La vittoria delle destre golpiste in Venezuela è un problema che
riguarda soprattutto la sinistra latinoamericana, ma offre diversi
spunti di riflessione anche per ragionare sui limiti della sinistra in
quanto tale, per sinistra intendendo qui ovviamente quella di classe e
non le propaggini liberiste oggi al potere in Italia e nel resto
d’Europa. Insomma il (grandioso) processo bolivariano antimperialista
soffriva di limiti politici già evidenti prima della sconfitta
elettorale, dei limiti che niente hanno a che fare con le critiche che
le sinistre “euroimperiali” muovevano ad esso, ma su cui pure toccherà
ragionare per il futuro e in vista della riconquista del potere in
Venezuela. L’unica premessa a tale discorso è che noi, come sinistra
europea, niente possiamo insegnare a quella latinoamericana oggi al
potere, e anzi avremmo dovuto in questi anni umilmente prendere esempio
di un processo popolare, partecipato e di classe capace
di partire dalle masse diseredate delle periferie metropolitane e dalle
campagne contadine per giungere al governo e da lì incrinare l’egemonia
imperialista nella regione. Se pure delle criticità sono presenti e
vanno giustamente evidenziate, quello che invece non va fatto è spiegare
“come si fa” a una sinistra che in un ventennio ha guidato un intero
continente, nella sua veste socialdemocratica o più schiettamente
socialista (ad eccezione della Colombia terrorista).
La sinistra bolivariana è stata sconfitta elettoralmente, e proprio
il dato elettorale rappresenta la principale contraddizione interna ad
un processo rivoluzionario. Il “chavismo” si è sempre vantato delle
venti elezioni tenute sotto i propri governi, di cui diciotto vinte e
due – il referendum di riforma costituzionale del 2007 e le ultime
dell’altro giorno – perse. Ecco, quello che veniva dipinto dalla
sinistra anche rivoluzionaria come suprema certificazione della
giustezza e democraticità del percorso bolivariano in Venezuela, in
realtà costituiva un limite che andava nel corso del tempo affrontato e
superato. In altre parole, una volta giunta al potere, la sinistra di
classe deve trovare un sistema di rappresentanza che superi il momento
elettorale, soprattutto come questo si è andato cristallizzando nella
forma propria borghese liberale. Non è possibile immaginare un radicale
ribaltamento dei rapporti di forza politici ed economici di uno Stato
sperando che questi vengano legittimati per via elettorale una volta
ogni tot di anni, credendo che tale processo non venga influenzato
radicalmente da interessi economici ben più saldi del governo in carica
(soprattutto poi se questo è basato su di un’economia dipendente
dall’estero). Un processo rivoluzionario deve sperimentare forme di
partecipazione proprie, alternative al modello liberale delle elezioni
parlamentari. Non diciamo che sia una cosa semplice anche solo da
affrontare teoricamente, ma il primo problema di ogni governo
rivoluzionario è quello di difendere il proprio potere impendendo alla
reazione di tornare a governare. L’alternanza è possibile in casi di
sostanziale omogeneità delle diverse forze in campo, dove per omogeneità
non deve intendersi specularità. In Argentina, nonostante la
profonda e radicale differenza tra i candidati in campo, era possibile
un’alternanza del potere, perché la Kirchner non era espressione di un
movimento o di un soggetto rivoluzionario, e il capitalismo in Argentina
non era in discussione da nessuno dei candidati al governo. E questo lo
diciamo nonostante tra “kirchnerismo” (alle elezioni rappresentato da
Scioli) e Macrì corra una profonda differenza e la vittoria del
miliardario filo-imperialista sia una pessima notizia per le sinistre
latinoamericane. Ma il Venezuela, così come Cuba o la Bolivia, non sono
la stessa cosa. In ballo non ci sono linee politiche differenti o gruppi
dirigenti concorrenti, ma un modello produttivo, politico, culturale,
radicalmente alternativo, un modello che non può non costringere i
poteri forti locali, emanazione diretta degli interessi nordamericani,
alla riconquista del potere con qualsiasi mezzo ma soprattutto
sfruttando quelle retoriche democratiche da cui la sinistra di classe si
dovrebbe liberare e non rincorrere.
In questo senso, a Cuba (ma non solo, c’è tutta una storia del
socialismo realizzato a cui attingere) hanno sperimentato con relativo
successo modelli di rappresentanza e di partecipazione alternativi alla
democrazia borghese simboleggiata dalle elezioni nazionali. Dai comitati
territoriali ai Cdr, alle assemblee municipali del Potere Popolare, a
Cuba si tengono diversi passaggi elettorali basati però sull’esclusiva
rappresentanza degli interessi dei lavoratori, non del “popolo” in
quanto tale. Oltretutto, il socialismo venezuelano (così come ogni
socialismo realizzato in Stati economicamente arretrati), soffre di una
contraddizione insanabile che dovrebbe sconsigliare il ricorso alle urne
nella forma borghese liberale. Il socialismo eleva le condizioni
economiche e politiche della popolazione povera, dei lavoratori
dipendenti e dei contadini, ma esattamente questo processo di
arricchimento sociale porta quelle stesse masse, una volta liberate dal
peso storico della povertà assoluta, a pretendere nuove forme di
arricchimento, di per sé (anche) giuste ma che vengono puntualmente
rivolte contro il potere socialista e non in suo favore. Come riportava brillantemente Geraldina Colotti sul Manifesto di mercoledì 9 dicembre, “Maduro
ha consegnato la casa popolare ammobiliata numero 900.000 e prevede di
arrivare a un milione entro fine dicembre. Tuttavia, durante la
campagna, persone che non avevano mai sognato di avere una casa propria,
lo rimproveravano perché la lavatrice aveva un difetto o chiedevano
vantaggi per il cugino”. Questa contraddizione va governata
realizzando forme di partecipazione e rappresentanza diverse e
alternative alla democrazia liberale, perché il terreno della democrazia
liberale non è neutro ma egemonizzato dal potere economico di orientare
i processi di formazione dell’opinione pubblica. Soprattutto, vanno
sperimentate forme di rappresentanza fondate sulla partecipazione
politica, non sulla delega elettorale. Il socialismo, nelle sue varie
forme, costruisce una società centrata sulla partecipazione politica,
non sul disinteresse manipolato puntualmente dagli opinion makers. Ecco
perché l’elettorato non è tutto uguale, e questa diversità va
riprodotta sul piano della rappresentanza. E’ il militante politico,
all’interno dei processi decisionali strutturati dal più piccolo al più
grande, che decide delle sorti del potere socialista. Non “l’elettore”
in quanto tale, indistinto, sui cui fanno presa le retoriche liberiste proprio perché disinteressato alla politica. Una testa un voto è un assioma liberale che non può essere recepito tout court dal
socialismo, perché non rappresenta il livello massimo di
democratizzazione ma, all’inverso, è alla base del potere economico su
quello politico.
Insomma, per concludere questo punto, una volta avviata la strada verso il socialismo non si torna indietro, non
la si certifica attraverso un passaggio elettorale basato sulle scelte
dell’opinione pubblica, perché questa non è libera di formarsi ma è
piuttosto il prodotto di un rapporto di forza economico che prevede –
soprattutto in America Latina ma più o meno ovunque – ingerenze esterne
capaci di condizionare la politica del paese. Il socialismo può (deve)
prevedere strumenti per un’alternanza di dirigenti al potere ma non
un’alternanza di modelli produttivi. Insomma non si passa ogni cinque
anni dal liberismo imperialista a forme di socialismo e viceversa. Il
passaggio è per sempre, almeno fino alla sconfitta generale del modello
alternativo. E questo è un processo vigente anche nei paesi dove invece
regna la (sempre meno attuale) democrazia liberale. Negli Stati
liberali non esiste un’alternanza prevista di modelli produttivi, solo
un alternanza di gruppi dirigenti (anche di sinistra radicale), che però
non mettono in discussione il sistema economico. Succede da noi, non
vediamo perché non debba succedere nei paesi socialisti. Il potere a
soggetti politici reazionari dev’essere vietato per legge, questo
non è un fatto antidemocratico ma uno sviluppo ulteriore della
democrazia popolare, fondata sulla partecipazione e non sulla delega.
A questa (grave) carenza sul piano elettorale si aggiunge un altro
dei limiti intrinseci al processo bolivariano in Venezuela, e cioè
l’esasperato liderismo. Anche qui, la critica non è convergente con
quella della gauche impèriale nostrana, che critica il
protagonismo stesso di un lìder politico rivoluzionario latinoamericano
descritto ogni qual volta come cacicco e populista e in qualsiasi caso
banalizzato come fenomeno sotto-culturale e in definitiva inferiore. Il
problema è che in Venezuela (ma è un fatto presente in altri Stati
latinoamericani), al lìder carismatico non è seguito un movimento
rivoluzionario strutturato capace di organizzare il potere socialista
nel territorio e nei posti di lavoro e di difendere la rivoluzione da
ogni attacco. E’ evidente che la situazione venezuelana è estremamente
peculiare e non generalizzabile, visto il ruolo storicamente
anti-golpista dell’esercito. Il socialismo venezuelano è stato, in
qualche misura, “calato dall’alto”, cioè promosso per volontà di un
pezzo di esercito guidato da Hugo Chavez. Il problema non è questo,
quanto non aver formato successivamente un soggetto organizzato
capillarmente capace di veicolare il “chavismo” e la rivoluzione
bolivariana tra la popolazione povera, impedendo quei processi
degenerativi descritti prima, quelli cioè di una nuova “classe media”
(le virgolette sono d’obbligo in questo caso) prodotta dal bolivarismo e
che poi volta le spalle agli stessi soggetti che l’hanno consentita. In
Venezuela è mancato questo soggetto rivoluzionario organizzato. Il
partito al potere, il Psuv, è un accrocco dei più svariati interessi
tenuti insieme dalla gestione dei proventi petroliferi, un partito dove
convivono allegramente pezzi addirittura di anti-chavismo. Impossibile
da un soggetto simile costruire quella selezione di un gruppo dirigente
capace di affiancare il lìder e garantire una successione del processo
rivoluzionario in assenza di questo. La lotta interna al partito,
tacitata dal ruolo carismatico del lìder in questione, viene
costantemente riproposta in ogni momento di cedimento della figura
protagonista o in casi di difficoltà economica. La morte precoce di
Chavez ha si portato un rivoluzionario come Maduro alla successione, ma
non ha garantito la tenuta di un insieme politico messo in crisi dalle
ingerenze di gruppi economici in attesa della storica rivalsa sul
socialismo. E questo fatto, cioè il protagonismo del dirigente
carismatico sul resto della struttura politica, è un tema ricorrente
nelle sinistre rivoluzionarie, un tema che evidentemente va affrontato
teoricamente perché costantemente riproposto. Insomma, il lìder
carismatico va bene se funziona da enzima di un processo politico e se
garantisce a questo la tenuta tra differenti tendenze politiche, ma a
questo va immediatamente affiancato un soggetto politico capace di
raccoglierne l’eredità. Anche in questo caso, stiamo parlando di un tema
facile a dirsi ma molto più complicato a risolversi.
Questi due elementi di critica non esauriscono le ragioni della
sconfitta elettorale chavista, ma ci sembrano due degli elementi interni
al bolivarismo su cui andrebbe approfondito il ragionamento. Altri
fattori sono intervenuti sgretolando la possibilità di Maduro di
costruire consenso. Ad esempio, la natura sostanzialmente estrattivista
dell’economia venezuelana, nei fatti dipendente dal petrolio, consente
importanti redistribuzioni di ricchezza fino a quando il cartello
economico dei principali paesi petroliferi non decide di ribassare
notevolmente il prezzo di vendita di quest’ultimo. Il crollo del prezzo
del petrolio ha inciso in profondità nelle capacità di Maduro di
redistribuire ricchezza e quindi generare consenso. Soprattutto, ha
sottratto tempo al processo rivoluzionario facendo precipitare una
situazione economica che ha messo in crisi il governo. Il carisma di
Hugo Chavez sommato al petrolio sopra i 100 dollari al barile consentiva
una relativa tranquillità che è venuta improvvisamente meno. E’
sicuramente vero che andava avviata una transizione produttiva in grado
di superare la dipendenza dal petrolio, ma tali riforme di struttura
economica avvengono in tempi lunghi, non nel giro di qualche anno, e non
è neanche detto che siano possibili. Altri Stati, pur provandoci, non
ci sono mai riusciti, neanche fra quelli capitalisti che da anni provano
ad affiancare all’estrazione delle materie prime forme di autonomia
economica. D’altronde gli Stati produttori relativamente indipendenti (o
comunque meno influenzati dalle dinamiche economiche internazionali),
al mondo si contano sulle dita di una mano, e sono tutti inequivocabilmente imperialisti,
cioè fondano la propria autonomia sul controllo delle materie prime di
paesi terzi. E’ vero che il Venezuela ha sperimentato con l’Alba una
forma di cooperazione economica con altri Stati antimperialisti, ma
rimane una forma di relazione in cui il Venezuela ha una centralità
economica derivante dal petrolio che non è stata attenuata e anzi ha
reso paradossalmente gli altri paesi dipendenti dallo stesso Venezuela.
Ci sembrano, però, problemi in questo caso secondari, assolutamente
rilevanti (così come la guerra mediatica e psicologica promossa dagli
Usa) ma subordinati alla capacità di funzionamento del socialismo del
XXI secolo in Venezuela. C’è una situazione oggettiva, dominata
dall’ingerenza imperialista sia diretta (il supporto economico alle
destre golpiste) che indiretta (i cartelli dei produttori di petrolio), e
un fronte interno organizzato per farvi fronte. In questo senso, la
sconfitta sarebbe più utile interpretarla come serie di limiti del
fronte interno piuttosto che dallo strisciante golpismo imperialista. E
questo, lo ribadiamo, al netto della straordinaria esperienza che in
questo decennio ha mantenuto attuale il concetto stesso di sinistra di
classe. Un’esperienza che ancora oggi va sostenuta senza se e senza ma.
Fonte
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