Quinto appuntamento con il nostro approfondimento, qui la prima, seconda, terza e quarta parte.
Uno sguardo sull’attività di cooperazione dei paesi del golfo e il
caso della Qatar Charity in Siria: dall’introduzione del concetto di
guerra umanitaria e di “bombing for democracy”, gli interventi di
assistenza umanitaria sono sempre più legati a doppio filo a contesti di
guerra, al di là di eventi quali catastrofi naturali. Anche la
cooperazione internazionale, governativa o meno (attraverso il tramite
delle cosiddetto associazionismo da società civile), costituisce molto
spesso l’apripista per gli interventi belligeranti, laddove accordi,
diplomazia e buone maniere non raggiungono il loro scopo: o c’è da dire
che forse la guerra costituisce spesso il cavallo di troia attraverso
cui è possibile instaurare nuovi tipi di relazioni politiche ed
economiche.
Negli ultimi anni tra i donatori che non appartengono al Development
Assistance Committee (DAC) dell’Ocse più recentemente saliti alla
ribalta si distinguono i paesi del golfo: tra questi i donatori maggiori
sono riconducibili ai paesi dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli
Emirati Arabi Uniti. In particolare, gli EAU nel 2014 si sono
classificati per il secondo anno di fila come il più grande donatore di
ODA (aiuto ufficiale allo sviluppo) al mondo in relazione al PIL: circa
1,17% del prodotto interno lordo secondo le stime DAC. C’è da dire che i
governi dei paesi del golfo hanno operato a partire dagli anni ’60 per
lo più grazie all’istituzione di fondi nazionali e regionali per lo
sviluppo: il primo è stato il KFAED istituito dal Kuwait, seguito poi
dall’ADF degli EAU e l’SDF per l’Arabia Saudita. Con il tempo, con
l’evolversi della dei rapporti economici e politici, i vari stati si
sono dotati di strumenti differenziati come le “Red Crescent Societies”,
sorta di croci rosse legate a doppio filo alle politiche governative
nazionali. A livello regionale, con l’istituzione di varie
sovrastrutture oltre quelle costituite dall’OPEC e dal Consiglio di
Cooperazione del Golfo, sono stati istituiti una serie di organizzazioni
distinte per tematiche settoriali e di scopo quali l’IDB, l’AFESD per
lo sviluppo sociale ed economico, la BADEA con una speciale attenzione
verso l’Africa, ecc. Man mano che le relazioni diplomatiche con
l’occidente si stringevano, si intrecciavano anche relazioni con l’ONU e
i suoi uffici: tutt’ora esistono organismi di coordinamento dei vari
stati del golfo con gli istituti delle Nazioni Unite come l’AGFUND e
l’UNRWA, sebbene lascino molto a desiderare in fatto di sincronia.
Sempre di più, però, un grande peso è costituito da numerose
associazioni e organizzazioni non governative che, sebbene vengano
presentate come espressione della società civile, a causa dello stretto
controllo governativo e del fatto di essere molto spesso appannaggio
della volontà di ricchi personaggi dell’establishment politico ed
economico dei vari paesi, poco si discostano dagli obiettivi di fondo
della nascente classe capitalistica dell’area che vede i suoi interessi
legati sempre di più non solo ai derivati del petrolio e delle fonti
energetiche, ma anche allo sviluppo di tecnologie per le fonti
rinnovabili, al settore della logistica e delle infrastrutture, dei
trasporti e delle telecomunicazioni. Anche la pratica della Zakat, la
carità islamica, la quale costituisce un’importante fonte di proventi
per le attività di queste organizzazioni, rende difficile tracciare un
confine netto tra la presunta neutralità di queste organizzazioni e le
volontà privatistiche di importanti personalità, al governo o meno.
L’attività dei paesi del golfo nell’area Mena (Medio Oriente e Nord
Africa) è in forte crescita, a partire dal periodo immediatamente
precedente le cosiddette “primavere arabe”, ma soprattutto dopo, con vari distinguo. Ad esempio appare evidente che il livello degli aiuti
arabi allo sviluppo in Africa si è innalzato grazie agli ingenti flussi
diretti in Egitto e in Tunisia dopo i grandi sconvolgimenti interni. C’è
da dire che fino a che i Fratelli Musulmani sono rimasti al potere è
stato soprattutto il Qatar a donare ingenti aiuti, mentre Arabia
Saudita, EAU e Kuwait si sono fatti avanti solo dopo la caduta di
Morsi. Inoltre, non solo i paesi del Consiglio di Cooperazione del
Golfo hanno diretto ingenti flussi verso paesi in fase di transizione
come Egitto, Giordania, Marocco, Tunisia e Yemen (circa 7,1 miliardi di
dollari dal 2011 al 2012). Qatar, Arabia Saudita, EAU e Kuwait sono
impegnati al supporto delle transizioni dei paesi arabi grazie
all’accordo di Deauville. Giordania e Marocco sono stati invitati a
partecipare al Consoglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Vi sono
evidenze del fatto che i paesi del Consiglio del Golfo siano tornati a
espandere il volume degli aiuti verso questi paesi nel 2013, con una
speciale attenzione verso l’Egitto e la Tunisia.
Nonostante la proliferazione di numerosi accordi regionali a partire
dall’ “Arab Transit Agreement” del 1953 e l’ “Arab Economic Agreement”
del 1957, molti obiettivi di integrazione non sono stati ancora
raggiunti. Anche il processo di liberalizzazione portato avanti dal
GAFTA (“Greater Arab Free Trade Area”) può considerarsi incompiuto in
termini di benefici per quanto riguarda quei paesi poveri di proventi
del petrolio che non hanno avuto risorse da investire: ma ciò
costituisce forse il presupposto per ogni area regionale, in cui la
regola è che alcuni paesi perdono, altri vincono; in cui si determinano
condizioni di centro e periferia a causa di interessi economici forti
che dominano su tutti gli altri. All’interno della Mena vi sono i
settori di alcuni paesi che risultano assolutamente dominanti: ad
esempio il settore kuwaitiano delle telecomunicazioni. Gli investimenti
GCC nell’area Mena sono aumentati considerevolmente dal 2006 grazie a
un boom nei prezzi del petrolio e ad un aumento del grado di sicurezza
degli investimenti grazie ad alcune riforme. L’Istituto della Finanza
Internazionale ha rilevato non solo un aumento del 10-15% nelle holdings
FDI dei paesi Gcc nell’area ma anche un cambiamento nel tipo di
investimenti, passati dal settore degli idrocarburi e del real estate
negli anni ’70 fino a includere anche i servizi finanziari e la
manifattura. Occorre notare che gli investimenti Gcc superano di gran
lunga quelli dell’Ue, anche se non tutti i progetti annunciati sono
stati realizzati o sufficientemente sostenuti.
Già prima dello scoppio della guerra in Siria vi erano importanti
progetti di assistenza ufficiale allo sviluppo dai tratti per lo più
economico-commerciali. L’aiuto internazionale umanitario ufficiale al
momento viene coordinato dall’UNOCHA, un istituto apposito dell’Onu
grazie ad un mandato stabilito dalla Risoluzione 46/182 adottata
dall’Assemblea Generale attraverso i programmi di intervento SHARP
(“Syria Humanitarian Assistance Response Plan”) e RPP (“Syria Regional
Response Plan”). Il Comitato Internazionale della Croce Rossa collabora
con la “Syrian Arab Red Crescent” per fornire beni di prima necessità
alla popolazione in difficoltà.
Le nazioni occidentali che più si sono prodigate per raccogliere e
inviare gli aiuti sono gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania e la
Norvegia, oltre all’UE; mentre tra i donatori “non convenzionali”
appaiono l’Iran e Israele, quest’ultimo con una serie di critiche
appresso riguardo alla cure prodigate a combattenti feriti appartenenti a
formazioni dei ribelli, violando di fatto la neutralità dell’aiuto
umanitario. Anche gli aiuti da parte della Turchia non sono privi di
ombre ed ambiguità: sono numerose le testimonianze, fornite anche dai
servizi di intelligence russi, del supporto del governo di Erdogan ai
“ribelli” e dei numerosi rapporti economici e di connivenza che vi
intercorrono.
La “crisi” siriana è diventata un punto di svolta importante per
quanto concerne il ruolo assunto dai donatori arabi nella storia
dell’aiuto umanitario, nonostante tutte le critiche da parte della
comunità internazionale e dagli stessi istituti dell’Onu che li tacciano
di scarso intervento, specialmente per quanto riguarda la causa dei
rifugiati. Il Kuwait ha ospitato ben due conferenze tematiche per la
Siria nel Gennaio 2013 e 2014 sotto la supervisione del Segretario
Generale dell’Onu, Ban Ki Moon. Nella prima tranche i donatori
governativi e le Ong del golfo hanno donato circa 910,3 milioni di
dollari; l’appello di gennaio è stato di circa 2,4 miliardi di dollari. E’ del Febbraio 2013 la notizia che il Qatar ha donato 100 milioni di
dollari di aiuto umanitario alla Siria a seguito delle decisioni prese
al meeting in Kuwait nel quale i paesi del Golfo hanno stabilito di
donare circa 1,5 miliardi di dollari di aiuto in totale. In alcune zone
controllate dai “ribelli”, una compagine variegata di formazione sotto
cui si nascondono gruppi appoggiati da governi occidentali e battaglioni
jihadisti, non è stata in alcun modo tollerata la presenza di
organizzazioni umanitarie, mentre in altre queste hanno giocato un ruolo
preponderante, più che nel prendersi cura della popolazione, nel
giocare una parte in ruolo nel conflitto. Si parla di “politicizzazione
dell’aiuto e dell’accesso” garantito dagli interventi umanitari: l’aiuto
umanitario in guerra costituisce un risorsa in campo capace di
determinare gli esiti delle battaglie.
Vorremmo soffermarci un attimo sulla Qatar Charity, una ong molto
attiva nella gestione dei campi profughi di rifugiati siriani in
Giordania e sul territorio siriano. Essa è una Ong fondata nel 1992 che
agisce su base locale e popolare con stand presenti in tutti i centri
commerciali qatarioti: è la più grande Ong qatariota, legata alle
politiche del GCC e conosciuta a livello internazionale; attiva in più
di 25 paesi e con uffici ausiliari in Gran Bretagna, Pakistan e
Indonesia. In un report che ha analizzato le varie associazioni
ufficiali in campo sul territorio siriano è stata inoltre dichiarata
l’organizzazione che più ha contribuito all’intervento umanitario in
Siria al mondo: a quanto pare avrebbe donato aiuti per circa 30 milioni
di dollari dall’inizio del conflitto fino al 2013, molto più di molti
paesi europei, tra i quali Francia e Italia. Essa si sarebbe prodigata
con compagna quali “Winter the size of their suffering” a tutela di
40.000 rifugiati, o “Syria, Pain and Hope” che ha previsto l’attuazione
di dozzine d'interventi in svariati settori per un totale di 31 milioni di dollari
fino al 2014. Ora è stata appena inaugurata la campagna “Syria: Endless
Winter”. Su internet si trovano molti articoli che testimoniano le
gesta di questa organizzazione: esistono video su youtube, mostre e
appelli online alle donazioni e alle zakat soprattutto durante il
periodo del ramadan (leggi, leggi e leggi).
Purtroppo di queste campagne, a parte sensazionalistiche notizie su
vari quotidiani online, non esistono documenti che rappresentano in
dettaglio i progetti: l’unico che si trova sul sito è interamente in
arabo e dunque è impossibile leggerlo senza una conoscenza approfondita
della lingua. Quello che ci interessa sottolineare, però, non è tanto
la storia generale della nascita e dell’operatività di facciata di
questa Ong: essa viene presa in considerazione quale esempio di
organizzazione del golfo operante in Siria che contiene in sé le
peculiarità e le contraddizioni di cui abbiamo parlato finora in merito a
intervento dei paesi del golfo e assistenza in territorio siriano, con
tutte le implicazioni economiche e politiche del caso. Per cui, oltre a
elencare i settori di intervento che spaziano da emergenze e disastri naturali, alla tutela delle comunità musulmane in difficoltà,
l’installazione di pannelli solari nei villaggi africani contribuendo
alla sostenibilità energetica e alla diffusione di fonti di energia
rinnovabile, l’aiuto ai rifugiati, l’incoraggiamento alla ricerca e lo
sviluppo di piccola imprenditoria araba giovane, vorremmo soffermarci su
alcune accuse.
La Qatar Charity è accusata in molti paesi di finanziare, attraverso
gli interventi umanitari e di assistenza allo sviluppo in tutta l’area
MENA, il fondamentalismo islamico. Durante un processo il dipartimento
di Stato Usa ha citato la suddetta associazione come menzionata da Osama
Bin Laden nel 1993 tra le maggiori organizzazioni di finanziamento
di al-Qāʿida per le operazioni oltre-oceano: i soldi usati per le
operazioni terroristiche venivano registrate sotto la voce “costruzione
moschee” e “scuole” e “aiuti alimentari”. E’ stato provato non solo che
il direttore della Qatar Charity dell’epoca aveva stretti legami con
l’organizzazione terroristica, ma anche che quest’ultima avesse
sovvenzionato gruppi armati jihadisti nel Nord del Mali; inoltre,
l’intelligence militare francese ha accusato l’associazione nel 2013 di
aiutare il gruppo jihadista “Ansar Dine” nel Maghreb.
Venendo alla Siria, in un articolo di Daveed Gartenstein-Ross e Aaron
Y. Zelin, è riportato che il Fronte Siriano Islamico, una coalizione di
6 organizzazioni che viene considerata una delle teste di punta della
presenza jihadista all’interno dell’opposizione armata al governo di
al-Asad, ha beneficiato del finanziamento della Qatar Charity, teoria di
cui esistono prove filmate. Secondo altre fonti questa avrebbe anche finanziato la brigata terroristica Afhad al-Rasul Brigade. Vi sono anche altri testimoni che accuserebbero la suddetta di
costruire veri e propri campi di addestramenti in paesi come il Darfur e
la Somalia per formazioni jihadiste, tra cui alcune legate anche
all’ISIS. Ma chi è lo sceicco Hamad Bin Nasser Bin Jassim al-Thani, il
direttore della Qatar Charity? E’ un membro di uno dei rami della
famiglia al-Thani, la casata al potere da moltissimi anni. La stessa
casata dell’allora Primo Ministro Abdullah bin Nasser bin Khalifa
al-Thani, il quale è provato finanziasse Hamas e altri: le ambiguità che
contraddistinguono la gestione della Qatar Charity dunque non sembrano
essere semplicemente il frutto di una volontà personalistica ma di una
strategia di governo continuativa nel tempo.
Il Qatar, infatti, continua a venire accusato insieme ad Arabia
Saudita ed EAU, di foraggiare gruppi di fondamentalistici islamici e
jihadisti. Hamad Bin Nasser Bin Jassim al-Thani è anche consigliere
nella Segreteria Generale al Consiglio del Ministri: non solo non è
proprio l’ultimo dei funzionari, ma è anche una figura di spicco nel
mondo imprenditoriale qatariota visto che si è interfacciato
direttamente con il Presidente della federazione Indiana Modi per la
creazione di un progetto di Smart City nell’Andhra Pradesh, in un’ottica
di sviluppo e di partenariato tra India e Qatar. Egli ricopre ruoli
importanti in quanto partner commerciale, advisor e membro dei boards di
vari istituzioni imprenditoriali. Egli risulta dunque fortemente
legato sia a interessi governativi, sia a interessi di forti complessi
capitalisti collegati a settori di forte espansione non soltanto
all’interno del golfo ma più specificatamente del Qatar. Ad esempio non
può sfuggire il partenariato della Qatar Charity con Vodafone Qatar nel
2015 in occasione di alcuni progetti umanitari a tutela delle comunità
islamiche: si tratta di un connubio di interessi che va al cuore della
strutturazione economica del paese qatariota, come dimostrano molti
studi effettuati di recente. Il settore delle telecomunicazioni è
infatti uno dei settori di punta, insieme alla logistica, ai media, ai
trasporti e alle risorse energetiche che stanno diventando la colonna
portante della diversificazione alla base della crescita economica di
questi paesi.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento