Dopo la "primavera turca" molti analisti turchi e internazionali
attendono ora una "estate curda" che possa portare veramente la Turchia
verso un cammino democratico e di pace.
Dietro lo slogan "governo, fai un
passo avanti!" migliaia di manifestanti si sono riuniti domenica 30
giugno nelle province curde di Diyarbakir, Mersin e Adana. A Diyarbakir,
capitale curda della Turchia meridionale, la polizia ha rifiutato
l'autorizzazione all'organizzazione di manifestazioni, e in piazza si è
ripetuto il triste rituale dei TOMA (i panzer turchi), dei lacrimogeni e
degli idranti nell'infallibile stile già collaudato in piazza Taksim.
"UN GEZI PARK CURDO"?
I curdi stavano protestando per gli avvenimenti di venerdì 28 giugno,
quando circa 250 manifestanti si sono opposti alla costruzione di una
nuova postazione militare a Kayacik, nel distretto di Lice, nella
provincia di Diyarbakir. Negli scontri tra la polizia e gli attivisti,
Medeni Yildirim, un ragazzo di appena 18 anni, è rimasto ucciso e una
decina di persone sono state ferite gravemente.
Nonostante le raccomandazioni del governo e la prudenza del partito curdo
Bdp nel tentativo di non alterare i fragili equilibri del processo di
pace, le zone curde non sono scampate ai fumi dei lacrimogeni e agli
scontri di piazza. Si ritiene che questo sia l'incidente più grave dalla
dichiarazione del cessate il fuoco da parte del leader del Partito dei
Lavoratori (Pkk) Abdullah Ocalan, lo scorso 21 marzo.
L'episodio è avvenuto in un momento delicato, mentre gli ultimi
militanti del Pkk si ritirano dal paese verso l'area nord-irachena,
concludendo il cosiddetto "primo stadio" del processo di pace. I
negoziati erano stati chiari: nessuna violenza durante il ritiro.
Così alla morte del diciottenne Yildirim è subito seguito il monito del
comandante delle forze armate del Pkk, Murat Karayilan, che ha
confermato: "Se necessario, i miei uomini sono pronti a riprendere le
armi". S'incrina così la fiducia nel governo, mentre il portavoce
dell'Akp Huseyin Celik tenta di correre ai ripari : "Fratelli curdi,
l'incidente di Lice è solo una versione curda di Gezi Park ordita da
coloro che vogliono sabotare il processo di pace".
PROVOCAZIONI PUNGENTI
La violenza di venerdì scorso non è un episodio isolato, in quanto
s'inserisce in una complessa costellazione di provocazioni che ormai da
tempo sembrano minacciare i negoziati. In primis l'arroganza dialettica
di Erdogan, che nella manifestazione di Kazlicesme lo scorso 16 giugno
non ha mancato di definire il leader curdo Ocalan un "terrorista", le
cui bandiere erano ingiustamente accostate a quelle turche dai
manifestanti di Gezi Park.
Seconda e ben più grave,
la decisione di imporre un'ammenda di 3.000 lire turche alle famiglie
delle 34 vittime curde dell'incidente di Uludere, zona in cui due F16
turchi nel dicembre del 2011 hanno aperto il fuoco in seguito a
movimenti sospetti sul confine iracheno. Il giudizio sugli autori
dell'incidente – tutt'ora impuniti – è stato invece deferito ai
tribunali militari.
Infine, e connessa agli eventi di
Lice, la decisione di costruire 130 nuove postazioni militari nelle
province curde della Turchia meridionale. "I villaggi non hanno acqua,
mancano le canalizzazioni", commenta il co-segretario del Bdp Selahattin
Demirtas, "eppure il governo decide di costruire 130 nuove postazioni
militari. Perché?".
LA RISPOSTA CURDA
A poche ore di distanza dagli scontri di Lice, lo stesso venerdì 28
giugno, nell'autostrada tra Diyarbakir e Bingol un gruppo di uomini a
volto coperto ha fermato l'ufficiale turco Yetkin Beğen mentre guidava
la sua auto privata. Secondo l'agenzia stampa Doğan dopo un breve
scontro verbale, l'uomo sarebbe stato rapito e la sua auto ritrovata
carbonizzata in un terreno vicino nel pomeriggio di sabato.
Dalle prime informazioni diffuse, i rapitori sarebbero membri del
Partito dei Lavoratori curdo e – se così fosse – si sarebbe aperta una
prima grave breccia nei delicati equilibri del processo di pace. Mentre
le investigazioni sulla scomparsa dell'ufficiale continuano, sabato si
sono tenuti i funerali del diciottenne ucciso negli scontri.
Il coro che ha accompagnato le esequie ha assunto la valenza di un
monito diretto al governo, e in particolare al primo ministro : "Fai
attenzione, Erdogan, non ci spingere di nuovo sulle montagne",
riferendosi agli avamposti da cui per decenni i militanti Pkk hanno
preparato gli attacchi in territorio turco.
Nonostante solo pochi giorni fa, in una lettera consegnata dal carcere
di Imrali, Ocalan si fosse dichiarato "fiducioso nel successo" del
processo di pace, in queste ore sembra aleggiare sempre di più lo
spettro di un ritorno alla violenza e di un rovinoso fallimento dei
negoziati.
UN DESTINO COMUNE
Mentre da più parti si chiede, per allentare le tensioni, di procedere
al più presto sul cammino delle riforme per l'inclusione di maggiori
diritti per la minoranza curda, i destini delle proteste di Gezi Park
sembrano unirsi in una profonda sinergia con gli eventi di Diyarbakir.
Uniti non solo nelle violenze, ma anche nelle aspirazioni democratiche
contro una gestione del potere sempre più autoritaria, il popolo turco e
quello curdo, per la prima volta, parlano una lingua comune.
Queste sono anche le parole del co-segretario del Bdp Selahattin
Demirtas: "Al momento turchi e curdi stanno cominciando a capirsi
reciprocamente e si sta verificando una svolta significativa", ha
dichiarato, sottolineando che "le nostre relazioni sono state avvelenate
per un secolo. Ma nell'unione per la democrazia la popolazione può
superare questo avvelenamento e spianare la strada verso la pace".
Dopo la "primavera turca", quindi, molti analisti turchi e
internazionali attendono ora una "estate curda" che possa portare
veramente la Turchia verso un cammino democratico e di pace.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/07/2013
Tav a data da destinarsi
di Mariavittoria Orsolato
I francesi lo avevano ventilato poco meno di un anno fa e lo scorso 27 giugno è arrivata la conferma: il tratto ferroviario ad alta velocità tra Torino e Lione, se mai esisterà, non si farà prima del 2050. La Commissione Duron - da Philippe, presidente dell'Agenzia di Finanziamento per le Infrastrutture e i Trasporti (AFITF) - nel suo ultimo rapporto ha classificato il progetto Tav tra Italia e Francia tra le priorità di secondo livello, rimandando i lavori a data da destinarsi.
A convincere l'amministrazione francese a riconsiderare il suo impegno per la linea Torino-Lione è stata fondamentalmente la mancanza di fondi. In un'intervista a L'Usine Nouvelle, il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault ha spiegato come, nello stato attuale di crisi, lo Stato non possa sobbarcarsi più di 250 miliardi di euro di investimenti per costruire infrastrutture nei prossimi 20 anni.
Lo scorso anno il ministro del bilancio Jerome Cahuzac, aveva ordinato alla Commissione Duron di classificare le linee TGV in base alle priorità e la ghigliottina è razionalmente scesa sulle linee più costose e non ancora iniziate: l'investimento francese per la Torino-Lione ammontava a 12 miliardi di euro e, anche grazie alla strenua resistenza in Valsusa, da entrambi i lati delle Alpi gli scavi non sono ancora cominciati.
Facile dunque accantonare il progetto, soprattutto in seno alle relazioni che vedevano il traffico commerciale sulla tratta crollare verticalmente nell'ultimo decennio - sconfessando le entusiastiche proiezioni all'origine della pianificazione - mentre i costi raddoppiare proporzionalmente. La stessa Corte dei Conti francese, interpellata dal primo ministro sull'opportunità di realizzare il collegamento con l'Italia, scriveva lo scorso 1° agosto: “gli studi (…) non prevedono una saturazione della linea storica prima del 2035, sulla base di una capacità massima di 15 milioni di tonnellate”.
La relazione dei revisori francesi continuava: “Secondo gli studi economici voluti nel febbraio 2011 da Lyon-Turin Ferroviaire (LTF) sul progetto preliminare modificato, il valore attuale netto è negativo in tutti gli scenari”, che siano di crisi o di ripresa. Insomma se una linea ferroviaria si rivela inutile e troppo costosa, il gioco non vale certamente la candela.
Al
contrario del nostro governo, infatti, quello francese ha deciso di
concentrarsi sulle infrastrutture destinate alla mobilità dei passeggeri
- non delle merci - e si è dato dei termini entro cui realizzarle sulla
base dell'urgenza, individuando quelle che sarebbero state realizzate
da qui al 2030 e quelle a cui pensare tra il 2030 e il 2050.
Se le linee in fase di attuazione sottolineano l'importanza dell'asse nord/sud - le linee TGV in fase di realizzazione collegheranno Parigi al sud della Francia - la Torino-Lione viene relegata tra i progetti a data da destinarsi. Anche perché posizionata sulla direttrice est/ovest, il celeberrimo quanto inconsistente Corridoio 5, abbandonata come ipotesi d'investimento commerciale sia dal Portogallo che dall'Ucraina.
Il problema dei costi e dei conseguenti fondi è in verità comune a tutti i Paesi interessati dal Corridoio 5, l'Italia ha però deciso di affrontarlo a testa bassa, impegnandosi con il governo Monti a finanziare comunque il progetto (ben poco modificato) dell'alta capacità. Anche per l'attuale governo “delle larghe intese” la Tav s'ha da fare a qualsiasi costo: il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi, solo due mesi fa, assicurava che la ratifica degli accordi con i cugini d'oltralpe era ormai una formalità e che i lavori sarebbero cominciati “senza ulteriori tentennamenti”.
Ma l'accelerazione caldeggiata dagli irriducibili del SiTav deve ora fare i conti con le conclusioni cui sono arrivate le istituzioni francesi. Entro il prossimo 10 luglio, infatti, la commissione esteri dell’Assemblée Nationale dovrà decidere se approvare, modificare o rifiutare l’intesa con l'Italia - oltralpe, evidentemente, il mantra “ce lo chiede l'Europa” non funziona - e, se queste sono le premesse, è quasi scontato che la Francia verrà meno a quanto promesso fino ad ora e rimanderà ogni decisione sulla Torino-Lione a dopo il 2030, quando il progetto originale compierà 36 anni.
Se
per il movimento NoTav, questa può essere considerata sicuramente come
una vittoria, dall'altro lato amareggia leggere i numeri riguardanti la
questione Alta velocità che la Procura di Torino ha reso noti nelle
scorse settimane: 123 i fascicoli e 707 gli indagati negli ultimi tre
anni per diversi episodi legati alla vicenda della Tav, centinaia i
fascicoli aperti contro ignoti.
I reati contestati sono principalmente di danneggiamento, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ma nei giorni scorsi sono arrivati anche avvisi di garanzia per stalking. Il reato solitamente connesso al femminicidio è stato applicato a quattro attivisti NoTav, tra cui Lele Rizzo di Askatasuna e l'avvocato Pierpaolo Pittavino, accusati di aver minacciato un operaio impiegato in una delle ditte presenti al (non) cantiere di Chiomonte.
In Italia le istituzioni tutte, dal Parlamento alla polizia fino alla magistratura, sono evidentemente impegnate ad avvallare ad ogni costo - anche minacciando di applicare la legge Reale - il progetto della Torino-Lione. Ora che la Francia pare fare un passo indietro quali saranno le “ragioni imprescindibili” che motiveranno la realizzazione della ferrovia? Di una linea ad alta velocità Torino-Bardonecchia il Paese non ha certo bisogno, la Valsusa meno che mai.
Fonte
I francesi lo avevano ventilato poco meno di un anno fa e lo scorso 27 giugno è arrivata la conferma: il tratto ferroviario ad alta velocità tra Torino e Lione, se mai esisterà, non si farà prima del 2050. La Commissione Duron - da Philippe, presidente dell'Agenzia di Finanziamento per le Infrastrutture e i Trasporti (AFITF) - nel suo ultimo rapporto ha classificato il progetto Tav tra Italia e Francia tra le priorità di secondo livello, rimandando i lavori a data da destinarsi.
A convincere l'amministrazione francese a riconsiderare il suo impegno per la linea Torino-Lione è stata fondamentalmente la mancanza di fondi. In un'intervista a L'Usine Nouvelle, il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault ha spiegato come, nello stato attuale di crisi, lo Stato non possa sobbarcarsi più di 250 miliardi di euro di investimenti per costruire infrastrutture nei prossimi 20 anni.
Lo scorso anno il ministro del bilancio Jerome Cahuzac, aveva ordinato alla Commissione Duron di classificare le linee TGV in base alle priorità e la ghigliottina è razionalmente scesa sulle linee più costose e non ancora iniziate: l'investimento francese per la Torino-Lione ammontava a 12 miliardi di euro e, anche grazie alla strenua resistenza in Valsusa, da entrambi i lati delle Alpi gli scavi non sono ancora cominciati.
Facile dunque accantonare il progetto, soprattutto in seno alle relazioni che vedevano il traffico commerciale sulla tratta crollare verticalmente nell'ultimo decennio - sconfessando le entusiastiche proiezioni all'origine della pianificazione - mentre i costi raddoppiare proporzionalmente. La stessa Corte dei Conti francese, interpellata dal primo ministro sull'opportunità di realizzare il collegamento con l'Italia, scriveva lo scorso 1° agosto: “gli studi (…) non prevedono una saturazione della linea storica prima del 2035, sulla base di una capacità massima di 15 milioni di tonnellate”.
La relazione dei revisori francesi continuava: “Secondo gli studi economici voluti nel febbraio 2011 da Lyon-Turin Ferroviaire (LTF) sul progetto preliminare modificato, il valore attuale netto è negativo in tutti gli scenari”, che siano di crisi o di ripresa. Insomma se una linea ferroviaria si rivela inutile e troppo costosa, il gioco non vale certamente la candela.
Se le linee in fase di attuazione sottolineano l'importanza dell'asse nord/sud - le linee TGV in fase di realizzazione collegheranno Parigi al sud della Francia - la Torino-Lione viene relegata tra i progetti a data da destinarsi. Anche perché posizionata sulla direttrice est/ovest, il celeberrimo quanto inconsistente Corridoio 5, abbandonata come ipotesi d'investimento commerciale sia dal Portogallo che dall'Ucraina.
Il problema dei costi e dei conseguenti fondi è in verità comune a tutti i Paesi interessati dal Corridoio 5, l'Italia ha però deciso di affrontarlo a testa bassa, impegnandosi con il governo Monti a finanziare comunque il progetto (ben poco modificato) dell'alta capacità. Anche per l'attuale governo “delle larghe intese” la Tav s'ha da fare a qualsiasi costo: il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi, solo due mesi fa, assicurava che la ratifica degli accordi con i cugini d'oltralpe era ormai una formalità e che i lavori sarebbero cominciati “senza ulteriori tentennamenti”.
Ma l'accelerazione caldeggiata dagli irriducibili del SiTav deve ora fare i conti con le conclusioni cui sono arrivate le istituzioni francesi. Entro il prossimo 10 luglio, infatti, la commissione esteri dell’Assemblée Nationale dovrà decidere se approvare, modificare o rifiutare l’intesa con l'Italia - oltralpe, evidentemente, il mantra “ce lo chiede l'Europa” non funziona - e, se queste sono le premesse, è quasi scontato che la Francia verrà meno a quanto promesso fino ad ora e rimanderà ogni decisione sulla Torino-Lione a dopo il 2030, quando il progetto originale compierà 36 anni.
I reati contestati sono principalmente di danneggiamento, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ma nei giorni scorsi sono arrivati anche avvisi di garanzia per stalking. Il reato solitamente connesso al femminicidio è stato applicato a quattro attivisti NoTav, tra cui Lele Rizzo di Askatasuna e l'avvocato Pierpaolo Pittavino, accusati di aver minacciato un operaio impiegato in una delle ditte presenti al (non) cantiere di Chiomonte.
In Italia le istituzioni tutte, dal Parlamento alla polizia fino alla magistratura, sono evidentemente impegnate ad avvallare ad ogni costo - anche minacciando di applicare la legge Reale - il progetto della Torino-Lione. Ora che la Francia pare fare un passo indietro quali saranno le “ragioni imprescindibili” che motiveranno la realizzazione della ferrovia? Di una linea ad alta velocità Torino-Bardonecchia il Paese non ha certo bisogno, la Valsusa meno che mai.
Fonte
Si dimettono i vertici dello IOR
Cadono i vertici dello Ior dopo il clamoroso arresto di monsignor Nunzio Scarano. Il direttore generale della banca del Vaticano, Paolo Cipriani, e il suo vice, Massimo Tulli, hanno
rassegnato le dimissioni, accettate oggi dalla Commissione dei
cardinali e dal board di sovrintendenza. Entrambi sono indagati della
Procura di Roma dal 2010 nella vicenda dei 23 milioni di euro
sequestrati per sospetta violazione delle norme anti-riciclaggio,
ma né il vecchio né il nuovo Pontefice – fino ad ora – avevano pensato
di rimuoverli. Le funzioni di direttore generale dell’Istituto, come ha
reso noto la sala stampa vaticana, sono state assunte ad interim dal
presidente Ernst von Freyberg.
Le intercettazioni degli investigatori hanno mostrato quanto stretto fosse il legame di Scarano con Tulli, che chiamava spesso, dandogli del tu. Scarano aveva contatti frequenti anche con Cipriani, indagato in un altro capitolo dell’inchiesta sulla gestione dell’Istituto per le opere religiose. “Te li faccio partire dal Vaticano”, disse, riferendosi alla necessità di far rientrare dalla Svizzera alcuni soldi che secondo l’accusa sono riconducibili agli armatori napoletani Paolo, Maurizio e Cesare D’Amico, anche loro coinvolti nell’inchiesta.
Una decisione, quella di Cipriani e Tulli, a cui non è di certo estraneo il volere dello stesso Papa Francesco, che tra le priorità del suo pontificato ha quella di condurre lo Ior su una via di totale trasparenza, priva di ombre. E anche l’inchiesta in corso che ha portato all’arresto di Scarano, insieme a un ex agente dei servizi e a un broker finanziario, non ha fatto che accelerare i ricambi. Per quanto riguarda le dimissioni di Cipriani e di Tulli, l’Autorità di Informazione Finanziaria “è stata informata”. Mentre la Commissione speciale nominata mercoledì scorso da Bergoglio per acquisire le informazioni necessarie alla riforma dello Ior, con a capo il card. Raffaele Farina, “ha preso atto di questa decisione”.
In attesa di quello che sarà il riassetto definitivo, sale intanto nell’organigramma dello Ior il peso degli uomini della Promontory, la società di consulenza finanziaria e anti-riciclaggio che dal maggio scorso collabora con l’Istituto, anche per quanto riguarda il controllo dei rapporti con i clienti. Von Freyberg sarà infatti coadiuvato da Rolando Marranci in qualità di vice direttore e da Antonio Montaresi nella nuova posizione di chief risk officer con la responsabilità di compliance e progetti speciali. Entrambi vantano esperienze di alto livello in banche a Londra e negli Stati Uniti.
“A nome del Consiglio di Sovrintendenza ringrazio il sig. Cipriani e il sig. Tulli per la dedizione personale manifestata nel corso degli anni”, ha dichiarato Von Freyberg. “Sono lieto della nomina di Rolando Marranci e Antonio Montaresi in quanto eccellenti professionisti”, ha aggiunto. “Dal 2010 lo Ior e la sua Direzione hanno lavorato seriamente per portare le strutture e i procedimenti in linea con gli standard internazionali di lotta al riciclaggio di denaro. Sebbene siamo grati per i risultati conseguiti, oggi è chiaro che abbiamo bisogno di una nuova direzione per accelerare il ritmo di questo processo di trasformazione. I progressi fatti sono in gran parte dovuti al sostegno continuo degli organismi di governo dell’Istituto e del suo personale”. Le dimissioni di Cipriani, negli ambienti d’Oltretevere, erano in qualche modo attese: già sabato scorso, a quanto si apprende, il dg aveva riconsegnato la sua auto di servizio.
Il Consiglio di Sovrintendenza ha intanto già avviato una procedura di selezione per nominare a breve un nuovo direttore generale e un vice. Von Freyberg ha inoltre chiesto a Elizabeth McCaul e a Raffaele Cosimo, dirigenti proprio della Promontory, di fungere da Senior Advisors per la gestione dell’Istituto, “data la loro grande competenza ed esperienza”. Nell’opera di revisione e di ricambio avviata da papa Francesco, prima di tutto nell’ambito delle strutture finanziarie vaticane, con Cipriani e Tulli “cadono” dunque le prime teste. Intanto domani si riunirà anche il consiglio “dei 15”, quello dei cardinali chiamati a supervisionare le questione economiche della Santa Sede, che proprio domani dovranno approvare il bilancio 2012.
Fonte
Va a finire che il Vaticano diverrà più progressista dello Stato Italiano.
Le intercettazioni degli investigatori hanno mostrato quanto stretto fosse il legame di Scarano con Tulli, che chiamava spesso, dandogli del tu. Scarano aveva contatti frequenti anche con Cipriani, indagato in un altro capitolo dell’inchiesta sulla gestione dell’Istituto per le opere religiose. “Te li faccio partire dal Vaticano”, disse, riferendosi alla necessità di far rientrare dalla Svizzera alcuni soldi che secondo l’accusa sono riconducibili agli armatori napoletani Paolo, Maurizio e Cesare D’Amico, anche loro coinvolti nell’inchiesta.
Una decisione, quella di Cipriani e Tulli, a cui non è di certo estraneo il volere dello stesso Papa Francesco, che tra le priorità del suo pontificato ha quella di condurre lo Ior su una via di totale trasparenza, priva di ombre. E anche l’inchiesta in corso che ha portato all’arresto di Scarano, insieme a un ex agente dei servizi e a un broker finanziario, non ha fatto che accelerare i ricambi. Per quanto riguarda le dimissioni di Cipriani e di Tulli, l’Autorità di Informazione Finanziaria “è stata informata”. Mentre la Commissione speciale nominata mercoledì scorso da Bergoglio per acquisire le informazioni necessarie alla riforma dello Ior, con a capo il card. Raffaele Farina, “ha preso atto di questa decisione”.
In attesa di quello che sarà il riassetto definitivo, sale intanto nell’organigramma dello Ior il peso degli uomini della Promontory, la società di consulenza finanziaria e anti-riciclaggio che dal maggio scorso collabora con l’Istituto, anche per quanto riguarda il controllo dei rapporti con i clienti. Von Freyberg sarà infatti coadiuvato da Rolando Marranci in qualità di vice direttore e da Antonio Montaresi nella nuova posizione di chief risk officer con la responsabilità di compliance e progetti speciali. Entrambi vantano esperienze di alto livello in banche a Londra e negli Stati Uniti.
“A nome del Consiglio di Sovrintendenza ringrazio il sig. Cipriani e il sig. Tulli per la dedizione personale manifestata nel corso degli anni”, ha dichiarato Von Freyberg. “Sono lieto della nomina di Rolando Marranci e Antonio Montaresi in quanto eccellenti professionisti”, ha aggiunto. “Dal 2010 lo Ior e la sua Direzione hanno lavorato seriamente per portare le strutture e i procedimenti in linea con gli standard internazionali di lotta al riciclaggio di denaro. Sebbene siamo grati per i risultati conseguiti, oggi è chiaro che abbiamo bisogno di una nuova direzione per accelerare il ritmo di questo processo di trasformazione. I progressi fatti sono in gran parte dovuti al sostegno continuo degli organismi di governo dell’Istituto e del suo personale”. Le dimissioni di Cipriani, negli ambienti d’Oltretevere, erano in qualche modo attese: già sabato scorso, a quanto si apprende, il dg aveva riconsegnato la sua auto di servizio.
Il Consiglio di Sovrintendenza ha intanto già avviato una procedura di selezione per nominare a breve un nuovo direttore generale e un vice. Von Freyberg ha inoltre chiesto a Elizabeth McCaul e a Raffaele Cosimo, dirigenti proprio della Promontory, di fungere da Senior Advisors per la gestione dell’Istituto, “data la loro grande competenza ed esperienza”. Nell’opera di revisione e di ricambio avviata da papa Francesco, prima di tutto nell’ambito delle strutture finanziarie vaticane, con Cipriani e Tulli “cadono” dunque le prime teste. Intanto domani si riunirà anche il consiglio “dei 15”, quello dei cardinali chiamati a supervisionare le questione economiche della Santa Sede, che proprio domani dovranno approvare il bilancio 2012.
Fonte
Va a finire che il Vaticano diverrà più progressista dello Stato Italiano.
01/07/2013
Fuoco sulle pensioni, parte l'attacco finale
Il governo prepara per settembre una nuova offensiva contro il sistema pensionistico. La logica della nuova "riforma" spiegata anche a chi non sa nulla di pensioni. E forse non l'avrà mai.
Com'è stato subito chiaro, anche questo governo – per ridurre la spesa pubblica – lavora sulle tre voci del bilancio di più grandi dimensioni: scuola, sanità, ma soprattutto pensioni. L'idea fissa è quella di arrivare a eliminarle del tutto, e quindi c'è un bel po' di rammarico per il fatto che solo un quarto dei lavoratori ha abboccato – negli anni scorsi – alla bufala speculativa dei “fondi pensione privati”.
Ora vogliono andare più a fondo. Ma come, non è stata sufficiente neanche la criminale “riforma Fornero”? No, ci dicono ora. Del resto, se l'obiettivo è quello di toglierle, neanche quella poteva bastare.
Bisogna a questo punto ringraziare il quotidiano di Confindustria, che ha riassunto in undici brevissime schede obiettivi di bilancio del governo attuale e “idee” da trasformare in decreti legge entro settembre. Proviamo a rivelare la materia reale dietro le aride formule verbali, spesso contorte dalla necessità di presentare come “positive” delle ipotesi che potrebbero rivelarsi mortali per la maggior parte dei cittadini a reddito fisso.
I nostri commenti sono in corsivo.
*****
Pensioni, ecco come il Governo vuole cambiarle e perché la riforma Fornero non basta più
Dalla «flessibilità» con penalizzazioni per chi esce dal lavoro prima dei 66 anni al super-prelievo sui guadagni alti, torna in attività il cantiere delle riforme su previdenza e Fisco
1. Pensioni e stipendi: penalità e contributi in arrivo
Flessibilità. È questa la parola d'ordine che guida il lavoro del Governo e della maggioranza sulla riforma delle pensioni, e che sembra destinata a sfociare a settembre in un esame di riparazione della riforma Fornero. Nelle esigenze di «flessibilità» ci sono appunto le ragioni per tornare sul tema: i risparmi (consistenti ma teorici) prodotti dalla riforma dipendono dall'innalzamento automatico dei requisiti, che però si scontra con le esigenze delle imprese e degli stessi lavoratori.
Redazione. Prima rilevazione: la teoria (neocapitalista e ultraliberista) si scontra con la realtà che pretende di descrivere e addirittura governare. Quindi il fallimento è già inscritto in questo tentativo. Miss Fornero ha messo giù una serie di "meccanismi automatici”, quindi rigidi, che si scontrano con la concreta esigenza delle imprese. Il Sole ci aggiunge i lavoratori, per equità. Se sottolineasse come una serie di professioni e attività non sono più praticabili a una certa età farebbe opera più utile. Ma il datore di lavoro – Confindustria – si incazzerebbe molto.
2. Misure anticrisi
Le aziende sono alle prese spesso con processi di ristrutturazione necessari a snellire la struttura e ringiovanire gli organici, anche per fare fronte in modo più flessibile a processi produttivi in grado di mantenere margini anti-crisi, ma si sono viste sfilare il primo strumento da utilizzare a questo scopo: l'uscita anticipata dei lavoratori attraverso incentivi e scivoli in grado di accompagnare l'interessato al traguardo previdenziale.
Red. Ed ecco qua la realtà nuda e cruda: le imprese vogliono cacciare i lavoratori “anziani”. I motivi sono espliciti: costano troppo (perché assunti in altre epoche, con regole contrattuali più favorevoli, in quanto frutto di un ciclo decennale di lotte), hanno ancora qualche diritto, ecc. E in determinati lavori “usuranti”, o semplicemente di fatica bruta, rendono meno con l'avanzare dell'età. Le imprese vogliono perciò sostituirli con ragazzi assunti con contratti precari, quindi ricattabili sia sul piano salariale che su quello delle condizioni di lavoro (sicurezza, inquinamento, ritmi, orari, straordinari, festivi, notturni, ecc). Ma hanno problemi perché non dispongono più di quegli strumenti – quelli sì “flessibili” - che consentivano di metterli fuori accollando contemporaneamente allo Stato l'onere di garantirne la sopravvivenza (ammortizzatori sociali, incentivi, “scivoli”, contribuzione figurativa per il periodo residuo di non lavoro, ecc). L'unica strada per “scaricare” i vecchi lavoratori sarebbe per loro dichiarare lo “stato di crisi”, scaricando sulla cassa integrazione i costi del personale. Purtroppo per loro, ma giustamente, se fanno questo non possono assumere i giovani da spremere. Quindi chiedono “flessibilità” su questo punto...
3. Il nodo «esodati»
Chi aveva attuato queste misure prima della riforma ha finito per creare gli «esodati», cioè i lavoratori che avevano siglato accordi con le aziende per un accompagnamento verso una pensione che però si è spostata improvvisamente in avanti, aprendo degli squarci temporali in cui il lavoratore restava senza reddito e senza pensione. Con diversi decreti il Governo (Monti) è intervenuto in più puntate per «salvaguardare» gli esodati, ma non tutti sono stati ancora abbracciati da queste misure (circa 130mila sono le persone coinvolte, ma le diverse stime misurano una platea che in qualche calcolo arriva a 350mila persone) e soprattutto molte imprese devono ancora avviare processi di ristrutturazione, con il rischio di creare nuovi «esodandi»: che altro non sono se non nuovi lavoratori che escono dal processo produttivo (e dalle tutele reddituali) troppo tempo prima di raggiungere i traguardi previdenziali inaspriti dalla riforma Fornero.
Red. L'esempio pratico è già sotto gli occhi, non serve mica fare un'analisi predittiva... La stupidata fatta con la Fornero in via Flavia non è stata ancora “ricucita”, nonostante vari interventi mirati. Per metterci effettivo riparo servono soldi (pubblici, ma guarda un po'), e in proporzione con una “platea” di cui si sono sempre – e volutamente – sottostimate le dimensioni per ridurre anche la portata della cretinata fatta. O meglio, per non far agitare più di quanto non sia già accaduto i lavoratori ”quasi pensionandi” che non hanno ancora realizzato quali pericoli si stiano addensando sulla loro testa.
4. I progetti in campo
Per questa ragione maggioranza e governo stanno studiando dei ritocchi, che devono affrontare una doppia sfida: garantire la possibilità a imprese e lavoratori di affrontare processi di ristrutturazione senza rimanere in mezzo al guado, e non mettere in pericolo una quota eccessiva dei risparmi garantiti per i prossimi anni dalla riforma Fornero, e che ammontano a 80 miliardi di euro nel solo periodo 2011-2021. Proprio questo secondo aspetto, va detto subito, appare il punto debole delle varie misure che gli esperti di Pd e Pdl stanno componendo in vista dell'appuntamento di settembre.
Red. Non esistono misure a costo zero, specialmente in questo campo. I “risparmi” promessi dalla riforma Fornero sono stati ormai contabilizzati nei futuri bilanci e su questo si è ottenuto l'approvazione della Troika. Qualsiasi “flessibilizzazione” delle forme di uscita dei lavoratori verso la pensione ha un costo (pubblico, ancora una volta). Botte piena (per le imprese) e moglie ubriaca (i conti pubblici) non vanno più insieme. Tutti quelli che hanno sparso promesse ai (sempre meno) elettori sono ora nella bratta.
5. Flessibilità
È questa, appunto, l'idea-guida delle proposte di riforma, che riprendono meccanismi già pensati in passato per provare a coniugare i parametri rigidi della legge Fornero con l'esigenza di imprese e lavoratori di garantire una previdenza «anticipata». Il principio è semplice, e sviluppa un nucleo già contenuto nella riforma del 2011: è possibile andare in pensione prima dei 66 anni (e un numero di mesi crescente con l'adeguamento automatico dei mesi alla speranza di vita media degli italiani), ma chi sceglie questa strada deve pagare pegno con una penalizzazione, mentre chi rimane al lavoro anche dopo il raggiungimento dell'«età pensionabile» potrà godere di un assegno maggiorato.
Red. La soluzione “ottimale” resta dunque quella di un'ulteriore “alleggerimento” dei rendimenti pensionistici per i lavoratori che escono. Non bastano tutti gli aumenti dell'età pensionabile, né le riduzioni degli assegni futuri, né il “congelamento” di quelle attuali che superino (al lordo) di cinque volte la pensione minima. “Bisogna” limare ancora la pensione di quanti saranno obbligati ad andarci. Il meccanismo perverso è chiaro: se si va in pensione prima dei 66 anni, ti verrà decurtato l'assegno di una certa percentuale per ogni anno. Qualcuno ci aggiunge anche – come per gli statali – il calcolo fatto con il metodo “contributivo” al posto di quello “retributivo” (ancora in vigore per i lavoratori che avevano 18 anni di contributi nel 1996) ai fini della liquidazione.
La domanda ancora in piedi è una sola: l'uscita sarà “volontaria” o “obbligatoria”?
6. I tagli allo studio
Tradotto in cifre, l'ipotesi di base a cui la maggioranza sta lavorando è quella di tagliare dell'8% l'assegno di chi lascia a 62 anni, del 6% quello di chi lavora fino a 63 anni, del 4% il conto di chi va in pensione a 64 e così via, fino alla neutralità di chi "sceglie" le regole generali e lascia l'ufficio a 66 anni. In modo speculare, chi lavora fino a 67 anni (più, come sempre, i mesi aggiuntivi dettati dall'adeguamento automatico) potrebbe avere un bonus del 2%, che sale al 4% per chi rimane al lavoro fino a 68 anni e così via fino all'8% riconosciuto a chi inizia a riposarsi a 70 anni. Semplice, no? Ma le controindicazioni non sono poche.
Red. Il calcolo è impietoso. In quali mestieri si può restare al lavoro fino a 66 anni? Non molti, a conti fatti. E comunque pochissimi nel lavoro dipendente (inutile, deviante, da bastardi, fare esempi presi dalle “libere professioni”, come avvocati, architetti, ecc). Una maestra d'asilo di 70 anni vi sembra possibile? E un macchinista di treni, un autista d'autobus urbano, un pilota d'aerei, una hostess? Per no parlare ovviamente degli operai in fonderia o alla catena di montaggio...
Questi numeri andrebbero insomma tradotti in vita vissuta. E apparirebbero per quel che sono: progetti di sterminio su vasta scala. Come nella Russia post-sovietica.
7. I problemi: i conti statali...
Le difficoltà, appunto, si nascondono nei bilanci, sia in quelli dello Stato sia in quelli dei lavoratori interessati. I primi possono apparire lontani, ma l'esperienza degli ultimi anni ha insegnato che la condizione dei conti pubblici ha influenza diretta sulla vita quotidiana di lavoratori e contribuenti. Da questo punto di vista, l'interrogativo principale è legato al fatto che una penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali. Su ogni stipendio, azienda e lavoratore pagano un'aliquota complessiva del 33%, per cui se l'uscita anticipata (e la conseguente fine dei versamenti) non è accompagnata dalla creazione di nuovi posti di lavoro, i saldi previdenziali peggiorano e quindi occorre trovare una copertura aggiuntiva. Un ostacolo non da poco, come mostrano le travagliate vicende delle ultime settimane per la ricerca dei finanziamenti per un solo miliardo di euro destinato a finanziare il rinvio trimestrale dell'Iva.
Red. Qui il gioco solito delle imprese e dei governi che le hanno sempre coccolate mostra la corda. Entro le regole di Maastricht e quelle del prossimo Fiscal Compact, non è più possibile addebitare allo Stato – ovvero a questa specie di amministrazione “provinciale” sotto il bastone della Ue – i costi economici degli ammortizzatori sociali. Specie se, come sta avvenendo ormai da anni, le stesse imprese (una quota rilevante di esse) preferisce delocalizzare l'attività in altri paesi, contribuendo in modo determinante a mandare in recessione il paese. E se la “crescita” non c'è non ci sono nemmeno i contributi previdenziali; quindi non si può pagare un numero crescente di pensioni. Senza contare che la “penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali”; e forse nemmeno a convincerlo a lasciare prima il lavoro. E allora?
8. ...e quelli dei lavoratori
Anche dal punto di vista della finanza "personale", i nodi non sono semplici da sciogliere. Proprio a seguito della riforma Fornero del 2011, tutti i trattamenti sono influenzati in maniera più o meno profonda dal numero di anni di contribuzione. Merito del metodo di calcolo contributivo «pro-rata», che anche per i lavoratori con un'anzianità maggiore conteggia gli anni post-riforma in base al principio «tanto versi-tanto ricevi». L'estensione del metodo contributivo nel tempo abbassa di per sé il «tasso di sostituzione», cioè il rapporto percentuale fra l'ultimo stipendio e il primo assegno previdenziale. In sostanza, come mostrano i periodici monitoraggi condotti dalla Ragioneria generale dello Stato, le pensioni si abbassano nel tempo a causa dei nuovi meccanismi di calcolo dell'assegno, e soprattutto per gli autonomi e per chi ha lavori discontinui il rapporto fra ultimo stipendio e prima pensione potrà arrivare anche al 40-60%: su questa base, l'applicazione di ulteriori penalizzazioni non è certo indolore.
Red. Quindi ha perfettamente senso parlare di “disegno di sterminio su vasta scala”. E non ha assolutamente senso accettare la divisione – indotta dagli stessi criminali che stanno smantellando il sistema – tra chi è già andato in pensione, chi ci dovrà andare nei prossimi anni e chi ci andrà in un futuro lontano. La loro idea è infatti di ridurre al minimo e anche meno le pensioni per tutti. Gli strumenti per farlo sono già in azione: niente più “adeguamento” (recupero parziale rispetto all'inflazione) per quelle in essere, “metodo contributivo” per quelle in essere e a venire, precarietà come formula di vita. Ovvero fine precoce della vita stessa, per la maggioranza della popolazione.
9. Le pensioni «d'oro»
Anche per questo, torna d'attualità l'eterno dibattito sulle pensioni «d'oro», cioè sugli assegni superiori a una certa cifra (ognuno colloca dove meglio crede l'asticella da cui parte il trattamento aureo) che una recente sentenza della Corte costituzionale ha salvato da ogni prelievo aggiuntivo. I giudici delle leggi (sentenza 116/2013) hanno cancellato il «contributo di solidarietà» che chiedeva il 5% delle quote di pensione superiore a 90mila euro, il 10% di quelle superiori a 150mila e il 15% della parte che supera i 200mila euro. La Consulta, con un ragionamento analogo a quello con cui aveva cancellato un simile contributo di solidarietà sugli stipendi dei manager pubblici, ha negato la legittimità costituzionale del meccanismo, perché per la nostra Carta fondamentale (articolo 53) ogni reddito è uguale e ciascuno paga in proporzione alla propria «capacità contributiva», a prescindere dal fatto che i guadagni derivino da rapporti di lavoro (pubblici o privati) o da pensione.
Red. Qui ci sarebbe poco da dire. Sembra logico, anche se complicato sul piano giuridico, pretendere che più prende – anche di pensione – contribuisca in proporzione a tamponare una situazione difficile. È invece stupefacente – ma non sorprendente – che siano le categorie pubbliche in assoluto più privilegiate (magistrati e grand commis) a farsi scudo con quelle tutele Costituzionali che per le categorie a basso reddito vengono considerate ormai “da superare”.
10. Il contributo di solidarietà
Dal punto di vista della finanza pubblica, la questione è tutto sommato secondaria, visto che il contributo di solidarietà sulle pensioni dava 84 milioni all'anno ai conti dello Stato. Il nodo politico però è evidente, perché praticamente tutti i partiti si dicono favorevoli a imporre un sacrificio aggiuntivo sulle pensioni più alte, soprattutto se si tradurrà in pratica il taglio generale per chi va in pensione prima dei 66 anni. Per superare le obiezioni costituzionali, però, bisogna intervenire su tutti i redditi sopra un certo livello, come ha prospettato nei giorni scorsi il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell'Aringa in Parlamento.
11. La platea possibile
La strada più semplice, già emersa in passato, sarebbe quella di un'aliquota aggiuntiva su chi dichiara un reddito superiore a una certa soglia: volendo assumere i 90mila euro lordi annui a cui si riferivano i vecchi contributi di solidarietà, una misura di questo tipo potrebbe incidere più o meno pesantemente su 555mila persone, cioè l'1,35% dei contribuenti italiani.
Red. Stupefacente, per chiudere, è solo il numero degli italiani che “confessano” di essere benestanti. Questo non è un problema della “politica” (anche, ma non solo). Questo è un problema di classi dominanti. Fetenti, evasori, ladri, bugiardi... barricati dietro le “forze dell'ordine” a pretendere che la “legalità” sia rispettata – soltanto – da quelli che stanno sotto. Pretendono insomma di avere una "protezione fisica" senza neppure pagarne il costo, anzi, addebitandocelo.
Fonte
Com'è stato subito chiaro, anche questo governo – per ridurre la spesa pubblica – lavora sulle tre voci del bilancio di più grandi dimensioni: scuola, sanità, ma soprattutto pensioni. L'idea fissa è quella di arrivare a eliminarle del tutto, e quindi c'è un bel po' di rammarico per il fatto che solo un quarto dei lavoratori ha abboccato – negli anni scorsi – alla bufala speculativa dei “fondi pensione privati”.
Ora vogliono andare più a fondo. Ma come, non è stata sufficiente neanche la criminale “riforma Fornero”? No, ci dicono ora. Del resto, se l'obiettivo è quello di toglierle, neanche quella poteva bastare.
Bisogna a questo punto ringraziare il quotidiano di Confindustria, che ha riassunto in undici brevissime schede obiettivi di bilancio del governo attuale e “idee” da trasformare in decreti legge entro settembre. Proviamo a rivelare la materia reale dietro le aride formule verbali, spesso contorte dalla necessità di presentare come “positive” delle ipotesi che potrebbero rivelarsi mortali per la maggior parte dei cittadini a reddito fisso.
I nostri commenti sono in corsivo.
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Pensioni, ecco come il Governo vuole cambiarle e perché la riforma Fornero non basta più
Dalla «flessibilità» con penalizzazioni per chi esce dal lavoro prima dei 66 anni al super-prelievo sui guadagni alti, torna in attività il cantiere delle riforme su previdenza e Fisco
1. Pensioni e stipendi: penalità e contributi in arrivo
Flessibilità. È questa la parola d'ordine che guida il lavoro del Governo e della maggioranza sulla riforma delle pensioni, e che sembra destinata a sfociare a settembre in un esame di riparazione della riforma Fornero. Nelle esigenze di «flessibilità» ci sono appunto le ragioni per tornare sul tema: i risparmi (consistenti ma teorici) prodotti dalla riforma dipendono dall'innalzamento automatico dei requisiti, che però si scontra con le esigenze delle imprese e degli stessi lavoratori.
Redazione. Prima rilevazione: la teoria (neocapitalista e ultraliberista) si scontra con la realtà che pretende di descrivere e addirittura governare. Quindi il fallimento è già inscritto in questo tentativo. Miss Fornero ha messo giù una serie di "meccanismi automatici”, quindi rigidi, che si scontrano con la concreta esigenza delle imprese. Il Sole ci aggiunge i lavoratori, per equità. Se sottolineasse come una serie di professioni e attività non sono più praticabili a una certa età farebbe opera più utile. Ma il datore di lavoro – Confindustria – si incazzerebbe molto.
2. Misure anticrisi
Le aziende sono alle prese spesso con processi di ristrutturazione necessari a snellire la struttura e ringiovanire gli organici, anche per fare fronte in modo più flessibile a processi produttivi in grado di mantenere margini anti-crisi, ma si sono viste sfilare il primo strumento da utilizzare a questo scopo: l'uscita anticipata dei lavoratori attraverso incentivi e scivoli in grado di accompagnare l'interessato al traguardo previdenziale.
Red. Ed ecco qua la realtà nuda e cruda: le imprese vogliono cacciare i lavoratori “anziani”. I motivi sono espliciti: costano troppo (perché assunti in altre epoche, con regole contrattuali più favorevoli, in quanto frutto di un ciclo decennale di lotte), hanno ancora qualche diritto, ecc. E in determinati lavori “usuranti”, o semplicemente di fatica bruta, rendono meno con l'avanzare dell'età. Le imprese vogliono perciò sostituirli con ragazzi assunti con contratti precari, quindi ricattabili sia sul piano salariale che su quello delle condizioni di lavoro (sicurezza, inquinamento, ritmi, orari, straordinari, festivi, notturni, ecc). Ma hanno problemi perché non dispongono più di quegli strumenti – quelli sì “flessibili” - che consentivano di metterli fuori accollando contemporaneamente allo Stato l'onere di garantirne la sopravvivenza (ammortizzatori sociali, incentivi, “scivoli”, contribuzione figurativa per il periodo residuo di non lavoro, ecc). L'unica strada per “scaricare” i vecchi lavoratori sarebbe per loro dichiarare lo “stato di crisi”, scaricando sulla cassa integrazione i costi del personale. Purtroppo per loro, ma giustamente, se fanno questo non possono assumere i giovani da spremere. Quindi chiedono “flessibilità” su questo punto...
3. Il nodo «esodati»
Chi aveva attuato queste misure prima della riforma ha finito per creare gli «esodati», cioè i lavoratori che avevano siglato accordi con le aziende per un accompagnamento verso una pensione che però si è spostata improvvisamente in avanti, aprendo degli squarci temporali in cui il lavoratore restava senza reddito e senza pensione. Con diversi decreti il Governo (Monti) è intervenuto in più puntate per «salvaguardare» gli esodati, ma non tutti sono stati ancora abbracciati da queste misure (circa 130mila sono le persone coinvolte, ma le diverse stime misurano una platea che in qualche calcolo arriva a 350mila persone) e soprattutto molte imprese devono ancora avviare processi di ristrutturazione, con il rischio di creare nuovi «esodandi»: che altro non sono se non nuovi lavoratori che escono dal processo produttivo (e dalle tutele reddituali) troppo tempo prima di raggiungere i traguardi previdenziali inaspriti dalla riforma Fornero.
Red. L'esempio pratico è già sotto gli occhi, non serve mica fare un'analisi predittiva... La stupidata fatta con la Fornero in via Flavia non è stata ancora “ricucita”, nonostante vari interventi mirati. Per metterci effettivo riparo servono soldi (pubblici, ma guarda un po'), e in proporzione con una “platea” di cui si sono sempre – e volutamente – sottostimate le dimensioni per ridurre anche la portata della cretinata fatta. O meglio, per non far agitare più di quanto non sia già accaduto i lavoratori ”quasi pensionandi” che non hanno ancora realizzato quali pericoli si stiano addensando sulla loro testa.
4. I progetti in campo
Per questa ragione maggioranza e governo stanno studiando dei ritocchi, che devono affrontare una doppia sfida: garantire la possibilità a imprese e lavoratori di affrontare processi di ristrutturazione senza rimanere in mezzo al guado, e non mettere in pericolo una quota eccessiva dei risparmi garantiti per i prossimi anni dalla riforma Fornero, e che ammontano a 80 miliardi di euro nel solo periodo 2011-2021. Proprio questo secondo aspetto, va detto subito, appare il punto debole delle varie misure che gli esperti di Pd e Pdl stanno componendo in vista dell'appuntamento di settembre.
Red. Non esistono misure a costo zero, specialmente in questo campo. I “risparmi” promessi dalla riforma Fornero sono stati ormai contabilizzati nei futuri bilanci e su questo si è ottenuto l'approvazione della Troika. Qualsiasi “flessibilizzazione” delle forme di uscita dei lavoratori verso la pensione ha un costo (pubblico, ancora una volta). Botte piena (per le imprese) e moglie ubriaca (i conti pubblici) non vanno più insieme. Tutti quelli che hanno sparso promesse ai (sempre meno) elettori sono ora nella bratta.
5. Flessibilità
È questa, appunto, l'idea-guida delle proposte di riforma, che riprendono meccanismi già pensati in passato per provare a coniugare i parametri rigidi della legge Fornero con l'esigenza di imprese e lavoratori di garantire una previdenza «anticipata». Il principio è semplice, e sviluppa un nucleo già contenuto nella riforma del 2011: è possibile andare in pensione prima dei 66 anni (e un numero di mesi crescente con l'adeguamento automatico dei mesi alla speranza di vita media degli italiani), ma chi sceglie questa strada deve pagare pegno con una penalizzazione, mentre chi rimane al lavoro anche dopo il raggiungimento dell'«età pensionabile» potrà godere di un assegno maggiorato.
Red. La soluzione “ottimale” resta dunque quella di un'ulteriore “alleggerimento” dei rendimenti pensionistici per i lavoratori che escono. Non bastano tutti gli aumenti dell'età pensionabile, né le riduzioni degli assegni futuri, né il “congelamento” di quelle attuali che superino (al lordo) di cinque volte la pensione minima. “Bisogna” limare ancora la pensione di quanti saranno obbligati ad andarci. Il meccanismo perverso è chiaro: se si va in pensione prima dei 66 anni, ti verrà decurtato l'assegno di una certa percentuale per ogni anno. Qualcuno ci aggiunge anche – come per gli statali – il calcolo fatto con il metodo “contributivo” al posto di quello “retributivo” (ancora in vigore per i lavoratori che avevano 18 anni di contributi nel 1996) ai fini della liquidazione.
La domanda ancora in piedi è una sola: l'uscita sarà “volontaria” o “obbligatoria”?
6. I tagli allo studio
Tradotto in cifre, l'ipotesi di base a cui la maggioranza sta lavorando è quella di tagliare dell'8% l'assegno di chi lascia a 62 anni, del 6% quello di chi lavora fino a 63 anni, del 4% il conto di chi va in pensione a 64 e così via, fino alla neutralità di chi "sceglie" le regole generali e lascia l'ufficio a 66 anni. In modo speculare, chi lavora fino a 67 anni (più, come sempre, i mesi aggiuntivi dettati dall'adeguamento automatico) potrebbe avere un bonus del 2%, che sale al 4% per chi rimane al lavoro fino a 68 anni e così via fino all'8% riconosciuto a chi inizia a riposarsi a 70 anni. Semplice, no? Ma le controindicazioni non sono poche.
Red. Il calcolo è impietoso. In quali mestieri si può restare al lavoro fino a 66 anni? Non molti, a conti fatti. E comunque pochissimi nel lavoro dipendente (inutile, deviante, da bastardi, fare esempi presi dalle “libere professioni”, come avvocati, architetti, ecc). Una maestra d'asilo di 70 anni vi sembra possibile? E un macchinista di treni, un autista d'autobus urbano, un pilota d'aerei, una hostess? Per no parlare ovviamente degli operai in fonderia o alla catena di montaggio...
Questi numeri andrebbero insomma tradotti in vita vissuta. E apparirebbero per quel che sono: progetti di sterminio su vasta scala. Come nella Russia post-sovietica.
7. I problemi: i conti statali...
Le difficoltà, appunto, si nascondono nei bilanci, sia in quelli dello Stato sia in quelli dei lavoratori interessati. I primi possono apparire lontani, ma l'esperienza degli ultimi anni ha insegnato che la condizione dei conti pubblici ha influenza diretta sulla vita quotidiana di lavoratori e contribuenti. Da questo punto di vista, l'interrogativo principale è legato al fatto che una penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali. Su ogni stipendio, azienda e lavoratore pagano un'aliquota complessiva del 33%, per cui se l'uscita anticipata (e la conseguente fine dei versamenti) non è accompagnata dalla creazione di nuovi posti di lavoro, i saldi previdenziali peggiorano e quindi occorre trovare una copertura aggiuntiva. Un ostacolo non da poco, come mostrano le travagliate vicende delle ultime settimane per la ricerca dei finanziamenti per un solo miliardo di euro destinato a finanziare il rinvio trimestrale dell'Iva.
Red. Qui il gioco solito delle imprese e dei governi che le hanno sempre coccolate mostra la corda. Entro le regole di Maastricht e quelle del prossimo Fiscal Compact, non è più possibile addebitare allo Stato – ovvero a questa specie di amministrazione “provinciale” sotto il bastone della Ue – i costi economici degli ammortizzatori sociali. Specie se, come sta avvenendo ormai da anni, le stesse imprese (una quota rilevante di esse) preferisce delocalizzare l'attività in altri paesi, contribuendo in modo determinante a mandare in recessione il paese. E se la “crescita” non c'è non ci sono nemmeno i contributi previdenziali; quindi non si può pagare un numero crescente di pensioni. Senza contare che la “penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali”; e forse nemmeno a convincerlo a lasciare prima il lavoro. E allora?
8. ...e quelli dei lavoratori
Anche dal punto di vista della finanza "personale", i nodi non sono semplici da sciogliere. Proprio a seguito della riforma Fornero del 2011, tutti i trattamenti sono influenzati in maniera più o meno profonda dal numero di anni di contribuzione. Merito del metodo di calcolo contributivo «pro-rata», che anche per i lavoratori con un'anzianità maggiore conteggia gli anni post-riforma in base al principio «tanto versi-tanto ricevi». L'estensione del metodo contributivo nel tempo abbassa di per sé il «tasso di sostituzione», cioè il rapporto percentuale fra l'ultimo stipendio e il primo assegno previdenziale. In sostanza, come mostrano i periodici monitoraggi condotti dalla Ragioneria generale dello Stato, le pensioni si abbassano nel tempo a causa dei nuovi meccanismi di calcolo dell'assegno, e soprattutto per gli autonomi e per chi ha lavori discontinui il rapporto fra ultimo stipendio e prima pensione potrà arrivare anche al 40-60%: su questa base, l'applicazione di ulteriori penalizzazioni non è certo indolore.
Red. Quindi ha perfettamente senso parlare di “disegno di sterminio su vasta scala”. E non ha assolutamente senso accettare la divisione – indotta dagli stessi criminali che stanno smantellando il sistema – tra chi è già andato in pensione, chi ci dovrà andare nei prossimi anni e chi ci andrà in un futuro lontano. La loro idea è infatti di ridurre al minimo e anche meno le pensioni per tutti. Gli strumenti per farlo sono già in azione: niente più “adeguamento” (recupero parziale rispetto all'inflazione) per quelle in essere, “metodo contributivo” per quelle in essere e a venire, precarietà come formula di vita. Ovvero fine precoce della vita stessa, per la maggioranza della popolazione.
9. Le pensioni «d'oro»
Anche per questo, torna d'attualità l'eterno dibattito sulle pensioni «d'oro», cioè sugli assegni superiori a una certa cifra (ognuno colloca dove meglio crede l'asticella da cui parte il trattamento aureo) che una recente sentenza della Corte costituzionale ha salvato da ogni prelievo aggiuntivo. I giudici delle leggi (sentenza 116/2013) hanno cancellato il «contributo di solidarietà» che chiedeva il 5% delle quote di pensione superiore a 90mila euro, il 10% di quelle superiori a 150mila e il 15% della parte che supera i 200mila euro. La Consulta, con un ragionamento analogo a quello con cui aveva cancellato un simile contributo di solidarietà sugli stipendi dei manager pubblici, ha negato la legittimità costituzionale del meccanismo, perché per la nostra Carta fondamentale (articolo 53) ogni reddito è uguale e ciascuno paga in proporzione alla propria «capacità contributiva», a prescindere dal fatto che i guadagni derivino da rapporti di lavoro (pubblici o privati) o da pensione.
Red. Qui ci sarebbe poco da dire. Sembra logico, anche se complicato sul piano giuridico, pretendere che più prende – anche di pensione – contribuisca in proporzione a tamponare una situazione difficile. È invece stupefacente – ma non sorprendente – che siano le categorie pubbliche in assoluto più privilegiate (magistrati e grand commis) a farsi scudo con quelle tutele Costituzionali che per le categorie a basso reddito vengono considerate ormai “da superare”.
10. Il contributo di solidarietà
Dal punto di vista della finanza pubblica, la questione è tutto sommato secondaria, visto che il contributo di solidarietà sulle pensioni dava 84 milioni all'anno ai conti dello Stato. Il nodo politico però è evidente, perché praticamente tutti i partiti si dicono favorevoli a imporre un sacrificio aggiuntivo sulle pensioni più alte, soprattutto se si tradurrà in pratica il taglio generale per chi va in pensione prima dei 66 anni. Per superare le obiezioni costituzionali, però, bisogna intervenire su tutti i redditi sopra un certo livello, come ha prospettato nei giorni scorsi il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell'Aringa in Parlamento.
11. La platea possibile
La strada più semplice, già emersa in passato, sarebbe quella di un'aliquota aggiuntiva su chi dichiara un reddito superiore a una certa soglia: volendo assumere i 90mila euro lordi annui a cui si riferivano i vecchi contributi di solidarietà, una misura di questo tipo potrebbe incidere più o meno pesantemente su 555mila persone, cioè l'1,35% dei contribuenti italiani.
Red. Stupefacente, per chiudere, è solo il numero degli italiani che “confessano” di essere benestanti. Questo non è un problema della “politica” (anche, ma non solo). Questo è un problema di classi dominanti. Fetenti, evasori, ladri, bugiardi... barricati dietro le “forze dell'ordine” a pretendere che la “legalità” sia rispettata – soltanto – da quelli che stanno sotto. Pretendono insomma di avere una "protezione fisica" senza neppure pagarne il costo, anzi, addebitandocelo.
Fonte
L’assedio a Mursi con scarse vie d’uscita
Hanno agitato il cartellino rosso in centinaia di migliaia, forse un
milione. Go out anziché Irhal per farlo capire Oltreoceano. In 22
milioni dicono d’aver firmato per le dimissioni di Mursi sebbene Hatem
Bagato, vicepresidente dell’Alta Corte Costituzionale, sostenga che il
presidente non può essere dismesso da simili iniziative.
Dalle rivolte di piazza sì, come accadde per Mubarak ed è questa la partita che la composita opposizione cerca di giocare da mesi. Non c’è ancora riuscita perché un’altra parte della nazione sta col presidente democraticamente eletto ed è in questo logorante dialogo fra sordi che l’Egitto si dibatte. E ora combatte. I pur violenti episodi che portano morti, ieri altri quattro, e distruzioni, nuovamente il quartier generale della Brotherhood a Moqqatttam, sono paradossalmente poca cosa rispetto a una crisi tanto lunga dove le ragioni non stanno tutte da una parte.
Il grigiore dei Fratelli, le divisioni dell’opposizione I limiti della gestione Mursi-Qandil risiedono anche nell’approccio burocratico con cui le due grigie figure di partito guidano la nazione. Sono entrambi uomini d’apparato, privi di carisma contro cui a gennaio s’era mosso il potente Al-Shater ma i vertici della Confraternita l’hanno fermato. Eppure la coppia ha intrapreso il non facile compito che ricopre dopo scadenze che l’opposizione tende a sminuire: i netti successi elettorali alle politiche del 2011-2012 e alle presidenziali d’un anno fa. Una leadership dunque legittimata dal voto. Certo il Parlamento ad ampia maggioranza islamica ora è vuoto e va rieletto e magari vedrebbe un assetto differente. Venne sciolto d’autorità dalla Suprema Corte e l’atto originò un primo contrasto col Mursi appena insediato come Capo di Stato. Delle elezioni che si dovevano tenere a primavera 2013 non s’è più parlato, se la situazione non precipiterà si dovrebbe votare in autunno. Ma la stessa opposizione che vuole liberarsi di Mursi non fa nulla per richiederle perché è divisa e teme la verifica dell’urna. La componente più organizzata - che ruota attorno al Fronte di Salvezza Nazionale creato dal post nasseriano Sabbahi e dal duo ElBadadei-Moussa (che i veri ribelli marcati “6 ottobre” considerano rottami dell’era Mubarak) - secondo le proiezioni non raggiungerebbe il 20%. Più di loro hanno attrattiva i veri feloul, che non a caso nella sfida per il potere dell’anno scorso s’erano concentrati su un mubarakiano doc come Shafiq. Costoro rappresentano il fulcro finanziario della contestazione di lungo corso al potere islamico, grazie a imprenditori che pagano iniziative politiche e affarucci loschi come prezzolare i teppisti, quei baltagheyah di cui s’era parlato nei giorni di rivolta contro il raìs e in occasione della strage allo stadio di Port Said. Secondo la Fratellanza sono tornati in azione e rappresentano una delle facce violente del vecchio Egitto. L’altra è quella ideologica gestita dai tycoon di taluni media televisivi che speculano e diffondono falsità su temi religiosi o questioni morali. Una era stata la notizia d’una ipotesi di legge presentata da un deputato islamico sulla possibilità di “coito con la consorte appena defunta” (sic).
Le carenze della Fratellanza Il black out che la dirigenza del FJP ha creato verso la voglia di cambiamento d’una buona fetta della nazione che oggi si ritrova in piazza, un desiderio successivo non solo alla caduta di Mubarak ma ai sedici duri mesi di passaggio delle consegne alla politica da parte della Giunta militare Tantawi, riguarda le tante promesse non mantenute. Sul lavoro che in un anno non ha visto investimenti e segna un’angosciosa disoccupazione, sul miglioramento della vita nelle campagne dove l’approvvigionamento dell’acqua è problematico (e diventerà peggiore con la guerra del Nilo apertasi con la mega diga etiopica), sulle condizioni delle città afflitte da inquinamento e servizi necessari di profondi restyling come la sanità, i trasporti, la nettezza urbana al Cairo. Il giro torna sui finanziamenti, 5 miliardi di dollari promessi da Fmi, Ue e solo parzialmente arrivati, più concreto il Qatar che una parte dei suoi 10 li ha versati seppure in cambio d’ingerenze che non piacciono ai laici. Comunque diversi dei dodici punti con cui il Partito della Libertà e Giustizia aveva stravinto le elezioni non sono stati neppure sfiorati e questo la gente lo vede e lo critica. Tantoché nella famiglia dell’Islam politico, che nel 2012 era 2/3 del Paese, i salafiti hanno guadagnato sui fratelli chiacchieroni ampliando le simpatìe sia con la sigla di Al-Nour, seppure abbia perso figure prestigiose come Abdel Ghafour fondatore d’un nuovo soggetto politico, sia con Al-Gamaa Al-Islamiya. Passi che dovrebbero preoccupare gli oppositori-detrattori della Fratellanza Musulmana molto di più visto che i gruppi fondamentalisti sono i sostenitori d’una vera applicazione della Sh’aria nei costumi interni.
La nuova Costituzione Il nodo, diventato scorsoio, nella vita politica egiziana riguarda appunto la Carta Costituzionale votata e attuata con un’accelerazione contestatissima dall’opposizione. Questa però ha per mesi boicottato l’Assemblea Costituente, ottenendo lo scioglimento d’una prima assise che aveva iniziato a lavorare nella primavera 2012 e fuoriuscendo a quella successiva. La seconda Assemblea era composta in parte da politici per il resto da costituzionalisti, giuristi, studiosi e intellettuali che hanno sottoscritto norme non dissimili da quanto prevedeva la precedente Costituzione del 1971. La finalità d’una Carta che sancisse garanzie per l’intera società egiziana ha trovato contestazioni, da alcuni considerate capziose, da altri vitali per un pluralismo che di fatto stenta a essere accettato dai due fronti. Che appunto pochi giorni dopo il decreto presidenziale che varava la Costituzione hanno iniziato a marciare l’uno contro l’altro e non hanno mai smesso, intervallando i cortei non più di soli slogan ma di bastoni, molotov e fucili. Situazione che si trascina dal 7 dicembre scorso quando la residenza presidenziale di Heliopolis è stata assaltata e per le vie del quartiere è apparsa la guerriglia notturna. Fenomeno ripetuto periodicamente con gli assalti mirati alle sedi del partito di governo. E un allarme sicurezza che pone le Forze Armate come controllori e possibili risolutori d’un conflitto senza uscita. Finora loro, i familiari e la catena imprese alimentar-commerciali che gestiscono non gli ha fatto mancare il cibo in queste giornate d’allarme rosso.
Fonte
Le ultime settimane, a livello internazionale sono state un rimpallo senza precedenti di manifestazioni di dissenso destabilizzante per il globo.
Si era partiti con la Turchia immediatamente seguita da un Brasile che avevamo dimenticato dopo i clamori mediatici del caso Battisti e mi ritrovo ora a sfogliare numerosi articoli circa la recrudescenza degli scontri in un Egitto in subbuglio da mesi ma di cui si leggeva poco e nulla.
Come nel caso dello scandalo a stelle e strisce sulle intercettazioni, anche qui ho cercato di proporre l'analisi della situazione che mi è parsa più puntuale e costruttiva per i non addetti ai lavori come il sottoscritto.
La cronaca più o meno precisa degli eventi non ha bisogno d'essere indicata visto che in queste ore si trova un po' dovunque.
Vale comunque la pena sottolineare anche qui che le giornate d'intensissime manifestazioni di piazza nella terra dei faraoni, hanno condotto l'esercito a inviare a Mursi un ultimatum di 48 ore entro le quali i Fratelli Musulmani sono chiamati a mettere una pezza alle richieste del popolo pena, probabilmente, l'intervento diretto delle forze armate egiziane nella gestione della crisi politica.
Dalle rivolte di piazza sì, come accadde per Mubarak ed è questa la partita che la composita opposizione cerca di giocare da mesi. Non c’è ancora riuscita perché un’altra parte della nazione sta col presidente democraticamente eletto ed è in questo logorante dialogo fra sordi che l’Egitto si dibatte. E ora combatte. I pur violenti episodi che portano morti, ieri altri quattro, e distruzioni, nuovamente il quartier generale della Brotherhood a Moqqatttam, sono paradossalmente poca cosa rispetto a una crisi tanto lunga dove le ragioni non stanno tutte da una parte.
Il grigiore dei Fratelli, le divisioni dell’opposizione I limiti della gestione Mursi-Qandil risiedono anche nell’approccio burocratico con cui le due grigie figure di partito guidano la nazione. Sono entrambi uomini d’apparato, privi di carisma contro cui a gennaio s’era mosso il potente Al-Shater ma i vertici della Confraternita l’hanno fermato. Eppure la coppia ha intrapreso il non facile compito che ricopre dopo scadenze che l’opposizione tende a sminuire: i netti successi elettorali alle politiche del 2011-2012 e alle presidenziali d’un anno fa. Una leadership dunque legittimata dal voto. Certo il Parlamento ad ampia maggioranza islamica ora è vuoto e va rieletto e magari vedrebbe un assetto differente. Venne sciolto d’autorità dalla Suprema Corte e l’atto originò un primo contrasto col Mursi appena insediato come Capo di Stato. Delle elezioni che si dovevano tenere a primavera 2013 non s’è più parlato, se la situazione non precipiterà si dovrebbe votare in autunno. Ma la stessa opposizione che vuole liberarsi di Mursi non fa nulla per richiederle perché è divisa e teme la verifica dell’urna. La componente più organizzata - che ruota attorno al Fronte di Salvezza Nazionale creato dal post nasseriano Sabbahi e dal duo ElBadadei-Moussa (che i veri ribelli marcati “6 ottobre” considerano rottami dell’era Mubarak) - secondo le proiezioni non raggiungerebbe il 20%. Più di loro hanno attrattiva i veri feloul, che non a caso nella sfida per il potere dell’anno scorso s’erano concentrati su un mubarakiano doc come Shafiq. Costoro rappresentano il fulcro finanziario della contestazione di lungo corso al potere islamico, grazie a imprenditori che pagano iniziative politiche e affarucci loschi come prezzolare i teppisti, quei baltagheyah di cui s’era parlato nei giorni di rivolta contro il raìs e in occasione della strage allo stadio di Port Said. Secondo la Fratellanza sono tornati in azione e rappresentano una delle facce violente del vecchio Egitto. L’altra è quella ideologica gestita dai tycoon di taluni media televisivi che speculano e diffondono falsità su temi religiosi o questioni morali. Una era stata la notizia d’una ipotesi di legge presentata da un deputato islamico sulla possibilità di “coito con la consorte appena defunta” (sic).
Le carenze della Fratellanza Il black out che la dirigenza del FJP ha creato verso la voglia di cambiamento d’una buona fetta della nazione che oggi si ritrova in piazza, un desiderio successivo non solo alla caduta di Mubarak ma ai sedici duri mesi di passaggio delle consegne alla politica da parte della Giunta militare Tantawi, riguarda le tante promesse non mantenute. Sul lavoro che in un anno non ha visto investimenti e segna un’angosciosa disoccupazione, sul miglioramento della vita nelle campagne dove l’approvvigionamento dell’acqua è problematico (e diventerà peggiore con la guerra del Nilo apertasi con la mega diga etiopica), sulle condizioni delle città afflitte da inquinamento e servizi necessari di profondi restyling come la sanità, i trasporti, la nettezza urbana al Cairo. Il giro torna sui finanziamenti, 5 miliardi di dollari promessi da Fmi, Ue e solo parzialmente arrivati, più concreto il Qatar che una parte dei suoi 10 li ha versati seppure in cambio d’ingerenze che non piacciono ai laici. Comunque diversi dei dodici punti con cui il Partito della Libertà e Giustizia aveva stravinto le elezioni non sono stati neppure sfiorati e questo la gente lo vede e lo critica. Tantoché nella famiglia dell’Islam politico, che nel 2012 era 2/3 del Paese, i salafiti hanno guadagnato sui fratelli chiacchieroni ampliando le simpatìe sia con la sigla di Al-Nour, seppure abbia perso figure prestigiose come Abdel Ghafour fondatore d’un nuovo soggetto politico, sia con Al-Gamaa Al-Islamiya. Passi che dovrebbero preoccupare gli oppositori-detrattori della Fratellanza Musulmana molto di più visto che i gruppi fondamentalisti sono i sostenitori d’una vera applicazione della Sh’aria nei costumi interni.
La nuova Costituzione Il nodo, diventato scorsoio, nella vita politica egiziana riguarda appunto la Carta Costituzionale votata e attuata con un’accelerazione contestatissima dall’opposizione. Questa però ha per mesi boicottato l’Assemblea Costituente, ottenendo lo scioglimento d’una prima assise che aveva iniziato a lavorare nella primavera 2012 e fuoriuscendo a quella successiva. La seconda Assemblea era composta in parte da politici per il resto da costituzionalisti, giuristi, studiosi e intellettuali che hanno sottoscritto norme non dissimili da quanto prevedeva la precedente Costituzione del 1971. La finalità d’una Carta che sancisse garanzie per l’intera società egiziana ha trovato contestazioni, da alcuni considerate capziose, da altri vitali per un pluralismo che di fatto stenta a essere accettato dai due fronti. Che appunto pochi giorni dopo il decreto presidenziale che varava la Costituzione hanno iniziato a marciare l’uno contro l’altro e non hanno mai smesso, intervallando i cortei non più di soli slogan ma di bastoni, molotov e fucili. Situazione che si trascina dal 7 dicembre scorso quando la residenza presidenziale di Heliopolis è stata assaltata e per le vie del quartiere è apparsa la guerriglia notturna. Fenomeno ripetuto periodicamente con gli assalti mirati alle sedi del partito di governo. E un allarme sicurezza che pone le Forze Armate come controllori e possibili risolutori d’un conflitto senza uscita. Finora loro, i familiari e la catena imprese alimentar-commerciali che gestiscono non gli ha fatto mancare il cibo in queste giornate d’allarme rosso.
Fonte
Le ultime settimane, a livello internazionale sono state un rimpallo senza precedenti di manifestazioni di dissenso destabilizzante per il globo.
Si era partiti con la Turchia immediatamente seguita da un Brasile che avevamo dimenticato dopo i clamori mediatici del caso Battisti e mi ritrovo ora a sfogliare numerosi articoli circa la recrudescenza degli scontri in un Egitto in subbuglio da mesi ma di cui si leggeva poco e nulla.
Come nel caso dello scandalo a stelle e strisce sulle intercettazioni, anche qui ho cercato di proporre l'analisi della situazione che mi è parsa più puntuale e costruttiva per i non addetti ai lavori come il sottoscritto.
La cronaca più o meno precisa degli eventi non ha bisogno d'essere indicata visto che in queste ore si trova un po' dovunque.
Vale comunque la pena sottolineare anche qui che le giornate d'intensissime manifestazioni di piazza nella terra dei faraoni, hanno condotto l'esercito a inviare a Mursi un ultimatum di 48 ore entro le quali i Fratelli Musulmani sono chiamati a mettere una pezza alle richieste del popolo pena, probabilmente, l'intervento diretto delle forze armate egiziane nella gestione della crisi politica.
Banche da salvare. La Ue adotta il "modello Cipro"
Il vertice ufficializza quel che è già avvenuto: a pagare i "salvataggi" saranno azionisti, obbligazionisti e correntisti. Poi anche tutti i cittadini, con tagli al welfare e/o maggiori tasse.
Le prime ore dopo la conclusione di un vertice europeo sono il momento della propaganda. Tutti i partecipanti mettono in evidenza la cosetta che hanno portato a casa, mentre lasciano sullo sfondo la sostanza degli accordi faticosamente raggiunti.
A mente fredda, guardando i testi firmati o leggendo i resoconti dei pochi che ci hanno potuto buttare un occhio, si comprende la vera portata di quanto convenuto.
Il vertice europeo chiuso all'alba di oggi (venerdì 28/06 - nd Re-carbonized) non fa eccezione. Letta se n'è uscito con i soldi in dotazione “per l'occupazione giovanile” e vedremo dopo di cosa si tratta, e soprattutto “se” c'è qualcosa di vero. Ma la vera novità sta nel compromesso raggiunto sul nuovo “modello di salvataggio” delle banche in crisi: si procederà come già fatto nei confronti di Cipro, ovvero arrivando a mettere le mani sui soldi dei correntisti.
Anche qui bisogna distinguere tra propaganda e realtà. La prima canta una canzoncina suadente: “d'ora in poi i primi a pagare saranno i privati, solo dopo interverranno gli stati”. Bene!, si potrebbe dire... Ma non è proprio così.
A pagare per primi, nella misura dell'8% degli attivi dell'istituto di credito, saranno azionisti, obbligazionisti e correntisti. Che gli azionisti paghino le perdite dell'azienda in cui hanno investito è assolutamente normale; lo strano è che venga detto soltanto ora (vuol dire che prima non funzionava così... anzi). Ma già sugli “obbligazionisti” qualche distinguo andrebbe fatto.
Chi sono? Tutti coloro che hanno acquistato “obbligazioni” della banca. Tra questi ci sono certamente fondi di investimento, speculatori finanziari, ecc. Sulle cui perdite nessuno può spendere una lacrima, se non i diretti interessati. Ma ci sono anche quei correntisti “deboli” che hanno magari accettato il consiglio dell'impiegato di banca: “investa qui da noi, nei bond della 'sua' banca; ci guadagnerà qualcosa, o almeno la copertura delle spese di conto corrente”. È una proposta che chiunque abbia un conto in banca (praticamente tutti i lavoratori dipendenti e buona parte dei pensionati, ormai) si è sentito fare, se ha – diciamo – più di 10.000 euro sul conto.
È chiara la trappola? Tutti siamo obbligati ad aprire un conto, altrimenti non ci possono versare lo stipendio o la pensione. Ma se la banca ha fatto “impieghi” o investimenti sbagliati e quindi è sull'orlo del fallimento, e se per caso hai detto sì alla “proposta indecente” dell'impiegato (incentivato a trovare clienti per le obbligazioni di casa, altrimenti lo stipendio resta fermo), rischia di rimetterci anche il correntista “audace” (si fa per dire).
Non è finita. Anche i correntisti “fermi” con depositi oltre i 100.000 euro saranno “sforbiciati” per salvare la banca presso cui hanno avuto la sventura di versare i propri risparmi. Anche qui possiamo distinguere soggetti assai diversi: ci sta il commerciante o l'industriale, lo speculatore non troppo ricco e professionale, ecc. Ma ci possono stare persino dei giovani precari che magari hanno ereditato una casa e l'hanno venduta (un fenomeno che è in crescita, e ancor più lo sarà, grazie alla riduzione delle nascite – molte famiglie hanno avuto un solo figlio, tra gli anni '70 e oggi – e alla precarizzazione totale del lavoro).
La “salvaguardia” pubblica dei conti correnti scatta solo per le cifre inferiori ai 100.000 euro, ma l'applicazione pratica delle modalità viene affidata agli stati nazionali. Così che ci potranno essere “salvataggi” assai differenti da un paese all'altro (non è solo teorica la possibilità che un governo decida di “tosare” anche i conti al di sotto di quella soglia; possiamo pur sempre “vantare” l'esempio di Giuliano Amato e del suo “prelievo forzoso per entrare in Europa”).
Oltre la soglia dell'8% dovranno intervenire gli Stati, anche facendo ricorso al fondo Esm. Piccolo particolare: per accedere ai prestiti di questo fondo i governi nazionali dovranno impegnarsi a una serie di “riforme strutturali” tali da stravolgere gli assetti sociali di un paese, distruggendo un bel po' di più sia il welfare che il sistema sanitario, sia l'istruzione pubblica che la salvaguardia del territorio, ecc. Alla fin fine, il conto del salvataggio viene addebitato ai “soliti noti”, come si usa dire; e non ci troviamo alcuna ragione di soddisfazione nel sapere che in piccola parte cadranno nella tagliola anche “obbligazionisti” e detentori di cifre superiori ai 100.000 euro. Anche perché chi ha cifre superiori potrà cercare di salvarsi moltiplicando i propri conti correnti, diversificando tra più banche, in modo da stare sempre sotto la soglia “garantita”.
Fonte
Le prime ore dopo la conclusione di un vertice europeo sono il momento della propaganda. Tutti i partecipanti mettono in evidenza la cosetta che hanno portato a casa, mentre lasciano sullo sfondo la sostanza degli accordi faticosamente raggiunti.
A mente fredda, guardando i testi firmati o leggendo i resoconti dei pochi che ci hanno potuto buttare un occhio, si comprende la vera portata di quanto convenuto.
Il vertice europeo chiuso all'alba di oggi (venerdì 28/06 - nd Re-carbonized) non fa eccezione. Letta se n'è uscito con i soldi in dotazione “per l'occupazione giovanile” e vedremo dopo di cosa si tratta, e soprattutto “se” c'è qualcosa di vero. Ma la vera novità sta nel compromesso raggiunto sul nuovo “modello di salvataggio” delle banche in crisi: si procederà come già fatto nei confronti di Cipro, ovvero arrivando a mettere le mani sui soldi dei correntisti.
Anche qui bisogna distinguere tra propaganda e realtà. La prima canta una canzoncina suadente: “d'ora in poi i primi a pagare saranno i privati, solo dopo interverranno gli stati”. Bene!, si potrebbe dire... Ma non è proprio così.
A pagare per primi, nella misura dell'8% degli attivi dell'istituto di credito, saranno azionisti, obbligazionisti e correntisti. Che gli azionisti paghino le perdite dell'azienda in cui hanno investito è assolutamente normale; lo strano è che venga detto soltanto ora (vuol dire che prima non funzionava così... anzi). Ma già sugli “obbligazionisti” qualche distinguo andrebbe fatto.
Chi sono? Tutti coloro che hanno acquistato “obbligazioni” della banca. Tra questi ci sono certamente fondi di investimento, speculatori finanziari, ecc. Sulle cui perdite nessuno può spendere una lacrima, se non i diretti interessati. Ma ci sono anche quei correntisti “deboli” che hanno magari accettato il consiglio dell'impiegato di banca: “investa qui da noi, nei bond della 'sua' banca; ci guadagnerà qualcosa, o almeno la copertura delle spese di conto corrente”. È una proposta che chiunque abbia un conto in banca (praticamente tutti i lavoratori dipendenti e buona parte dei pensionati, ormai) si è sentito fare, se ha – diciamo – più di 10.000 euro sul conto.
È chiara la trappola? Tutti siamo obbligati ad aprire un conto, altrimenti non ci possono versare lo stipendio o la pensione. Ma se la banca ha fatto “impieghi” o investimenti sbagliati e quindi è sull'orlo del fallimento, e se per caso hai detto sì alla “proposta indecente” dell'impiegato (incentivato a trovare clienti per le obbligazioni di casa, altrimenti lo stipendio resta fermo), rischia di rimetterci anche il correntista “audace” (si fa per dire).
Non è finita. Anche i correntisti “fermi” con depositi oltre i 100.000 euro saranno “sforbiciati” per salvare la banca presso cui hanno avuto la sventura di versare i propri risparmi. Anche qui possiamo distinguere soggetti assai diversi: ci sta il commerciante o l'industriale, lo speculatore non troppo ricco e professionale, ecc. Ma ci possono stare persino dei giovani precari che magari hanno ereditato una casa e l'hanno venduta (un fenomeno che è in crescita, e ancor più lo sarà, grazie alla riduzione delle nascite – molte famiglie hanno avuto un solo figlio, tra gli anni '70 e oggi – e alla precarizzazione totale del lavoro).
La “salvaguardia” pubblica dei conti correnti scatta solo per le cifre inferiori ai 100.000 euro, ma l'applicazione pratica delle modalità viene affidata agli stati nazionali. Così che ci potranno essere “salvataggi” assai differenti da un paese all'altro (non è solo teorica la possibilità che un governo decida di “tosare” anche i conti al di sotto di quella soglia; possiamo pur sempre “vantare” l'esempio di Giuliano Amato e del suo “prelievo forzoso per entrare in Europa”).
Oltre la soglia dell'8% dovranno intervenire gli Stati, anche facendo ricorso al fondo Esm. Piccolo particolare: per accedere ai prestiti di questo fondo i governi nazionali dovranno impegnarsi a una serie di “riforme strutturali” tali da stravolgere gli assetti sociali di un paese, distruggendo un bel po' di più sia il welfare che il sistema sanitario, sia l'istruzione pubblica che la salvaguardia del territorio, ecc. Alla fin fine, il conto del salvataggio viene addebitato ai “soliti noti”, come si usa dire; e non ci troviamo alcuna ragione di soddisfazione nel sapere che in piccola parte cadranno nella tagliola anche “obbligazionisti” e detentori di cifre superiori ai 100.000 euro. Anche perché chi ha cifre superiori potrà cercare di salvarsi moltiplicando i propri conti correnti, diversificando tra più banche, in modo da stare sempre sotto la soglia “garantita”.
Fonte
Gli Stati Uniti spiano l'ambasciata italiana e al governo Letta sta bene
L'unico governo che ancora non ha protestato con gli Usa per lo
spionaggio dei propri "premier" e diplomatici è l'Italia. Un caso
sublime di servilismo che sembra aver tolto l'uso della parola persino
a dei contafrottole professionali.
Le reazioni delle cancellerie europee sono indignate. Un po' per obbligo formale - nessuno può essere credibile nel chiedere "sacrifici" ai propri cittadini se accetta di essere spiato da quello che riteneva un alleato "liberale e democratico" - un po' perché effettivamente fa incazzare che l'imperatore ti chieda sempre di dargli una mano e intanto con l'altra ti frughi in tasca.
Tanto più se è in corso una "piccola" trattativa sulla costruzione di un mercato comune transatlantico. Qui la politica c'entra un po' meno, ma il business moltissimo. Come fai a fare affari con uno che pretende di sapere prima cosa farai tu, quale prezzo chiederai e quali strategie commerciali vuoi adottare? Si può anche condividere un'ideologia truffaldina, ma insomma, non è che mi puoi fregare e che io debba star zitto.
Litigate tra complici, insomma, sull'entità della parte del bottino. Ma almeno litigate.
Il governo italiano non fa neppure questo. Né sulla sostanza di relazioni commerciali "deviate" da un monopolio informativo che falsa la normale contrattazione tra parti diverse. Né, tantomeno, sulla natura politicamente inaccettabile di un'"alleanza" tanto sbilanciata. Non resta che una conclusione: sapevano di essere spiati e sono contenti di esserlo. Non una parola da Letta il Giovane, ma neanche da Letta il Vecchio. Silenzio assoluto da parte della Bonino (incerta evidentemente sulla propria identità prevalente: ministro italiano o promoter dell'american way of life dalle nostre parti?). Tace il super-esternatore Napolitano. Non si è sentita una parola neppure da Berlusconi, per motivi intuibili. La prova regina è comunque il silenzio di Renzi. "Oh, ragazzi, far star zitto uno così ce ne vuole...", direbbe Bersani. A noi sembra evidente che valga in questo caso il principio del silenzio-assenso: se non protestano, vuol dire che approvano.
Cavoli loro, si potrebbe dire. E invece no. Sono cavoli nostri.
In primo luogo perché le politiche economiche fallimentari e gli sbilanciamenti commerciali ricadono immediatamente sulle nostre spalle; condizioni di lavoro e salariali peggiori, welfare in dismissione, salute collettiva a rischio, ecc.
In secondo luogo perché è impossibile - come paese, ma anche come entità sovranazionale (pensiamo all'Alba latino-americana, se in Europa diventasse possibile un'alternativa simile) - sopravvivere dentro certe relazioni internazionali se non si ha una "classe dirigente" minimamente dignitosa. Questi piccoli figuri tanto abili nel distribuirsi poltrone e costruire clientele sono assolutamente nulla sul piano internazionale. Servi silenziosi di interessi estranei intuiti come superiori, sconfitti nella testa prima ancora di affrontare non una battaglia, ma una semplice trattativa. Incapaci quindi persino di far finta di essere "indignati" davanti a un "alleato" che ti prende manifestamente per i fondelli e, al tempo stesso, non si fida di te.
Da questa gente non potrà mai venire nulla di buono, nemmeno per sbaglio. Non possiedono né la statura né la dignità minime per poterci almeno provare.
Un motivo di più per spazzarli via definitivamente, con tutte le "formazioni" che fanno finta di farsi "concorrenza politica" presenti nel Parlamento attuale.
Fonte
Questo meritava d'essere citato.
Le reazioni delle cancellerie europee sono indignate. Un po' per obbligo formale - nessuno può essere credibile nel chiedere "sacrifici" ai propri cittadini se accetta di essere spiato da quello che riteneva un alleato "liberale e democratico" - un po' perché effettivamente fa incazzare che l'imperatore ti chieda sempre di dargli una mano e intanto con l'altra ti frughi in tasca.
Tanto più se è in corso una "piccola" trattativa sulla costruzione di un mercato comune transatlantico. Qui la politica c'entra un po' meno, ma il business moltissimo. Come fai a fare affari con uno che pretende di sapere prima cosa farai tu, quale prezzo chiederai e quali strategie commerciali vuoi adottare? Si può anche condividere un'ideologia truffaldina, ma insomma, non è che mi puoi fregare e che io debba star zitto.
Litigate tra complici, insomma, sull'entità della parte del bottino. Ma almeno litigate.
Il governo italiano non fa neppure questo. Né sulla sostanza di relazioni commerciali "deviate" da un monopolio informativo che falsa la normale contrattazione tra parti diverse. Né, tantomeno, sulla natura politicamente inaccettabile di un'"alleanza" tanto sbilanciata. Non resta che una conclusione: sapevano di essere spiati e sono contenti di esserlo. Non una parola da Letta il Giovane, ma neanche da Letta il Vecchio. Silenzio assoluto da parte della Bonino (incerta evidentemente sulla propria identità prevalente: ministro italiano o promoter dell'american way of life dalle nostre parti?). Tace il super-esternatore Napolitano. Non si è sentita una parola neppure da Berlusconi, per motivi intuibili. La prova regina è comunque il silenzio di Renzi. "Oh, ragazzi, far star zitto uno così ce ne vuole...", direbbe Bersani. A noi sembra evidente che valga in questo caso il principio del silenzio-assenso: se non protestano, vuol dire che approvano.
Cavoli loro, si potrebbe dire. E invece no. Sono cavoli nostri.
In primo luogo perché le politiche economiche fallimentari e gli sbilanciamenti commerciali ricadono immediatamente sulle nostre spalle; condizioni di lavoro e salariali peggiori, welfare in dismissione, salute collettiva a rischio, ecc.
In secondo luogo perché è impossibile - come paese, ma anche come entità sovranazionale (pensiamo all'Alba latino-americana, se in Europa diventasse possibile un'alternativa simile) - sopravvivere dentro certe relazioni internazionali se non si ha una "classe dirigente" minimamente dignitosa. Questi piccoli figuri tanto abili nel distribuirsi poltrone e costruire clientele sono assolutamente nulla sul piano internazionale. Servi silenziosi di interessi estranei intuiti come superiori, sconfitti nella testa prima ancora di affrontare non una battaglia, ma una semplice trattativa. Incapaci quindi persino di far finta di essere "indignati" davanti a un "alleato" che ti prende manifestamente per i fondelli e, al tempo stesso, non si fida di te.
Da questa gente non potrà mai venire nulla di buono, nemmeno per sbaglio. Non possiedono né la statura né la dignità minime per poterci almeno provare.
Un motivo di più per spazzarli via definitivamente, con tutte le "formazioni" che fanno finta di farsi "concorrenza politica" presenti nel Parlamento attuale.
Fonte
Questo meritava d'essere citato.
Datagate. Una seconda "talpa" coinvolge sette paesi Ue servi degli Usa
Lo sapevamo da sempre, ma la conferma ufficiale è sempre una soddisfazione intellettuale. L'Italia passa regolarmente agli Usa i dati
relativi a telefonate e traffico Internet dei propri cittadini. Un servo
"a richiesta".
Lo scandalo NSA-gate si allarga anche all'Europa. Sette Paesi, tra cui l'Italia, hanno segretamente girato agli Stati Uniti dati sulle comunicazioni telefoniche, cellulari e non, e di navigazione web quando la National Security Agency lo richiedeva.
Oltre all'Italia, l'accordo segreto riguarda quello già noto con la Gran Bretagna, ma anche Francia, Danimarca, Olanda, Germania e Spagna. E' quanto afferma il britannico Guardian citando un nuova gola profonda dell'Nsa, Wayne Madsen (nella foto qui sotto), che ha lavorato nell'agenzia americana per 12 anni. Ex luogotenente della marina militare americana, ha poi lavorato per l'NSA a partire dal 1985, ricoprendo ruoli di grande importanza all’interno dell’agenzia fino al 1997.
Madsen ha dichiarato di avver deciso di parlare in un’intervista pubblicata sul sito Privacy Surgeon.org perché, ha detto:
«Non posso credere al fatto che Angela Merkel riesca a rimanere seria mentre chiede ad Obama e alla Gran Bretagna assicurazioni, quando la Germania ha intrapreso la medesima relazione di collaborazione con gli USA».
Un esempio di come i governanti europei siano poco più che degli attori, più o meno abili, che recitano una parte volgarmente scritta da altri (banche e imprese multinazionali). Nel resto del mondo, oltre a questi sette paesi europei, gli USA hanno raggiunto accordi fotocopia anche con Canada, Australia e Nuova Zelanda. Ce n'è più che a sufficienza, insomma, per mobilitare tutti i paesi che semplicemente non sono la "retroguardia" statunitense.
«La maggior parte di queste informazioni non è segreta, né nuova. E’ solo che i governi hanno scelto di tenere l’opinione pubblica all’oscuro di tutto. Non capiscono che i giorni in cui si poteva adottare la congiura del silenzio sono finiti».
Tanto servilismo, peraltro, non è servito neppure a mettere al riparo i paesi-servi dall'invadenza sospettosa del proprio "superiore". Nelle stesse ore, infatti si è appreso che i massimi dirigenti dei paesi membri dell'Unione Europea erano comunque spiati da anni da parte della Nsa e della Cia.
Questa breve sintesi fatta dal Sole24Ore - non certo un antagonista del capitalismo di matrice anglosassone - è particolarmente chiara.
Ma il clima in giornata era già stato surriscaldato dal Der Spiegel. Dal settimanale tedesco arriva l'indicazione che i servizi segreti americani della National Security Agency non si sarebbero limitati alla Cina, ma avrebbero spiato anche l'Unione europea.
Alla base di queste rivelazioni la consultazione, da parte del settimanale tedesco, di una parte dei documenti che la "talpa" Edward Snowden, rifugiato a Mosca, avrebbe portato con sé. Il settimanale rivela che in un documento della Nsa del settembre 2010, classificato come «top secret», è descritto il modo impiegato per spiare la rappresentanza diplomatica Ue a Washington.
Il sistema consisteva non solo nell'installazione di cimici per lo spionaggio nell'edificio della rappresentanza europea, ma anche nell'infiltrazione della rete interna di computer. In questo modo gli americani avrebbero avuto accesso non solo alle conversazioni avvenute nei locali della rappresentanza Ue, ma anche alle email e ai documenti interni contenuti nei computer.
Questa rivelazione ha mandato su tutte le furie il presidente dell'Europarlamento, Martin Schulz: «Se è vero – ha detto – è un enorme scandalo» sul quale «gli Usa devono dare immediate spiegazioni». Fosse confermato lo spionaggio a danno dell'Ue, il presidente dell'Europarlamento ha parlato di vicenda che «incrinerebbe gravemente il rapporto con gli Usa ed avrebbe serie conseguenze su ogni tipo di relazione».
Per quanto riguarda invece quanto riportato dal Guardian, Madsen, ex tenente della marina Usa, ha detto di aver voluto vuotare il sacco dopo le «mezze verità» raccontate dai politici Ue sulla portata delle attività dell'Nsa in Europa, a partire dalla «voce grossa», fatta con Barack Obama dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, malgrado fosse perfettamente consapevole dell'intesa segreta con Washington. L'ex 007 sostiene che gli accordi risalgono alla fine della Seconda guerra mondiale. Ora gli strumenti si sono fatti più invasivi.
Tutti e sette i Paesi europei hanno accesso alla rete a fibre ottica Tat 14 consentendo alle diverse intelligence di intercettare e condividere con la Nsa telefonate, email e accessi ai siti web. Il Datagate, lo scandalo di spionaggio che coinvolge l'agenzia di intelligence del Pentagono, la Nsa e che dai primi giorni di giugno, dopo le rivelazioni del Washington Post e del Guardian, sta portando più di un problema all'amministrazione Usa, continua ad arricchirsi di particolari e colpi di scena. In una conferenza stampa il presidente dell'Ecuador Correa ha riferito che il vicepresidente degli Usa Joe Biden Biden gli avrebbe chiesto di «rifiutare la richiesta di asilo» di Snowden. Quito si è detta pronta a esaminare la cosa.
Nella stessa conferenza stampa, Correa non ha risparmiato una frecciatà a Washington, definendo il Datagate «il più grande caso di spionaggio su ampia scala nella storia dell'umanità, all'interno e all'esterno degli Stati Uniti».
Il programma Prism è attivo dal 2007, e l'Italia vi ha aderito "contrattualmente", secondo le rivelazioni di Madesn. E’ lecito quindi immaginare che al ministero degli Esteri e al Copasir qualcuno fosse piuttosto informato (chi ha firmato, insomma, quel "contratto"?). Dal 2007 a oggi, il Copasir è stato presieduto nella XV legislatura dal berlusconiano Claudio Scajola (con Massimo Brutti, Pd, vicepresidente e Emanuele Fiano segretario). Poi è subentrato Francesco Rutelli (vicepresidente Giuseppe Esposito, Roberto Cota segretario) e, dal 26 gennaio 2010, Massimo D’Alema. Attualmente, il comitato di controllo sui servizi segreti è presieduto da Giacomo Stucchi (Lega Nord), (vicepresidente ancora Giuseppe Esposito, segretario Felice Casson).
Al ministero degli esteri, invece, si sono susseguiti Massimo D’Alema (dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008; è anche l'unico ad aver occupato entrambe la cariche strategiche, sarebbe davvero deludente sentirsi dire, dal più "furbo" dei politicanti piddini, che lui non sapeva nulla), Franco Frattini (fino al 16 novembre 2011), Giulio Terzi Sant’Agata, poi Mario Monti per un mese in cui era anche premier (quindi doppiamente responsabile), e infine il superfalco del militarismo "umanitario", Emma Bonino.
Fonte
Tutto questo esce fuori sotto la presidenza del nobel per la pace sulla fiducia (Obama), è sempre bene ricordarlo.
Potre indicare diversi altri articoli che approfondiscono oppure presentano in altra salsa la questione, ma non ne vale la pena, tanto la merda ha sempre lo stesso odore per quanti ricami ci si possano fare sopra.
Lo scandalo NSA-gate si allarga anche all'Europa. Sette Paesi, tra cui l'Italia, hanno segretamente girato agli Stati Uniti dati sulle comunicazioni telefoniche, cellulari e non, e di navigazione web quando la National Security Agency lo richiedeva.
Oltre all'Italia, l'accordo segreto riguarda quello già noto con la Gran Bretagna, ma anche Francia, Danimarca, Olanda, Germania e Spagna. E' quanto afferma il britannico Guardian citando un nuova gola profonda dell'Nsa, Wayne Madsen (nella foto qui sotto), che ha lavorato nell'agenzia americana per 12 anni. Ex luogotenente della marina militare americana, ha poi lavorato per l'NSA a partire dal 1985, ricoprendo ruoli di grande importanza all’interno dell’agenzia fino al 1997.
Madsen ha dichiarato di avver deciso di parlare in un’intervista pubblicata sul sito Privacy Surgeon.org perché, ha detto:
«Non posso credere al fatto che Angela Merkel riesca a rimanere seria mentre chiede ad Obama e alla Gran Bretagna assicurazioni, quando la Germania ha intrapreso la medesima relazione di collaborazione con gli USA».
Un esempio di come i governanti europei siano poco più che degli attori, più o meno abili, che recitano una parte volgarmente scritta da altri (banche e imprese multinazionali). Nel resto del mondo, oltre a questi sette paesi europei, gli USA hanno raggiunto accordi fotocopia anche con Canada, Australia e Nuova Zelanda. Ce n'è più che a sufficienza, insomma, per mobilitare tutti i paesi che semplicemente non sono la "retroguardia" statunitense.
«La maggior parte di queste informazioni non è segreta, né nuova. E’ solo che i governi hanno scelto di tenere l’opinione pubblica all’oscuro di tutto. Non capiscono che i giorni in cui si poteva adottare la congiura del silenzio sono finiti».
Tanto servilismo, peraltro, non è servito neppure a mettere al riparo i paesi-servi dall'invadenza sospettosa del proprio "superiore". Nelle stesse ore, infatti si è appreso che i massimi dirigenti dei paesi membri dell'Unione Europea erano comunque spiati da anni da parte della Nsa e della Cia.
Questa breve sintesi fatta dal Sole24Ore - non certo un antagonista del capitalismo di matrice anglosassone - è particolarmente chiara.
Ma il clima in giornata era già stato surriscaldato dal Der Spiegel. Dal settimanale tedesco arriva l'indicazione che i servizi segreti americani della National Security Agency non si sarebbero limitati alla Cina, ma avrebbero spiato anche l'Unione europea.
Alla base di queste rivelazioni la consultazione, da parte del settimanale tedesco, di una parte dei documenti che la "talpa" Edward Snowden, rifugiato a Mosca, avrebbe portato con sé. Il settimanale rivela che in un documento della Nsa del settembre 2010, classificato come «top secret», è descritto il modo impiegato per spiare la rappresentanza diplomatica Ue a Washington.
Il sistema consisteva non solo nell'installazione di cimici per lo spionaggio nell'edificio della rappresentanza europea, ma anche nell'infiltrazione della rete interna di computer. In questo modo gli americani avrebbero avuto accesso non solo alle conversazioni avvenute nei locali della rappresentanza Ue, ma anche alle email e ai documenti interni contenuti nei computer.
Questa rivelazione ha mandato su tutte le furie il presidente dell'Europarlamento, Martin Schulz: «Se è vero – ha detto – è un enorme scandalo» sul quale «gli Usa devono dare immediate spiegazioni». Fosse confermato lo spionaggio a danno dell'Ue, il presidente dell'Europarlamento ha parlato di vicenda che «incrinerebbe gravemente il rapporto con gli Usa ed avrebbe serie conseguenze su ogni tipo di relazione».
Per quanto riguarda invece quanto riportato dal Guardian, Madsen, ex tenente della marina Usa, ha detto di aver voluto vuotare il sacco dopo le «mezze verità» raccontate dai politici Ue sulla portata delle attività dell'Nsa in Europa, a partire dalla «voce grossa», fatta con Barack Obama dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, malgrado fosse perfettamente consapevole dell'intesa segreta con Washington. L'ex 007 sostiene che gli accordi risalgono alla fine della Seconda guerra mondiale. Ora gli strumenti si sono fatti più invasivi.
Tutti e sette i Paesi europei hanno accesso alla rete a fibre ottica Tat 14 consentendo alle diverse intelligence di intercettare e condividere con la Nsa telefonate, email e accessi ai siti web. Il Datagate, lo scandalo di spionaggio che coinvolge l'agenzia di intelligence del Pentagono, la Nsa e che dai primi giorni di giugno, dopo le rivelazioni del Washington Post e del Guardian, sta portando più di un problema all'amministrazione Usa, continua ad arricchirsi di particolari e colpi di scena. In una conferenza stampa il presidente dell'Ecuador Correa ha riferito che il vicepresidente degli Usa Joe Biden Biden gli avrebbe chiesto di «rifiutare la richiesta di asilo» di Snowden. Quito si è detta pronta a esaminare la cosa.
Nella stessa conferenza stampa, Correa non ha risparmiato una frecciatà a Washington, definendo il Datagate «il più grande caso di spionaggio su ampia scala nella storia dell'umanità, all'interno e all'esterno degli Stati Uniti».
Il programma Prism è attivo dal 2007, e l'Italia vi ha aderito "contrattualmente", secondo le rivelazioni di Madesn. E’ lecito quindi immaginare che al ministero degli Esteri e al Copasir qualcuno fosse piuttosto informato (chi ha firmato, insomma, quel "contratto"?). Dal 2007 a oggi, il Copasir è stato presieduto nella XV legislatura dal berlusconiano Claudio Scajola (con Massimo Brutti, Pd, vicepresidente e Emanuele Fiano segretario). Poi è subentrato Francesco Rutelli (vicepresidente Giuseppe Esposito, Roberto Cota segretario) e, dal 26 gennaio 2010, Massimo D’Alema. Attualmente, il comitato di controllo sui servizi segreti è presieduto da Giacomo Stucchi (Lega Nord), (vicepresidente ancora Giuseppe Esposito, segretario Felice Casson).
Al ministero degli esteri, invece, si sono susseguiti Massimo D’Alema (dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008; è anche l'unico ad aver occupato entrambe la cariche strategiche, sarebbe davvero deludente sentirsi dire, dal più "furbo" dei politicanti piddini, che lui non sapeva nulla), Franco Frattini (fino al 16 novembre 2011), Giulio Terzi Sant’Agata, poi Mario Monti per un mese in cui era anche premier (quindi doppiamente responsabile), e infine il superfalco del militarismo "umanitario", Emma Bonino.
Fonte
Tutto questo esce fuori sotto la presidenza del nobel per la pace sulla fiducia (Obama), è sempre bene ricordarlo.
Potre indicare diversi altri articoli che approfondiscono oppure presentano in altra salsa la questione, ma non ne vale la pena, tanto la merda ha sempre lo stesso odore per quanti ricami ci si possano fare sopra.
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