Il 10 giugno scorso i guerriglieri dell’ISIS (Stato islamico in Iraq e Siria) hanno conquistato Mossul, la seconda città dell’Iraq, e puntano su Tikrit, città natale di Saddam Hussein, ad appena 100 chilometri da Baghdad.
500mila persone sono in fuga da Mossul: temono il regime di terrore conseguente all’instaurazione della sharia - la legge islamica - ma anche i bombardamenti indiscriminati delle zone occupate (gli USA stanno valutando l’impiego di droni).
Durante il vecchio regime Mossul era un
centro nevralgico fondamentale per il governo di Baghdad. Da qui
venivano molti funzionari e militari di alto rango del partido Baath di
Saddam. È anche una regione ricca di petrolio, di cui fa parte anche la
città di Kirkuk che ha le seconde riserve di idrocarburi del Paese.
Inoltre la città è vicina a Siria e Turchia, ed è quindi in una
posizione strategica.
L’ISIS, il più potente gruppo armato jihadista della regione, da tempo in attrito con la direzione di Al Qaeda, è formato da poche migliaia di miliziani (5-7.000), ma si sono uniti a loro i “nostalgici” del partito Baath e altri estremisti sunniti.
Il discusso primo ministro sciita Al
Maliki, al potere dal 2006 e fresco vincitore delle prime elezioni
post-occupazione (30 aprile), ha fomentato l’odio con la sua politica
ultra-settaria verso le minoranze sunnite e kurde e la brutalità con cui
risponde ad ogni opposizione.
I miliziani dell’ISIS entrano ed escono
dal confine tra Siria e Iraq, nella prospettiva dell’eliminazione delle
frontiere, dell’epurazione degli sciiti e dell’instaurazione di un
califfato islamico che comprenda parti del territorio iracheno, siriano e
iraniano.
Come scrive Il Manifesto, i
jihadisti “grazie agli otto anni di occupazione militare USA si sono
formati nelle tattiche della guerriglia urbana, hanno
individuato strategie militari efficaci su larga scala, hanno
goduto di finanziamenti stabili e di una rete di comunicazione
ramificata”.
Armi e soldi sono arrivati nel quadro
della guerra civile siriana soprattutto dalle petromonarchie sunnite del
Golfo (Arabia Saudita e Qatar in primis), ma anche dai servizi
occidentali che li hanno foraggiati in funzione anti-Assad.
L’esercito regolare iracheno è allo
sbando: il grosso delle truppe governative dislocate nelle zone
attaccate è fuggito o si è arreso, e girano voci (e video) di massacri
dei prigionieri.
Di fronte a questa emergenza Al Maliki,
anche se potrebbe costargli varie concessioni politiche e territoriali,
ha deciso di chiedere aiuto al governo autonomo del Kurdistan, che
dispone dei combattenti peshmerga, migliaia di veterani dotati di armamento pesante, appoggiati anche delle milizie kurde della Siria (YPG).
Mossul è a meno di 100 chilometri da Erbil, la capitale del Kurdistan. I peshmerga
sono già partiti per difendere il loro confine e si sono schierati
anche oltre la frontiera, occupando luoghi abbandonati dall’esercito
regolare iracheno, come Kirkuk che i kurdi rivendicano da anni.
Anche l’Iran ha promesso aiuto al suo
alleato Al Maliki. Teheran si è molto avvicinata a Baghdad con l’arrivo
al potere degli sciiti dopo la caduta del nemico mortale Saddam (si
ricordi la terribile guerra degli anni ’80 con milioni di morti).
Lo stesso naturalmente vale per la
Siria, altro vertice - con i libanesi Hezbollah - del triangolo sciita e
da anni teatro della guerra civile tra sostenitori di Assad e milizie
islamiche.
Per gli USA paradossalmente l’asse del
male Siria-Iran sarebbe l’alleato naturale contro i jihadisti, ma di
fronte a prospettive così nebulose l’amministrazione Obama e il
Pentagono cominciano a vedere come il minore dei mali la balcanizzazione
dell’Iraq, con la frammentazione del Paese in tre zone indipendenti
controllate rispettivamente da sciiti, sunniti e kurdi. Secondo alcuni
analisti, anzi, questo sarebbe il vero obiettivo di USA e Israele al di
là delle preoccupazioni di facciata per la minaccia di Al Qaeda. Del
resto è lo stesso “format” che si sta concretizzando in Libia e in
Siria, come risultato di un’evidente strategia di tribalizzazione
dell’intero mondo arabo.
di Nello Gradirà
tratto da Senza Soste n.94 (giugno-luglio 2014)
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