La crisi che ha messo in ginocchio
l’Italia insieme all’intera periferia d’Europa si sviluppa su due
livelli. Un primo livello è quello della lotta senza quartiere contro i
diritti e i salari dei lavoratori, una battaglia che ogni giorno erode
pezzi di stato sociale sotto la scure dell’austerità, retribuzioni e
tutele del lavoro date in pasto all’accumulazione del profitto, tempi e
ritmi di vita sacrificati sotto il ricatto della precarietà. Questo è
l’aspetto del problema di immediata percezione, quello che molti di noi
sperimentano sulla propria pelle, che incide direttamente sulle nostre
vite. Il secondo livello è caratterizzato dal fatto che questa lotta di
classe contro i lavoratori non è improvvisata ma si articola in una
strategia. E le strategie, come ben sappiamo, si disegnano a tavolino e
poi si traducono in azioni coordinate. Esiste, dunque, un piano della
crisi in cui lo sfruttamento viene organizzato, in cui il dominio
esercitato dai mercati sulle nostre vite definisce le istituzioni
necessarie alla sua realizzazione, un piano che in questa parte del
mondo assume la forma storica dell’Unione Europea, dei suoi trattati,
delle sue regole e dei suoi strumenti operativi. Vale la pena, ogni
tanto, sollevare lo sguardo dalle nostre battaglie quotidiane e provare
ad anticipare le mosse del nemico; provare a decifrare i piani di chi lo
sfruttamento lo impone dall’alto per essere in grado di opporre al
sistema basato su povertà, precarietà e disoccupazione una strategia
politica altrettanto solida e articolata – per passare, al momento
giusto, al contrattacco.
Per questo è utile analizzare il disegno
di riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) discusso nei giorni
scorsi dall’Eurogruppo (l’organo che riunisce i Ministri delle finanze
dei 19 Stati che adottano l’euro) e destinato a perfezionare
ulteriormente il dominio dei cosiddetti mercati sulla politica, e dunque
sull’organizzazione della nostra società, attraverso un più capillare e
pervasivo sistema di controllo delle economie nazionali da parte delle
istituzioni europee. Il MES è la versione più recente del ‘fondo salva
Stati’ istituito in varie successive configurazioni per gestire la crisi
del debito pubblico, a partire dalla Grecia nel 2010. Le parole sono
importanti, e notiamo subito che ciò che in origine era definito come un
‘fondo’ o ‘conto’ (il Greek Loan Facility) si è presto
tradotto in un ‘meccanismo’, il MES per l’appunto. Secondo la Treccani
un meccanismo è il “complesso delle parti che costituiscono una macchina
o un congegno qualsiasi, e che sono tra loro collegate in modo da
provocare determinati movimenti”. Proviamo dunque a capire quali sono,
nel caso del MES, queste parti tra loro collegate, e soprattutto quali
siano i movimenti che il funzionamento del meccanismo sistematicamente
produce. Il MES collega la stabilità finanziaria di un Paese alla sua
disciplina fiscale e salariale, ovvero al grado di adesione di quel
Paese al disegno politico dell’austerità. Come vedremo, il ruolo
fondamentale del Meccanismo Europeo di Stabilità è quello di porre le
politiche di austerità come condizione per garantire la stabilità
finanziaria di un Paese: il costrutto politico alla base del congegno è
che chi devia dal percorso definito dalle istituzioni europee, ad
esempio attraverso maggiori spese per il welfare o attraverso politiche
di sostegno dell’occupazione, deve essere lasciato in balia della
speculazione, e pagare il prezzo dell’instabilità finanziaria.
Si parlava in origine di ‘fondo’ perché
il MES nasce come un ammontare di risorse accumulate dai Paesi membri,
un vero e proprio conto a cui attingere per soccorrere un Paese in
crisi, la Grecia. Già allora erano presenti tutti gli elementi che
caratterizzeranno il funzionamento di questo meccanismo, ma in forma
meno raffinata: da un lato, denaro da usare all’occorrenza per
l’acquisto di titoli pubblici del Paese in questione al fine di arginare
la speculazione sul debito pubblico di un Paese, dall’altro il vincolo
della condizionalità posto su quelle risorse di emergenza. Questo
termine, condizionalità, è forse il cuore di tutto il complesso
meccanismo che ci apprestiamo a discutere, la chiave di volta di un
sistema di potere che utilizza la politica monetaria come un dispositivo
disciplinante, un’arma utile a piegare le economie nazionali alle
prescrizioni politiche di Bruxelles. Tramite l’antenato del MES, il Greek Loan Facility,
le istituzioni europee misero a disposizione della Grecia un ammontare
di denaro sufficiente a rifinanziare il debito pubblico in scadenza,
ponendo però una condizione per il prestito: la sottoscrizione di un
Memorandum of Understanding, un documento che contiene il dettaglio
delle misure di politica economica che il governo greco si impegnava a
realizzare entro scadenze tassative. Il nesso fondamentale alla base del
MES è dunque quello che si stabilisce tra gli aiuti finanziari
garantiti ad un Paese in difficoltà finanziaria e le politiche di
austerità che quel Paese deve impegnarsi a realizzare per accedere agli
aiuti. È l’austerità come condizione alla stabilità finanziaria. Le
istituzioni europee hanno subordinato il loro intervento in soccorso
della piccola Grecia all’imposizione di un rigido percorso di tagli alla
spesa pubblica, aumenti delle tasse, contenimenti salariali e
precarizzazione del lavoro. Ecco allora emergere con chiarezza la lunga
catena che va dai vincoli monetari definiti dalle istituzioni europee
fino allo sfruttamento che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle:
le leve della politica monetaria sono necessarie a garantire la
stabilità finanziaria di un Paese, dunque hanno il potere di negarla,
quella stabilità; le istituzioni europee hanno sottratto qualsiasi
sostegno al debito pubblico greco aprendo la strada alla speculazione
finanziaria che ha gettato il Paese nel caos, facendo impennare lo spread;
solo a quel punto, è stata offerta la copertura dalla speculazione, ma
ad un prezzo, e cioè l’applicazione dell’austerità. Il ruolo
dell’autorità monetaria avrebbe dovuto essere quello di difendere il
debito pubblico greco dalla speculazione incondizionatamente, per
garantire la stabilità del Paese; l’autorità monetaria europea ha negato
quell’aiuto incondizionato, e ha affidato al ‘fondo salva stati’ un
meccanismo che vincola il sostegno finanziario alla realizzazione delle
politiche di austerità.
La differenza essenziale tra quel fondo e l’attuale MES sta nella potenza di fuoco: il Greek Loan Facility
poteva spendere solamente le risorse versate dai singoli Paesi membri,
mentre il MES è congegnato in modo tale da utilizzare le risorse
accumulate come leva finanziaria per contrarre debito. In altre parole,
il MES si indebita con la Banca Centrale Europea, per poi utilizzare le
risorse così raccolte in sostegno dei Paesi in crisi, raggiungendo una
capacità di intervento ben maggiore dei suoi predecessori.
Nell’Eurogruppo del 14 giugno scorso, i
Ministri dell’Economia dell’area euro hanno concordato una serie di
modifiche all’operatività del MES, modifiche che andranno confermate
entro dicembre e poi ratificate dai parlamenti nazionali di tutti i
Paesi membri. Il fulcro di queste modifiche sta nella definizione degli
strumenti a disposizione del MES. Ad oggi, infatti, il Meccanismo ha
operato principalmente attraverso classici prestiti (Irlanda,
Portogallo, Grecia e Cipro) accompagnati dal Memorandum, una forma di
intervento politicamente ingombrante e scomoda: un Paese sottoposto ad
un programma di aggiustamento macroeconomico come il Memorandum si
considera infatti commissariato dalla troika, dovendo
rispettare una serie di dettagliati impegni con le istituzioni europee
che coprono tutto lo spettro della politica economica, dalle riforme
strutturali al mercato del lavoro, passando ovviamente per le principali
variabili di finanza pubblica. Lo spettro della troika fu
agitato in Italia per favorire la nascita del governo Monti nel 2011,
con l’argomento che un governo tecnico avrebbe risparmiato alla terza
economia dell’area euro l’umiliazione del commissariamento.
Il nuovo MES prefigurato dall’Eurogruppo
sviluppa degli strumenti di intervento più agili, politicamente più
accettabili, delle “linee di credito precauzionali” capaci di garantire
una copertura finanziaria minima ma efficace agli Stati disciplinati,
inaugurando il principio della cosiddetta condizionalità ex-ante:
se ti comporti bene, cioè se rispetti tutti i vincoli europei, sei
schermato da attacchi speculativi perché hai automaticamente accesso a
queste linee di credito. Come spiegato sul sito dello stesso MES:
“L’ipotesi di base è che la mera disponibilità del denaro sia
sufficiente a calmare le preoccupazioni dei mercati, e che dunque nessun
effettivo esborso di quel denaro si renda poi necessario.“ Il rischio
di un attacco speculativo, che opera normalmente attraverso masse di
vendite che colpiscono i titoli del debito pubblico di un Paese, sarebbe
disinnescato dalla semplice disponibilità delle linee di credito del
MES: sapendo che un Paese può ricorrere alla leva finanziaria
straordinaria dell’Unione Europea, nessuno speculatore avrà il coraggio
di avviare l’ondata di vendite perché rischierebbe di scontrarsi con una
potenza di fuoco tale da soverchiarlo e infliggergli ingenti perdite in
conto capitale. In tal modo il rispetto dei parametri europei – cioè
l’esecuzione dell’austerità – viene esplicitamente legato ad una serie
di strumenti monetari capaci di assicurare la stabilità finanziaria di
un Paese. Ma le poche righe citate dal sito del MES possono essere lette
in negativo, e rivelano il piano destabilizzante che è alla base di
quel meccanismo: la mera indisponibilità delle linee di credito – che
deriva dalla mancanza dei requisiti e dunque dalla indisciplina fiscale –
sarà sufficiente a scatenare i mercati contro il debito pubblico di un
Paese. Detto altrimenti: se ti comporti male, se devii dal percorso
indicato da Bruxelles, perdi i requisiti necessari all’accesso alle
linee di credito precauzionale: questo significa dare il via libera ai
fondi speculativi per attaccare tutti i Paesi “indisciplinati”, nella
certezza che le autorità monetarie europee non alzeranno un dito, almeno
fino a quando il Paese in difficoltà non sottoscriverà un Memorandum.
Nella riforma del MES viene così scritto nero su bianco che i Paesi
aderenti all’euro subiscono un ricatto fondato sulla rinuncia alla
sovranità monetaria: la difesa del loro debito pubblico sui mercati
finanziari viene esplicitamente subordinata al rispetto della linea
politica dettata dalle istituzioni europee. E tale linea politica, come abbiamo già avuto modo di analizzare, è assolutamente immodificabile sia nella struttura portante che nelle sue concrete articolazioni.
Le linee di credito precauzionale
previste dalla riforma del MES sono due, la Linea di Credito
Precauzionale Condizionate (PCCL, dall’acronimo inglese) e la Linea di
Credito a Condizioni Rafforzate (ECCL, dall’acronimo inglese). L’accesso
alla PCCL richiede, oltre alla verifica di solide fondamenta economiche
e della sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico: a) un
deficit pubblico inferiore al 3% del PIL ed un deficit strutturale in
linea con le prescrizioni del Fiscal Compact, b) un rapporto debito/PIL
inferiore al 60% oppure il rispetto del percorso di riduzione del debito
verso quel rapporto al ritmo di 1/20 all’anno, c) l’accesso ai mercati a
condizioni ragionevoli per il rifinanziamento del debito pubblico, d)
una posizione nei confronti dell’estero sostenibile ed infine e)
l’assenza di particolari vulnerabilità del settore finanziario. Il
ricorso alla PCCL non richiede la sottoscrizione di un Memorandum, ma si
limita ad una Lettera di Intenti che rifletta l’impegno a mantenere in
ordine i conti, prevedendo una verifica semestrale dei requisiti di
accesso alla linea di credito. I Paesi caratterizzati da solide
fondamenta economiche e da un debito pubblico considerato sostenibile ma
che non hanno tutte le carte in regola per accedere alla PCCL possono
ricorrere alla seconda linea di credito prevista dal MES, l’ECCL, che
rappresenta una via di mezzo tra la linea di credito precauzionale ed il
tradizionale prestito: caratterizzata da un’elevata flessibilità
operativa e tempi rapidi, richiede comunque la sottoscrizione di un
Memorandum, anche se più leggero di quello previsto dal classico
prestito della troika. L’Italia oggi non avrebbe i requisiti
per accedere alla PCCL, perché non sta riducendo il suo debito pubblico
al ritmo richiesto dal Fiscal Compact, e dunque si vedrebbe negare
l’accesso alla principale linea di credito precauzionale del MES. In
pratica, il nuovo MES rappresenta un piano inclinato che costringe
l’Italia a scegliere tra la ferrea disciplina di bilancio o
l’instabilità finanziaria: la riforma del Meccanismo Europeo di
Stabilità sancisce la vulnerabilità sui mercati finanziari di tutti i
Paesi indisciplinati, offrendoli in pasto alla speculazione.
Le istituzioni europee assomigliano
terribilmente a Jep Gambardella: non vogliono solamente amministrare la
stabilità finanziaria dell’Europa, come qualsiasi autorità monetaria
dovrebbe fare, ma vogliono avere il potere di farla saltare, quella
stabilità, tutte le volte che un Paese devia dal progetto politico da
loro indicato. Gli strumenti previsti dal disegno di riforma del MES
rappresentano un ulteriore affinamento del dispositivo disciplinante
basato sul ricatto del debito: la semplice assenza dei requisiti
d’accesso ad una linea di credito precauzionale farà scattare il
semaforo verde per la speculazione finanziaria, mandando alle stelle lo spread e
costringendo così qualsiasi Paese, anche il più riottoso, a ristabilire
la disciplina. La capillarità del meccanismo di controllo delle
economie nazionali, che sarà basata sulla varietà di strumenti a
disposizione del MES, dal PCCL all’ECCL fino ai classici prestiti,
consente un vero e proprio salto di qualità nel dominio del progetto
politico dell’austerità. Nel resistere ogni giorno agli attacchi contro
il posto di lavoro, il salario, le condizioni di vita, lo stato sociale,
dobbiamo tenere a mente che quelle politiche sono solo l’ultimo anello
di una lunga catena di comando che parte da Bruxelles e sfrutta tutte le
leve dell’autorità monetaria europea per armare la lotta di classe
contro i lavoratori.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento