre ritirate e comunque la perdita dell’iniziativa strategica, questa figura è arrivata, col doppio compito di fare da parafulmine (che certo non poteva spettare a Gerasimov né a figure tutto sommato di rilievo minore, come Lapin, sul quale torneremo) e di provare a invertire il corso del conflitto: ed è arrivata nella persona di Sergej Surovikin, veterano della guerra in Siria e comandante del “gruppo Sud” delle forze armate russe dall’inizio delle ostilità in Ucraina, oltre che comandante delle forze aerospaziali russe.
Surovikin ha messo mano alla situazione con una certa energia, avvertendo da subito che probabilmente ci sarebbe stata la necessità di prendere altre “decisioni difficili”, ha organizzato una campagna di incursioni e bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e logistiche ucraine che ha portato buoni risultati, ha gestito l’arrivo e il dispiegamento dei soldati mobilitati, ma ha dovuto appunto prendere anche la “decisione difficile” di abbandonare la regione di Cherson a ovest del Dneper, inclusa la città.
Nessuno, diciamo, gliene ha voluto, anche perché la ritirata è stata gestita in maniera eccellente (a differenza, ad esempio, di alcuni momenti di quella dal settore di Kharkiv). Nota bene, però: Surovikin era il comandante delle operazioni militari in Ucraina, ma non era indipendente. Dipendeva, come dipendono tutti i comandanti, dal capo di Stato Maggiore. Cioè da Gerasimov.
Progressivamente i problemi di inizio ottobre (escludendo la questione di Cherson) sono stati più o meno risolti o quantomeno minimizzati, e al momento il quadro generale è molto diverso da quello che c’era a inizio ottobre; inoltre non si può permettere, da parte dell’esercito regolare, che la palma dell’eroe vada divisa tra personaggi sui generis, e forse pericolosi, come Kadyrov e soprattutto Prigožin.
Il comando dell’operazione militare viene dunque ampliato. Al vertice, ora che la situazione è più tranquilla, torna Gerasimov, che come capo di Stato Maggiore ne rimaneva il responsabile ultimo ma che ora assume anche la carica di comandante delle forze russe in Ucraina.
Surovikin diventa vicecomandante ma torna responsabile delle forze aerospaziali; le forze di terra sono affidate a Oleg Leonidovič Salyukov (la sua specialità, essendo in precedenza il comandante di tutte le truppe di terra delle FFAA russe), e come terzo si aggiunge Alexey Kim, vice capo di Stato Maggiore (il numero due di Gerasimov).
E questo perché, fa sapere il Ministero, si è di fronte a una “espansione delle dimensioni dei compiti“, “è necessaria una più stretta integrazione tra le branche delle FFAA“, e “le truppe necessitano di maggiore sostegno e di una struttura di comando e controllo più efficiente” che, tradotto in parole povere, significa che siamo alle viste di una nuova offensiva e che questa volta se la vedrà l’esercito, non la Wagner o i ceceni, e l’aviazione (che gestirà Surovikin) avrà un ruolo maggiore di quello avuto finora.
Per Surovikin, dunque, nessuna degradazione, nessun declassamento e nessun capro espiatorio (per Cherson, poi...): semplicemente, ora che i problemi sono stati più o meno risolti, Gerasimov si riprende il suo posto. Posto che, ripeto, in ultima analisi era sempre stato suo.
P.S. E Lapin, fatto fuori ignominiosamente perché accusato da Kadyrov e Prigožin di essere il responsabile della ritirata da Kherson? Giusto ieri è stato nominato comandante delle forze terrestri dell’esercito russo, il posto che prima era di Salyukov.
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