Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/08/2014

Iraq: disintegrazione inevitabile?

Solo i combattenti kurdi sembrano in grado di fermare l’avanzata islamista. Gli USA e l’Occidente tra un Iraq dominato dall’estremismo jihadista e un rafforzamento dell’”asse del male” Iran-Siria preferiranno la balcanizzazione dell’Iraq

Il 10 giugno scorso i guerriglieri dell’ISIS (Stato islamico in Iraq e Siria) hanno conquistato Mossul, la seconda città dell’Iraq, e puntano su Tikrit, città natale di Saddam Hussein, ad appena 100 chilometri da Baghdad.

500mila persone sono in fuga da Mossul: temono il regime di terrore conseguente all’instaurazione della sharia - la legge islamica - ma anche i bombardamenti indiscriminati delle zone occupate (gli USA stanno valutando l’impiego di droni).

Durante il vecchio regime Mossul era un centro nevralgico fondamentale per il governo di Baghdad. Da qui venivano molti funzionari e militari di alto rango del partido Baath di Saddam. È anche una regione ricca di petrolio, di cui fa parte anche la città di Kirkuk che ha le seconde riserve di idrocarburi del Paese. Inoltre la città è vicina a Siria e Turchia, ed è quindi in una posizione strategica.

L’ISIS, il più potente gruppo armato jihadista della regione, da tempo in attrito con la direzione di Al Qaeda, è formato da poche migliaia di miliziani (5-7.000), ma si sono uniti a loro i “nostalgici” del partito Baath e altri estremisti sunniti.

Il discusso primo ministro sciita Al Maliki, al potere dal 2006 e fresco vincitore delle prime elezioni post-occupazione (30 aprile), ha fomentato l’odio con la sua politica ultra-settaria verso le minoranze sunnite e kurde e la brutalità con cui risponde ad ogni opposizione.

I miliziani dell’ISIS entrano ed escono dal confine tra Siria e Iraq, nella prospettiva dell’eliminazione delle frontiere, dell’epurazione degli sciiti e dell’instaurazione di un califfato islamico che comprenda parti del territorio iracheno, siriano e iraniano.

Come scrive Il Manifesto, i jihadisti “gra­zie agli otto anni di occu­pa­zione mili­tare USA si sono formati nelle tat­ti­che della guer­ri­glia urbana, hanno indi­vi­duato stra­te­gie mili­tari effi­caci su larga scala, hanno goduto di finan­zia­menti sta­bili e di una rete di comu­ni­ca­zione rami­fi­cata”.

Armi e soldi sono arrivati nel quadro della guerra civile siriana soprattutto dalle petromonarchie sunnite del Golfo (Arabia Saudita e Qatar in primis), ma anche dai servizi occidentali che li hanno foraggiati in funzione anti-Assad.

L’esercito regolare iracheno è allo sbando: il grosso delle truppe governative dislocate nelle zone attaccate è fuggito o si è arreso, e girano voci (e video) di massacri dei prigionieri.

Di fronte a questa emergenza Al Maliki, anche se potrebbe costargli varie concessioni politiche e territoriali, ha deciso di chiedere aiuto al governo autonomo del Kurdistan, che dispone dei combattenti peshmerga, migliaia di veterani dotati di armamento pesante, appoggiati anche delle milizie kurde della Siria (YPG).

Mossul è a meno di 100 chilometri da Erbil, la capitale del Kurdistan. I peshmerga sono già partiti per difendere il loro confine e si sono schierati anche oltre la frontiera, occupando luoghi abbandonati dall’esercito regolare iracheno, come Kirkuk che i kurdi rivendicano da anni.

Anche l’Iran ha promesso aiuto al suo alleato Al Maliki. Teheran si è molto avvicinata a Baghdad con l’arrivo al potere degli sciiti dopo la caduta del nemico mortale Saddam (si ricordi la terribile guerra degli anni ’80 con milioni di morti).

Lo stesso naturalmente vale per la Siria, altro vertice - con i libanesi Hezbollah - del triangolo sciita e da anni teatro della guerra civile tra sostenitori di Assad e milizie islamiche.

Per gli USA paradossalmente l’asse del male Siria-Iran sarebbe l’alleato naturale contro i jihadisti, ma di fronte a prospettive così nebulose l’amministrazione Obama e il Pentagono cominciano a vedere come il minore dei mali la balcanizzazione dell’Iraq, con la frammentazione del Paese in tre zone indipendenti controllate rispettivamente da sciiti, sunniti e kurdi. Secondo alcuni analisti, anzi, questo sarebbe il vero obiettivo di USA e Israele al di là delle preoccupazioni di facciata per la minaccia di Al Qaeda. Del resto è lo stesso “format” che si sta concretizzando in Libia e in Siria, come risultato di un’evidente strategia di tribalizzazione dell’intero mondo arabo.

di Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.94 (giugno-luglio 2014)

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