Marco Bersani - tratto da http://www.italia.attac.org
Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua, Partito Democratico, governo Renzi e ministro Madia tentano un doppio affondo per chiudere definitivamente l’anomalia di un pronunciamento democratico dell’intero paese, frutto di un’esperienza di partecipazione dal basso senza precedenti e di un’alfabetizzazione sociale che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato.
Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua, Partito Democratico, governo Renzi e ministro Madia tentano un doppio affondo per chiudere definitivamente l’anomalia di un pronunciamento democratico dell’intero paese, frutto di un’esperienza di partecipazione dal basso senza precedenti e di un’alfabetizzazione sociale che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato.
Nei prossimi giorni la legge
d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, presentata
con oltre 400.000 firme nel 2007, approderà nell’aula parlamentare:
vi arriverà, tuttavia, con una serie di emendamenti, portati avanti dal
Partito Democratico, che ne stravolgerà il testo e il significato,
eliminando ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico
integrato e alla sua gestione partecipativa, che ne costituivano il
cuore e il senso.
E’ bene che il PD sappia fin da subito
che tutto questo non solo non viene fatto nel nostro nome, ma che è
un’espressione di disprezzo della volontà popolare chiara, netta e senza
ritorno.
E, mentre in Parlamento si
consuma questa ignobile farsa, è finalmente disponibile il Testo Unico
sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n.
124/2015.
Tuttavia, mentre il comma c) dell’art.
19 della legge cosi recita: “individuazione della disciplina generale in
materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse
economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del
referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”, ecco quali sono le
finalità dichiarate del decreto attuativo, così come riportate
nell’analisi di impatto allegata:
a) ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità;
b) garantire la razionalizzazione
delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di
rafforzamento del ruolo dei soggetti privati.
Il decreto è un vero e proprio manifesto liberista
che – art. 4, comma 2 – promuove “la concorrenza, la libertà di
stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli
operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici
locali di interesse economico generale”.
Logica conseguenza di quest’assunto sono:
- l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni (art. 7, comma 1);
- l’obbligo, laddove la società per azioni sia a totale capitale pubblico, di rendere conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato (art. 7 comma 3), di presentare un piano economico-finanziario relativo a tutta la durata dell’affidamento, sottoscritto da un istituto di credito (art. 7, comma 4), di acquisire il parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
E perché sia chiaro a tutti come
l’anomalia referendaria vada definitivamente consegnata agli archivi,
ecco ricomparire, dopo anni con cui si era tentato di nasconderla dentro
la dicitura “oneri finanziari”, “l’adeguatezza della remunerazione del
capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta
dicitura che 26 milioni di cittadini avevano democraticamente abrogato.
Il totale disprezzo della volontà popolare e della democrazia non poteva essere meglio esternato.
Hanno annichilito il paese con la
trappola-shock del debito pubblico e lo hanno rinchiuso nella gabbia del
pareggio di bilancio, del patto di stabilità e dei vincoli monetaristi:
ora si apprestano alla definitiva espropriazione di ciò che ci
appartiene per consegnarlo ai grandi interessi delle lobby finanziarie.
Alle donne e agli uomini che in tutti
questi anni hanno detto chiaramente come l'acqua e i beni comuni siano
garanzia di diritti universali e, come tali, da sottrarre al mercato e
da restituire alla gestione partecipativa delle comunità territoriali,
il compito di fermare Renzi, Madia e le lobby della finanza, che hanno
deciso di assecondare.
Oggi più che mai si scrive acqua, si legge democrazia.
16 marzo 2016
*****
A Presa Diretta l'approfondimento sul referendum acqua
tratto da http://www.acquabenecomune.org
Era il 2011 e gli italiani votarono in
massa per dire si all’acqua pubblica, 27 milioni di cittadini alle urne.
Come è andata a finire? Perché l’esito della consultazione referendaria
non è mai stato ratificato da una legge nazionale e l’acqua è ancora
affidata al mercato?
PRESADIRETTA è stata in Sicilia, dove
una legge regionale per il ritorno all’acqua pubblica ci sarebbe, ma non
è ancora cambiato nulla. La regione ha il record di gestori privati,
sono 5 su 9 che dovrebbero garantire erogazione, controllo della qualità
e servizi. Ma come vanno davvero le cose?
Anche in gran parte della Campania
l’acqua è ancora affidata al mercato, ma il Comune di Napoli è l’unica
grande città italiana che ha scelto la gestione interamente pubblica del
servizio idrico. Le tariffe oggi sono tra le più basse d’Italia e
l’azienda ha chiuso l’ultimo bilancio con 8 milioni di euro di utili.
La redazione di Presa Diretta.
A questa pagina è possibile vedere la trasmissione del 31 gennaio 2016 (il tema del referendum sull'acqua è trattato a partire dal minuto 6:10)
1 febbraio 2016
Nessun commento:
Posta un commento