La guerra si fa in molti modi, ormai. E il più efficace sembra ancora quello finanziario. Vuoi far fuori qualche leader che non ti obbedisce pienamente? Muovi la finanza, anche se sempre più spesso possiamo verificare il contrario: è il capitale multinazionale a muovere la politica, non viceversa.
Erdogan è sopravvissuto al tentato golpe di luglio portando a termine un controgolpe da manuale. Una epurazione di massa dagli apparti dello Stato, concentrata sui seguaci di Gulen – riparato da anni negli Usa – e soprattutto sulla sinistra turca e curda.
Nel realizzare questa “pulizia politica”, e anche parecchio etnica, ha superato molti livelli di soglia oltre cui si usa dire di un regime che è un regime dittatoriale, antidemocratico, ecc. I governi – specie quelli europei, che avevano appena firmato un accordo con cui la Turchia di Erdogan si accollava tutti i profughi in fuga dalla Siria in cambio di 6 miliardi di euro – hanno messo il silenziatore alle critiche. Giornalisti arrestati? Giornali, tv e radio chiuse? Avvocati imprigionati? Torture e arresti di massa? Eccidio ripetuto e continuato nei confronti della popolazione curda? Non fa niente, meglio non sfruculiare...
Gli Stati Uniti, palesemente implicati nel fallito golpe (gli aerei golpisti erano partiti dalla base di Incirlik, sotto controllo Nato...), hanno meno problemi e maggiore distanza dai flussi di profughi potenziali. E la finanza targata Usa, comincia ora a mettere sotto pressione l'ex fedele alleato turco.
L'agenzia americana Moody's ha tagliato il rating del credito sovrano della Turchia a “junk”, cioè “spazzatura”, citando preoccupazioni per lo stato di diritto, dopo il fallito colpo di stato di luglio scorso e rischi da un rallentamento dell'economia, una decisione che potrebbe scoraggiare gli investitori internazionali. Non è la prima volta che valutazioni politiche entrano nel ventaglio di fattori considerati da un'agenzia di rating per emettere il suo voto su un paese, ma è certo singolare che ci si preoccupi per la sorte dello “stato di diritto” mentre si danno voti eccellenti ad Arabia Saudita e i vari staterelli petroliferi del Golfo, retti da monarchie che definire oscurantiste è far loro un complimento.
Il rating di un paese è determinante per i flussi di capitali. Se il voto è basso – e qui è stato abbassato di due punti in un colpo solo, come avviene in genere solo per un crack finanziario di portata sistemica – i capitali vengono di fatto scoraggiati dall'investire in quel paese o invogliati ad andarsene altrove. E per un paese come la Turchia – che deve finanziare il deficit import/export più alto tra i membri del G20 – questo può essere un colpo durissimo. Basta pensare al “servizio sul debito”, ovvero i tassi di interesse reali da garantire a chi compra titoli di debito turchi.
Il primo ministro turco, Binali Yildirim, ha subito inquadrato la decisione di Moody's come un atto politico, non freddamente economico: «Non crediamo che queste valutazioni siano molto imparziali. Crediamo che stanno cercando di creare una certa percezione dell'economia turca».
Tanto più che Moody's arriva dopo Standard&Poor's, a conferma di un cambio di atteggiamento generale del capitale di “matrice” anglosassone nei confronti di Istanbul.
Le mosse a disposizione di Erdogan non sono molte. Potrebbe far alzare i tassi di interesse alla banca centrale, per invogliare di più gli investimenti esteri. Ma si tratterebbe di una mossa probabilmente fatale per l'economia del paese. Non a caso, nei giorni scorsi, la banca centrale turca aveva fatto l'esatto opposto, tagliando i tassi.
È guerra, appunto. Solo con altre armi...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2015
S&P. "La Grecia non è più un problema per le banche"
Capita di tutto a questo mondo, persino che la principale agenzia di rating - Standard & Poor's - ammetta che "la Grecia non ci preoccupa affatto". O meglio: non li preoccupa più.
Un'uscita della Grecia dall'euro "non avrebbe probabilmente un impatto significativo sul rating delle banche al di fuori del Paese ellenico". La precisazione successiva, "tecnica" dice tutto: tra il 2011 ed il settembre del 2014 l'esposizione totale nel Paese si è dimezzata.
Traduciamo per i non addetti ai lavori economici: "esposizione" significa crediti concessi a rischio di non rientro, ovvero "sofferenze" per la banche private che avevano erogato prestiti allo stato greco all'epoca della "finanza allegra", per finanziare le olimpiadi, lo sviluppo infratrutturale, ecc. In economia, comunque, il prestatore è responsabile quanto il creditore, nel senso che dovrebbe evitare di fare prestiti rischiosi. Se lo fa, e sbaglia, sono affari sui. E' il rischio di impresa, bellezza! E' la prima regola del capitalismo...
E invece le cose sono andate diversamente. In quei quattro anni di "austerità imposti dalla Troika e gestita dai governi del "socialista" Papandreou e dal conservatore Samaras (ma con una maggioranza parlamentare comune) le banche private europee hanno "significativamente ridotto la loro esposizione fin dalla ristrutturazione del debito nel 2012".
Secondo alcuni analisti, l'esposizione delle banche private nei confronti della Grecia era a settembre intorno ai 42.8 miliardi di euro. All'inizio del governo della troika, all'inizio del 2011, viaggiava invece intorno ai 128,4 miliardi.
Come si è realizzato il miracolo? La Grecia ha forse ripagato così tanta parte del suo debito? E se sì, perché allora la Troika insiste con tanta violenza contro il nuovo governo Tsipras-Varoufakis? Per avere il resto?
In realtà le cose stanno in un modo assai differente. Il "salvataggio" realizzato dalla Troika si è imposto con due diverse manovre: da un lato ha fissato un haircut (un "taglio di capelli", insomma una decurtazione senza compenso) del debito, con perdite per i prestatori. Dall'altra, con la formula degli "aiuti", ha trasferito l'"esposizione" dalle banche private agli stati europei, invitati a mettere "garanzie" sul debito greco.
In pratica, quello che era debito greco con i "privati" è diventato "debito pubblico" europeo (in quota ai singoli stati), mentre le banche private hanno ricevuto di rimbalzo i soldi che la Troika versava ad Atene perché li girasse alle banche.
Non è un dettaglio gossipparo sapere che le banche private in questione erano soprattutto tedesche e francesi. Insomma, quando la Merkel o Schaeuble dicono che "i contribuenti tedeschi non possono pagare per i debiti greci" stanno dicendo - senza ammetterlo pubblicamente - che per colpa loro quello che le banche private avrebbero perso ora è a carico dei contribuenti.
Fatta quell'operazione, il problema greco di "ripagare il debito" è diventato un problema politico di rapporto con l'Unione Europea.
Nelle banche private, ricorda S&P, si guarda ormai alla vicenda con molto più distacco. Il problema, infatti, riguarda ormai soltanto gli stati...
Fonte
Un'uscita della Grecia dall'euro "non avrebbe probabilmente un impatto significativo sul rating delle banche al di fuori del Paese ellenico". La precisazione successiva, "tecnica" dice tutto: tra il 2011 ed il settembre del 2014 l'esposizione totale nel Paese si è dimezzata.
Traduciamo per i non addetti ai lavori economici: "esposizione" significa crediti concessi a rischio di non rientro, ovvero "sofferenze" per la banche private che avevano erogato prestiti allo stato greco all'epoca della "finanza allegra", per finanziare le olimpiadi, lo sviluppo infratrutturale, ecc. In economia, comunque, il prestatore è responsabile quanto il creditore, nel senso che dovrebbe evitare di fare prestiti rischiosi. Se lo fa, e sbaglia, sono affari sui. E' il rischio di impresa, bellezza! E' la prima regola del capitalismo...
E invece le cose sono andate diversamente. In quei quattro anni di "austerità imposti dalla Troika e gestita dai governi del "socialista" Papandreou e dal conservatore Samaras (ma con una maggioranza parlamentare comune) le banche private europee hanno "significativamente ridotto la loro esposizione fin dalla ristrutturazione del debito nel 2012".
Secondo alcuni analisti, l'esposizione delle banche private nei confronti della Grecia era a settembre intorno ai 42.8 miliardi di euro. All'inizio del governo della troika, all'inizio del 2011, viaggiava invece intorno ai 128,4 miliardi.
Come si è realizzato il miracolo? La Grecia ha forse ripagato così tanta parte del suo debito? E se sì, perché allora la Troika insiste con tanta violenza contro il nuovo governo Tsipras-Varoufakis? Per avere il resto?
In realtà le cose stanno in un modo assai differente. Il "salvataggio" realizzato dalla Troika si è imposto con due diverse manovre: da un lato ha fissato un haircut (un "taglio di capelli", insomma una decurtazione senza compenso) del debito, con perdite per i prestatori. Dall'altra, con la formula degli "aiuti", ha trasferito l'"esposizione" dalle banche private agli stati europei, invitati a mettere "garanzie" sul debito greco.
In pratica, quello che era debito greco con i "privati" è diventato "debito pubblico" europeo (in quota ai singoli stati), mentre le banche private hanno ricevuto di rimbalzo i soldi che la Troika versava ad Atene perché li girasse alle banche.
Non è un dettaglio gossipparo sapere che le banche private in questione erano soprattutto tedesche e francesi. Insomma, quando la Merkel o Schaeuble dicono che "i contribuenti tedeschi non possono pagare per i debiti greci" stanno dicendo - senza ammetterlo pubblicamente - che per colpa loro quello che le banche private avrebbero perso ora è a carico dei contribuenti.
Fatta quell'operazione, il problema greco di "ripagare il debito" è diventato un problema politico di rapporto con l'Unione Europea.
Nelle banche private, ricorda S&P, si guarda ormai alla vicenda con molto più distacco. Il problema, infatti, riguarda ormai soltanto gli stati...
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08/02/2015
Grecia: Ue, Fmi e agenzie di rating stringono il cappio
I sorrisi e il bon ton dei primi giorni sono scomparsi, e negli ultimi giorni l’esecutivo greco e le istituzioni europee si stanno affrontando a suon di dure dichiarazioni, di accuse e smentite reciproche. L’ultima delle quali riguarda la condizione finanziaria di Atene, drammatica secondo Ue e Fmi, non così grave secondo l’esecutivo ellenico. Esponenti dell’alleanza Syriza-Anel ieri hanno negato di avere problemi di liquidità nel breve termine - rettificando quanto aveva affermato lo stesso ministro dell'economia Yorgos Stathakis - ed hanno affermato di lavorare ad un piano di ampio respiro da presentare all'Eurogruppo straordinario dell'11 febbraio, definito da entrambe le parti come “decisivo”. "In questo lasso di tempo dei negoziati non ci sono problemi. Questo non vuol dire che non ci saranno problemi dopo", ha detto il vice ministro delle Finanze ellenico Dimitris Mardas all'emittente Mega Tv. E sul medio termine, se non si trovasse un accordo sul nodo del debito ellenico "anche se vi fossero problemi di liquidità, troveremo i soldi", ha aggiunto. Come, però, ancora non è chiaro (le elevate spese militari, infatti, non dovrebbero essere toccate). La Grecia è alle prese con una corsa contro il tempo perché il piano “prestiti contro riforme” rimandato dall’ex premier Samaras a febbraio scade a fine mese. E siccome il governo Tsipras non vuole implementare le privatizzazioni, i tagli e l’aumento dell’età pensionabile che i ‘creditori’ chiedono in cambio di un nuovo prestito, le casse di Atene a marzo rimarrebbero vuote. Per evitare il default il governo ellenico punta ad un 'accordo ponte' per un prestito e poter poi negoziare un nuovo piano meno severo, ipotesi però respinta da Berlino e dalla troika. Al Governo ellenico, afferma il ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, servono 4-5 miliardi entro luglio per far fronte alle scadenze sul debito e altrettanti per pagare stipendi e pensioni.
Intanto a sostenere l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale arriva Standard & Poor's. L’agenzia di rating statunitense ha infatti tagliato il rating del debito greco da B a B-, confermando l'outlook negativo, mentre il 14 settembre scorso la stessa Standard & Poor's aveva fatto esattamente il passo contrario. La decisione, spiega l’agenzia è una conseguenza della decisione della Bce, che due giorni fa ha deciso di non accettare più i titoli di Stato greci in garanzia dalle banche elleniche. «Sebbene il nuovo governo greco sia in carica da meno di due settimane», scrive S&P, «crediamo che la sua limitata liquidità e l’avvicinarsi delle scadenze sul debito limitino la sua flessibilità nei negoziati» con i creditori. Secondo l’agenzia di rating, «il prolungamento delle trattative con i creditori potrebbe portare a ulteriore pressione sulla stabilità finanziaria» nella forma di prelievi agli sportelli bancari e, nel «peggiore dei casi», «l'imposizione di controlli sui capitali e la perdita di accesso ai finanziamenti da prestatore di ultima istanza potrebbe risultare nell'uscita della Grecia dall'Unione economica e monetaria». La conferma dei rating attuali sulla Grecia potrebbe verificarsi se «i negoziati del governo con i creditori si concluderanno, con flussi di finanziamenti sufficienti per rispettare i suoi obblighi finanziari».
E come se non bastasse ieri il leader dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, ha di nuovo minacciato Atene, affermando che il prolungamento del piano di “aiuti” così come strutturato dalla troika dovrà essere firmato da Atene entro il prossimo 16 febbraio, pena il blocco all’erogazione di fondi.
Insomma la situazione non è affatto rosea e per ora non è chiaro come l’esecutivo di Atene intenda affrontare l’emergenza. A confermare l’estrema gravità della situazione è stato lo stesso Varoufakis che nel corso di un’intervista alla trasmissione di Riccardo Iacona, Presa Diretta, ha spiegato: «Nel 2010 lo Stato greco è andato in bancarotta e l'Europa ha risposto concedendo alla Grecia il prestito più grande di tutta la storia», ma «anche un bambino di 8 anni poteva capire che la storia non era destinata a finire bene. Se sei in bancarotta, significa che non sei in grado di ripagare i prestiti che ti sono stati concessi. Non può funzionare. E questo è il motivo per cui la Grecia oggi si trova in uno stato ancora peggiore rispetto al 2010». Ha poi aggiunto Varoufakis: «Ci troviamo in una situazione da vera e propria crisi umanitaria. Ci sono persone che dormono lungo le strade, che hanno fame, persone che avevano posti di lavoro, case, persino negozi, sino a due-tre anni fa e adesso non hanno niente. Noi dobbiamo occuparci di questa crisi, immediatamente, perché non è giusto, perché una capitale europea che vive una crisi umanitaria così grande non ci porterà in una Europa più democratica. Questa è la prima priorità».
A sostenere il governo Tsipras e la necessità di un ‘no’ secco alla Troika – il che suona anche come un avvertimento nei confronti dell’esecutivo affinché rispetti le promesse e non si tiri indietro – giovedì scorso parecchie decine di migliaia di persone hanno manifestato ad Atene, Salonicco ed altre nove città. La più partecipata ovviamente quella di Atene, organizzata dalle strutture di base di Syriza con un passaparola sui social network che ha portato davanti al Parlamento migliaia di persone all’insegna dello slogan «non ci facciamo ricattare. Non cediamo. Non abbiamo paura. Non arretriamo» proprio mentre da Berlino e Bruxelles le istituzioni economiche e politiche comunitarie sbattevano le porte in faccia all’esecutivo ellenico.
Altre manifestazioni sono state convocate in tutta la Grecia – ed anche in alcune città europee – per l’11 febbraio, proprio mentre a Bruxelles l’Eurogruppo discuterà l’atteggiamento da tenere nei confronti della Grecia e delle sue richieste di dilazione del pagamento del debito. Per martedì sera invece è in previsione il voto di fiducia del parlamento greco al nuovo esecutivo.
Intanto venerdì scorso il Syriza ha incassato l’elezione di una sua giovane deputata alla carica di presidente del Parlamento ellenico. La 38enne Zoe Constantopoulou, ha avuto un record di preferenza, ben 235 voti a favore su 298 votanti divenendo così il più giovane presidente del Parlamento greco e la seconda donna da sempre a ricoprire l'incarico. Per lei hanno votato i 149 parlamentari di Syriza, i 76 di Nea Dimokratia, i 17 di To Potami, i 13 di Anel e i 13 del Pasok, mentre contro si sono espressi i comunisti del Kke e i nazisti di Alba Dorata.
Giurista di livello internazionale, l’esponente di Syriza viene descritta come “irriducibile attivista contro la corruzione e a favore dei diritti umani”, è figlia di Nikos Constantopoulos, anch'egli avvocato e uomo politico greco che ha ricoperto in passato la carica di vicepresidente del partito di sinistra Synaspismos, partito che nel 2004 contribuì a formare la Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza) insieme ad altre forze ecologiste e comuniste. La stampa ellenica e internazionale ricordano però, non senza calcare la mano, le polemiche e le accuse da parte di alcune aree di Syriza e di collettivi femministi contro l’avvocato che, difendendo un cittadino greco accusato di aver stuprato alcune turiste straniere, era riuscita a rinviare il processo di ben 7 anni per mezzo di richieste procedurali e di eccezione nei confronti dei giudici e del Procuratore della Repubblica, accusati dalla Constantopoulou di “essere di parte”.
Fonte
Intanto a sostenere l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale arriva Standard & Poor's. L’agenzia di rating statunitense ha infatti tagliato il rating del debito greco da B a B-, confermando l'outlook negativo, mentre il 14 settembre scorso la stessa Standard & Poor's aveva fatto esattamente il passo contrario. La decisione, spiega l’agenzia è una conseguenza della decisione della Bce, che due giorni fa ha deciso di non accettare più i titoli di Stato greci in garanzia dalle banche elleniche. «Sebbene il nuovo governo greco sia in carica da meno di due settimane», scrive S&P, «crediamo che la sua limitata liquidità e l’avvicinarsi delle scadenze sul debito limitino la sua flessibilità nei negoziati» con i creditori. Secondo l’agenzia di rating, «il prolungamento delle trattative con i creditori potrebbe portare a ulteriore pressione sulla stabilità finanziaria» nella forma di prelievi agli sportelli bancari e, nel «peggiore dei casi», «l'imposizione di controlli sui capitali e la perdita di accesso ai finanziamenti da prestatore di ultima istanza potrebbe risultare nell'uscita della Grecia dall'Unione economica e monetaria». La conferma dei rating attuali sulla Grecia potrebbe verificarsi se «i negoziati del governo con i creditori si concluderanno, con flussi di finanziamenti sufficienti per rispettare i suoi obblighi finanziari».
E come se non bastasse ieri il leader dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, ha di nuovo minacciato Atene, affermando che il prolungamento del piano di “aiuti” così come strutturato dalla troika dovrà essere firmato da Atene entro il prossimo 16 febbraio, pena il blocco all’erogazione di fondi.
Insomma la situazione non è affatto rosea e per ora non è chiaro come l’esecutivo di Atene intenda affrontare l’emergenza. A confermare l’estrema gravità della situazione è stato lo stesso Varoufakis che nel corso di un’intervista alla trasmissione di Riccardo Iacona, Presa Diretta, ha spiegato: «Nel 2010 lo Stato greco è andato in bancarotta e l'Europa ha risposto concedendo alla Grecia il prestito più grande di tutta la storia», ma «anche un bambino di 8 anni poteva capire che la storia non era destinata a finire bene. Se sei in bancarotta, significa che non sei in grado di ripagare i prestiti che ti sono stati concessi. Non può funzionare. E questo è il motivo per cui la Grecia oggi si trova in uno stato ancora peggiore rispetto al 2010». Ha poi aggiunto Varoufakis: «Ci troviamo in una situazione da vera e propria crisi umanitaria. Ci sono persone che dormono lungo le strade, che hanno fame, persone che avevano posti di lavoro, case, persino negozi, sino a due-tre anni fa e adesso non hanno niente. Noi dobbiamo occuparci di questa crisi, immediatamente, perché non è giusto, perché una capitale europea che vive una crisi umanitaria così grande non ci porterà in una Europa più democratica. Questa è la prima priorità».
A sostenere il governo Tsipras e la necessità di un ‘no’ secco alla Troika – il che suona anche come un avvertimento nei confronti dell’esecutivo affinché rispetti le promesse e non si tiri indietro – giovedì scorso parecchie decine di migliaia di persone hanno manifestato ad Atene, Salonicco ed altre nove città. La più partecipata ovviamente quella di Atene, organizzata dalle strutture di base di Syriza con un passaparola sui social network che ha portato davanti al Parlamento migliaia di persone all’insegna dello slogan «non ci facciamo ricattare. Non cediamo. Non abbiamo paura. Non arretriamo» proprio mentre da Berlino e Bruxelles le istituzioni economiche e politiche comunitarie sbattevano le porte in faccia all’esecutivo ellenico.
Altre manifestazioni sono state convocate in tutta la Grecia – ed anche in alcune città europee – per l’11 febbraio, proprio mentre a Bruxelles l’Eurogruppo discuterà l’atteggiamento da tenere nei confronti della Grecia e delle sue richieste di dilazione del pagamento del debito. Per martedì sera invece è in previsione il voto di fiducia del parlamento greco al nuovo esecutivo.
Intanto venerdì scorso il Syriza ha incassato l’elezione di una sua giovane deputata alla carica di presidente del Parlamento ellenico. La 38enne Zoe Constantopoulou, ha avuto un record di preferenza, ben 235 voti a favore su 298 votanti divenendo così il più giovane presidente del Parlamento greco e la seconda donna da sempre a ricoprire l'incarico. Per lei hanno votato i 149 parlamentari di Syriza, i 76 di Nea Dimokratia, i 17 di To Potami, i 13 di Anel e i 13 del Pasok, mentre contro si sono espressi i comunisti del Kke e i nazisti di Alba Dorata.
Giurista di livello internazionale, l’esponente di Syriza viene descritta come “irriducibile attivista contro la corruzione e a favore dei diritti umani”, è figlia di Nikos Constantopoulos, anch'egli avvocato e uomo politico greco che ha ricoperto in passato la carica di vicepresidente del partito di sinistra Synaspismos, partito che nel 2004 contribuì a formare la Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza) insieme ad altre forze ecologiste e comuniste. La stampa ellenica e internazionale ricordano però, non senza calcare la mano, le polemiche e le accuse da parte di alcune aree di Syriza e di collettivi femministi contro l’avvocato che, difendendo un cittadino greco accusato di aver stuprato alcune turiste straniere, era riuscita a rinviare il processo di ben 7 anni per mezzo di richieste procedurali e di eccezione nei confronti dei giudici e del Procuratore della Repubblica, accusati dalla Constantopoulou di “essere di parte”.
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10/12/2014
La favola della "competitività"
di Antonio Rei
Tra le varie favole che si raccontano sull'economia italiana, ce n'è una che fa più danni delle altre. L'ultima istituzione a raccontarla è stata l'agenzia di rating Standard & Poor's, che sabato ha aggiunto un meno alla valutazione sul merito di credito del nostro Paese, perché "un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e dalla bassa competitività, non è compatibile con un rating BBB".
Sui primi due punti nessuno può dare torto a S&P. Il terzo, invece, è una fandonia che ormai sentiamo raccontare da tempo immemore. Non è affatto vero che la competitività italiana sui mercati internazionali sia bassa: i numeri ufficiali smentiscono questa tesi ormai cristallizzata nell'opinione comune.
Secondo i dati diffusi dall'Istat lo scorso 17 novembre, nei primi nove mesi del 2014 il saldo commerciale dell'Italia fuori dall'Unione europea - ovvero la differenza fra esportazioni e importazioni - è stato positivo per 28,2 miliardi di euro, in miglioramento rispetto al surplus da 19 miliardi registrato nello stesso periodo del 2013. Inoltre, se non consideriamo il commercio di energia, che pesa moltissimo sull'import, il risultato s'impenna di oltre il 100%, arrivando a quota 61,7 miliardi. Tra gennaio e settembre 2014, in generale, l'export è salito dell'1,4%, mentre l'import è sceso dell'1,9%. In tutto il 2013, infine, il saldo è stato positivo per 29,230 miliardi.
In un report successivo, pubblicato il 24 novembre, l'Istituto di statistica ha comunicato che - secondo le stime preliminari - lo scorso ottobre l'avanzo commerciale extra Ue è stato pari a 4,038 miliardi (contro il surplus di 2,805 miliardi dell'ottobre 2014), il livello più alto dal gennaio del 1993. Al netto dei prodotti energetici il dato sale a 6,8 miliardi, con esportazioni e importazioni in crescita rispettivamente dell'1,6 e del 7,5%. I mercati di sbocco più dinamici sono stati Turchia (+13,1%), Stati Uniti (+9,8%) e Cina (+4,8%).
Ora, nessuno vuole dipingere un quadro assurdamente ottimistico della congiuntura attraversata dall'Italia, ma è inevitabile porsi una domanda: in che modo si conciliano i calcoli dell'Istat con la vulgata della "bassa competitività"? Risposta: in alcun modo. Si può pensare che surplus così ampi siano stati prodotti dal progressivo crollo delle importazioni, ma i numeri smentiscono anche questa interpretazione.
Al contrario, la verità è che sui mercati internazionali, specie quelli globalmente più ricettivi, le aziende italiane continuano a dar prova non solo di resistenza, ma perfino di dinamismo. Da questo punto di vista alcuni comparti del Made in Italy hanno un che di eroico, considerando che nei mesi scorsi la forza dell'euro sul dollaro ha rappresentato un ostacolo non da poco alle esportazioni.
I consumi degli italiani, quelli sì, sono crollati nel baratro. Stando a una ricerca pubblicata la settimana scorsa da Confcommercio, nel 2014 si sono attestati allo stesso livello del 1997. Rispetto al picco del 2007 sono stati erosi circa duemila euro a testa di spesa, per un calo complessivo del 12%. L'allarme dell'associazione riguarda anche il reddito reale pro-capite, che nel 2013-2014 sarebbe tornato addirittura ai livelli del 1986, perdendo circa 2.700 euro negli ultimi sette anni.
Purtroppo, in quasi tutti gli allarmi lanciati da Bruxelles, dai centri studi delle banche e dalle agenzie di rating la parola "consumi" si legge solo nei paragrafi secondari. Questa faccia del problema non è mai segnalata come una delle priorità da affrontare: è piuttosto vista come una conseguenza lineare dell'alto tasso di disoccupazione, che a sua volta viene giudicato un danno collaterale accettabile pur di non mettere in discussione i vincoli di bilancio. Di rilanciare la domanda interna con una politica di (vero) sostegno ai redditi, non si parla nemmeno.
Fonte
05/12/2014
Standard&Poor's non promuove Renzi e Padoan
Non tutti stanno a sentire le parole del premier italiano; forse perché sanno sia di economia che di inglese, al contrario di Renzi (e del suo simil-guro Gutgeld).
Così, in una tranquilla sera di dicembre segnata da un isterico rialzo delle borse globali - il giorno dopo un mezzo botto - ecco che Standard & Poor's taglia il rating dell'Italia a BBB- da BBB. Appena un passo prima delle definizione di "spazzatura", che è poi la "C". Le agenzie di stampa italiane sono costrette a sottolineare in modo quasi comico come invece l'"outlook" - o più semplicemente le "aspettative" a breve - sia "stabile", invece che "negativo". Della serie: ancora non ci hanno scaricato come la Grecia.
Le ragioni della decisione della più importante agenzia di rating sono tutto sommato logiche, dentro la follia della finanza globale. ''Un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività, non è compatibile con un rating BBB, secondo i nostri criteri''.
Non è che non si rendano conto che Renzi sta facendo di tutto per eseguire le direttive che gli arrivano dall'Unione Europea e in generale dalla Troika. "Prendiamo atto che il premier Renzi ha fatto passi avanti col Jobs Act", tuttavia "non crediamo che le misure previste creeranno occupazione nel breve termine".
Loro sì che se ne intendono! Le stesse cose le vanno scrivendo migliaia di economisti seri, ma i giornali padronali hanno scelto fin dall'inizio di dar credito solo alle chiacchiere del premier. S&P invece va al sodo: i "decreti attuativi" della riforma potrebbero "essere ammorbiditi" e ciò "potrebbe accadere alla luce di una opposizione crescente".
Ah, che nostalgia per quelli che si rendono conto che "la politica" - purtroppo per la finanza - deve fare sempre i conti con il consenso...
Fonte
Così, in una tranquilla sera di dicembre segnata da un isterico rialzo delle borse globali - il giorno dopo un mezzo botto - ecco che Standard & Poor's taglia il rating dell'Italia a BBB- da BBB. Appena un passo prima delle definizione di "spazzatura", che è poi la "C". Le agenzie di stampa italiane sono costrette a sottolineare in modo quasi comico come invece l'"outlook" - o più semplicemente le "aspettative" a breve - sia "stabile", invece che "negativo". Della serie: ancora non ci hanno scaricato come la Grecia.
Le ragioni della decisione della più importante agenzia di rating sono tutto sommato logiche, dentro la follia della finanza globale. ''Un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività, non è compatibile con un rating BBB, secondo i nostri criteri''.
Non è che non si rendano conto che Renzi sta facendo di tutto per eseguire le direttive che gli arrivano dall'Unione Europea e in generale dalla Troika. "Prendiamo atto che il premier Renzi ha fatto passi avanti col Jobs Act", tuttavia "non crediamo che le misure previste creeranno occupazione nel breve termine".
Loro sì che se ne intendono! Le stesse cose le vanno scrivendo migliaia di economisti seri, ma i giornali padronali hanno scelto fin dall'inizio di dar credito solo alle chiacchiere del premier. S&P invece va al sodo: i "decreti attuativi" della riforma potrebbero "essere ammorbiditi" e ciò "potrebbe accadere alla luce di una opposizione crescente".
Ah, che nostalgia per quelli che si rendono conto che "la politica" - purtroppo per la finanza - deve fare sempre i conti con il consenso...
Fonte
05/08/2013
Rating, Tesoro pronto a rimpiazzare S&P. Consumatori: “Serve un’agenzia europea”
Le agenzie di rating sono sempre meno credibili e i
loro “voti” hanno conseguenze sempre più devastanti. Se ne è accorto
anche il Tesoro italiano, che sta studiando una proposta da portare al
prossimo vertice del G20 per ridurre il potere di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. L’idea – spiega Repubblica
– è rimpiazzare le grandi agenzie private con un sistema di valutazioni
del rischio d’insolvenza sui titoli di Stato che sia gestito da
organismi pubblici come l’Ocse o la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea (Bri).
“Bisogna passare il prima possibile a un’unica agenzia pubblica di rating europea per la salvaguardia degli Stati e dei risparmiatori”, sollecitano Adusbef e Federconsumatori in una nota dove ricordano l’impegno delle due associazioni su questo fronte e valutano “positivo, anche se con grave ritardo, che anche nel nostro Paese si cominci a rivendicare un superamento del ruolo che oggi svolgono le agenzie di rating private e che si chieda la costituzione di un organismo pubblico di valutazione”.
La situazione economica italiana, d’altronde, è sempre più a rischio. E un nuovo, doppio declassamento da parte di Moody‘s e S&P potrebbe tagliare fuori l’Italia dai fondi della Banca centrale europea. L’Eurotower accetta infatti in garanzia titoli con rating “spazzatura” solo se il governo in questione garantisce di essere solvibile. E adesso entrambe le agenzie americane hanno un rating sull’Italia a due soli scalini dal livello “spazzatura”, con “prospettive negative”.
La speranza dell’Italia è che la Bce sollevi il tema alla Bri, il club delle grandi banche centrali. Non è chiaro se Mario Draghi, indipendente nelle sue vesti di presidente della Bce, voglia entrare in questa partita. Più plausibile invece che al G20 l’Italia trovi il sostegno dall’amministrazione degli Stati Uniti, che ha già fatto causa a S&P, chiedendole 5 miliardi di dollari per le promozioni facili emesse dietro compenso in piena bolla subprime.
Fonte
Peccato che i sedicenti organismi pubblici come l'OCSE siano i primi a predicare la deregolamentazione più selvaggia del mondo del lavoro a tutto vantaggio del mercato e a discapito dell'ultimo dente dell'ingranaggio economico, i lavoratori, che, sono certo, rimangono sicuramente fuorviati da notizie come questa.
“Bisogna passare il prima possibile a un’unica agenzia pubblica di rating europea per la salvaguardia degli Stati e dei risparmiatori”, sollecitano Adusbef e Federconsumatori in una nota dove ricordano l’impegno delle due associazioni su questo fronte e valutano “positivo, anche se con grave ritardo, che anche nel nostro Paese si cominci a rivendicare un superamento del ruolo che oggi svolgono le agenzie di rating private e che si chieda la costituzione di un organismo pubblico di valutazione”.
La situazione economica italiana, d’altronde, è sempre più a rischio. E un nuovo, doppio declassamento da parte di Moody‘s e S&P potrebbe tagliare fuori l’Italia dai fondi della Banca centrale europea. L’Eurotower accetta infatti in garanzia titoli con rating “spazzatura” solo se il governo in questione garantisce di essere solvibile. E adesso entrambe le agenzie americane hanno un rating sull’Italia a due soli scalini dal livello “spazzatura”, con “prospettive negative”.
La speranza dell’Italia è che la Bce sollevi il tema alla Bri, il club delle grandi banche centrali. Non è chiaro se Mario Draghi, indipendente nelle sue vesti di presidente della Bce, voglia entrare in questa partita. Più plausibile invece che al G20 l’Italia trovi il sostegno dall’amministrazione degli Stati Uniti, che ha già fatto causa a S&P, chiedendole 5 miliardi di dollari per le promozioni facili emesse dietro compenso in piena bolla subprime.
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Peccato che i sedicenti organismi pubblici come l'OCSE siano i primi a predicare la deregolamentazione più selvaggia del mondo del lavoro a tutto vantaggio del mercato e a discapito dell'ultimo dente dell'ingranaggio economico, i lavoratori, che, sono certo, rimangono sicuramente fuorviati da notizie come questa.
10/07/2013
"Spazzatura", il debito italiano raso al suolo
Già finita la "tranquillità" assicurata al debito italiano dalle mosse
della Bce e dai "sacrifici" imposti dalla Troika tramite i governi.
Standard&Poor's taglia il rating a "tripla B", a un passo dal
"junk".
L'agenzia S&P ha tagliato il rating di lungo termine dell'Italia a BBB da BBB+ con outlook negativo. Il declassamento non è ampio, ma sono le previsioni negative a preoccupare maggiormente. La decisione è conseguente alle attese per un «peggioramento delle prospettive economiche» del Paese, visto che dopo «10 anni in cui la crescita reale si è aggirata in media a un -0,04%». Secondo l'agenzia, «la lenta crescita deriva in gran parte dalla rigidità del mercato del lavoro e di quello produttivo italiano». E qui la menzogna è palese e la disinformazione totale: non c'è infatti in Europa - tranne forse in Grecia - un mercato del lavoro meno "flessibile" di quello italiano.
Il dato principale, non a caso, non è questo. L'agenzia ha infatti tagliato le stime sul Pil per quest'anno a -1,9%, molto più basso del -1,4% calcolato a marzo. Soltanto oggi il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva rilasciato una sua stima pressoché simile: -1,8%. Il Pil pro capite scende quindi nel 2013 a 25mila euro, meno di quanto registrato nel 2007.
Le conseguenze sul debito pubblico - che nonostante i tagli drastici tende a salire leggermente - sono terribili. La previsione è infatti che si attesti al 129% del Pil entro la fine dell'anno. E' una conferma dell'idiozia dell'"austerità espansiva", quella teoria per picchiatelli che predica i tagli a spesa pubblica, salari e consumi per aumentare la "competitività" di un paese. La Grecia c'è già passata, ora sta toccando a noi. Tagliando la spesa, infatti, cala anche il Pil (che è il denomitatore di quella semplice frazione che lo apparenta al debito); nella cassa comune, però, inevitabilmente il debito scivola più lentamente della ricchezza prodotta, precipitando un paese nel disastro assoluto.
Allacciate le cinture! In autunno ci sarà da ballare...
L'euro scende ai minimi di giornata dopo il downgrade. La moneta europea passa di mano a 1,2754 dollari.
Fonte
L'agenzia S&P ha tagliato il rating di lungo termine dell'Italia a BBB da BBB+ con outlook negativo. Il declassamento non è ampio, ma sono le previsioni negative a preoccupare maggiormente. La decisione è conseguente alle attese per un «peggioramento delle prospettive economiche» del Paese, visto che dopo «10 anni in cui la crescita reale si è aggirata in media a un -0,04%». Secondo l'agenzia, «la lenta crescita deriva in gran parte dalla rigidità del mercato del lavoro e di quello produttivo italiano». E qui la menzogna è palese e la disinformazione totale: non c'è infatti in Europa - tranne forse in Grecia - un mercato del lavoro meno "flessibile" di quello italiano.
Il dato principale, non a caso, non è questo. L'agenzia ha infatti tagliato le stime sul Pil per quest'anno a -1,9%, molto più basso del -1,4% calcolato a marzo. Soltanto oggi il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva rilasciato una sua stima pressoché simile: -1,8%. Il Pil pro capite scende quindi nel 2013 a 25mila euro, meno di quanto registrato nel 2007.
Le conseguenze sul debito pubblico - che nonostante i tagli drastici tende a salire leggermente - sono terribili. La previsione è infatti che si attesti al 129% del Pil entro la fine dell'anno. E' una conferma dell'idiozia dell'"austerità espansiva", quella teoria per picchiatelli che predica i tagli a spesa pubblica, salari e consumi per aumentare la "competitività" di un paese. La Grecia c'è già passata, ora sta toccando a noi. Tagliando la spesa, infatti, cala anche il Pil (che è il denomitatore di quella semplice frazione che lo apparenta al debito); nella cassa comune, però, inevitabilmente il debito scivola più lentamente della ricchezza prodotta, precipitando un paese nel disastro assoluto.
Allacciate le cinture! In autunno ci sarà da ballare...
L'euro scende ai minimi di giornata dopo il downgrade. La moneta europea passa di mano a 1,2754 dollari.
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29/06/2013
S&P: "la recessione italiana va peggio del previsto"
Cominciamo a essere stanchi di aver ragione... Abbiamo sempre detto,
infatti, che la situazione economica del paese era molto peggiore di
quanto dicevano le cifre propagandate da governo, Bce, Fmi, Banca
d'Italia, ecc.
Niente. AL massimo ci arrivava l'accusa di essere
"catastrofisti" o addirittura di portare sfiga. Non sarebbe niente di
grave, a prenderla con filosofia; in fondo Cassandra è destinata a
restare inascoltata.
Ma qui stiamo parlando delle condizioni di vita di alcune decine di milioni di persone e quindi il cerchio ben poco magico tra visione esatta del degrado e "rassicurazioni" governative va spezzato. Spezzando questo governo e l'infame compromesso politico che lo sostiene...
Al dunque. Dice Standard & Poor's che l'economia italiana è nei guai e ci resterà a lungo. Anzi, andrà sempre peggio. Il Pil 2013 calerà dell'1,9% e non più dell'1,4% precedentemente previsto (il governo aveva detto -0,5%, poi "corretto" a -0,9). La recessione, aggiunge S&P, «persisterà probabilmente nei prossimi trimestri». Ma non preoccupatevi, prova a rassicurare, per il 2014 la stima di Pil è stata addirittura innalzata: dal +0,4% al +0,5%. Non è ben chiaro come sia possibile, né come si faccia a essere contenti di "crescere" dello 0,4 dopo avere accumulato tre anni di segni "meno" (ricordiamo che, rispetto al 2007, il Pil italiano è sotto ormai dell'8%). Ma questo alle agenzie di rating non interessa: basta che possano collocare un segno "più" in certo arco temporale, in modo da indicare al capitale speculativo come orizzontarsi.
S&P si attende anche un continuo calo della domanda interna per consumi; non compensata più dall'export ("deludente"), anche perché i prodotti "tipici" dell'industria italiana - "lusso" a parte - si trovano davanti a una concorrenza globale molto più agguerrita).
Anche nel caso della Germania le cose non vanno benissimo (indebolendo il resto d'Europa a colpi di "rigore" i crucchi han finito per tagliare il ramo su cui erano comodamente seduti): le stime per il Pil 2013 di Berlino sono state abbassate da +0,8% a +0,4%.
I dati macroeconomici recenti «suggeriscono che la recessione probabilmente persisterà nei prossimi trimestri. Ci aspettiamo che la domanda per consumi continui a contrarsi con un calo del 3% quest'anno (dopo il -4% del 2012), mentre ci attendiamo che la performance italiana nell'export continuerà ad essere deludente, con un aumento dello 0,5% nel 2013».
S&P sottolinea che l'economia dell'Eurozona «è ancora intrappolata nella sua seconda recessione in cinque anni, ma i dati recenti mostrano che il fondo potrebbe esser stato toccato nel secondo trimestre del 2013». Una speranza, più che un "consuntivo".
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Ma qui stiamo parlando delle condizioni di vita di alcune decine di milioni di persone e quindi il cerchio ben poco magico tra visione esatta del degrado e "rassicurazioni" governative va spezzato. Spezzando questo governo e l'infame compromesso politico che lo sostiene...
Al dunque. Dice Standard & Poor's che l'economia italiana è nei guai e ci resterà a lungo. Anzi, andrà sempre peggio. Il Pil 2013 calerà dell'1,9% e non più dell'1,4% precedentemente previsto (il governo aveva detto -0,5%, poi "corretto" a -0,9). La recessione, aggiunge S&P, «persisterà probabilmente nei prossimi trimestri». Ma non preoccupatevi, prova a rassicurare, per il 2014 la stima di Pil è stata addirittura innalzata: dal +0,4% al +0,5%. Non è ben chiaro come sia possibile, né come si faccia a essere contenti di "crescere" dello 0,4 dopo avere accumulato tre anni di segni "meno" (ricordiamo che, rispetto al 2007, il Pil italiano è sotto ormai dell'8%). Ma questo alle agenzie di rating non interessa: basta che possano collocare un segno "più" in certo arco temporale, in modo da indicare al capitale speculativo come orizzontarsi.
S&P si attende anche un continuo calo della domanda interna per consumi; non compensata più dall'export ("deludente"), anche perché i prodotti "tipici" dell'industria italiana - "lusso" a parte - si trovano davanti a una concorrenza globale molto più agguerrita).
Anche nel caso della Germania le cose non vanno benissimo (indebolendo il resto d'Europa a colpi di "rigore" i crucchi han finito per tagliare il ramo su cui erano comodamente seduti): le stime per il Pil 2013 di Berlino sono state abbassate da +0,8% a +0,4%.
I dati macroeconomici recenti «suggeriscono che la recessione probabilmente persisterà nei prossimi trimestri. Ci aspettiamo che la domanda per consumi continui a contrarsi con un calo del 3% quest'anno (dopo il -4% del 2012), mentre ci attendiamo che la performance italiana nell'export continuerà ad essere deludente, con un aumento dello 0,5% nel 2013».
S&P sottolinea che l'economia dell'Eurozona «è ancora intrappolata nella sua seconda recessione in cinque anni, ma i dati recenti mostrano che il fondo potrebbe esser stato toccato nel secondo trimestre del 2013». Una speranza, più che un "consuntivo".
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06/02/2013
La presidenza Usa contro Standard & Poor's: 5 miliardi di danni
Sia detto sottovoce, perché bisogna studiare un po' la situazione. Ma
questa causa miliardaria con l'agenzia di rating più potente - S&P -
rischia di essere l'unica cosa "seria" nel tentativo di rimettere un
po' d'ordine sui mercati finanziari.
Intanto la notizia.
Il Dipartimento della Giustizia americano, su incarico del presidente Obama, potrà chiedere fino a 5 miliardi di danni a Standard & Poor's. Si tratta della prima causa fin qui intentata contro una grande agenzia di rating. L'accusa è pesante: aver svolto un ruolo rilevante nello scatenamento della crisi nel 2008.
S&P, secondo il governo, ha assegnato il rating ai titoli che avevano i mutui subprime come "sottostante" senza tener conto neppure dei propri stessi criteri dichiarati.
Da qui è derivata una perdita colossale per i risparmiatori (anche "grazie" al vizietto tutto statunitense di impegnare la casa per aver soldi freschi con cui alimentare i consumi, fidando nel fatto che i prezzi degli immobili avrebbero continuato a salire). Di qui la richiesta di rifondere una cifra calcolata in circa 5 miliardi.
L'agenzia, naturalmente, considera la causa «del tutto senza fondamenta fattuali o merito legale». E minaccia perciò di difendersi duramente in tribunale. Sarà certamente la prima grande causa del Terzo Millennio, ma intanto il titolo della casa madre, McGraw Hill, è sceso oggi del 7%, dopo aver perso ieri addirittura il 14% in seguito al diffondersi delle prime voci sul ricorso della presidenza Usa.
Nel dettaglio giuridico, S&P è accusata di aver violato il Financial Institutions Reform, Recovery, and Enforcement Act, approvato dal Congresso alla fine degli anni '80 dopo una lunga serie di fallimenti delle casse di risparmio.
Sotto accusa, in particolare, i Cdo (collateralized debt obligation) emessi nel 2007 a copertura di "derivati" fondati sui mutui subprime. S&P, in pratica, assegnava la "tripla A" (massima affidabilità) a prodotti che cessavano di valere qualcosa non appena venduti nel "parco buoi" della finanza (la definizione affettuosa riservata ai risparmiatori che si presentano con i propri soldini in Borsa).
Naturalmente, per l'accusa, S&P era completamente consapevole di quel che stava facendo, ma aveva "necessità" di far vendere questi prodotti da parte di società che avevano stretti legami d'affari con la stessa agenzia. La quale con una mano faceva traffici di titoli e con l'altra assegnava "i voti" ai titoli stessi. Arbitro e giocatore, insomma, proprio come piace fare a un Berlusconi qualsiasi. Che tempi, nella finanza, signora mia... Se lo vengono a sapere quelli di Monte Paschi crepano d'invidia...
Fonte
Intanto la notizia.
Il Dipartimento della Giustizia americano, su incarico del presidente Obama, potrà chiedere fino a 5 miliardi di danni a Standard & Poor's. Si tratta della prima causa fin qui intentata contro una grande agenzia di rating. L'accusa è pesante: aver svolto un ruolo rilevante nello scatenamento della crisi nel 2008.
S&P, secondo il governo, ha assegnato il rating ai titoli che avevano i mutui subprime come "sottostante" senza tener conto neppure dei propri stessi criteri dichiarati.
Da qui è derivata una perdita colossale per i risparmiatori (anche "grazie" al vizietto tutto statunitense di impegnare la casa per aver soldi freschi con cui alimentare i consumi, fidando nel fatto che i prezzi degli immobili avrebbero continuato a salire). Di qui la richiesta di rifondere una cifra calcolata in circa 5 miliardi.
L'agenzia, naturalmente, considera la causa «del tutto senza fondamenta fattuali o merito legale». E minaccia perciò di difendersi duramente in tribunale. Sarà certamente la prima grande causa del Terzo Millennio, ma intanto il titolo della casa madre, McGraw Hill, è sceso oggi del 7%, dopo aver perso ieri addirittura il 14% in seguito al diffondersi delle prime voci sul ricorso della presidenza Usa.
Nel dettaglio giuridico, S&P è accusata di aver violato il Financial Institutions Reform, Recovery, and Enforcement Act, approvato dal Congresso alla fine degli anni '80 dopo una lunga serie di fallimenti delle casse di risparmio.
Sotto accusa, in particolare, i Cdo (collateralized debt obligation) emessi nel 2007 a copertura di "derivati" fondati sui mutui subprime. S&P, in pratica, assegnava la "tripla A" (massima affidabilità) a prodotti che cessavano di valere qualcosa non appena venduti nel "parco buoi" della finanza (la definizione affettuosa riservata ai risparmiatori che si presentano con i propri soldini in Borsa).
Naturalmente, per l'accusa, S&P era completamente consapevole di quel che stava facendo, ma aveva "necessità" di far vendere questi prodotti da parte di società che avevano stretti legami d'affari con la stessa agenzia. La quale con una mano faceva traffici di titoli e con l'altra assegnava "i voti" ai titoli stessi. Arbitro e giocatore, insomma, proprio come piace fare a un Berlusconi qualsiasi. Che tempi, nella finanza, signora mia... Se lo vengono a sapere quelli di Monte Paschi crepano d'invidia...
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