Conviene ammettere tranquillamente che Mario Draghi, come ideologo del capitalismo finanziario euro-atlantico, è certamente una spanna sopra la media dei tacchini che popolano la scena politica europea (non parliamo poi di quella italica...).
Purtroppo per lui e per l’area resta solo un ideologo che non azzecca mai una previsione ed è perciò costretto a inventare formule “ad hoc”, nemici compresi, per giustificare questa incomprensione rispetto all’evolvere delle cose.
Nel suo discorso di accettazione del premio Miriam Pozen, assegnatogli dal Massacchusets Institute of Technology, SuperMario ha rilasciato un concentrato di affermazioni che nell’insieme delineano perfettamente le “ragioni” della crisi di egemonia occidentale e, al tempo stesso, la “strategia” senza via d’uscita in cui l’euro-atlantismo si è infilato.
Secondo la sua visione, assieme alle tensioni crescenti con la Cina, due eventi «hanno dominato le relazioni internazionali e l’economia globale nell’ultimo anno e mezzo: la guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione».
Due eventi “imprevisti”, perché l’ordine mondiale ad egemonia Usa che era stato costruito dopo la caduta dell’Unione Sovietica era stato costruito proprio per impedirli.
«Supponevamo che le istituzioni che avevamo costruito, insieme ai legami economici e commerciali, sarebbero state sufficienti per prevenire una nuova guerra di aggressione in Europa. E credevamo che le banche centrali indipendenti avessero padroneggiato la capacità di limitare le aspettative di inflazione, al punto da temere una stagnazione secolare».
Difficile non ironizzare su una concezione del mondo che presuppone la propria onnipotenza “costruttiva” e assegna al “resto del mondo” il ruolo non proprio esaltante di materia prima plasmabile secondo i propri interessi.
Ma comunque sia, è andata male... Basta non chiedersi perché, così si evita accuratamente di mettere in discussione un mondo e un modo di pensare.
Le sfide aperte «sono piuttosto una conseguenza di un cambiamento di paradigma che negli ultimi 25 anni ha visto la geopolitica globale slittare dalla competizione al conflitto». Un paradigma che «potrebbe portare a tassi di crescita potenziale più bassi e richiederebbe politiche che portino a deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati».
Da segnalare, secondo noi, il fatto che queste “sfide” hanno rotto sia l’ordine unipolare, sia i fondamenti delle politiche economiche e finanziarie degli ultimi 30 anni. Draghi lo registra, non potrebbe fare altrimenti, ma si pone come unico problema quello di ripristinare le condizioni quo ante. Autocondannandosi, come “ideologo” non proprio originale, a immaginare una robusta “ripresa di centralità” da parte di un sistema in crisi.
I fondamenti del vecchio ordine erano infatti l’omologazione dei paesi emergenti al modello dominante (l’attesa che Cina e Russia, per esempio, diventassero “economie di mercato” plasmate secondo le esigenze dell’Occidente neoliberista e senza “velleità” di autodeterminazione), e una politica di bilancio fondata sul contenimento del debito pubblico, a favore del capitale privato.
Saltate queste aspettative, esplosa la guerra come conseguenza del continuo “abbaiare alle porte della Russia” (e della Cina, come avviene in questi giorni al largo di Taiwan), al povero ideologo euro-atlantico non resta che... auspicare la “vittoria” nella guerra. Esplicito.
«I valori esistenziali dell’Unione Europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati ad assicurare che l’Ucraina vinca questa guerra».
Tolta la patina di menzogna sistematica (“pace, libertà e rispetto della sovranità democratica” sono state sistematicamente violate dagli Usa e dalla UE ovunque, negli ultimi 30 anni), resta davvero poco: continuare la guerra “fino alla vittoria” (o “all’ultimo ucraino”).
Infilatisi in quel budello stretto, tutto è già scritto. «In primo luogo, l’Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa. Questo è essenziale per aiutare l’Ucraina per tutto il tempo necessario e per fornire una deterrenza significativa contro la Russia». Poi «dobbiamo essere pronti a iniziare un viaggio con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato».
Ed anche sul piano delle politiche economiche o monetarie non c’è molto da illudersi. L’inflazione «si sta dimostrando più resiliente di quanto inizialmente ipotizzato dalle banche centrali». La lotta per domarla «non è finita e richiederà probabilmente una cauta continuazione della stretta monetaria».
Avanti come prima e più di prima, nonostante proprio quelle scelte abbiano portato alla crisi attuale. Anche perché secondo Draghi è probabile che «i governi registrino deficit di bilancio permanentemente più elevati» per affrontare una lunga serie di problemi sistemici irrisolti (o creati) da trent’anni di neoliberismo: crisi climatica, stabilizzazione delle catene critiche di approvvigionamenti, riarmo (soprattutto nell’Ue).
Tutti impegni che «richiederanno investimenti pubblici sostanziali che non possono essere finanziati solo attraverso aumenti delle imposte». E che si scaricheranno in un aumento prevedibile del carovita: «Questi livelli più elevati di spesa pubblica eserciteranno ulteriore pressione sull’inflazione, accanto ad altri possibili shock».
Facile prevedere, a questo punto, che «nel lungo periodo i tassi di interesse siano più elevati rispetto al passato decennio», caratterizzandosi da un «volatile cocktail» fatto di bassa crescita potenziale, più elevati tassi e elevati livelli di debito.
C’è insomma una sola speranza, per SuperMario: “vincere la guerra”. Altrimenti tutto salta. Dai fasti del whatever it takes al “vincere e vinceremo” è solo un attimo, senza alcuna contraddizione.
Non si poteva confessare meglio da dove arrivi la “tendenza alla guerra”, né ammettere più chiaramente chi sia ad averne bisogno, spingendo per continuarla nonostante gli insuccessi.
Non si poteva sperare in un spiegazione migliore della precisione chirurgica dell’antica parola d’ordine leniniana: se vuoi cambiare il mondo e rivoluzionare il modo di produzione, devi lavorare perché il “tuo” imperialismo perda il confronto. Lì si apre, oppure no, il varco entro cui può prevalere la spinta per il cambiamento radicale.
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