di Roberto Prinzi
A distanza di soli tre
giorni dalla decisione della Lega araba di definire Hezbollah una
organizzazione “terroristica”, ecco arrivare le prime (scontate)
ripercussioni politiche. “Un numero di residenti libanesi è
stato deportato dopo che è stato confermato la loro appartenenza e il
loro sostegno ai terroristi di Hezbollah” recitava ieri un comunicato
postato sull’account Twitter del ministero degli interni del Bahrein.
Non è possibile stabilire al momento con certezza il numero delle
persone colpite dall’ordinanza di Manama. La scorsa settimana la stampa
libanese aveva riferito che 10 famiglie avevano ricevuto l’ordine di
lasciare il Paese nel giro di 24 ore. Una notizia mai confermata dai
vertici bahreniti che continuano tuttora a tenere la bocca cucita.
Sebbene sia vago il numero di coloro che sono stati espulsi, sono invece
chiarissimi i messaggi politici che si possono cogliere. In primo
luogo, Manama ribadisce con atti concreti (e non solo a parole) la
volontà del blocco sunnita capeggiato da Riyad di alimentare la
battaglia settaria contro gli sciiti in chiave anti-iraniana.
Il Partito di Dio non è solo infatti una formazione per lo più sciita,
ma è soprattutto alleata dell’Iran, l’acerrimo nemico dei Paesi del
Golfo. In secondo luogo, la monarchia sunnita bahrenita (minoranza in un Paese a maggioranza sciita) ha confermato, qualora non fosse già stato evidente, di essere de facto un protettorato dell’Arabia Saudita di cui copia pedissequamente qualunque mossa.
Non è un caso che la decisione annunciata ieri sia giunta a distanza di
un giorno dalle minacce di “pene severe” contro i cittadini
sauditi affiliati o sostenitori di Hezbollah promesse dal ministro degli
interni della monarchia wahhabbita, il principe Mohammed bin Nayef.
Ma a pagare il prezzo più caro delle politiche repressive di re Hamad – su cui tace l’Occidente dei “Charlie Hebdo” per mere considerazioni geopolitiche – sono soprattutto i dissidenti interni. Più o meno nelle stesse ore in cui veniva annunciata la deportazione dei sostenitori dei “terroristi” libanesi, la polizia arrestava Zainab al-Khawaja e suo figlio Abdallah
di solo un anno per aver partecipato alle manifestazioni di protesta
contro la monarchia nel 2011. Secondo il racconto fornito dalla sorella
Maryam (anch’essa attivista, ma esule in Danimarca) e confermato dalla
madre Khadija al-Musawi, ufficiali della polizia avrebbero fatto
irruzione nell’abitazione dei suoi suoceri prima di andare a casa sua ad
arrestarla. Al-Khawaja, figlia del noto attivista dei diritti umani
Abdul Hadi, è stata condannata a 3 anni di carcere per una serie di capi
d’accusa, tra cui l’aver strappato le immagini di re Hamad. Zainab –
sostiene la sorella – potrebbe essere stata arrestata ieri così da scontare la sua pena.
Nel febbraio del 2011 anche il Bahrein è stato toccato dal vento delle rivolte arabe.
Migliaia di bahreniti si radunarono in Piazza della Perla, nella
capitale Manama, per chiedere maggiori aperture democratiche al re Hamad
bin Isa al-Khalifa. Tra i manifestanti c’erano principalmente gli
sciiti – la maggioranza della popolazione in un regno governato da una
dinastia sunnita – che invocavano una maggiore partecipazione politica e
lamentavano discriminazioni. Ma le loro istanze furono
duramente represse da Manama con l’aiuto (14 marzo 2011) delle forze
militari e di polizia del Consiglio di Cooperazione del Golfo,
organismo dei Paesi del Golfo dominato dall’Arabia Saudita. Una
repressione, quella architettata con Riad, che ha portato all’arresto di
centinaia di attivisti, esponenti di movimenti politici, religiosi,
manifestanti dell’opposizione. Senza poi dimenticare i “desaparecidos”
di cui si sono ormai completamente perse le tracce.
Le violenze e le violazioni dei diritti umani sono ben note
all’Unione Europea e agli Stati Uniti, ma non destano molto clamore
presso le cancellerie occidentali: il Bahrein è uno stretto alleato
dell’Occidente in chiave anti-iraniana. Ospita la V flotta degli Stati
Uniti e, di recente, anche una base militare britannica.
Lo scorso 5 febbraio il Parlamento europeo ha condannato
fermamente l’uso continuo della tortura da parte delle forze di
sicurezza bahreinite e l’applicazione di leggi anti-terrorismo che
mirano a punire i cittadini per il loro credo politico.
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