Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

19/10/2026

La lunga scia di sangue di Ludwig

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo – gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”.

Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

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In Cina la produttività non è effetto dei sussidi, ma dell'implementazione capillare dell'IA nelle attività industriali

di Michelangelo Cocco

Alla manifattura occorrerebbe trovare un nuovo nome al passo coi tempi, perché, con l’impiego massiccio di robot e intelligenza artificiale, non sarà più manu facere, “fare con la mano”.

La Cina è il principale laboratorio di questa svolta epocale. Non l’unico protagonista: Giappone, Corea del Sud, Germania, Stati Uniti sono attori di primo piano. Tuttavia in Cina convergono spinte di carattere demografico (il rapido invecchiamento della popolazione) e politico (la rinnovata centralità attribuita dal Partito comunista alla manifattura) che, combinate con le dimensioni della base industriale del paese, stanno favorendo una sperimentazione più generalizzata e rapida che altrove della “manifattura intelligente” (smart manufacturing) e di quella “adattiva” (adaptive manufacturing), ovvero delle sue forme più avanzate, che integrano IA e robotica nei processi produttivi.

Per spiegare l’ingresso del settore manifatturiero cinese direttamente nell’era dell’intelligenza artificiale agentica, saltando alcune tappe della digitalizzazione tradizionale, l’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha proposto un suggestivo paragone con i pagamenti elettronici. «Proprio come la Cina ha saltato le carte di credito, passando direttamente ai pagamenti da cellulare, molte fabbriche stanno saltando la digitalizzazione tradizionale completa, per passare direttamente agli agenti di intelligenza artificiale», ha dichiarato Zhou Yuxiang in una recente intervista a South China Morning Post.

Fondata nel 2016, Black Lake Technologies è, per numero di fabbriche servite, il principale fornitore di agenti di intelligenza artificiale per l’industria nella regione Asia-Pacifico. I suoi sistemi integrano l’IA in tutte le fasi del ciclo produttivo, favorendo il passaggio da fabbriche che utilizzano i dati semplicemente per monitorare e ottimizzare la produzione a impianti in cui l’intelligenza artificiale contribuisce direttamente a gestire e coordinare le operazioni. Presente in quasi 40.000 fabbriche in tutto il mondo, annovera tra i suoi clienti Tesla, McDonald’s, Mixue Group, GAC Group e Nongfu Spring.

Secondo Zhou, il cambiamento in corso in Cina indica chiaramente che la “fabbrica del mondo” sta andando oltre i suoi tradizionali punti di forza – costi contenuti e qualità affidabile – per vincere la competizione sulla flessibilità, quella degli stabilimenti anzitutto.

A tal fine, Black Lake Technologies e altre compagnie cinesi forniscono strumenti e agenti di intelligenza artificiale da impiegare in tutte le fasi, dalla progettazione alla produzione, consentendo agli stabilimenti di rispondere tempestivamente alla domanda di prodotti personalizzati e realizzati in piccoli lotti.

La diffusione dell’intelligenza artificiale nell’industria (e nella società) è l’oggetto della Iniziativa IA+, varata nel 2025 dal governo centrale, che punta a integrare l’IA nel 90 per cento dell’economia cinese entro il 2030. Una soglia che va intesa come un obiettivo dichiarato, più che come una previsione realistica. Che tuttavia chiarisce l’intenzione di Pechino di promuovere un’applicazione quanto più capillare possibile delle nuove tecnologie alla manifattura.

In quest’ambito, Black Lake Technologies, con sede a Shanghai, ha lanciato una serie di agenti di intelligenza artificiale specializzati in diverse funzioni aziendali: dalla gestione dei file di progettazione e dei flussi di lavoro agli acquisti, al controllo qualità, al coordinamento della catena di fornitura, alla pianificazione della produzione e alla manutenzione degli impianti.

Le nude cifre snocciolate dai protagonisti di questa rivoluzione danno un’idea delle conseguenze che avrà sul mondo del lavoro, oltre che su quello della produzione.

Secondo Zhou, fino al 40 per cento degli agenti di Black Lake Technologies ha raggiunto la piena autonomia, prendendo decisioni sotto la supervisione umana. Il restante 60 per cento si trova tuttora nella fase di “co-pilota”, aiuta cioè i dipendenti a decidere più rapidamente, ma ancora senza agisce in completa autonomia. Zhou prevede che anche questi sistemi potranno raggiungere la piena autonomia entro 12-18 mesi, imparando dall’esperienza e dalle correzioni degli ingegneri.

«Le fabbriche acquistano queste soluzioni per guadagnare velocità e, una volta integrato nell’impianto, l’agente impara dai riscontri degli esseri umani. Nel giro di uno o due mesi, l’agente recupera il divario, elimina gli errori e raggiunge prestazioni paragonabili a quelle umane», ha dichiarato Zhou al quotidiano hongkonghese.

Classe 1989, Zhou sottolinea che «gli agenti sono il risultato delle conoscenze industriali, delle competenze e dell’esperienza accumulate dal settore manifatturiero cinese, che è all’avanguardia a livello globale».

Black Lake Technologies sta esportando il proprio modello all’estero, soprattutto nel Sud-est asiatico e in America Latina. Inizialmente, la presenza internazionale dell’azienda è derivata dall’espansione delle fabbriche cinesi in mercati come Vietnam, Indonesia, Malaysia e Messico. In seguito – ha spiegato Zhou – le multinazionali che già utilizzavano la tecnologia di Black Lake Technologies in Cina hanno cominciato a replicare il sistema nei propri stabilimenti internazionali. Successivamente si sono aggiunte le aziende manifatturiere locali, interessate a integrare gli agenti di intelligenza artificiale nei propri processi produttivi.

Sussidi governativi e yuan sottovalutato sono certamente tra i fattori della competitività del made in China, e alimentano le critiche occidentali al modello cinese. Ma il fenomeno nuovo, e più importante, è l’ammodernamento dell’industria cinese. È a esso che bisogna guardare per comprenderne la direzione e gli sviluppi.

Black Lake Technologies è posseduta da grandi gruppi industriali e fondi d’investimento cinesi, a conferma della centralità che le politiche industriali di Pechino attribuiscono alle tecnologie abilitanti (tra cui gli agenti IA) per lo sviluppo della nuova manifattura.

South China Morning Post ha raccontato così un esempio di applicazione degli agenti IA di Black Lake Technologies:
La crescente domanda di flessibilità produttiva è alimentata anche da una nuova generazione di marchi cinesi affermatisi sui mercati internazionali, come Labubu, la linea di personaggi da collezione di Pop Mart. A differenza dei giocattoli prodotti tradizionalmente su larga scala, i prodotti Labubu presentano centinaia di varianti, che richiedono ai produttori di adattare rapidamente le rispettive catene di fornitura.

Per intercettare questa tendenza, ad aprile Black Lake Technologies ha lanciato Popzao, una piattaforma pensata per rispondere alla crescente domanda di articoli personalizzati da parte di celebrità, musei e attrazioni turistiche. Si tratta di soggetti che desiderano realizzare prodotti con il proprio marchio anche in piccoli quantitativi, pur avendo poca o nessuna esperienza nel settore manifatturiero.

Secondo Zhou, Popzao utilizza agenti di intelligenza artificiale per digitalizzare e automatizzare le diverse fasi del processo, dalla progettazione alle simulazioni tridimensionali fino alla realizzazione degli stampi.

In questo modo, i costi fissi di ingegnerizzazione scendono da circa 300.000 yuan (44.800 dollari) a 2.000 yuan sotto forma di token, ovvero crediti utilizzabili sulla piattaforma. Il modello consente inoltre di ridurre il quantitativo minimo ordinabile da 20.000 a soli 100 pezzi.
Se l’impiego degli agenti di IA nella produzione di Labubu può sembrare una cosa di poco conto, proviamo a immaginarlo nell’industria automobilistica, dove la loro capacità di coordinare progettazione, approvvigionamenti, assemblaggio e controlli di qualità potrebbe trasformare radicalmente l’organizzazione della produzione, la flessibilità delle fabbriche e il ruolo stesso dei lavoratori.

La crescente diffusione dei robot nelle fabbriche ha spinto Black Lake Technologies a rafforzare anche l’integrazione tra i suoi agenti di intelligenza artificiale e i sistemi hardware.

«Noi svolgiamo il ruolo di centro di coordinamento e cervello del sistema», ha concluso Zhou.

L’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha spiegato che le aziende di robotica si concentrano soprattutto sul 70 per cento delle attività industriali, quelle che richiedono lavoro manuale e competenze limitate, mentre gli agenti di intelligenza artificiale intervengono sul restante 30 per cento, costituito dalle mansioni svolte da specialisti e ingegneri altamente qualificati.

Secondo Zhou, «quando il software avrà raggiunto la piena autonomia e i robot saranno in grado di operare senza supervisione umana, avremo davanti a noi il quadro definitivo della manifattura del futuro». Senza più operai.

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L’inflazione vola al 4,2%, il carovita accende il malessere sociale

A settembre l’inflazione in Italia torna ad accelerare con decisione, portandosi al +4,2% su base tendenziale rispetto al +3,3% registrato ad agosto. Lo certificano i dati definitivi per lo scorso mese appena diffusi dall’Istat, che confermano la stima preliminare e registrano una variazione congiunturale dell’indice nazionale dei prezzi al consumo pari a +0,7%.

Con questo balzo, l’inflazione acquisita per l’intero 2026 sale al 3,1% per l’indice generale e all’1,9% per la componente di fondo, ovvero senza i beni alimentari ed energetici. A determinare la netta ripartenza dell’indice è infatti la nuova ondata di rincari nel comparto energia, che nel complesso vede la crescita annua passare dal 17,1% al 22,6%.

La pressione colpisce sia i prodotti energetici regolamentati, che balzano dal +18,6% al +25,8% su base annua (+5,8% rispetto ad agosto), sia quelli non regolamentati, che salgono dal +17,0% al +22,5% (+4,6% su base mensile). Il peso sui bilanci quotidiani lo vediamo bene tutti quanti, ma non è solo l’energia ad alleggerire i nostri portafogli.

Nel comparto alimentare si evidenzia una netta divaricazione: mentre i prodotti lavorati segnano un lieve arretramento su base mensile (-0,6%), gli alimentari non lavorati registrano una brusca impennata tendenziale, passando dal +3,8% al +5,5% (+2,2% su base congiunturale).

L’impatto sul cosiddetto “carrello della spesa” (beni alimentari, cura della casa e della persona) è netto: una crescita su base annua dell’1,5% (dallo 0,9% di agosto). Ancora più marcato l’aumento per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto, che passano dal 4,3% al 5,2%. Tensioni moderate si registrano anche nei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +2,9%) e nei servizi relativi ai trasporti (da +0,8% a +1,6%).

A destare particolare preoccupazione è la distribuzione dell’impatto economico sotto il profilo sociale. L’indice FOI, che serve a misurare l’andamento del costo della vita per famiglie di operai e impiegati, sale dello 0,6% sul mese e del 4,0% sull’anno. Ma sono soprattutto le indicazioni dell’Istat per il terzo trimestre del 2026 (misurata tramite l’indice armonizzato IPCA) a palesare la natura regressiva dell’attuale fiammata inflazionistica.

L’aumento dei prezzi per le famiglie con minori capacità di spesa raggiunge il +4,4%, a fronte del +2,9% riscontrato per i nuclei familiari con livelli di spesa più elevati, penalizzando soprattutto chi destina una quota prevalente del proprio reddito a bollette e beni primari. Dati che mostrano come l’aumento dei prezzi sia una questione di classe, e come gli effetti dello stato permanente di guerra a cui ci costringe l’imperialismo li pagano in maniera maggiore le classi popolari.

In tutto il Paese sta montando in maniera sempre più evidente l’insofferenza e le proteste compaiono un po’ ovunque, con un forte protagonismo degli studenti. Il prossimo sciopero generale del 30 ottobre, indetto dall’Unione Sindacale di Base, potrebbe essere il momento di convergenza e generalizzazione delle varie lotte.

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Milano bis, l’ora dei neet

Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.

Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram...

Nonostante questo “sforzo intellettuale”, com’era intuibile, frotte di ragazzi, spesso minorenni, sono sciamati per ogni dove, fin quando la polizia non ha cominciato a caricare “gruppi dall’atteggiamento sospetto” (praticamente la libertà di caricare chiunque non ti piaccia) e l’avvio di scontri. Totalmente casuali e disorganizzati, accompagnati da qualche saccheggio di negozi “chic”.

Dopo piazza Duomo, il Castello Sforzesco, largo Cairoli e altri luoghi altrettanto “turistici”, ancora a sera c’erano scontri qui e là, con la polizia all’inseguimento di fantasmi.

“Criminali” li ha battezzati la destra al governo. Ma decisamente gentiluomini, visto che per esempio hanno avvicinato un senzatetto e gli hanno regalato diversi vestiti presi dai negozi. Qualcuno li ha anche sentiti dire: “arriva l’inverno, fa freddo, ti devi coprire”.

Mai che un governo, qui, faccia altrettanto. Anzi, proprio ieri a Trieste, il “leghista dissidente” Fedriga ha vietato alle associazioni cattoliche locali di continuare a dare da mangiare agli immigrati bloccati in attesa di una risposta amministrativa (permesso di soggiorno, ecc.).

E veniamo perciò a qualche considerazione politica. Gli oltre 200 ragazzi fermati a Milano – un “campione rappresentativo” di chi è sceso in strada – sono soprattutto minorenni. Difficile costruire su di loro un “format” socio-politico che possa aiutare a dare la colpa a soggetti già noti. Ci provano lo stesso, e abbiamo sentito persino Rosi Bindi straparlare di “guerra ibrida” putiniana, Paolo Mieli criticare il governo per la “mano morbida” della polizia e altre stronzate che non meritano risposta.

Ma resta il fatto: sono ragazzini dei quartieri di periferia, alcuni addirittura sotto i 14 anni. Molti sono italiani “di seconda generazione”, come si dice per indicare i figli di immigrati. E magari sono anche sovra-rappresentati, tra i fermati, “grazie” al criterio razzista con cui la polizia ha esplicitamente operato fin dal mattino.

Giovanissimi, qualcuno va a scuola, qualcuno no. Nei quartieri non è una differenza soggettivamente fondamentale... si vive assieme, tra un muretto, un locale, un cercare di dare un senso alla vita senza un euro in tasca.

Diventa importante solo quando cominciano le mobilitazioni politiche, dove chi va a scuola bene o male può trovare delle soggettività organizzate con un minimo di obiettivo politico. Mentre chi resta fuori – i neet, si dice ancora – non ha neanche quel traino attivistico che contribuisce a dare senso allo stare al mondo.

Ecco, una parte consistente di quel mondo neet è ora entrata in campo. Con i suoi modi – ruvidi, certo, che cazzo vi aspettate? – i suoi desideri minimalisti (la merce che non si possono permettere), la rabbia degli esclusi da tutto e rappresentati da nessuno.

Sono circa un milione e mezzo di ragazzi, in Italia, che vive in questa condizione neet – senza un lavoro, senza andare a scuola, senza star dentro un percorso di formazione qualsiasi – e nessuno li ha fin qui organizzati, rappresentati, messi assieme, “acculturati” politicamente. E magari non gli interessa neanche esserlo.

Ragazzi cresciuti però vedendo poliziotti condividere con gli spacciatori soldi e “roba” o esigere da loro “il pizzo”, magari uccidendone uno ogni tanto (Rogoredo è finita sui giornali, altri casi no). Oppure vedendo macchine dei carabinieri inseguire un paio di amici in scooter fino a schiacciarli contro un palo e tentare di nascondere le prove (Ramy Elgaml, del Corvetto).

Ragazzi che assistono da tre anni a un genocidio in diretta televisiva senza che nessuno abbia granché da obiettare, a parte quel milione sceso in piazza un anno fa e i tanti che hanno animato le manifestazioni per la Palestina. Ragazzi che la violenza – fisica, economica, poliziesca – la vivono sulla propria pelle ad ogni ora del giorno.

Questi ragazzi dovrebbero presentarsi in centro città chiedendo permesso, scusandosi di non esser vestiti abbastanza bene e di non avere i soldi per un apericena?

È chiaro che ci si trova davanti ad un fallimento sociale abnorme. Che la classe politica – tutta, Sala e Piantedosi in prima fila – crede di poter risolvere agitando il bastone, lo spauracchio di pene sempre più alte per reati sempre nuovi, sempre più poliziotti in un paese che ha il record di divise per abitanti.

Ma un fallimento sociale resta, anche se ne metterete in galera migliaia. La “deterrenza” giudiziaria non funziona con chi non ha granché da perdere, visto che sta già perdendo la vita. È un fallimento geneticamente programmato nelle politiche di austerità, nei tagli a qualsiasi servizio sociale, nell’imporre l’arte di arrangiarsi individuale per assenza di tutto.

È un soggetto fuori dai faldoni della polizia, tranne in parte che per quella “di prossimità”, magari. Perché non è un soggetto, ma tanti soggetti quanti sono quei ragazzi. Non ci sono “capi”, al massimo qualche “influencer” che emerge per qualche giorno. Non ci sono obbiettivi, né ovviamente un programma politico che non sia l’elenco dei bisogni primari (un salario per vivere, qualche servizio sociale, un posto nel mondo).

Reprimerli sarà faticoso come schiacciare le formiche una ad una. O magari suicida, mettendo in giro una spaventosa quantità di droga letale, come ai tempi dell’operazione Blue Moon. Che però finirebbe ovunque, anche nelle case della classe politica (se si facesse l’esame antidroga in Parlamento, si dice, non resterebbero a piede libero molti “onorevoli”).

La loro entrata in campo costringe anche chi organizza il conflitto sociale e politico a interrogarsi. Scrivevamo qualche giorno fa che questo potere si è giocato quella parte di generazione che a scuola ci va. E quella parte costituisce il soggetto organizzabile, secondo una visione classica della politica.

Quest’altra parte della stessa generazione è “libera”, nel senso disperante della solitudine capitalistica. Il suo muoversi è allo stesso tempo una potenziale risorsa e un possibile problema, per le forme “eccedenti e incontrollate” che assume.

Il 30 ottobre è vicino. Vediamo come e quanto la “convergenza” delle lotte comincia a farsi strada – con i lavoratori, gli studenti, i senza casa, ecc. – e quanto o come si dovrà fare per realizzarla andando avanti.

Il potere non ci ha capito un tubo, non ha soluzioni da offrire né neuroni capaci di captare l’enormità della valanga che si sta mettendo in moto in tutto l’Occidente neoliberista.

Sta a tutti noi fare meglio...

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Coloni sionisti assaltano diplomatici europei. È la normalità della Cisgiordania occupata

Sabato 17 ottobre un convoglio diplomatico dell’Unione Europea è stato fermato e aggredito a nord-est di Ramallah, nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh. Il gruppo era composto da funzionari e consoli di Belgio, Francia e Polonia, ed era accompagnato da esponenti cattolici e attivisti per i diritti umani.

La delegazione si era recato sul posto per monitorare le continue incursioni contro i contadini, dopo che la notte precedente una famiglia palestinese aveva subito il furto dell’intero raccolto di dieci alberi di ulivo. Gli aggressori – una decina secondo i report diffusi dall’ANSA – sono piombati sulla delegazione a bordo di quad, con i volti coperti e armati di bastoni, mazze e pietre.

Dopo aver sbarrato la strada ai veicoli diplomatici, hanno intimato ai funzionari di mostrare i documenti e hanno iniziato a colpire le vetture tra urla e pesanti minacce di morte, sfondando a sassate e colpi di mazza il parabrezza e il finestrino dell’auto di servizio del consolato belga di Gerusalemme.

I fotogrammi hanno fatto subito il giro della rete, in particolare quello che è anche a immagine dell’articolo qui presente, con Bernard Baudoux, 78 anni, sindaco della città francese di Aulnoye-Aymeries, a terra e dolorante. Il politico transalpino ha poi denunciato all’Afp: “se i coloni si comportano così, significa che c’è una tolleranza da parte del governo israeliano”.

E la tolleranza – ma sarebbe meglio dire la connivenza – è dimostrata anche da altri racconti relativi all’agguato. Un attivista presente sul posto ha affermato che l’esercito israeliano è stato allertato in tempo reale dell’attacco, ma non è intervenuto. La polizia israeliana ha formalizzato l’apertura di un fascicolo d’indagine soltanto in un secondo momento, dopo che i filmati dell’aggressione hanno iniziato a girare sul web.

Da parte sua, l’Idf ha sostenuto che la presenza dei diplomatici europei nell’area non era stata preventivamente “coordinata”, ammettendo implicitamente come le aree agricole palestinesi siano considerate zone franche per il terrorismo sionista, da cui l’esercito sceglie di astenersi salvo scorte precedentemente organizzate.

Non che l’intesa, a volte, cambi molto. Nel maggio del 2025 i soldati israeliani hanno fatto fuoco verso un convoglio diplomatico vicino a Jenin. La motivazione riportata è stata quella di colpi di avvertimento rispetto a una deviazione dal percorso concordato, “considerando che si tratta di una zona di combattimento”. Il combattimento era un assalto a un campo profughi, e nella quotidianità dell’occupazione sionista non c’è tesserino di ambasciata che tenga.

Lo stesso trattamento viene accordato anche alla “libera informazione”. Il giorno precedente, infatti, ad Abu Falah, una folla di decine di coloni mascherati ha attaccato i palestinesi impegnati nei campi e ha preso di mira Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter del Washington Post. Nonostante indossasse giubbotto protettivo e casco con la scritta PRESS ben visibile e avesse dichiarato la propria identità, la giornalista è stata assalita e picchiata per circa dieci minuti consecutivi.

I medici dell’ospedale israeliano Beilinson le hanno riscontrato quattro vertebre e una costola rotte, oltre a diverse ferite compatibili con armi da taglio o bastoni chiodati. La reporter è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano per evitare la perdita di un dito. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, Levine ha smontato le dichiarazioni di Benyamin Netanyahu, secondo cui alcuni giovani israeliani l’avrebbero soccorsa.

“Questa è una menzogna assoluta e il più grande insulto – ha detto – Dopo una decina di minuti hanno fatto finta di farmi alzare, ma l’hanno fatto solo per strapparmi le macchine fotografiche e derubarmi. Poi mi hanno ributtata a terra continuando a prendermi a calci. Nessuno ha provato a fermarli. A salvarmi sono stati due colleghi e i residenti palestinesi che hanno iniziato a lanciare sassi verso i coloni per distrarli e permettermi di fuggire”.

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha telefonato a Levine porgendo le scuse ufficiali per un’aggressione che “non rappresenta i valori dello Stato di Israele”, quando invece appare evidente essere la normalità dei territori occupati, tra l’altro a prescindere dalla nazionalità riportata sui documenti d’identità o delle scritte ben visibili sul petto.

Netanyahu, invece, ha replicato parlando di “cautela” ed evocando lo spettro di una presunta “campagna coordinata per screditare Israele e i residenti della Giudea e Samaria prima che i fatti siano chiariti”. La preoccupazione del primo ministro è l’innesco di una crisi col movimento dei coloni a una decina di giorni dalle elezioni, proprio mentre sono nel pieno delle annuali operazioni terroristiche contro gli agricoltori palestinesi (in un territorio che, ricordiamo, non ha la scusante del “governo di Hamas” da poter giocare).

Sempre sabato, nel villaggio di Ma’in a sud di Hebron, i soccorritori della Mezzaluna Rossa hanno dovuto prestare cure a sei feriti, tra cui quattro donne e un bambino, rimasti vittime di un pogrom in cui i coloni hanno dato alle fiamme piantagioni e sgozzato decine di capi di bestiame. Altri raid armati e colpi d’arma da fuoco sono stati documentati a Deir Jarir, Jalud, Burqa, Umm Safa e Beit Furik.

Dal 27 settembre, data convenzionale di avvio della stagione della raccolta delle olive, al 15 ottobre sono state almeno 487 le aggressioni documentate (una media di 27 al giorno), di cui 234 concentrate specificamente negli uliveti. Le autorità israeliane hanno effettuato solo due fermi, e i dati storici confermano che la situazione rimarrà tale: l’ONG israeliana Yesh Din riporta che tra il 2005 e il 2025 il 93,6% delle denunce presentate da palestinesi contro violenze dei coloni è stato archiviato senza alcuna formulazione di capi d’accusa.

Tornando all’aggressione contro la delegazioni diplomatica, i governi di Belgio e Polonia hanno chiesto formali spiegazioni a Tel Aviv. Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, ha espresso l’intenzione di chiedere sanzioni europee contro i coloni responsabili dei raid e contro chi li sostiene politicamente a livello governativo, collegando le violenze al disegno di espansione degli insediamenti e di sfollamento forzato della popolazione autoctona.

Insomma, sarebbe come dire di chiedere sanzioni per Smotrich, Ben Gvir, ma anche il primo ministro. Elemento che gioca a favore del principale rivale di Netanyahu alle elezioni, Gadi Eizenkot, che ha parlato esplicitamente di “terrorismo ebraico sponsorizzato dal governo”. Lo stesso politico che, ai tempi dell’esercito, ha elaborato la dottrina Dahiya, che prevede l’uso sproporzionato della forza sulle infrastrutture civili negli scenari di combattimento. In sostanza, terrorismo di stato.

Tirando le somme di queste vicende, al di là delle dichiarazioni di chiara impronta elettorale, i diplomatici europei hanno sperimentato sulla propria pelle la normalità dei territori occupati. Si continua a cercare di attribuire la responsabilità ai “coloni violenti”, come se la violenza non fosse già incardinata nel colonialismo, per cercare di salvare la “reputazione” di Israele, elemento fondamentale del sistema imperialista in Asia occidentale.

Ma è stato lo stesso sindaco francese, scaraventato a terra, a dire che quella dei coloni non può che essere un’operazione sostenuta dal governo e coperta dall’IDF. E però l‘alternativa a Netanyahu è un altro tipo di terrorismo, quello della dottrina Dahiya, a ricordarci che il sionismo o è terrorista e suprematista, oppure non è. È questo che difende l’Occidente “democratico”.

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Aura battle. Alcune considerazioni

Il nuovo fenomeno delle aura battles, nato su TikTok, sta spopolando tra le giovani generazioni. La sfida è a chi esprime nel modo più spontaneo la propria personalità: gesti, movimenti, pose sono tutti improvvisati per mostrare la propria “aura”. Il vincitore lo decide la folla, esattamente come accade coi freestyle.

E come ogni altro fenomeno sociale di massa, parte l’isteria. Sono già stati ripresi da alcune testate e pagine social divieti da parte di presidi di organizzare aura battles nelle scuole perché distraggono gli alunni dai propri impegni dopo le pause.

Uno degli ultimi episodi ci tocca da vicino: sabato 10 ottobre è andato in scena il primo appuntamento organizzato di Aura Battle in piazza Santa Immacolata. Un fenomeno internazionale, nato in Sud America, non poteva scegliere posto migliore per sbarcare a Roma, vista la grande importanza che la “piazzetta” riveste per la movida romana.

L’episodio, che si è svolto in modo assolutamente pacifico, è stato ripreso da un articolo del Messaggero che ne indaga il fenomeno, andando anche a dare spazio agli inquilini insofferenti per i rumori o i locali che non riescono a lavorare per il caos. Positivo certo è che in un quartiere, ma nella città in generale, in cui la socialità è fatta di consumo (preferibilmente alcolico) ci si ritrovi spontaneamente e creativamente in piazza, anche con un pizzico di autoironia.

Aldilà delle polemiche e i pregiudizi cerchiamo da parte nostra di analizzare un fenomeno in crescita, per capirne le ragioni e le criticità.

Non si può ignorare che l’Aura Battle riveli tutto l’impoverimento culturale che TikTok e Instagram esprimono in questa fase di crisi sistemica. Il “Blackout pedagogico” prodotto dai social media che con meme, brainrot e video di pochi secondi hanno un effetto drammatico sulla capacità di concentrazione e di apprendimento per le nuove generazioni. Una vera e propria “Guerra cognitiva”, culturale ed ideologica.

Ma ora che i meme escono fuori dallo schermo, si evidenzia la richiesta di tante persone, a partire dai giovani, di uscire dalle piattaforme digitali e ricreare momenti di socialità spontanea.

Gli stessi ragazzi e ragazze che si sono mobilitati per la Palestina, tanto da essere definiti generazione Gaza, e che in questi giorni stanno occupando le proprie scuole in tutta Italia per chiedere maggiori investimenti nell’edilizia e nella formazione sulla scia di ciò che accade in queste ore in Francia (da cui si diffondono video di aure battle degli studenti nei picchetti davanti scuola). Da questo punto di vista come circolo culturale vogliamo cominciare a porre alcune domande:

  • esiste oggettivamente ed è in crescita una richiesta dei giovanissimi di riprendersi spazi di aggregazione alternativi?
  • L’aura battle è un fenomeno culturale innovativo o semplicemente lo specchio di un mondo social reazionario e senza spazio per una critica sociale?
  • Questo gioco riproduce delle forme di competizione, sopraffazione e personalismo oppure è una spinta per una aggregazione sociale che può prendere le forme di nuove espressioni culturali solidali e comunitarie?

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Gli scontri di sabato a Milano, Bologna e altre città

Le cronache ci restituiscono le immagini di migliaia di giovani scesi in piazza contemporaneamente a Milano, Bologna, Torino e che si sono scontrati con la polizia nelle strade dei centri storici.

In altri tempi si sarebbe parlato di una “eccedenza sociale”, un fattore che però nessuno aveva visto arrivare, o almeno non secondo i parametri classici della politica o delle dinamiche di movimento.

Cercando di capire meglio, soprattutto con le corrispondenze dalle varie città che vadano oltre la cronaca, si vede un punto di partenza della dinamica vista in piazza che è una sorta di manifesto politico circolato sui social l’11 ottobre (vedi immagine) e che così riassumeva le parole d’ordine della convocazione “Italia in piazza” nelle varie città per sabato 17 ottobre.

“Italia in piazza è una manifestazione apartitica con lo scopo di mettere il focus sulle problematiche che affrontiamo ogni giorno”. Il manifesto precisa che: “Non importa chi siamo, in cosa ci identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quale divinità preghiamo”.

Gli obiettivi vengono così sintetizzati: “Lavoro sicuro, futuro sicuro, basta morti sul lavoro e giovani in fuga” e poi “Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della vita”.

Il giorno prima, 10 ottobre, sui social era comparso un post con una sorta di conto alla rovescia sulla mobilitazione: “ormai ci siamo, il conto alla rovescia è agli sgoccioli... Facciamo sentire la nostra voce, Questo progetto è nostro tanto quanto vostro: dimostriamo a tutti di cosa siamo capaci quando facciamo squadra! Forza ragazzi, carica a mille!”

Le convocazioni delle piazze di sabato sono avvenute soprattutto attraverso i social – Telegram e Tik Tok – cioè i canali della comunicazioni prevalenti nel mondo giovanile.

Si è arrivati così alla convocazione delle piazze di sabato. Piazze centrali, la cui composizione sociale ha visto in tutte le città soprattutto giovani e studenti (molti dei quali reduci dalle manifestazioni studentesche del giorno prima), ma soprattutto molti ragazzi delle “seconde generazioni” provenienti dalle periferie metropolitane.

Curiosamente nelle piazze si sono viste alcune bandiere italiane insieme a quelle palestinesi, qualcuna albanese.

Le seconde a testimoniare il riconoscersi con l’insorgenza di realtà internazionali che ormai viaggiano come simboli nell’immaginario collettivo, le prime sventolate spesso quasi “provocatoriamente” dai nuovi italiani – figli di immigrati – che si rivendicano come tali di fronte al razzismo alimentato dalla destra istituzionale o da formazioni ancora peggiori, come quella di Vannacci.

I video mostrano alcuni giovani di seconda generazione gridare con convinzione “Viva l’Italia” mentre una bandiera tricolore viene aperta di fronte ad un blindato della polizia.

Anche molti slogan come “siamo tutti antifascisti” o “tout le monde deteste la police” , “Salvini Meloni fuori dai coglioni”, sono apertamente mutuati dalle manifestazioni di questi mesi, segno che hanno determinato un orizzonte politico anche al di là dei partecipanti.

Gli scontri di piazza non hanno visto alcuna “testa” o organizzazione, i cortei si spostavano senza un ordine preciso e hanno affrontato la polizia in modo deciso ma del tutto scoordinato. La maggioranza dei fermati a Milano risultano essere minorenni.

Non sono mancati, a Milano soprattutto, assalti alla “merce” nei negozi che vendono marchi costosi. Una dinamica da “’77”, quando entrarono in campo – anche lì – i giovani delle periferie, che certe merci le vedono nelle pubblicità ma sono per loro inarrivabili “legalmente”.

Solo a Torino la convivenza in piazza tra spontaneità sociale, qualche tentativo di presenza di destra e diverse realtà di movimento, ad un certo punto è saltata di fronte all’indecisione sul da farsi nella piazza e l’iniziativa è così passata in mano a settori più vicini all’area dell’antagonismo politico. Del resto la stessa cosa era avvenuta a Torino all’epoca del cosiddetto “movimento dei Forconi” nel 2013.

E se Torino si conferma come la città delle insorgenze sociali anticipatrici, Milano si conferma come la metropoli dove le divaricazioni e le disuguaglianze sociali sono diventate sempre più pesanti fino a diventare dirompenti, e dopo un rumore sottotraccia percepibile da tempo, hanno trovato un momento di rottura.

Il governo ha pensato che bastasse vendere periodicamente un po’ di fuffa per disinnescare la rabbia, ma soprattutto ha agito sul piano del controllo autoritario (con i “decreti sicurezza”) e della frammentazione, alimentando il razzismo, sia a livello istituzionale che a livello sociale. Ma non sembra proprio che abbia funzionato.

È indubbio che quanto abbiamo visto nelle piazze sabato pomeriggio meriterà riflessioni più approfondite già dai prossimi giorni.

Una esplosione sociale con queste caratteristiche è indicativa di molte contraddizioni sociali che ormai interagiscono  tra loro. Sorgono forme e auto-organizzazioni che provano ad accendere in altri modi il conflitto sociale e politico nel paese, a volte – ma non sempre, nella Storia – adeguate a costruire una prospettiva convergente con altri settori popolari.

Per quanto possano essere suggestivi i “riots”, in particolare a livello giovanile o delle periferie metropolitane, è evidente che a questi momenti di rottura occorra una visione, coordinamento e organizzazione.

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Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo?

Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?

Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo; lo sanno tutti.

Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?

Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.

È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.

Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:
“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.
Cosa significa dunque la dichiarazione di Sinwar?

Innanzitutto, ci dice che è un realista che non si aspettava di sconfiggere Israele militarmente. Non è mai stata una sua seria ipotesi. Le Forze di Difesa Israeliane sono troppo potenti.

In secondo luogo, la sua intenzione non era quella di terrorizzare o uccidere civili israeliani o di “spingere gli ebrei in mare”. Queste affermazioni sono sostanzialmente Propaganda volta a demonizzare Hamas.

La strategia, in parole semplici, era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo. Questo era l’obiettivo, e un’attenta lettura del testo sopra riportato lo dimostra.

Quindi, Israele è caduto nella trappola e ha reagito in modo eccessivo?

Certo che sì, infatti i sondaggi mostrano che la maggioranza ovunque rifiuta l’idea che il 7 ottobre fornisca una giustificazione legittima per la distruzione di Gaza. Nessuno crede alla debole scusa di Israele secondo cui il 7 ottobre avrebbe dato loro il via libera per radere al suolo l’intera striscia di terra lunga 40 chilometri.

Quindi, Sinwar aveva previsto la reazione di Israele? Non solo l'aveva prevista, ma era parte integrante della sua strategia complessiva. Come abbiamo detto, sapeva di non poter sconfiggere Israele militarmente, quindi doveva creare una situazione in cui Israele si auto-sconfiggesse. E ci è riuscito. Ha svelato il lato oscuro dell’occupante e ha progressivamente ottenuto maggiore sostegno per la Causa Palestinese. Questo, a mio avviso, si chiama “vincere”.

Quindi, chiedetevi: le previsioni di Sinwar si sono avverate? Israele è più “isolato in modo estremo e potente”?

Sì.

La minaccia dell'“integrazione regionale” è stata “sospesa”?

Sì.

E Israele si trova ad affrontare uno “stato di collasso su tutti i fronti”?

Non ancora, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di questo conflitto. Tuttavia, a prescindere da qualsiasi parametro, la traiettoria dell’opinione pubblica globale suggerisce che il potere di convincimento di Israele si stia erodendo giorno dopo giorno. Il Paese è più isolato politicamente che mai nella sua storia, e sempre più persone esprimono il loro orrore per il comportamento criminale delle truppe israeliane che operano a Gaza.

Ecco un commento dell’attrice britannica Juliet Stevenson, che si fa portavoce di molti di noi:
“Abbiamo assistito a qualcosa di infernale. È come qualcosa di infernale. Atrocità. Crimini Contro l’Umanità. Crimini di Guerra. E tutto è stato filmato. Tutti abbiamo potuto vederlo. E so che molte persone hanno scelto di distogliere lo sguardo, perché è insopportabile, ma io non ci sono riuscita. Non pensavo ci fosse la possibilità di distogliere lo sguardo. Pensavo che, se sta accadendo, bisogna esserne testimoni. E, se questo è insopportabile, beh, bisogna trovare un modo per affrontarlo, perché il popolo palestinese lo sta affrontando. Come può il mondo assistere a tutto questo?”
Questa è la dura battaglia che Israele deve affrontare: il fatto che le persone siano state esposte per oltre tre anni alle immagini agghiaccianti del Genocidio. Sono immagini che non si cancellano e che rimodellano la percezione dei responsabili.

Non si può dimenticare un bambino preso di mira e deliberatamente ucciso da un cecchino, o masse di persone affamate falciate dalle mitragliatrici mentre cercano di raccogliere cibo per le loro famiglie, o giovani soldati che festeggiano la demolizione di scuole, ospedali, moschee e università.

Israele ha persino dissotterrato più di una dozzina di cimiteri palestinesi nel tentativo di Cancellare ogni traccia della popolazione autoctona. È raccapricciante! Nessuno ha mai visto prima una violenza sadica di questo tipo, e lascia il segno. Riporta alla mente i ricordi di Abu Ghraib e gli orribili abusi subiti dai combattenti iracheni, torturati e tormentati da militari americani senza scrupoli. Le foto sono state ampiamente diffuse dai media di tutto il mondo, causando un enorme danno d’immagine agli Stati Uniti.

Ma, veniamo al dunque, ogni giorno è Abu Ghraib a Gaza. Ogni giorno una nuova atrocità, un nuovo abuso, un nuovo orrore. E la gente si chiede: com’è possibile che un popolo sia così privo di empatia? Com’è possibile che sia così privo di umanità? Questo è puro nichilismo che affoga in oceani di sangue. E non si ferma mai.

Nella loro arroganza, i pianificatori israeliani pensano di poter modificare i loro programmi di informazione e cancellare la macchia del Genocidio. Pensano che con messaggi aggressivi sui social media, podcaster filo-israeliani e campagne pubblicitarie appariscenti riusciranno a cambiare i cuori e le menti e a ottenere il sostegno pubblico per lo Stato Ebraico.

Ma tutti i sondaggi mostrano esattamente il contrario. L’approvazione pubblica di Israele è in caduta libera e non c’è segno di un’inversione di tendenza. La gente si è fatta un’opinione. È profondamente sconvolta dalla crudeltà quotidiana che i soldati infliggono con gioia. Ne abbiamo visto abbastanza. Ne abbiamo abbastanza.

E tutto questo è opera di Sinwar. Ha strappato la maschera al Sionismo, rivelando la creatura assetata di sangue che si cela dietro.

Ci è stato ripetuto più volte che “il Sionismo è un movimento politico e nazionalista che sostiene il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e alla sovranità nella sua terra ancestrale”. Ma gli unici ad accettare questa definizione sono gli stessi Sionisti. Tutti gli altri basano le proprie conclusioni su ciò che vedono, e ciò che vedono sono montagne di carneficina in mezzo a ettari di macerie. Questo è ciò che vede il mondo, ed è ciò che viene definito Sionismo.

Riusciranno gli allegri “influencer” israeliani sui social media a cambiare questa percezione? Non credo. Non credo che possano.

Ciò che dobbiamo comprendere è che la strategia di Sinwar aveva un duplice obiettivo. Da un lato, voleva smascherare il volto del Sionismo che i palestinesi hanno subito negli ultimi 80 anni. E ci è riuscito. Ma, ancor più urgentemente, voleva far deragliare il tentativo di “normalizzare” le relazioni tra Arabia Saudita e Israele.

Gli Accordi di Abramo, promossi con vigore da Jared Kushner, rappresentano un modo per stabilire normali relazioni economiche e diplomatiche tra Israele e i suoi vicini arabi, emarginando al contempo i palestinesi. È importante ricordare che tutti questi Regimi arabi hanno firmato l’Iniziativa di Pace Araba nel 2002.

L’accordo, approvato all’unanimità da tutti i 22 Stati membri della Lega Araba, prevedeva che nessuno Stato arabo avrebbe normalizzato le relazioni con Israele a meno che non si fosse ritirato dai Territori Occupati, non avesse risolto la questione dei rifugiati e non avesse accettato la creazione di uno Stato Palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Gli Accordi di Abramo (che includevano già 3 Paesi del Golfo) minacciavano di aggirare questo accordo, il che avrebbe rapidamente condannato le aspirazioni palestinesi all’estinzione. Questa è la parte della storia che non viene mai raccontata dai media occidentali. Fino ad ora. Per qualche ragione (che non conosco?) diverse testate giornalistiche hanno iniziato a far trapelare informazioni sulla “normalizzazione”, che è stata la causa principale degli attentati del 7 ottobre. Date un’occhiata a questo titolo del Wall Street Journal:
“Documenti rivelano che Hamas voleva sabotare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita con gli attacchi del 7 ottobre”.
Il leader militante Yahya Sinwar temeva che i progressi verso la pace avrebbero condannato la Causa Palestinese.

In sintesi: documenti interni di Hamas recuperati dall’esercito israeliano in un tunnel di Gaza mostrano che una delle principali motivazioni dell’attacco del 7 ottobre 2023 era quella di sabotare i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti.

I leader di Hamas, in particolare Yahya Sinwar, temevano che un accordo positivo avrebbe emarginato la Causa Palestinese e aperto la strada a un più ampio riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo e islamico. La prova chiave è costituita dai verbali di una riunione del 2 ottobre 2023 dell’Ufficio Politico di Hamas a Gaza. Secondo i documenti esaminati dal Wall Street Journal:
Il leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, ha osservato che “l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Sionismo sta facendo progressi significativi”. Ciò ha lasciato “una porta aperta alla maggior parte dei Paesi arabi e islamici, che avrebbero potuto seguire la stessa strada”. Ha aggiunto che era necessario un “atto straordinario” per far deragliare i negoziati e “per provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”.
Bene, qualcuno mi spieghi perché ci sono voluti tre anni ai redattori del Wall Street Journal per riportare il vero motivo del 7 ottobre? Ci si aspetterebbe che fossero ansiosi di trattare un argomento così cruciale per la nostra comprensione di un evento storico. Ma evidentemente non è così.

Il punto è che la versione ufficiale era sbagliata. Deliberatamente sbagliata. Hamas non voleva terrorizzare gli ebrei, rovesciare il governo o spingere Israele in mare.

Il vero obiettivo del 7 ottobre era sabotare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, concepita per aggirare gli impegni presi in precedenza dai leader arabi, che chiedevano concessioni sulla creazione di uno Stato Palestinese prima di migliorare le relazioni economiche o diplomatiche con Israele.

Non è esagerato affermare che Hamas stava combattendo per la propria sopravvivenza e per il futuro del suo popolo. Gli Accordi di Abramo rappresentavano una minaccia esistenziale per ogni palestinese. Se i sauditi avessero firmato l’accordo, la Causa Palestinese sarebbe “scomparsa” per sempre, ed è per questo che Sinwar ha optato per un piano disperato per riportare la Palestina all’ordine del giorno regionale.

Non sorprende che i leader israeliani sapessero quali fossero i veri obiettivi di Hamas, ma non abbiano mai rivelato queste informazioni ai media. Si sono invece limitati alla solita, noiosa retorica del tipo “Hamas odia gli ebrei”.

Basta ascoltare questo estratto dell’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, per capire cosa intendo:
“Il Nuovo Medio Oriente presentato da Biden, poche settimane prima, dall’Oceano Indiano al Mediterraneo, senza i palestinesi. I palestinesi non sono stati menzionati. Ora, se chiedete a me, per come la vedo io, i palestinesi si considerano un popolo e una nazione. E, in secondo luogo, si sentono soli, abbandonati. Si sentono abbandonati da tutti gli Stati arabi che hanno firmato un trattato di pace con noi (Israele) senza fare nulla al riguardo. E ora l’America, insieme allo Stato che ha fondato l’iniziativa di pace araba (l’Arabia Saudita), sta per rinunciare a tutti i luoghi santi di Gerusalemme e a uno Stato Palestinese. Questo è ciò che hanno provato. E il mio amico Khalil mi ha detto: Ami, non capisci, hanno scelto l’Opzione Sansone perché sentivano di non avere nulla da perdere, e questo era l’unico modo per dimostrare al mondo che non sarete in grado di creare stabilità in questa Regione se ignorate i palestinesi. Basta. E la tragedia è che ci sono riusciti”.
Così, Hamas ha scelto l'“Opzione Sansone”: un’ultima disperata campagna militare di terra bruciata che avrebbe fatto notizia in tutto il mondo e riportato la Palestina all’ordine del giorno regionale. Che altra opzione avevano? La causa dell’autodeterminazione nella loro terra veniva annientata sotto i loro occhi. Avevano bisogno di qualcosa di veramente eclatante per fermare Israele. Avevano bisogno del 7 ottobre.

E prima che i soliti noti inizino a lamentarsi di “terrorismo” e organizzazioni terroristiche (nota: Hamas è designata come organizzazione terroristica solo da una manciata di Paesi, tutti sotto il controllo di potenti Sionisti), vi prego di considerare ancora una volta le parole di Ami Ayalon, che ammette candidamente che “farebbe di tutto per ottenere la sua libertà”. Ecco un estratto:
“Domanda: Qual è la realtà della vita per i palestinesi qui?
Ami Ayalon: Un popolo che sogna una vita di libertà, ma non la vede.
Che ci piaccia o no, controlliamo la vita di milioni di persone.

Domanda: Se fossi un palestinese che vive in Cisgiordania o a Gaza, qual è la tua opinione su Israele?
Ami Ayalon: Combatterei contro Israele per ottenere la mia libertà.

Domanda: Come combatteresti? Quanto slealmente?
Ami Ayalon: Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta. Non si può scoraggiare una persona o un gruppo di persone se credono di non avere nulla da perdere. Noi israeliani avremo sicurezza solo quando loro avranno speranza”.
Significa forse che l’ex capo dello Shin Bet si sarebbe macchiato di atti terroristici contro i suoi oppressori? Avrebbe lanciato attacchi violenti contro il governo e l’esercito? Avrebbe ucciso chiunque gli impedisse di ottenere la libertà?

Ayalon: “Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta”.

Quindi, in cosa Ayalon si differenzia da Hamas?

Non c’è alcuna differenza.

In definitiva: Sinwar aveva molteplici ragioni per lanciare gli attacchi del 7 ottobre, ma nessuna di queste aveva a che fare con “l’odio per gli ebrei” o con il desiderio di “terrorizzare civili innocenti”. Il vero obiettivo, secondo documenti interni di Hamas, era “provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”. Il secondo obiettivo era smascherare il Mostro Sionista con cui hanno a che fare da decenni.

Lascio a voi giudicare se ci sia riuscito.

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