Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

02/02/2018

Siria - Tra nuova costituzione e minacce statunitensi

Si è chiuso l’altro ieri il Congresso per il dialogo siriano di Sochi con un’intesa sulla formazione di un comitato che dovrà riscrivere la costituzione siriana e con un invito (l’ennesimo) a indire nuove elezioni.
 
A salutare con favore l’accordo sul comitato costituzionale (che sarà formato da 50 membri il cui compito sarà quello di scrivere la nuova costituzione) sono stati Russia, Turchia e Iran – i tre paesi di Astana e ideatori delle “zone a riduzione del conflitto” – e l’Onu che, con il suo inviato speciale de Mistura, ha rimarcato come spetterà alle Nazioni Unite il controllo sulle procedure dell’ente (criteri di selezione dei suoi componenti e mandato). In base a quanto stabilito, Mosca, Ankara e Teheran indicheranno 50 nomi a testa per un totale di 150 personalità. Tra questi verranno poi selezionati i membri del comitato istituzionale.

Ad appoggiare l’accordo è stato anche il Comitato siriano per i negoziati (Nsc), la principale componente dell’opposizione siriana finanziata e appoggiata dall’Arabia Saudita. Nonostante abbia boicottato il summit di Sochi di inizio settimana preferendo farsi rappresentare dalla Turchia, ieri il suo capo negoziatore Nasr Hariri ha aperto ai risultati del vertice: Nsc, ha detto, “lavorerà positivamente” con il comitato perché la sua creazione è affidata all’Onu. “Se il comitato costituzionale è stabilito all’interno del processo delle Nazioni Unite di Ginevra e aderisce strettamente alla risoluzione Onu 2254, continueremo a lavorare al processo voluto dall’Onu a riguardo” ha spiegato Hariri nel corso di una conferenza stampa.

Damasco, dal canto suo, commentando i risultati di Sochi, non ha fatto alcuna menzione della commissione. Il governo siriano, infatti, si è limitato a esprimere soddisfazione per quanto raggiunto nella città del Maro Nero: “La dichiarazione finale della conferenza – si legge in un comunicato del ministero degli esteri – ha confermato il consenso dei siriani nel preservare la sovranità e l’unità del territorio siriano, la sua gente nonché il diritto esclusivo del suo popolo a scegliere il proprio sistema economico e politico”.

Bisogna però capire quali conseguenze effettive avrà davvero Sochi sul terreno: il summit è stato infatti segnato da dissidi e numerosi boicottaggi. Tra i 1.500 delegati presenti c’erano le opposizioni delle cosiddette piattaforme del Cairo e di Mosca ma non i partiti curdi, né tanto meno l’Alto Comitato per i negoziati (Nsc). Sono pesate poi le assenze di Usa, Gran Bretagna e Francia che non hanno preso parte ai lavori diplomatici ufficialmente perché il governo siriano di Bashar al-Asad non vuole “impegnarsi correttamente”. Nei giorni scorsi Parigi, schierata sin dall’inizio del conflitto siriano con i “ribelli” e vicina all’Nsc e all’Arabia Saudita, ha ribadito di riconoscere solo l’iniziativa portata avanti dalle Nazioni Unite e non da altri negoziati. Soprattutto, aggiungiamo noi, quando a sponsorizzarli è la Russia, alleata del “nemico” al-Asad e sempre più forza protagonista in Medio Oriente.

Sarà interessante poi capire quali effetti produrrà sul terreno il dialogo ai margini del vertice di Sochi tra il presidente russo Putin e il suo pari turco Erdogan. Secondo le indiscrezioni della stampa, i due hanno discusso di nuove modalità di coordinamento per le zone di de-escalation (individuate lo scorso anno al summit di Astana) tra cui figura la provincia di Idlib che si trova a pochissima distanza dal cantone di Afrin dove Ankara continua da giorni la sua offensiva anti-curda. Un attacco non solo militare – ieri fonti dell’esercito turco hanno parlato di altri 21 “terroristi neutralizzati” – ma anche politico. Il governo ha infatti esortato l’inviato Onu de Mistura a non invitare alcun rappresentante del partito curdo dell’Unione democratica (Pyd) al comitato costituzionale che dovrà redigere la nuova costituzione.

La tensione in Siria resta altissima: agli attacchi turchi ad Afrin nel nord della Siria, si aggiungono i bombardamenti aerei dell’esercito siriano sul bubbone islamista di Idlib, nel nord ovest del Paese. Ieri l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Os), gruppo vicino all’opposizione siriana e di stanza a Londra, ha detto che i raid aerei di Damasco hanno ucciso almeno 28 persone nell’area. La provincia di Idlib è un vero e proprio concentrato del jihadismo rimasto operativo in modo significativo in Siria: il gruppo più forte presente è Tahrir al-Sham, un’alleanza di fazioni tafkire che includono anche l’ex Fronte an-Nusra (al-Qa’eda in Siria).

Ma morti si contano però anche nell’area di Damasco dove i “ribelli” hanno ucciso sette persone (13 i feriti) nel distretto governativo di Ash al-Warour, dimostrando ancora una volta come al-Asad non sia ancora riuscito a controllare interamente il territorio damasceno, fulcro del suo potere.

Tensione alta, intanto, anche nel sud della Siria dove ieri media vicini al governo hanno riferito di attacchi israeliani contro diverse postazioni del (fu) “Stato Islamico” (Is). I raid, affermano fonti di Damasco, hanno avuto luogo nell’area di Dar’a mentre era in corso un’offensiva del gruppi ribelli siriani contro l’Esercito di Khalid ibn al-Walid, una formazione jihadista affiliata all’Is. La notizia è stata confermata anche da Zaman al-Wasl, un organo di stampa vicino all’opposizione siriana, che ha citato alcuni attivisti locali.

A rendere ancora più incandescente il clima nel Paese è però soprattutto l’amministrazione Usa di Donald Trump. Ieri, infatti, alcuni ufficiali statunitensi che hanno preferito restare anonimi hanno detto che Washington è pronta a sferrare un nuovo attacco contro le forze armate governative se ciò dovesse essere necessario a impedire a Damasco di usare le armi chimiche.
I funzionari Usa hanno detto che gruppi armati pro-al-Asad stanno continuando ad usare occasionalmente le armi chimiche: non sarebbe bastata quindi la “lezione” impartita da Washington al presidente siriano lo scorso 7 aprile (bombardamento di una base militare siriana) in seguito ad un presunto attacco chimico del regime nella città di Khan Shaykhoun tre giorni prima. Secondo gli ufficiali, se la comunità internazionale non agisce velocemente facendo pressioni su Assad, le armi chimiche si potrebbero diffondere al di là della Siria e raggiungere persino gli Stati Uniti.

Lo scorso 22 gennaio il gruppo di soccorritori dei Caschi Bianchi, che opera nelle aree delle opposizioni siriane, hanno detto che 13 civili sono rimasti feriti dall’uso di gas clorino utilizzato (è la loro accusa) dagli uomini di al-Asad nella città di Douma, nella Ghouta orientale. Nel 2017 l’Unione Europea ha inserito nella sua blacklist una dozzina di alti ufficiali militari e scienziati siriani per gli attacchi chimici sui civili siriani.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento