Dopo quasi due anni di inimicizia e competizione, giunte quasi al punto di rompere il Consiglio di Cooperazione del Golfo, pare che gli ultimi giorni del 2014 abbiamo ricomposto la frattura tra le due potenze regionali arabe più importanti: Qatar e Arabia Saudita.
La riconciliazione sembra essere avvenuta almeno sull’elemento di contesa più grave tra le due petromonarchie, cioè la relazione con il regime militare laico – e autoritario – imposto in Egitto dal colpo di stato guidato dal generale Al Sisi ormai diciotto mesi fa e che ha defenestrato il regime islamista salito al potere grazie alle prime elezioni convocate dopo la rimozione del dittatore Hosni Mubarak. Dopo il golpe, l’Arabia Saudita aveva riconosciuto e accolto di buon grado la mossa del generale Abdel Fattah al Sisi, mentre il Qatar ha continuato a osteggiarlo sostenendo invece i Fratelli Musulmani nel frattempo dichiarati fuorilegge dal governo del Cairo.
Dopo una contesa assai violenta tra Doha e Riad, alla fine i sauditi l’hanno spuntata anche grazie alle pressioni esercitate sul Qatar dagli altri emirati che chiedevano al piccolo ma potente stato di rientrare nei ranghi di un’integrazione regionale formata dai cosiddetti paesi arabi ‘moderati’ che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. I progressi nella ‘trattativa’ sono stati recenti ma molto rapidi. Nei fatti il Qatar ha ceduto su tutte le richieste avanzate dall’Egitto e perorate dal principale sponsor del Cairo, l’Arabia Saudita, rinunciando a condurre una politica internazionale e alleanze regionali distinte e separate rispetto a quelle pianificate dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e dall’insieme dei paesi arabi ‘moderati’.
La prima vittima del cambiamento di strategia accettato dal Qatar è stata la politica di un potente strumento di comunicazione e propaganda nelle mani di Doha, cioè il canale satellitare panarabo Al Jazeera. La rete Al Jazeera Mubashir Misr diretta specificatamente alla popolazione egiziana e pervicace sostenitrice delle posizioni dell’opposizione islamista al regime di Al Sisi è stata chiusa. Il Qatar, che più volte ha definito “golpista” il capo del nuovo governo egiziano, ha dovuto riconoscere tramite un suo funzionario che “la sicurezza dell’Egitto è molto importante per la sicurezza di tutta la regione”. Anche altri canali informativi e propagandistici a disposizione della piccola petromonarchia hanno rapidamente modificato il proprio messaggio smettendo di qualificare Al Sisi come “capo del golpe militare in Egitto”, utilizzando un più neutro “il presidente eletto dopo il golpe”.
Recentemente il responsabile dei servizi segreti qatarioti ha visitato la capitale egiziana, gettando nel panico la leadership dei Fratelli Musulmani del Cairo e non solo. Anche perché nei prossimi giorni dovrebbe svolgersi un incontro tra gli alti livelli dei due governi che potrebbe condurre a un completo abbandono dell’opposizione egiziana da parte di Doha con gravi conseguenze per le opposizioni islamiste ad Al Sisi già sottoposte a una repressione selvaggia dopo la destituzione con la forza del presidente Mohamed Morsi.
A preoccuparsi sono anche molti leader islamisti egiziani che negli ultimi mesi si sono rifugiati in Qatar e che potrebbero essere espulsi o addirittura arrestati se la riconciliazione tra Doha e Riad sulla questione egiziana dovesse andare in porto completamente. Ad esempio Yusef al Qaradawi, presidente dell’Unione Mondiale degli Scienziati Musulmani, che finora ha utilizzato le reti televisive del Qatar per attaccare il regime militare egiziano e che il Cairo accusa di incitamento alla violenza chiedendo di poterlo processare in patria. Secondo indiscrezioni l’88enne Qardawi, che ha la doppia cittadinanza egiziana-qatariota, potrebbe aprire una lunga lista di dissidenti di cui il Cairo chiederà l’estradizione a Doha anche se probabilmente il Qatar potrebbe decidere di espellere lui ed altri in Gran Bretagna o in Turchia.
In conseguenza del nuovo corso il regime di Doha dovrebbe anche cessare di sostenere le milizie islamiste libiche, che l’Egitto considera una minaccia ai suoi interessi e alla sua sicurezza nel nord Africa e che combatte tramite il sostegno al generale libico Haftar. Nel frattempo Riad ha aperto i rubinetti degli aiuti militari e finanziari diretti al regime militare egiziano e nei prossimi mesi l’Arabia Saudita potrebbe addirittura organizzare una conferenza internazionale di sostegno all’Egitto anche allo scopo di rafforzare la sua egemonia in tutta l’area.
Il cedimento del Qatar rappresenta un grave danno per Ankara, rimasto di fatto l’unico paese dell’area a sostenere ancora attivamente i Fratelli Musulmani in Egitto e in tutto il quadrante. Recep Tayyip Erdogan, a capo di un governo e di una corrente espressione del ramo turco dei Fratelli Musulmani, è sempre più isolato, così come il movimento palestinese Hamas. Il cambio di linea da parte di Doha potrebbe avere conseguenze anche in Siria, dove la cosiddetta opposizione islamica moderata al governo di Damasco, rappresentata per lo più dai Fratelli Musulmani e da altri gruppi simili, potrebbe risultare ulteriormente indebolita a vantaggio delle organizzazioni islamiste ancora più radicali.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/01/2015
Una Tav anche sotto le ville palladiane venete?
La
contrarietà al modo sbrigativo con cui vengono decise opere
infrastrutturali di dubbia o nulla utilità anima non solo trinariciuti
movimenti annidati tra le vette della ValSusa (cui va come sempre il
nostro totale appoggio), ma anche in ambienti competenti e niente
affatto "antagonisti". Questa denuncia proveniente da Vicenza svela un tassello di una strategia di sperpero di risorse pubbliche all'unico
scopo di ingrassare le solite aziende "specializzate" in alta velocità
ferroviaria.
Questa volta, a dover venire danneggiato, non è una valle, ma un patrimonio culturale e artistico di prim'ordine.
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TAV, TUNNEL SOTTO LE
VILLE VENETE A VICENZA: IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI METTE IN MORA
IL COMUNE DI VICENZA PER L'IMPATTO DELL'OPERA SUL SITO UNESCO
La lettera (che alleghiamo in forma integrale), firmata da direttore dell'Ufficio Unesco del MiBACT Gianni Bonazzi, arriva dopo che una missiva della prof. Francesca Leder, docente dell'Università di Ferrara e membro di OUT – osservatorio urbano-territoriale Vicenza – aveva segnalato il 30 dicembre scorso all'UNESCO la forte preoccupazione destata dal progetto ferroviario promosso dal Comune di Vicenza, dalla Camera di Commercio e sostenuto dal Ministero delle Infrastrutture.
Per la seconda volta in pochi mesi (agosto e dicembre) gli uffici centrali di Parigi dell'UNESCO e quelli del Ministero dei Beni Culturali sono stati interpellati e sollecitati perché si esprimessero sulla compatibilità di progetti della portata di quello relativo all'insediamento di Borgo Berga, ad un passo dalla Rotonda e dal centro storico di Vicenza (prima segnalazione), e del tracciato dell'Alta Velocità/Alta Capacità, con tutto il corredo di opere complementari (seconda segnalazione), fermamente volute da questa Amministrazione, così come affermato pubblicamente dal Sindaco di Vicenza Achille Variati e confermato dalle azioni messe in campo sinora.
Opere che considerano necessario la realizzazione di un tunnel carrabile che attraversa longitudinalmente Monte Berico, la collina che domina la città storica, per sbucare proprio sotto la Villa Valmarana ai Nani (universalmente nota per i suoi meravigliosi affreschi del Tiepolo) distruggendo così, in modo definitivo, quel brano di paesaggio culturale che comprende le ville palladiane e il loro intorno.
La cosa più deprecabile è l'assoluta indifferenza nei confronti degli impegni presi dal Comune di Vicenza
attraverso la firma della convenzione internazionale per la
conservazione del patrimonio culturale sottoscritta all'atto del
riconoscimento (nel 1994 e nel 1996) e rinnovata anche negli ultimi mesi
grazie ad una verifica dello stato di conservazione del patrimonio
culturale palladiano.
I cittadini e le associazioni ambientaliste sono lasciati soli nell'impegno della tutela del bene mondiale: oggi come nei mesi scorsi tacciono le istituzioni culturali cittadine, prestigiose realtà come il CISA, il Centro Internazionale di Studi "Andrea Palladio", che ha il compito di difendere l'opera palladiana essendo questa la ragione stessa dell'esistenza del Centro.
Con questa lettera si è chiesto un intervento deciso da parte degli organi nazionali e internazionali competenti e una messa in mora del comportamento dell'Amministrazione comunale incapace di assumere appieno questa importante e delicata responsabilità di coordinare le azioni di tutela dell'intero complesso del patrimonio palladiano, bene culturale mondiale UNESCO.
La risposta è arrivata a breve giro di posta e questo per i cittadini e le associazioni riunite in OUT è un importante segnale culturale e politico con il quale l'Amministrazione comunale non può non fare i conti.
IN ALLEGATO LA SEGNALAZIONE INVIATA DA OUT ALL'UNESCO E LA LETTERA INVIATA DAL MIBACT AL COMUNE DI VICENZA.
PER CONTATTARE OUT: scrivere a osservatoriourbanovi@gmail.com
OUT Osservatorio urbano/territoriale di Vicenza è un tavolo di
discussione sui temi dell’urbanistica promosso dalle associazioni
Civiltà del Verde, Italia Nostra (Sezione di Vicenza) e Legambiente
Vicenza in collaborazione con comitati e singoli cittadini.
Info: http://osservatoriourbanovi.
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Galera Egitto: fra reporter di Al Jazeera e detenuti dimenticati
Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell’emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d’informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d’aver solo svolto il proprio lavoro. Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un’adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l’aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.
Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a “mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti”, che è l’accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l’allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed. Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo “Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre”. Una stoccata che non risulterà gradita all’orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell’informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c’è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell’opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.
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Non dimenticare la strage di Odessa
Il 2 maggio del 2014, le milizie naziste che hanno realizzato il colpo di stato in Ucraina, assediavano e bruciavano la Casa dei Sindacati di Odessa dove si erano rifugiati gli antifascisti che si opponevano al golpe. Più di quaranta i morti, molti dei quali carbonizzati.
La mattina del 2 gennaio 2015 sui muri di alcune città, Roma e Genova in particolare, sono comparsi grandi striscioni e scritte che ricordano la strage di Odessa e la resistenza delle repubbliche del Donbass e degli antifascisti ucraini.
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Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova (Parti 3 e 4)
In occidente la dottrina economica neoclassica è, a livello accademico, da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?
GV: La mia risposta è “nì”. Non vedo perché una cosa debba escludere l’altra. L’economista eterodosso può fare entrambe le cose: discutere nei dibattiti istituzionali con i teorici dei diversi mainstream e lavorare in altri luoghi e spazi. I problemi che vedo sono altri. Prima di tutto il teorico eterodosso ha più difficoltà a partecipare ai dibattiti istituzionali perché, come avete giustamente sottolineato, il mainstream è tornato dominante e quindi ci sono “pochi spazi”. Tuttavia, vedo un problema più importante: il dibattito tra gli economisti eterodossi. Mi preoccupa sia il livello del dibattito che le sue modalità. Mi sembra che molti economisti eterodossi, riprendendo la mia risposta precedente, tendano sia a voler diventare i consiglieri del principe che a farlo con un approccio fideistico. Seguendo i dibattiti in televisione, sulla stampa di sinistra, ma anche sui blog, o sui social network, il comportamento che registro tra gli economisti eterodossi italiani è abbastanza allarmante. Quasi tutti partono dalla convinzione che la loro è “la” risposta giusta alla crisi, permettono che si crei un fan club – i loro hooligan – e riempiono di insulti chiunque si permetta di dissentire o criticare la loro proposta. Questo non è un dibattito e, inoltre, dimostra l’assoluta incapacità di gestire un dissenso, una critica teorica che, oltretutto, viene spesso recepita come un attacco personale. Vi è una difficoltà nel distinguere il dissenso teorico e politico da un dissenso di natura personale.
Tra persone che vorrebbero trasformare questo sistema, le modalità del dibattito sono preoccupanti. Ormai è persino ritenuto offensivo fare i nomi ed i cognomi delle persone con cui si dissente. Se domani scrivessi un articolo dicendo che non sono d’accordo con le posizioni di Bagnai, o di Brancaccio, o di Halevi, o di Barnard, o di Cesaratto, etc., portando le mie argomentazioni teoriche, mi verrebbe detto che non avrei dovuto fare i nomi e tutto ciò sarebbe interpretato come un mio problema personale verso di loro. Ci si dimentica che lo stile scientifico prevede esattamente il riconoscimento dell’elaborazione teorica altrui e, dopo, l’eventuale assenso o critica. E questo riconoscimento richiede di fare i nomi e i cognomi.
Oltre alle modalità del dibattito, anche il livello qualitativo è abbastanza preoccupante. Penso che molti economisti eterodossi italiani non siano stati in grado di vedere alcune delle novità del capitalismo neoliberista. Riccardo prima citava teorie della fine del lavoro o della fine dello stato: nulla di più falso. La tradizione post-operaista parlava della morte della classe, della moltitudine come nuovo soggetto sociale, fuori da una teoria del valore lavoro. Sarà, forse sarebbe il caso di spiegarlo anche ai capitalisti. Il femminismo della differenza, molto dominante in Italia grazie alla Libreria delle Donne di Milano, è stato in grado di lodare la flessibilità perché permetterebbe alla donna di conciliare lavoro pagato e impegni familiari.
Infine, da economista donna, devo evidenziare anche come il dibattito sia molto “macho”. Gli economisti che vengono intervistati nel 99,9% sono maschi, i nomi che girano sui social network sono tutti maschi. Le donne economiste sono poco presenti sia nei dibattiti dei movimenti che in quelli istituzionali politici e sindacali. È, quindi, un dibattito molto machista, che pone dei problemi. Prima di tutto alimenta l’immaginario che l’economia sia una scienza “da uomini” perché tanto complicata che solo gli uomini riescono a capirla. In secondo luogo, cosa più preoccupante, l’esclusione delle economiste significa spesso anche l’esclusione di certe tematiche, che gli economisti non trattano. La questione di genere è una di quelle. Non è che automaticamente un uomo debba escludere tematiche di genere (perché ci sono economisti sensibili a questo), né automaticamente una donna debba occuparsi di questioni di genere (ci sono tante economiste che il genere non sanno cosa sia). Tuttavia un dibattito aperto, meno machista, con più donne e tematiche di genere risponderebbe ai problemi prima evidenziati. Per esempio, l’attacco alla riproduzione è un problema che, oggi, in modo particolare in Italia, quando è trattato, viene presentato da economisti, politici e sindacalisti maschi, in un modo che io, da femminista, contesterei.
RB: Non potrei essere più d’accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova, e mi sento anche molto in sintonia con quello che ha risposto a questa domanda Joseph Halevi. Intervengo soltanto con alcune qualificazioni, e poi sviluppando di più l’ultima parte sulla politica economica e il riformismo.
Io non sono più così convinto che esista una teoria dominante. La mia idea in realtà è che la teoria neoclassica intesa in senso ampio, un senso che va dal monetarismo alla nuova macroeconomia classica alla teoria del ciclo economico reale, fino ad includere Krugman o Stiglitz, quindi un ampio arco di posizioni, si sia in realtà divisa in due correnti principali, due mainstream. Uno che nasce dall’equilibrio economico generale, inteso come la base logica e coerente della teoria ma anche della politica economica; l’altra che, pur mantenendo all’equilibrio economico generale la funzione di fondazione rigorosa del discorso economico, la vede come una astrazione che per essere utile deve essere integrata dalla considerazione delle imperfezioni ed asimmetrie. Abbiamo insomma un programma neo-walrasiano e un programma alternativo al primo, non-walrasiano, che definirei ‘imperfezionista’. Il programma neo-walrasiano potrebbe essere visto come una (ma non l’unica) delle fondazioni di quello che io chiamo ‘neoliberismo’ mentre il programma imperfezionista è una delle fondazioni di quello che io chiamo ‘social-liberismo’. Questa è la mia prima qualificazione.
Questo secondo versante della teoria neoclassica non si identifica dunque con il liberismo. È vero però che Stiglitz, come anche Krugman, rappresentano una deviazione sul terreno della radicalizzazione politica di alcune conclusioni di questo secondo corno del mainstream. La loro base teorica è secondo me sostanzialmente imperfezionista. Penso però che la teoria neoclassica sia la matrice comune, come mi pare anche voi diciate, delle politiche economiche, ma non bisogna dimenticare che esse si sdoppiano in filoni in competizione. Credo peraltro che le politiche economiche effettive non si basino poi così tanto, se non dal punto di vista meramente ideologico, sul lavoro degli economisti. Credo che il neoliberismo sia un insieme molto più vasto, che per esempio sia significativa l’influenza della scuola economica austriaca, che invece dal punto di vista accademico si potrebbe qualificare come una eterodossia. Per questo mi sembra molto utile il rimando al libro di Philip Mirowski, Never let a serious crisis go to waste, che vi ho già citato. In realtà questa frase è di Rahm Emanuel, che è stato “chief of staff” della Casa Bianca tra il 2007 e il 2009, e lui prosegue la frase così: and what I mean by that is that it is an opportunity to do things you think you could not do before.
Con il neoliberismo il capitalismo è stato messo in una situazione di “crisi perpetua”, permanente, il che non è affatto in contraddizione con gli aspetti dinamici di questa nuova forma del capitalismo, che hanno condotto ad una continua ristrutturazione dei rapporti sociali, che adesso deve però effettuare un salto di qualità con la crisi. Quando parliamo di new economy dobbiamo intendere la new economy che si costituisce in forma piena negli anni Novanta come qualcosa che riguarda la politica monetaria, le innovazioni nei mercati finanziari, il consumo a debito, ma anche sicuramente le innovazioni sul terreno dei trasporti, della comunicazione, della conoscenza. Tutto questo, comunque, anche l’aspetto delle innovazioni tecniche, non casca dal cielo, non viene dal libero mercato, viene da politiche statuali. Qui a Torino sono molto interessanti le cose che dice e che ha detto in passato su questo tema un serio liberalsocialista, cioè Cristiano Antonelli. E c’è il recente, importante, libro di Mariana Mazzucato.
La questione degli eterodossi: condivido integralmente quello che ci ha detto Giovanna Vertova, credo che gli eterodossi siano in fondo oggi purtroppo nella gran parte ignoranti. Credo anche che questa ignoranza sia politicamente e teoricamente pericolosa perché non riconoscono – non tutti naturalmente, ma buona parte – l’enorme cambiamento strutturale a cui ci troviamo di fronte. Da questo punto di vista, richiamarsi alla gloriosa eredità di Sraffa o di Keynes, come se fosse possibile impiegarli cosi come sono, e lo stesso vale ovviamente per Marx, beh, a me sembra insufficiente.
Che fare in questa situazione? Guerra di posizione all’interno dell’accademia, intervenire sulle modalità di gestione della crisi? La mia risposta è esattamente la stessa di Giovanna Vertova: sì e no. Credo che non si possa non intervenire all’interno del dibattito accademico, di politica economica. Però è una questione di gerarchia, come dire logica, ed anche di atteggiamento. Non si può non intervenire sul terreno della politica economica: ma bisogna sapere che per definizione la politica economica è il terreno del nemico. E per quanto riguarda il dibattito accademico, è un dibattito che si svolge con i dadi truccati. Per questo credo che sia estremamente importante, primo, la conoscenza seria della teoria neoclassica così come autenticamente si da, anche nelle sue contraddizioni interne, e questo lo ha chiarito molto bene Joseph Halevi; ma, secondo, è estremamente importante anche una battaglia seria e radicale sul terreno della didattica.
Questo è un tema che è stato sollevato a ripetizione dagli studenti, e in parte anche da docenti eterodossi. Ricordo una importante lettera al quotidiano La Repubblica, nel 1987, con i più bei nomi della economia politica italiana. Questo tema si traduce purtroppo in un appello un po’ vuoto al ‘pluralismo’. Ora, la teoria dominante il pluralismo te lo può anche concedere. Ti danno cinque stanze su mille ai grossi convegni e ci sarà una stanza per le femministe, una per gli austriaci, e ogni piccola comunità parla per se stessa a se stessa. Il problema è invece, secondo me, quello di fare una battaglia perché la teoria economica sia già nella didattica – e sia chiaro, intendo nella didattica di base – come il luogo di un conflitto tra teorie ‘plurali’, ognuna – anche questo deve essere chiaro, contro gli atteggiamenti da setta – come attraversata da problemi. Chi studia economia deve sapere che non si può discutere nessuna problematica concreta a cui ci si viene a trovare di fronte in un momento storico, senza essere costretti a tornare a discutere sul terreno delle categorie, di come i diversi approcci le affrontino, come siano o meno riuscite a venire a capo dei problemi. Non sto affatto proponendo una integrazione eclettica tra gli approcci eterodossi. Ma una sintesi, coerente, va ogni volta ricostruita – per me, anche questo è chiaro, va ricostruita a partire da Marx (il che non significa rimanere rinchiusi in Marx, evidentemente). Questa è una battaglia che secondo me, prima che nella ricerca, va imposta dal primo anno della didattica di economia, nella triennale. È invece persino possibile che economisti eterodossi adottino un manuale tipo il Blanchard e, poi a margine, svolgano i loro commenti critici. Si è perso in partenza.
Il capitalismo è riformabile o no? Non amo discuterne a un livello troppo generale e astratto. Credo che le riforme siano una grande cosa, che il capitalismo però cambi nel tempo. Di più, penso che ci sia una dimensione potenzialmente riformista che è intrinseca al capitalismo. Si realizza però solo con il conflitto sociale, non è ‘spontanea’ o ‘naturale’ al capitalismo. Sì, è possibile un aumento del salario reale; sì, è possibile una riduzione dell’orario di lavoro; sì, sono possibili condizioni migliori nei luoghi produttivi; sì, sono possibili condizioni più rispettose del genere o della salute. Sono tutte dimensioni che attengono ad una possibilità di miglioramento sul terreno del valore d’uso. Esiste, d’altra parte, una contraddizione radicale e insanabile sul terreno della produzione di valore. Il capitalismo può vivere e prosperare solo nella misura in cui estrae lavoro vivo dai lavoratori e la maggior parte, cioè una quota crescente, va alla classe capitalistica.
Da questo punto di vista seguo Rosa Luxemburg fino in fondo: esiste una tendenza alla caduta del salario relativo. Ci possono essere delle oscillazioni ma la tendenza è alla riduzione della quota del valore della forza-lavoro sul nuovo valore: ed è chiaro, per chi conosce l’abc di Marx, che puoi avere una quota che si riduce, ma un salario reale che aumenta, con una giornata lavorativa che si riduce: se riesci a conquistare tutto ciò. Ma se tu sistematicamente blocchi, o persino inverti, questa caduta del salario relativo (per i lavoratori produttivi di valore), e che è evidentemente l’altra faccia dell’estrazione di plusvalore relativo, questa, deve essere chiaro, non è più una lotta riformistica, un conflitto – la cui legittimità rivendico, eccome.
Questa lotta ha conseguenze politiche: ed è una lotta, che – lo si voglia o meno – è rivoluzionaria. Voi venite da Modena, mi pare, e nel titolo di questo dibattito vi rifate al dibattito del 1973 aperto su Rinascita. È un dibattito in cui si confrontarono le posizioni di Vianello e Ginzburg, da un lato, con quella di Napoleoni, Marina Bianchi e D’Antonio, dall’altro. Erano posizioni estremizzate. Ho rivisitato qualche anno fa quel dibattito cercando di cogliere il punto di verità degli uni e degli altri, senz’altro scontentando tutti. Ma io sono convinto davvero che Napoleoni su un punto essenziale avesse del tutto ragione. Ci sono delle crisi radicali del capitalismo, rispetto alle quali se ne esce solo con quello che lui chiamava uno ‘sbocco politico’, che non è mai già dato in anticipo, che va costruito. Esistono delle compatibilità sistemiche, delle ‘leggi’ economiche, che non sono affatto ‘naturali’ ma sono non di meno ‘oggettive’.
La negazione della presenza di ‘compatibilità’ capitalistiche – da tempo immemorabile – fa parte della cultura della sinistra italiana più radicale: basti ricordare il Sessantotto, i gruppi dei primi anni Settanta, teoricamente quello che si volle derivare da Sraffa. Si finisce così col negare la crisi, riducendola a forzatura soggettiva della classe capitalistica. La sinistra marxista che critica quest’atteggiamento scivola nell’oggettivismo più secco, come chi sostiene la caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua formulazione classica. Secondo me entrambi i corni di questo dibattito stanno al passivo. Il problema che ci pone oggi la realtà è però diverso. Penso che siamo molto lontani oggi da queste ‘incompatibilità’ per il sistema. Noi avremmo tantissimo da recuperare anche solo sul terreno strettamente distributivo prima che il capitalismo possa andare in crisi, in astratto. Il problema però si sposta: questo capitalismo, se ha i caratteri che ho descritto rifacendomi a Streeck, Mirowski, e Crouch è concretamente un capitalismo che può reggere un riformismo degno di questo nome? Francamente, non credo. Credo ahimè che questo particolare capitalismo che abbiamo di fronte, non il capitalismo in generale, sia irriformabile.
Il disegno di un'alternativa di politica economica resta comunque necessario, un intervento che, come spero di avere chiarito, non può ridursi al terreno della domanda effettiva (lotta all’austerità) o della distribuzione del reddito (meno diseguaglianza). Non può essere pensato che come un intervento ben più radicale, sul terreno delle relazioni di lavoro, della politica industriale e della composizione della produzione, della banca e della finanza.
Su questo mi richiamo a Minsky, che radicalizzava la proposta keynesiana di una ‘socializzazione dell’investimento’, e ci aggiungeva una ‘socializzazione dell’occupazione’, e pure una ‘socializzazione’ sul terreno delle relazioni monetarie e creditizie. Per mio conto radicalizzerei la stessa proposta di Minsky, ma non è questo il luogo per parlarne a fondo perché prenderebbe troppo tempo. Un programma alternativo va costruito con rigore, va pensato da classe dirigente, anche se non credo affatto che sia praticabile come programma di governo. La logica deve essere quella di Gramsci tra il 1926 e il 1927 (insomma quando sono state scritte le Tesi di Lione), riprendendo a suo modo l’idea di Lenin del fronte unico, e insieme l’idea di un programma minimo di classe all’interno del fronte unico in cui si costruisce. Si immagina una dialettica tra il conflitto di classe e la definizione di un programma politico, e di politica economica, alternativo. È lo strumento, nelle lotte, di un allargamento e riunificazione dei diversi momenti del mondo del lavoro: ma si deve andare oltre, ad un allargamento dei soggetti sociali al di fuori della stretta classe lavoratrice.
È la sfida che abbiamo davanti: credo che solo qualcosa del genere, su scala europea, possa costringere il capitale a delle riforme, o creare le condizioni di una rottura rivoluzionaria da ripensare – questi problemi non sono definibili, appunto, in anticipo e in astratto. Sto dicendo che esattamente un atteggiamento culturalmente ‘incompatibilista’, cioè che non nega le compatibilità ma le rompe, un atteggiamento che non accetti il capitalismo come orizzonte finale, sia intanto in grado di costringere il capitale a cambiare.
Il capitale cambia per la crisi, per le pressioni interne che questa determina e in dipendenza di salti politici nella ristrutturazione del capitale. Ci deve essere, dall’altro lato della barricata, una forza che sia in grado resistere al cambiamento capitalistico così come si dà immediatamente, che apra una prospettiva diversa. Non c’è una alternativa secca riforme/rivoluzione. Su quella strada non si fa che riprodurre la contrapposizione sterile tra riformisti e rivoluzionari (se si tratta di iscriversi al partito della rivoluzione sono il primo, sono disposto a metterci la firma: e intanto vedo lo sgomitare di una miriade di economisti ‘alternativi’ che disegnano sulla carta il loro progetto di politica alternativa, e che litigano come delle comari su chi sia il più bullo del reame).
Non so se ho capito il tuo discorso su questa cosa del compatibilismo e dell’incompatibilismo all’interno di questa analisi che vede un capitalismo diverso possibile con una serie di vantaggi. Ci vedo una contraddizione: se vediamo che all’interno di questo capitalismo certe rivendicazioni non possono essere accettate se non riformandolo radicalmente, l’obiettivo di quelle rivendicazioni diventa quindi il passaggio ad una ulteriore forma di capitalismo senza considerare una prospettiva effettivamente rivoluzionaria di rivoluzione del modo di produzione che non ho visto nel tuo discorso, ma che è anche possibile che non ci sia, nel senso non è obbligatorio.
RB: Non ho detto questo. Quelli come me, che fanno parte della sinistra comunista, non possono non pensare in termini di cambiamento del modo di produzione. Rovesciamento del modo di produzione. Il problema è che cosa si intende per rovesciamento del modo di produzione, e in che misura esso possa concretamente essere praticato. Noi ci troviamo all’inizio del secondo millennio, nel 2014, a doverci porre gli stessi problemi che avevamo davanti nel corso degli anni ’70. Quando una forma di capitalismo va in crisi, si pone sempre il problema dell’alternativa, di una possibile uscita da sinistra, verso una società chiamiamola socialista, chiamiamola comunista, come volete. Il problema è lo stesso di allora perché è quello di ‘cosa’, ‘quanto’ e ‘come’ produrre.
Questo oggi avviene però in condizioni di estrema debolezza. Gran parte degli eterodossi affrontano questo problema dal corno domanda-distribuzione. Io lo affronto dal corno moneta-produzione. Possono darsi fasi intermedie. Una prospettiva minskiana di socializzazione dell’investimento (della produzione), dell’occupazione e della finanza può essere una fase intermedia di questo genere. Ma non nascondiamoci dietro un dito. Minsky potrà chiamarlo anche uno dei suoi 57 capitalismi, ma tende molto verso una forma di socialismo. Ci sono scritti in cui lui stesso questa cosa la presenta come socialismo, un socialismo di carattere democratico. E io credo, a differenza dell’economista statunitense, che il capitalismo non tollererebbe questa configurazione, così come non ha tollerato la piena occupazione permanente del capitalismo. Però c’è stata, è stata ‘torta’ nella direzione del keynesismo militare e di spreco, ma è stata condizione di nuove lotte e di una grande crisi sociale. Io ragiono in questo ordine di idee in cui non c’è il bianco e nero soltanto, ci sono tutti i colori.
Ragiono contro i modi tipici della Seconda e della Terza Internazionale, in entrambe le quali – nonostante fossero contrapposte – il problema era di entrare nella ‘stanza dei bottoni’. E si scommette sullo stato in modi diversi ma nella stessa logica. Per un esempio di un’analisi di alto livello che va in questa direzione, che scherzosamente ho chiamato ‘leninista-keynesiana’, vi andate a leggere l’introduzione di Brancaccio e Cavallaro al Capitale finanziario di Hilferding. Nei miei 100 tweet sulla crisi ho citato un brano per esteso. È in fondo l’idea che dal movimento non viene quasi mai niente. Le uniche vere lotte trasformative sono quelle che avvengono all’interno dello Stato, conquistando casematte all’interno della sfera statuale. Cavallaro arriva addirittura, all’interno di un’analisi intelligente, ma che a me sembra però un po’ forzata, a ritenere i trent’anni successivi al secondo dopoguerra come la preparazione se non già l’inveramento di un ‘modo di produzione statuale’. A volte mi pare di stare a sentire – lo dico, è chiaro, scherzosamente – Berlusconi, che era convinto che nella storia d’Italia prima che arrivasse lui, a parte forse Craxi, avevano in fondo governato i comunisti.
Posso essere criticabile dai marxisti duri e puri perché non sono un vero rivoluzionario (come è un po’ nella domanda: ma ricordo che Vianello, uno dei due autori da cui prendete lo spunto per il titolo di questo dibattito, in verità quel titolo lo inventò proprio lui a partire dal film di Buñuel, ha poi rivendicato un atteggiamento riformista, non rivoluzionario), e dai riformisti perché troppo utopico. Se ricordo bene, un compagno di Torino, Cosimo Scarinzi, nel breve periodo in cui ero iscritto a Rifondazione Comunista, in una riunione alla Camera del Lavoro, abbastanza affollata, eravamo in piedi in fondo alla sala, mi si avvicinò e mi disse: “Sai, Riccardo, tu sei un autentico socialdemocratico; per questo in realtà sei molto più a sinistra di questo partito”. Sì, sono un socialdemocratico, tendenza Rosa Luxemburg…
Dal vostro punto di vista, dove vedete in questo momento sia in Italia sia in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia.
GV: La domanda: “dove li vedo?” dovrebbe essere accompagnata da: “dove vorrei vederli?”. In questo momento li vedo (poco), frantumati e sparpagliati per il discorso che facevo precedentemente di una debole rappresentazione politica e sindacale della classe lavoratrice. Li vorrei vedere in tutti i luoghi di produzione e di lavoro che stanno sopportando l’attacco a salari, diritti e condizioni di lavoro. Ma li vorrei anche vedere nella sfera della riproduzione sociale che subisce la distruzione del welfare. Vorrei essere molto chiara a proposito. Quando si parla di attacco al welfare, in genere da parte di economisti maschi, si parla sempre di attacco ai diritti (diritto alla salute, all’istruzione, etc.). Si esplicita molto meno il fatto che il welfare, e quindi le politiche fiscali, non rappresentano solo dei diritti per i lavoratori e le lavoratrici, ma anche un’infrastruttura sociale necessaria per permettere a quelle persone che svolgono il lavoro domestico e il lavoro di cura di poter conciliare questi lavori con il lavoro pagato. Siccome in Italia più che in altri paesi tutto questo lavoro è ancora sulle spalle delle donne, il welfare deve esser considerato anche come l'infrastruttura necessaria, anche se non sufficiente, per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro.
C’è una contraddizione nel fatto che, nel capitalismo, la strada dell’emancipazione femminile passa necessariamente attraverso l’indipendenza economica. E’ una condizione necessaria ma non sufficiente: necessaria affinché la donna possa riappropriarsi del proprio corpo, della propria vita, della propria mente. La contraddizione sta nel fatto che l’emancipazione delle lavoratrici passa attraverso la valorizzazione del capitale. Me lo sono, purtroppo, sentita dire da maschi. È strano, però, che questa contraddizione non viene mai evidenziata quando si parla di lavoratori.
Comunque, poiché resto convinta che la liberazione delle lavoratrici passi attraverso il lavoro pagato e salariato, per entrare nel mercato del lavoro la lavoratrice ha la necessità di un welfare che funzioni (magari anche insieme alla distruzione di questo modello patriarcale tutto italiano che ritiene che il lavoro domestico e di cura spetti “naturalmente” alle donne). Il welfare non può essere sempre e solo visto come una questione di diritti ma anche come l’infrastruttura sociale necessaria per le donne. Le contraddizioni stanno quindi all’interno di questo concetto di necessità. Quello di cui ho parlato precedentemente - il neo-liberismo, il tipo di integrazione europea, l’apertura di settori del welfare alla valorizzazione capitalistica, etc. - ha fatto sì che i servizi sociali pubblici siano sempre più privatizzati e mercificati. Qui c’è una contraddizione pesante. Così pesante che, in situazioni devastanti e disastrose come quella greca, le donne stanno ricominciando a morire di parto, perché non esiste più la sanità pubblica; stanno smettendo la prevenzione e le cure.
Anche qui vorrei vedere le contraddizioni. E le vorrei vedere non solo nella politica istituzionale, che è tutta concentrata sulla questione delle quote rosa. Non solo nei sindacati, che quando parlano di lavoro dimenticano costantemente la questione di genere, e mi riferisco a sindacati conflittuali, tipo la FIOM (come se il lavoratore e la lavoratrice alla catena di montaggio si trovino nelle stesse condizioni lavorative). E le vorrei vedere anche nei movimenti, dove sembra, invece, che il femminismo sia morto. Quindi, le lotte contro il capitalismo si dovrebbero sempre accompagnare alle lotte contro il patriarcato.
Altre contraddizioni le vorrei vedere in tutti i luoghi di lavoro, non solo nel manifatturiero dove prevale il lavoro manuale (chissà perché appena si parla di movimento operaio si pensa a Cipputi di Altan). La carenza di analisi, sia a livello teorico sia a livello politico-sindacale del mondo dei servizi, impedisce, o rende più complicato, capire il cambiamento che è avvenuto nel processo di lavoro nel settore dei servizi. L’unica tradizione italiana che si sforza di analizzare queste novità è quella post-operaista, di derivazione negriana. Ora, io non ne condivido le analisi, però le va riconosciuto il fatto che quegli studiosi si sono preoccupati di analizzare cosa sta succedendo nei luoghi di lavoro di questo nuovo modello capitalistico.
Purtroppo, spesso, nel dibattito odierno, quando si parla di conflitto di classe, si ha in mente la produzione manifatturiera e industriale, e si parla meno del settore dei servizi. Oppure si propongono analisi, che ritengo alquanto fantasiose, secondo le quali i servizi e la terziarizzazione creano solo lavori cognitivi. Invece, come ho detto prima, i servizi contengono una grande quantità di lavori poco qualificati (penso ai lavoratori nelle catene di fast food o alle addette alle pulizie del mio Ateneo). In assenza di analisi serie sui cambiamenti nel processo di lavoro si rischia di non cogliere dove possano stare le contraddizioni. Anche da qui nascono le difficoltà a creare movimenti e lotta di classe che unifichino una classe lavoratrice oggi assolutamente frammentata e spezzettata. Cercare di mettere in campo delle contraddizioni nei servizi potrebbe, forse, essere più facile perché parte dei servizi non è sottoposta al ricatto della delocalizzazione. La logistica, le grandi catene di distribuzione commerciale (penso ad Auchan, Esselunga, etc.) possono essere dei luoghi privilegiati per far scoppiare le contraddizioni.
RB: Sono molto d'accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova. Confesso di avere difficoltà a rispondere a questa domanda, e cercherò di chiarire il perché. Addirittura, quando me l'avete mandata, vi ho chiesto se fosse incompleta, una considerazione su cui credo che Giovanna fosse d'accordo. A questa domanda si può rispondere in molti modi: ed è questa pluralità che da un lato mi crea dei problemi, ma dall'altro mi intriga.
Si può rispondere, per esempio, ponendosi sul terreno del capitalismo globale e domandandosi quali siano le aree dove maturano le contraddizioni più significative, quelle in grado di mettere in crisi il capitalismo. Questo è stato il punto di vista di Joseph Halevi, che ha concentrato tutto il suo discorso, in maniera da me molto condivisa, sulle contraddizioni della Cina nel contesto del capitalismo asiatico. Se ci spostiamo da un'ottica del qui ed ora ad un'ottica dinamica, sarei tentato di dire che l'America Latina, che fino a poco tempo fa è stata dal punto di vista della riflessione il luogo più interessante, potrebbe tornare ad essere anche dal punto di vista delle dinamiche economiche un'area “esplosiva”.
Si sono in qualche modo attenuate le contraddizioni sull'America Latina perché, in forza della dinamica stessa della crisi, i tassi di interessi sono stati bassi, ed in forza di altre dinamiche i prezzi delle materie prime sono cresciuti. Ora, lo sviluppo dell'America Latina, che per qualche anno qualcuno ha sognato potesse divenire l’area di sbocco dell'attuale capitalismo, è molto legato all'andamento dei tassi di interesse (che io non mi aspetto rimangano permanentemente bassi) ed è molto sensibile alle variazioni dei prezzi delle materie prime. Poi bisogna considerare la stessa Europa, che non credo apparisse sulla mappa concettuale e politica degli Stati Uniti fino a poco tempo fa. Una degradazione della situazione europea può avere degli effetti significativi, quindi potremmo esplorare anche questa strada.
Da un lato, c'è l'approccio metodologico che ci ha proposto Giovanna Vertova, nella seconda parte del suo intervento: quello di guardare ai caratteri del nuovo capitalismo. Come ho detto, sono molto d'accordo con lei. Non sono interessato alla contrapposizione tra chi dice che il capitalismo post-1980 è lo stesso capitalismo di sempre e chi dice all’opposto che sarebbe una nuova creatura del tutto diversa che, chissà, forse non sarebbe neanche più capitalismo. Mi riferisco a tutte le discussioni che vanno avanti da tempo sul cosiddetto ‘capitalismo della conoscenza’, un capitalismo che talora viene definito ‘immateriale’, e così via. In realtà il problema non è accettare l’idea che vi siano delle novità importanti nel capitalismo, è semmai capire quali sono, e dove stanno, le autentiche novità. Sul terreno del lavoro le novità ci sono e sono significative - ora non ho il tempo di ripercorrerle nei dettagli. Aggiungerò solo, anzi ripeterò in altro modo rispetto a Giovanna, questo: il capitalismo c.d. immateriale e il capitalismo c.d. cognitivo sono capitalismi in cui senz’altro pesa sempre di più la produzione di beni e servizi non ‘attaccati’ ad una merce ‘fisica’ e che nascondono un più elevato contenuto linguistico e cognitivo. Questo capitalismo immateriale è però, checché se ne dica, estremamente ‘materiale’. Sia per le condizioni che vivono i lavoratori dentro di esso, sia perché sovente a valle si traduce nella produzione di valori d'uso materiali che vanno distribuiti. E qui interviene la questione della logistica, ma più in generale la centralità delle condizioni della riproduzione della forza lavoro intellettuale. La questione della scuola e quella dell'università sono potenzialmente esplosive.
Vorrei far notare un’altra cosa. Se pensiamo al luogo della produzione materiale, per prima cosa ci viene in mente la Cina. Non è sicuramente il nostro primo pensiero se parliamo di capitalismo cognitivo. Invece, se non la prima certo la seconda potenza manifatturiera mondiale è la Germania; e la Cina sta diventando, insieme all'India, luogo primario del lavoro cognitivo e ‘immateriale’.
Terzo punto. Quella attuale può essere definita, da molti punti di vista, una crisi della riproduzione. Innanzi tutto investe la riproduzione economica, e all'interno di essa il rapporto capitale-lavoro. Ma investe la dimensione di genere, e più in genere la riproduzione sociale. Non ripeterò su questo quanto vi ha detto Giovanna Vertova. Nella riproduzione capitalistica il capitale deve incorporare un altro da sé ‘interno’, ovvero la forza lavoro vivente, e ha bisogno anche di un altro da sé ‘esterno’, ovvero la natura. La dinamica capitalistica lasciata a se stessa distrugge gli esseri umani e la natura. Sono distante dalle visioni catastrofiste secondo le quali questi processi definiscono un tetto alla crescita capitalistica che si traduce, un po’ meccanicamente nel crollo del sistema. E’ certo comunque che qui è un altro nodo di contraddizioni sempre più gravi, potenzialmente esplosive.
Ancora un'altra contraddizione: il capitalismo si fonda oggi su catene transnazionali della produzione e sulla conseguente centralità degli investimenti diretti all'estero. Si tratta di investimenti a cui corrispondono flussi di lavoro migrante in direzione opposta: se è vero che è il capitale stesso che va a cercare lavoro nelle aree di nuova industrializzazione, la sua penetrazione in quelle aree fa in modo a sua volta che il lavoro migri nelle aree di precedente industrializzazione. Il lavoro migrante è uno dei nodi forse meno trattati nell'analisi della crisi odierna, ma è secondo me uno dei punti più significativi di una analisi della composizione di classe. Alzare le barriere all'immigrazione spesso e volentieri si traduce, paradossalmente, nel creare le condizioni di un maggior flusso di migrazioni legate al basso costo del lavoro. La questione del lavoro migrante penetra all'interno della questione di genere, come anche all'interno della questione del welfare. E’ forte l’intreccio tra tutte queste questioni.
Cos'è che ai miei occhi rende difficile trattare questo insieme di temi? C'è una mitologia (e non intendo questo in senso puramente negativo) di una certa sinistra, della mia sinistra - comunista, marxiana - dei punti fermi, che non vanno del tutto rigettati integralmente, ma che penso vadano fortemente qualificati.
In primo luogo, il mito che le contraddizioni vadano trovate nel ‘punto alto’ dello sviluppo capitalistico. A questa tesi ci credo ancora, si tratta di capire su cosa debba intendersi per punto alto in un contesto molto interconnesso. Il punto alto potrebbe essere dove meno te lo aspetti, perché ormai non hai più un Nord, da una parte, e un Sud, dall'altra, quasi impermeabilmente separati. Il Nord è nel Sud, e viceversa. La grandezza di Lenin, nel 1917, fu quella d'individuare nel capitalismo di allora una centralità di certe condizioni supposte ‘arretrate’ della Russia. Certamente fece la rivoluzione in Russia, ma non la pensò come separata da un'estensione in Occidente. Il socialismo in un solo paese non era la prospettiva di Lenin, fu la prospettiva di Stalin. L'altra idea - più tipica, forse, di una sinistra successiva; ma di cui io sono figlio, la sinistra dei ‘nuovi movimenti’ all'interno delle lotte nel lavoro nel corso degli anni '60 - è quella secondo cui la trasformazione sociale non può che nascere da un'interruzione del ciclo di valorizzazione. Secondo questo modo di vedere le cose, si deve essere in grado di individuare il punto del ciclo della valorizzazione che è più fragile, più debole. Secondo questa narrazione, c'era una volta l' ‘operaio di mestiere’, c'è stato poi l' ‘operaio massa’, e questo era il lavoratore significativo, ci sarà poi il ‘lavoratore cognitario’, per Sergio Bologna è il ‘lavoratore di seconda generazione’, magari qualcuno può pensare che siano le donne in quanto tali. Capisco l'importanza di questa riflessione, ma credo che il cambio di sistema nasca da una crisi, e da una crisi gestita attivamente dai soggetti sociali, ma che contino altrettanto le contraddizioni oggettive.
Non vorrei scandalizzare nessuno dicendo che secondo me il ‘post-moderno’ ha una sua verità. L'idea che non sia più valida una narrazione ‘centrata’, che non si dia più un soggetto scolpito nella materia o nel conflitto sociale primario, per come è presentata dal post-moderno è sicuramente inaccettabile. E’ innegabile però che registra una caratteristica tipica del nuovo capitalismo: quella, per così dire, di ‘sventagliare’ le figure del lavoro, le condizioni in cui vivono gli esseri umani, la riproduzione.
Cosa voglio dire? Credo che, all’epoca, fosse sensato concentrarsi sull'importanza del lavoratore di mestiere, e poi sulla centralità, non sulla esclusività, dell'operaio massa. Credo pure che il neoliberismo sia davvero una configurazione sociale che sul terreno del lavoro ha bisogno di nuove ‘qualità’ del lavoro, diverse, in alcuni momenti del ciclo produttivo. Semplicemente, questo lavoro più qualificato, più ‘autonomo’, e così via, doveva in qualche misura essere controllato, ed era un lavoratore di un certo tipo, più collettivo, in certe realtà realmente più cognitivo e di un lavoro non più irrigidito in una mansione. Questo ci impone una integrazione del conflitto tra forme diverse, e ormai plurali, del lavoro, che non lo inchiodino a sue figure storicamente contingenti, e che però abbia la capacità di cogliere la novità di questa fase. Quindi, come dire, vedo l’esistenza di un limite, che a un certo punto è diventato grave, nel voler ricercare un luogo specifico, e uno solo, della contraddizione. E’ un leninismo, qui in senso negativo, che si trova ovunque, persino in Negri, come una sorta di tic.
Tutto ciò ha a che vedere con un punto che sollevai in uno scritto del 1987, pubblicato l’anno seguente sui Quaderni del CRIC, che si intitolava “Il rosso, il rosa e il verde.” Il sottotitolo recitava: “Considerazioni inattuali sulla centralità operaia e i nuovi movimenti”. Avrei dovuto scrivere ‘sulla centralità del lavoro’, ma allora storicamente ancora un po’ funzionava la centralità operaia. Lì la questione che affrontavo era la critica verde, la critica femminista alla vecchia e nuova sinistra. Il vecchio marxismo, quello dell’epoca della Seconda e della Terza internazionale, ritenevano, con pochissime eccezioni, che la coscienza di classe venisse ai lavoratori dall'esterno, da una politica separata. Parte significativa del nuovo marxismo degli anni ‘60 e ‘70 vedeva l'operaio di massa come il soggetto trainante che doveva essere ‘seguito’, quasi nella sequenza dei vagoni di un treno, dalle donne, dai meridionali, dai giovani, e così via, in un ordine che magari non era questo, ma questa era la logica. In quell’articolo sostenni che esiste una centralità reale del momento del lavoro nella valorizzazione capitalistica, e perciò non è pensabile una crisi del capitalismo e quindi anche una crisi sociale che non passi attraverso quella dimensione.
Affermare la centralità della produzione non è un mito, non è produttivismo o industrialismo. Perché i lavoratori combattono dentro la sfera della produzione una situazione che tende a rendere i valori e le esigenze della produzione un primato totalitario, il lavoro una dimensione assillante. Al contrario, affermare un lavoro autentico, il lavoro come ‘primo bisogno’ secondo la formulazione di Marx, la possibilità di una produzione su scala umana, comporta rompere con il produttivismo e con l’industrialismo. Su questo si concentravano le lotte concrete dei lavoratori: da Mirafiori a Mestre. Questa che rivendicavo, e cioè una centralità sociale del momento antagonista del lavoro dentro la valorizzazione – di questo lavoro che stava diventando sventagliato, articolato, non riducibile a una figura sola – questa centralità sociale non può e non deve essere tradotta in una rigida formula come quelle del passato. Lì io ci vedevo un errore del marxismo, ma in fondo dello stesso Marx, e del Marx migliore. Il movimento alternativo si deve contemporaneamente giocare – e lì citavo un grande pezzo di Marco Revelli su un numero precedente dei Quaderni del CRIC – come ‘pari dignità’ delle differenze.
Il movimento femminista mi appariva molto interessante, nella misura in cui sottolineava la centralità del lavoro non solo pagato ma anche non pagato, della riproduzione sociale della forza lavoro. Mi pareva però interessante anche quando, al di là del lavoro domestico, insisteva sulla dimensione del lavoro di cura: due aspetti non rigidamente separabili. Una femminista statunitense, morta da pochi anni, Joan Tronto, non identifica la cura con il lavoro, ma mostra pure come dentro la dimensione della cura ci sia un lavoro, pagato e non pagato. Ciò a cui si deve resistere è far diventare le cristallizzazioni storiche un fatto di natura, e a ridurre la differenza di genere alla differenza sessuale. Come ci si deve opporre a chi mette le differenze contro l'eguaglianza. L’eguaglianza stessa non è un ideale astratto: è sempre un processo storico, immanente, che si ridefinisce nel tempo, una universalità che è un risultato fragile e mutevole, ma necessario.
Fonte
GV: La mia risposta è “nì”. Non vedo perché una cosa debba escludere l’altra. L’economista eterodosso può fare entrambe le cose: discutere nei dibattiti istituzionali con i teorici dei diversi mainstream e lavorare in altri luoghi e spazi. I problemi che vedo sono altri. Prima di tutto il teorico eterodosso ha più difficoltà a partecipare ai dibattiti istituzionali perché, come avete giustamente sottolineato, il mainstream è tornato dominante e quindi ci sono “pochi spazi”. Tuttavia, vedo un problema più importante: il dibattito tra gli economisti eterodossi. Mi preoccupa sia il livello del dibattito che le sue modalità. Mi sembra che molti economisti eterodossi, riprendendo la mia risposta precedente, tendano sia a voler diventare i consiglieri del principe che a farlo con un approccio fideistico. Seguendo i dibattiti in televisione, sulla stampa di sinistra, ma anche sui blog, o sui social network, il comportamento che registro tra gli economisti eterodossi italiani è abbastanza allarmante. Quasi tutti partono dalla convinzione che la loro è “la” risposta giusta alla crisi, permettono che si crei un fan club – i loro hooligan – e riempiono di insulti chiunque si permetta di dissentire o criticare la loro proposta. Questo non è un dibattito e, inoltre, dimostra l’assoluta incapacità di gestire un dissenso, una critica teorica che, oltretutto, viene spesso recepita come un attacco personale. Vi è una difficoltà nel distinguere il dissenso teorico e politico da un dissenso di natura personale.
Tra persone che vorrebbero trasformare questo sistema, le modalità del dibattito sono preoccupanti. Ormai è persino ritenuto offensivo fare i nomi ed i cognomi delle persone con cui si dissente. Se domani scrivessi un articolo dicendo che non sono d’accordo con le posizioni di Bagnai, o di Brancaccio, o di Halevi, o di Barnard, o di Cesaratto, etc., portando le mie argomentazioni teoriche, mi verrebbe detto che non avrei dovuto fare i nomi e tutto ciò sarebbe interpretato come un mio problema personale verso di loro. Ci si dimentica che lo stile scientifico prevede esattamente il riconoscimento dell’elaborazione teorica altrui e, dopo, l’eventuale assenso o critica. E questo riconoscimento richiede di fare i nomi e i cognomi.
Oltre alle modalità del dibattito, anche il livello qualitativo è abbastanza preoccupante. Penso che molti economisti eterodossi italiani non siano stati in grado di vedere alcune delle novità del capitalismo neoliberista. Riccardo prima citava teorie della fine del lavoro o della fine dello stato: nulla di più falso. La tradizione post-operaista parlava della morte della classe, della moltitudine come nuovo soggetto sociale, fuori da una teoria del valore lavoro. Sarà, forse sarebbe il caso di spiegarlo anche ai capitalisti. Il femminismo della differenza, molto dominante in Italia grazie alla Libreria delle Donne di Milano, è stato in grado di lodare la flessibilità perché permetterebbe alla donna di conciliare lavoro pagato e impegni familiari.
Infine, da economista donna, devo evidenziare anche come il dibattito sia molto “macho”. Gli economisti che vengono intervistati nel 99,9% sono maschi, i nomi che girano sui social network sono tutti maschi. Le donne economiste sono poco presenti sia nei dibattiti dei movimenti che in quelli istituzionali politici e sindacali. È, quindi, un dibattito molto machista, che pone dei problemi. Prima di tutto alimenta l’immaginario che l’economia sia una scienza “da uomini” perché tanto complicata che solo gli uomini riescono a capirla. In secondo luogo, cosa più preoccupante, l’esclusione delle economiste significa spesso anche l’esclusione di certe tematiche, che gli economisti non trattano. La questione di genere è una di quelle. Non è che automaticamente un uomo debba escludere tematiche di genere (perché ci sono economisti sensibili a questo), né automaticamente una donna debba occuparsi di questioni di genere (ci sono tante economiste che il genere non sanno cosa sia). Tuttavia un dibattito aperto, meno machista, con più donne e tematiche di genere risponderebbe ai problemi prima evidenziati. Per esempio, l’attacco alla riproduzione è un problema che, oggi, in modo particolare in Italia, quando è trattato, viene presentato da economisti, politici e sindacalisti maschi, in un modo che io, da femminista, contesterei.
RB: Non potrei essere più d’accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova, e mi sento anche molto in sintonia con quello che ha risposto a questa domanda Joseph Halevi. Intervengo soltanto con alcune qualificazioni, e poi sviluppando di più l’ultima parte sulla politica economica e il riformismo.
Io non sono più così convinto che esista una teoria dominante. La mia idea in realtà è che la teoria neoclassica intesa in senso ampio, un senso che va dal monetarismo alla nuova macroeconomia classica alla teoria del ciclo economico reale, fino ad includere Krugman o Stiglitz, quindi un ampio arco di posizioni, si sia in realtà divisa in due correnti principali, due mainstream. Uno che nasce dall’equilibrio economico generale, inteso come la base logica e coerente della teoria ma anche della politica economica; l’altra che, pur mantenendo all’equilibrio economico generale la funzione di fondazione rigorosa del discorso economico, la vede come una astrazione che per essere utile deve essere integrata dalla considerazione delle imperfezioni ed asimmetrie. Abbiamo insomma un programma neo-walrasiano e un programma alternativo al primo, non-walrasiano, che definirei ‘imperfezionista’. Il programma neo-walrasiano potrebbe essere visto come una (ma non l’unica) delle fondazioni di quello che io chiamo ‘neoliberismo’ mentre il programma imperfezionista è una delle fondazioni di quello che io chiamo ‘social-liberismo’. Questa è la mia prima qualificazione.
Questo secondo versante della teoria neoclassica non si identifica dunque con il liberismo. È vero però che Stiglitz, come anche Krugman, rappresentano una deviazione sul terreno della radicalizzazione politica di alcune conclusioni di questo secondo corno del mainstream. La loro base teorica è secondo me sostanzialmente imperfezionista. Penso però che la teoria neoclassica sia la matrice comune, come mi pare anche voi diciate, delle politiche economiche, ma non bisogna dimenticare che esse si sdoppiano in filoni in competizione. Credo peraltro che le politiche economiche effettive non si basino poi così tanto, se non dal punto di vista meramente ideologico, sul lavoro degli economisti. Credo che il neoliberismo sia un insieme molto più vasto, che per esempio sia significativa l’influenza della scuola economica austriaca, che invece dal punto di vista accademico si potrebbe qualificare come una eterodossia. Per questo mi sembra molto utile il rimando al libro di Philip Mirowski, Never let a serious crisis go to waste, che vi ho già citato. In realtà questa frase è di Rahm Emanuel, che è stato “chief of staff” della Casa Bianca tra il 2007 e il 2009, e lui prosegue la frase così: and what I mean by that is that it is an opportunity to do things you think you could not do before.
Con il neoliberismo il capitalismo è stato messo in una situazione di “crisi perpetua”, permanente, il che non è affatto in contraddizione con gli aspetti dinamici di questa nuova forma del capitalismo, che hanno condotto ad una continua ristrutturazione dei rapporti sociali, che adesso deve però effettuare un salto di qualità con la crisi. Quando parliamo di new economy dobbiamo intendere la new economy che si costituisce in forma piena negli anni Novanta come qualcosa che riguarda la politica monetaria, le innovazioni nei mercati finanziari, il consumo a debito, ma anche sicuramente le innovazioni sul terreno dei trasporti, della comunicazione, della conoscenza. Tutto questo, comunque, anche l’aspetto delle innovazioni tecniche, non casca dal cielo, non viene dal libero mercato, viene da politiche statuali. Qui a Torino sono molto interessanti le cose che dice e che ha detto in passato su questo tema un serio liberalsocialista, cioè Cristiano Antonelli. E c’è il recente, importante, libro di Mariana Mazzucato.
La questione degli eterodossi: condivido integralmente quello che ci ha detto Giovanna Vertova, credo che gli eterodossi siano in fondo oggi purtroppo nella gran parte ignoranti. Credo anche che questa ignoranza sia politicamente e teoricamente pericolosa perché non riconoscono – non tutti naturalmente, ma buona parte – l’enorme cambiamento strutturale a cui ci troviamo di fronte. Da questo punto di vista, richiamarsi alla gloriosa eredità di Sraffa o di Keynes, come se fosse possibile impiegarli cosi come sono, e lo stesso vale ovviamente per Marx, beh, a me sembra insufficiente.
Che fare in questa situazione? Guerra di posizione all’interno dell’accademia, intervenire sulle modalità di gestione della crisi? La mia risposta è esattamente la stessa di Giovanna Vertova: sì e no. Credo che non si possa non intervenire all’interno del dibattito accademico, di politica economica. Però è una questione di gerarchia, come dire logica, ed anche di atteggiamento. Non si può non intervenire sul terreno della politica economica: ma bisogna sapere che per definizione la politica economica è il terreno del nemico. E per quanto riguarda il dibattito accademico, è un dibattito che si svolge con i dadi truccati. Per questo credo che sia estremamente importante, primo, la conoscenza seria della teoria neoclassica così come autenticamente si da, anche nelle sue contraddizioni interne, e questo lo ha chiarito molto bene Joseph Halevi; ma, secondo, è estremamente importante anche una battaglia seria e radicale sul terreno della didattica.
Questo è un tema che è stato sollevato a ripetizione dagli studenti, e in parte anche da docenti eterodossi. Ricordo una importante lettera al quotidiano La Repubblica, nel 1987, con i più bei nomi della economia politica italiana. Questo tema si traduce purtroppo in un appello un po’ vuoto al ‘pluralismo’. Ora, la teoria dominante il pluralismo te lo può anche concedere. Ti danno cinque stanze su mille ai grossi convegni e ci sarà una stanza per le femministe, una per gli austriaci, e ogni piccola comunità parla per se stessa a se stessa. Il problema è invece, secondo me, quello di fare una battaglia perché la teoria economica sia già nella didattica – e sia chiaro, intendo nella didattica di base – come il luogo di un conflitto tra teorie ‘plurali’, ognuna – anche questo deve essere chiaro, contro gli atteggiamenti da setta – come attraversata da problemi. Chi studia economia deve sapere che non si può discutere nessuna problematica concreta a cui ci si viene a trovare di fronte in un momento storico, senza essere costretti a tornare a discutere sul terreno delle categorie, di come i diversi approcci le affrontino, come siano o meno riuscite a venire a capo dei problemi. Non sto affatto proponendo una integrazione eclettica tra gli approcci eterodossi. Ma una sintesi, coerente, va ogni volta ricostruita – per me, anche questo è chiaro, va ricostruita a partire da Marx (il che non significa rimanere rinchiusi in Marx, evidentemente). Questa è una battaglia che secondo me, prima che nella ricerca, va imposta dal primo anno della didattica di economia, nella triennale. È invece persino possibile che economisti eterodossi adottino un manuale tipo il Blanchard e, poi a margine, svolgano i loro commenti critici. Si è perso in partenza.
Il capitalismo è riformabile o no? Non amo discuterne a un livello troppo generale e astratto. Credo che le riforme siano una grande cosa, che il capitalismo però cambi nel tempo. Di più, penso che ci sia una dimensione potenzialmente riformista che è intrinseca al capitalismo. Si realizza però solo con il conflitto sociale, non è ‘spontanea’ o ‘naturale’ al capitalismo. Sì, è possibile un aumento del salario reale; sì, è possibile una riduzione dell’orario di lavoro; sì, sono possibili condizioni migliori nei luoghi produttivi; sì, sono possibili condizioni più rispettose del genere o della salute. Sono tutte dimensioni che attengono ad una possibilità di miglioramento sul terreno del valore d’uso. Esiste, d’altra parte, una contraddizione radicale e insanabile sul terreno della produzione di valore. Il capitalismo può vivere e prosperare solo nella misura in cui estrae lavoro vivo dai lavoratori e la maggior parte, cioè una quota crescente, va alla classe capitalistica.
Da questo punto di vista seguo Rosa Luxemburg fino in fondo: esiste una tendenza alla caduta del salario relativo. Ci possono essere delle oscillazioni ma la tendenza è alla riduzione della quota del valore della forza-lavoro sul nuovo valore: ed è chiaro, per chi conosce l’abc di Marx, che puoi avere una quota che si riduce, ma un salario reale che aumenta, con una giornata lavorativa che si riduce: se riesci a conquistare tutto ciò. Ma se tu sistematicamente blocchi, o persino inverti, questa caduta del salario relativo (per i lavoratori produttivi di valore), e che è evidentemente l’altra faccia dell’estrazione di plusvalore relativo, questa, deve essere chiaro, non è più una lotta riformistica, un conflitto – la cui legittimità rivendico, eccome.
Questa lotta ha conseguenze politiche: ed è una lotta, che – lo si voglia o meno – è rivoluzionaria. Voi venite da Modena, mi pare, e nel titolo di questo dibattito vi rifate al dibattito del 1973 aperto su Rinascita. È un dibattito in cui si confrontarono le posizioni di Vianello e Ginzburg, da un lato, con quella di Napoleoni, Marina Bianchi e D’Antonio, dall’altro. Erano posizioni estremizzate. Ho rivisitato qualche anno fa quel dibattito cercando di cogliere il punto di verità degli uni e degli altri, senz’altro scontentando tutti. Ma io sono convinto davvero che Napoleoni su un punto essenziale avesse del tutto ragione. Ci sono delle crisi radicali del capitalismo, rispetto alle quali se ne esce solo con quello che lui chiamava uno ‘sbocco politico’, che non è mai già dato in anticipo, che va costruito. Esistono delle compatibilità sistemiche, delle ‘leggi’ economiche, che non sono affatto ‘naturali’ ma sono non di meno ‘oggettive’.
La negazione della presenza di ‘compatibilità’ capitalistiche – da tempo immemorabile – fa parte della cultura della sinistra italiana più radicale: basti ricordare il Sessantotto, i gruppi dei primi anni Settanta, teoricamente quello che si volle derivare da Sraffa. Si finisce così col negare la crisi, riducendola a forzatura soggettiva della classe capitalistica. La sinistra marxista che critica quest’atteggiamento scivola nell’oggettivismo più secco, come chi sostiene la caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua formulazione classica. Secondo me entrambi i corni di questo dibattito stanno al passivo. Il problema che ci pone oggi la realtà è però diverso. Penso che siamo molto lontani oggi da queste ‘incompatibilità’ per il sistema. Noi avremmo tantissimo da recuperare anche solo sul terreno strettamente distributivo prima che il capitalismo possa andare in crisi, in astratto. Il problema però si sposta: questo capitalismo, se ha i caratteri che ho descritto rifacendomi a Streeck, Mirowski, e Crouch è concretamente un capitalismo che può reggere un riformismo degno di questo nome? Francamente, non credo. Credo ahimè che questo particolare capitalismo che abbiamo di fronte, non il capitalismo in generale, sia irriformabile.
Il disegno di un'alternativa di politica economica resta comunque necessario, un intervento che, come spero di avere chiarito, non può ridursi al terreno della domanda effettiva (lotta all’austerità) o della distribuzione del reddito (meno diseguaglianza). Non può essere pensato che come un intervento ben più radicale, sul terreno delle relazioni di lavoro, della politica industriale e della composizione della produzione, della banca e della finanza.
Su questo mi richiamo a Minsky, che radicalizzava la proposta keynesiana di una ‘socializzazione dell’investimento’, e ci aggiungeva una ‘socializzazione dell’occupazione’, e pure una ‘socializzazione’ sul terreno delle relazioni monetarie e creditizie. Per mio conto radicalizzerei la stessa proposta di Minsky, ma non è questo il luogo per parlarne a fondo perché prenderebbe troppo tempo. Un programma alternativo va costruito con rigore, va pensato da classe dirigente, anche se non credo affatto che sia praticabile come programma di governo. La logica deve essere quella di Gramsci tra il 1926 e il 1927 (insomma quando sono state scritte le Tesi di Lione), riprendendo a suo modo l’idea di Lenin del fronte unico, e insieme l’idea di un programma minimo di classe all’interno del fronte unico in cui si costruisce. Si immagina una dialettica tra il conflitto di classe e la definizione di un programma politico, e di politica economica, alternativo. È lo strumento, nelle lotte, di un allargamento e riunificazione dei diversi momenti del mondo del lavoro: ma si deve andare oltre, ad un allargamento dei soggetti sociali al di fuori della stretta classe lavoratrice.
È la sfida che abbiamo davanti: credo che solo qualcosa del genere, su scala europea, possa costringere il capitale a delle riforme, o creare le condizioni di una rottura rivoluzionaria da ripensare – questi problemi non sono definibili, appunto, in anticipo e in astratto. Sto dicendo che esattamente un atteggiamento culturalmente ‘incompatibilista’, cioè che non nega le compatibilità ma le rompe, un atteggiamento che non accetti il capitalismo come orizzonte finale, sia intanto in grado di costringere il capitale a cambiare.
Il capitale cambia per la crisi, per le pressioni interne che questa determina e in dipendenza di salti politici nella ristrutturazione del capitale. Ci deve essere, dall’altro lato della barricata, una forza che sia in grado resistere al cambiamento capitalistico così come si dà immediatamente, che apra una prospettiva diversa. Non c’è una alternativa secca riforme/rivoluzione. Su quella strada non si fa che riprodurre la contrapposizione sterile tra riformisti e rivoluzionari (se si tratta di iscriversi al partito della rivoluzione sono il primo, sono disposto a metterci la firma: e intanto vedo lo sgomitare di una miriade di economisti ‘alternativi’ che disegnano sulla carta il loro progetto di politica alternativa, e che litigano come delle comari su chi sia il più bullo del reame).
Non so se ho capito il tuo discorso su questa cosa del compatibilismo e dell’incompatibilismo all’interno di questa analisi che vede un capitalismo diverso possibile con una serie di vantaggi. Ci vedo una contraddizione: se vediamo che all’interno di questo capitalismo certe rivendicazioni non possono essere accettate se non riformandolo radicalmente, l’obiettivo di quelle rivendicazioni diventa quindi il passaggio ad una ulteriore forma di capitalismo senza considerare una prospettiva effettivamente rivoluzionaria di rivoluzione del modo di produzione che non ho visto nel tuo discorso, ma che è anche possibile che non ci sia, nel senso non è obbligatorio.
RB: Non ho detto questo. Quelli come me, che fanno parte della sinistra comunista, non possono non pensare in termini di cambiamento del modo di produzione. Rovesciamento del modo di produzione. Il problema è che cosa si intende per rovesciamento del modo di produzione, e in che misura esso possa concretamente essere praticato. Noi ci troviamo all’inizio del secondo millennio, nel 2014, a doverci porre gli stessi problemi che avevamo davanti nel corso degli anni ’70. Quando una forma di capitalismo va in crisi, si pone sempre il problema dell’alternativa, di una possibile uscita da sinistra, verso una società chiamiamola socialista, chiamiamola comunista, come volete. Il problema è lo stesso di allora perché è quello di ‘cosa’, ‘quanto’ e ‘come’ produrre.
Questo oggi avviene però in condizioni di estrema debolezza. Gran parte degli eterodossi affrontano questo problema dal corno domanda-distribuzione. Io lo affronto dal corno moneta-produzione. Possono darsi fasi intermedie. Una prospettiva minskiana di socializzazione dell’investimento (della produzione), dell’occupazione e della finanza può essere una fase intermedia di questo genere. Ma non nascondiamoci dietro un dito. Minsky potrà chiamarlo anche uno dei suoi 57 capitalismi, ma tende molto verso una forma di socialismo. Ci sono scritti in cui lui stesso questa cosa la presenta come socialismo, un socialismo di carattere democratico. E io credo, a differenza dell’economista statunitense, che il capitalismo non tollererebbe questa configurazione, così come non ha tollerato la piena occupazione permanente del capitalismo. Però c’è stata, è stata ‘torta’ nella direzione del keynesismo militare e di spreco, ma è stata condizione di nuove lotte e di una grande crisi sociale. Io ragiono in questo ordine di idee in cui non c’è il bianco e nero soltanto, ci sono tutti i colori.
Ragiono contro i modi tipici della Seconda e della Terza Internazionale, in entrambe le quali – nonostante fossero contrapposte – il problema era di entrare nella ‘stanza dei bottoni’. E si scommette sullo stato in modi diversi ma nella stessa logica. Per un esempio di un’analisi di alto livello che va in questa direzione, che scherzosamente ho chiamato ‘leninista-keynesiana’, vi andate a leggere l’introduzione di Brancaccio e Cavallaro al Capitale finanziario di Hilferding. Nei miei 100 tweet sulla crisi ho citato un brano per esteso. È in fondo l’idea che dal movimento non viene quasi mai niente. Le uniche vere lotte trasformative sono quelle che avvengono all’interno dello Stato, conquistando casematte all’interno della sfera statuale. Cavallaro arriva addirittura, all’interno di un’analisi intelligente, ma che a me sembra però un po’ forzata, a ritenere i trent’anni successivi al secondo dopoguerra come la preparazione se non già l’inveramento di un ‘modo di produzione statuale’. A volte mi pare di stare a sentire – lo dico, è chiaro, scherzosamente – Berlusconi, che era convinto che nella storia d’Italia prima che arrivasse lui, a parte forse Craxi, avevano in fondo governato i comunisti.
Posso essere criticabile dai marxisti duri e puri perché non sono un vero rivoluzionario (come è un po’ nella domanda: ma ricordo che Vianello, uno dei due autori da cui prendete lo spunto per il titolo di questo dibattito, in verità quel titolo lo inventò proprio lui a partire dal film di Buñuel, ha poi rivendicato un atteggiamento riformista, non rivoluzionario), e dai riformisti perché troppo utopico. Se ricordo bene, un compagno di Torino, Cosimo Scarinzi, nel breve periodo in cui ero iscritto a Rifondazione Comunista, in una riunione alla Camera del Lavoro, abbastanza affollata, eravamo in piedi in fondo alla sala, mi si avvicinò e mi disse: “Sai, Riccardo, tu sei un autentico socialdemocratico; per questo in realtà sei molto più a sinistra di questo partito”. Sì, sono un socialdemocratico, tendenza Rosa Luxemburg…
Dal vostro punto di vista, dove vedete in questo momento sia in Italia sia in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia.
GV: La domanda: “dove li vedo?” dovrebbe essere accompagnata da: “dove vorrei vederli?”. In questo momento li vedo (poco), frantumati e sparpagliati per il discorso che facevo precedentemente di una debole rappresentazione politica e sindacale della classe lavoratrice. Li vorrei vedere in tutti i luoghi di produzione e di lavoro che stanno sopportando l’attacco a salari, diritti e condizioni di lavoro. Ma li vorrei anche vedere nella sfera della riproduzione sociale che subisce la distruzione del welfare. Vorrei essere molto chiara a proposito. Quando si parla di attacco al welfare, in genere da parte di economisti maschi, si parla sempre di attacco ai diritti (diritto alla salute, all’istruzione, etc.). Si esplicita molto meno il fatto che il welfare, e quindi le politiche fiscali, non rappresentano solo dei diritti per i lavoratori e le lavoratrici, ma anche un’infrastruttura sociale necessaria per permettere a quelle persone che svolgono il lavoro domestico e il lavoro di cura di poter conciliare questi lavori con il lavoro pagato. Siccome in Italia più che in altri paesi tutto questo lavoro è ancora sulle spalle delle donne, il welfare deve esser considerato anche come l'infrastruttura necessaria, anche se non sufficiente, per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro.
C’è una contraddizione nel fatto che, nel capitalismo, la strada dell’emancipazione femminile passa necessariamente attraverso l’indipendenza economica. E’ una condizione necessaria ma non sufficiente: necessaria affinché la donna possa riappropriarsi del proprio corpo, della propria vita, della propria mente. La contraddizione sta nel fatto che l’emancipazione delle lavoratrici passa attraverso la valorizzazione del capitale. Me lo sono, purtroppo, sentita dire da maschi. È strano, però, che questa contraddizione non viene mai evidenziata quando si parla di lavoratori.
Comunque, poiché resto convinta che la liberazione delle lavoratrici passi attraverso il lavoro pagato e salariato, per entrare nel mercato del lavoro la lavoratrice ha la necessità di un welfare che funzioni (magari anche insieme alla distruzione di questo modello patriarcale tutto italiano che ritiene che il lavoro domestico e di cura spetti “naturalmente” alle donne). Il welfare non può essere sempre e solo visto come una questione di diritti ma anche come l’infrastruttura sociale necessaria per le donne. Le contraddizioni stanno quindi all’interno di questo concetto di necessità. Quello di cui ho parlato precedentemente - il neo-liberismo, il tipo di integrazione europea, l’apertura di settori del welfare alla valorizzazione capitalistica, etc. - ha fatto sì che i servizi sociali pubblici siano sempre più privatizzati e mercificati. Qui c’è una contraddizione pesante. Così pesante che, in situazioni devastanti e disastrose come quella greca, le donne stanno ricominciando a morire di parto, perché non esiste più la sanità pubblica; stanno smettendo la prevenzione e le cure.
Anche qui vorrei vedere le contraddizioni. E le vorrei vedere non solo nella politica istituzionale, che è tutta concentrata sulla questione delle quote rosa. Non solo nei sindacati, che quando parlano di lavoro dimenticano costantemente la questione di genere, e mi riferisco a sindacati conflittuali, tipo la FIOM (come se il lavoratore e la lavoratrice alla catena di montaggio si trovino nelle stesse condizioni lavorative). E le vorrei vedere anche nei movimenti, dove sembra, invece, che il femminismo sia morto. Quindi, le lotte contro il capitalismo si dovrebbero sempre accompagnare alle lotte contro il patriarcato.
Altre contraddizioni le vorrei vedere in tutti i luoghi di lavoro, non solo nel manifatturiero dove prevale il lavoro manuale (chissà perché appena si parla di movimento operaio si pensa a Cipputi di Altan). La carenza di analisi, sia a livello teorico sia a livello politico-sindacale del mondo dei servizi, impedisce, o rende più complicato, capire il cambiamento che è avvenuto nel processo di lavoro nel settore dei servizi. L’unica tradizione italiana che si sforza di analizzare queste novità è quella post-operaista, di derivazione negriana. Ora, io non ne condivido le analisi, però le va riconosciuto il fatto che quegli studiosi si sono preoccupati di analizzare cosa sta succedendo nei luoghi di lavoro di questo nuovo modello capitalistico.
Purtroppo, spesso, nel dibattito odierno, quando si parla di conflitto di classe, si ha in mente la produzione manifatturiera e industriale, e si parla meno del settore dei servizi. Oppure si propongono analisi, che ritengo alquanto fantasiose, secondo le quali i servizi e la terziarizzazione creano solo lavori cognitivi. Invece, come ho detto prima, i servizi contengono una grande quantità di lavori poco qualificati (penso ai lavoratori nelle catene di fast food o alle addette alle pulizie del mio Ateneo). In assenza di analisi serie sui cambiamenti nel processo di lavoro si rischia di non cogliere dove possano stare le contraddizioni. Anche da qui nascono le difficoltà a creare movimenti e lotta di classe che unifichino una classe lavoratrice oggi assolutamente frammentata e spezzettata. Cercare di mettere in campo delle contraddizioni nei servizi potrebbe, forse, essere più facile perché parte dei servizi non è sottoposta al ricatto della delocalizzazione. La logistica, le grandi catene di distribuzione commerciale (penso ad Auchan, Esselunga, etc.) possono essere dei luoghi privilegiati per far scoppiare le contraddizioni.
RB: Sono molto d'accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova. Confesso di avere difficoltà a rispondere a questa domanda, e cercherò di chiarire il perché. Addirittura, quando me l'avete mandata, vi ho chiesto se fosse incompleta, una considerazione su cui credo che Giovanna fosse d'accordo. A questa domanda si può rispondere in molti modi: ed è questa pluralità che da un lato mi crea dei problemi, ma dall'altro mi intriga.
Si può rispondere, per esempio, ponendosi sul terreno del capitalismo globale e domandandosi quali siano le aree dove maturano le contraddizioni più significative, quelle in grado di mettere in crisi il capitalismo. Questo è stato il punto di vista di Joseph Halevi, che ha concentrato tutto il suo discorso, in maniera da me molto condivisa, sulle contraddizioni della Cina nel contesto del capitalismo asiatico. Se ci spostiamo da un'ottica del qui ed ora ad un'ottica dinamica, sarei tentato di dire che l'America Latina, che fino a poco tempo fa è stata dal punto di vista della riflessione il luogo più interessante, potrebbe tornare ad essere anche dal punto di vista delle dinamiche economiche un'area “esplosiva”.
Si sono in qualche modo attenuate le contraddizioni sull'America Latina perché, in forza della dinamica stessa della crisi, i tassi di interessi sono stati bassi, ed in forza di altre dinamiche i prezzi delle materie prime sono cresciuti. Ora, lo sviluppo dell'America Latina, che per qualche anno qualcuno ha sognato potesse divenire l’area di sbocco dell'attuale capitalismo, è molto legato all'andamento dei tassi di interesse (che io non mi aspetto rimangano permanentemente bassi) ed è molto sensibile alle variazioni dei prezzi delle materie prime. Poi bisogna considerare la stessa Europa, che non credo apparisse sulla mappa concettuale e politica degli Stati Uniti fino a poco tempo fa. Una degradazione della situazione europea può avere degli effetti significativi, quindi potremmo esplorare anche questa strada.
Da un lato, c'è l'approccio metodologico che ci ha proposto Giovanna Vertova, nella seconda parte del suo intervento: quello di guardare ai caratteri del nuovo capitalismo. Come ho detto, sono molto d'accordo con lei. Non sono interessato alla contrapposizione tra chi dice che il capitalismo post-1980 è lo stesso capitalismo di sempre e chi dice all’opposto che sarebbe una nuova creatura del tutto diversa che, chissà, forse non sarebbe neanche più capitalismo. Mi riferisco a tutte le discussioni che vanno avanti da tempo sul cosiddetto ‘capitalismo della conoscenza’, un capitalismo che talora viene definito ‘immateriale’, e così via. In realtà il problema non è accettare l’idea che vi siano delle novità importanti nel capitalismo, è semmai capire quali sono, e dove stanno, le autentiche novità. Sul terreno del lavoro le novità ci sono e sono significative - ora non ho il tempo di ripercorrerle nei dettagli. Aggiungerò solo, anzi ripeterò in altro modo rispetto a Giovanna, questo: il capitalismo c.d. immateriale e il capitalismo c.d. cognitivo sono capitalismi in cui senz’altro pesa sempre di più la produzione di beni e servizi non ‘attaccati’ ad una merce ‘fisica’ e che nascondono un più elevato contenuto linguistico e cognitivo. Questo capitalismo immateriale è però, checché se ne dica, estremamente ‘materiale’. Sia per le condizioni che vivono i lavoratori dentro di esso, sia perché sovente a valle si traduce nella produzione di valori d'uso materiali che vanno distribuiti. E qui interviene la questione della logistica, ma più in generale la centralità delle condizioni della riproduzione della forza lavoro intellettuale. La questione della scuola e quella dell'università sono potenzialmente esplosive.
Vorrei far notare un’altra cosa. Se pensiamo al luogo della produzione materiale, per prima cosa ci viene in mente la Cina. Non è sicuramente il nostro primo pensiero se parliamo di capitalismo cognitivo. Invece, se non la prima certo la seconda potenza manifatturiera mondiale è la Germania; e la Cina sta diventando, insieme all'India, luogo primario del lavoro cognitivo e ‘immateriale’.
Terzo punto. Quella attuale può essere definita, da molti punti di vista, una crisi della riproduzione. Innanzi tutto investe la riproduzione economica, e all'interno di essa il rapporto capitale-lavoro. Ma investe la dimensione di genere, e più in genere la riproduzione sociale. Non ripeterò su questo quanto vi ha detto Giovanna Vertova. Nella riproduzione capitalistica il capitale deve incorporare un altro da sé ‘interno’, ovvero la forza lavoro vivente, e ha bisogno anche di un altro da sé ‘esterno’, ovvero la natura. La dinamica capitalistica lasciata a se stessa distrugge gli esseri umani e la natura. Sono distante dalle visioni catastrofiste secondo le quali questi processi definiscono un tetto alla crescita capitalistica che si traduce, un po’ meccanicamente nel crollo del sistema. E’ certo comunque che qui è un altro nodo di contraddizioni sempre più gravi, potenzialmente esplosive.
Ancora un'altra contraddizione: il capitalismo si fonda oggi su catene transnazionali della produzione e sulla conseguente centralità degli investimenti diretti all'estero. Si tratta di investimenti a cui corrispondono flussi di lavoro migrante in direzione opposta: se è vero che è il capitale stesso che va a cercare lavoro nelle aree di nuova industrializzazione, la sua penetrazione in quelle aree fa in modo a sua volta che il lavoro migri nelle aree di precedente industrializzazione. Il lavoro migrante è uno dei nodi forse meno trattati nell'analisi della crisi odierna, ma è secondo me uno dei punti più significativi di una analisi della composizione di classe. Alzare le barriere all'immigrazione spesso e volentieri si traduce, paradossalmente, nel creare le condizioni di un maggior flusso di migrazioni legate al basso costo del lavoro. La questione del lavoro migrante penetra all'interno della questione di genere, come anche all'interno della questione del welfare. E’ forte l’intreccio tra tutte queste questioni.
Cos'è che ai miei occhi rende difficile trattare questo insieme di temi? C'è una mitologia (e non intendo questo in senso puramente negativo) di una certa sinistra, della mia sinistra - comunista, marxiana - dei punti fermi, che non vanno del tutto rigettati integralmente, ma che penso vadano fortemente qualificati.
In primo luogo, il mito che le contraddizioni vadano trovate nel ‘punto alto’ dello sviluppo capitalistico. A questa tesi ci credo ancora, si tratta di capire su cosa debba intendersi per punto alto in un contesto molto interconnesso. Il punto alto potrebbe essere dove meno te lo aspetti, perché ormai non hai più un Nord, da una parte, e un Sud, dall'altra, quasi impermeabilmente separati. Il Nord è nel Sud, e viceversa. La grandezza di Lenin, nel 1917, fu quella d'individuare nel capitalismo di allora una centralità di certe condizioni supposte ‘arretrate’ della Russia. Certamente fece la rivoluzione in Russia, ma non la pensò come separata da un'estensione in Occidente. Il socialismo in un solo paese non era la prospettiva di Lenin, fu la prospettiva di Stalin. L'altra idea - più tipica, forse, di una sinistra successiva; ma di cui io sono figlio, la sinistra dei ‘nuovi movimenti’ all'interno delle lotte nel lavoro nel corso degli anni '60 - è quella secondo cui la trasformazione sociale non può che nascere da un'interruzione del ciclo di valorizzazione. Secondo questo modo di vedere le cose, si deve essere in grado di individuare il punto del ciclo della valorizzazione che è più fragile, più debole. Secondo questa narrazione, c'era una volta l' ‘operaio di mestiere’, c'è stato poi l' ‘operaio massa’, e questo era il lavoratore significativo, ci sarà poi il ‘lavoratore cognitario’, per Sergio Bologna è il ‘lavoratore di seconda generazione’, magari qualcuno può pensare che siano le donne in quanto tali. Capisco l'importanza di questa riflessione, ma credo che il cambio di sistema nasca da una crisi, e da una crisi gestita attivamente dai soggetti sociali, ma che contino altrettanto le contraddizioni oggettive.
Non vorrei scandalizzare nessuno dicendo che secondo me il ‘post-moderno’ ha una sua verità. L'idea che non sia più valida una narrazione ‘centrata’, che non si dia più un soggetto scolpito nella materia o nel conflitto sociale primario, per come è presentata dal post-moderno è sicuramente inaccettabile. E’ innegabile però che registra una caratteristica tipica del nuovo capitalismo: quella, per così dire, di ‘sventagliare’ le figure del lavoro, le condizioni in cui vivono gli esseri umani, la riproduzione.
Cosa voglio dire? Credo che, all’epoca, fosse sensato concentrarsi sull'importanza del lavoratore di mestiere, e poi sulla centralità, non sulla esclusività, dell'operaio massa. Credo pure che il neoliberismo sia davvero una configurazione sociale che sul terreno del lavoro ha bisogno di nuove ‘qualità’ del lavoro, diverse, in alcuni momenti del ciclo produttivo. Semplicemente, questo lavoro più qualificato, più ‘autonomo’, e così via, doveva in qualche misura essere controllato, ed era un lavoratore di un certo tipo, più collettivo, in certe realtà realmente più cognitivo e di un lavoro non più irrigidito in una mansione. Questo ci impone una integrazione del conflitto tra forme diverse, e ormai plurali, del lavoro, che non lo inchiodino a sue figure storicamente contingenti, e che però abbia la capacità di cogliere la novità di questa fase. Quindi, come dire, vedo l’esistenza di un limite, che a un certo punto è diventato grave, nel voler ricercare un luogo specifico, e uno solo, della contraddizione. E’ un leninismo, qui in senso negativo, che si trova ovunque, persino in Negri, come una sorta di tic.
Tutto ciò ha a che vedere con un punto che sollevai in uno scritto del 1987, pubblicato l’anno seguente sui Quaderni del CRIC, che si intitolava “Il rosso, il rosa e il verde.” Il sottotitolo recitava: “Considerazioni inattuali sulla centralità operaia e i nuovi movimenti”. Avrei dovuto scrivere ‘sulla centralità del lavoro’, ma allora storicamente ancora un po’ funzionava la centralità operaia. Lì la questione che affrontavo era la critica verde, la critica femminista alla vecchia e nuova sinistra. Il vecchio marxismo, quello dell’epoca della Seconda e della Terza internazionale, ritenevano, con pochissime eccezioni, che la coscienza di classe venisse ai lavoratori dall'esterno, da una politica separata. Parte significativa del nuovo marxismo degli anni ‘60 e ‘70 vedeva l'operaio di massa come il soggetto trainante che doveva essere ‘seguito’, quasi nella sequenza dei vagoni di un treno, dalle donne, dai meridionali, dai giovani, e così via, in un ordine che magari non era questo, ma questa era la logica. In quell’articolo sostenni che esiste una centralità reale del momento del lavoro nella valorizzazione capitalistica, e perciò non è pensabile una crisi del capitalismo e quindi anche una crisi sociale che non passi attraverso quella dimensione.
Affermare la centralità della produzione non è un mito, non è produttivismo o industrialismo. Perché i lavoratori combattono dentro la sfera della produzione una situazione che tende a rendere i valori e le esigenze della produzione un primato totalitario, il lavoro una dimensione assillante. Al contrario, affermare un lavoro autentico, il lavoro come ‘primo bisogno’ secondo la formulazione di Marx, la possibilità di una produzione su scala umana, comporta rompere con il produttivismo e con l’industrialismo. Su questo si concentravano le lotte concrete dei lavoratori: da Mirafiori a Mestre. Questa che rivendicavo, e cioè una centralità sociale del momento antagonista del lavoro dentro la valorizzazione – di questo lavoro che stava diventando sventagliato, articolato, non riducibile a una figura sola – questa centralità sociale non può e non deve essere tradotta in una rigida formula come quelle del passato. Lì io ci vedevo un errore del marxismo, ma in fondo dello stesso Marx, e del Marx migliore. Il movimento alternativo si deve contemporaneamente giocare – e lì citavo un grande pezzo di Marco Revelli su un numero precedente dei Quaderni del CRIC – come ‘pari dignità’ delle differenze.
Il movimento femminista mi appariva molto interessante, nella misura in cui sottolineava la centralità del lavoro non solo pagato ma anche non pagato, della riproduzione sociale della forza lavoro. Mi pareva però interessante anche quando, al di là del lavoro domestico, insisteva sulla dimensione del lavoro di cura: due aspetti non rigidamente separabili. Una femminista statunitense, morta da pochi anni, Joan Tronto, non identifica la cura con il lavoro, ma mostra pure come dentro la dimensione della cura ci sia un lavoro, pagato e non pagato. Ciò a cui si deve resistere è far diventare le cristallizzazioni storiche un fatto di natura, e a ridurre la differenza di genere alla differenza sessuale. Come ci si deve opporre a chi mette le differenze contro l'eguaglianza. L’eguaglianza stessa non è un ideale astratto: è sempre un processo storico, immanente, che si ridefinisce nel tempo, una universalità che è un risultato fragile e mutevole, ma necessario.
Fonte
1996. Napolitano, un "non nemico" al Viminale
Un documento straordinario, di quelli che bisognerebbe incorniciare e tenere sempre a portata di mano. Per chi era in buonafede convinto che il “grande Partito Comunista di Togliatti-Longo-Berlinguer” (e via degradando...) fosse davvero un problema sia per il capitalismo che per il sistema politico nazionale.
Si tratta di un'intervista a Federico Umberto D'Amato, il capo della polizia politica italiana ai tempi di Piazza Fontana (allora Ufficio Affari Riservati), fascista d'antàn e tessitore di trame reazionarie come pochi altri, nel cui nome ci si imbatte in ogni inchiesta e depistaggio sulle stragi di stato. Anche l'intervistatore merita una menzione: Giuseppe D'Avanzo, grande firma di Repubblica, scomparso mentre si teneva in forma andando in bicicletta, per un banalissimo infarto, uomo con entrature privilegate ai vertici della polizia e dei “servizi”.
Da buon fascista di palazzo, D'Amato s'era riciclato democristiano. Anche lui travolto da Tangentopoli? Ma che scherziamo! Certa gente muore davvero solo davanti a un plotone d'esecuzione rivoluzionario (se si tengono gli occhi molto aperti)... E l'amico D'Avanzo lo stuzzica andando a intervistarlo, da neo-pensionato mai davvero fuori dai giochi, sulla nomina di tale Giorgio Napolitano, ex “dirigente comunista”, a ministro dell'Interno.
Noi ci limitiamo a riproporre l'intervista, datata 19 maggio 1996. Ricordando ai lettori di fare attenzione a due cose. Una, esplicita, è il giudizio entusiastico del vecchio piduista – ah, già! non si era fatta mancare neanche questa onoreficienza, oltre alla medaglia ricevuta dalla CIA (la Bronze Star) – per il suo “candidato numero uno” alla poltrona di ministro di polizia. La seconda, molto meno evidente: qualcuno ha notizia di un solo documento sui “servizi deviati” uscito dagli archivi durante il triennio di Re Giorgio al Viminale? No, eh? Per noi è sufficiente questo “dettaglio”, per non voler mai più sentir parlare di “servizi deviati”. Al contrario, ci sembrano abbastanza rettilenei...
Dite che certi passaggi di questa intervista non gettano una buona luce sul fu Pci? Che ne esce un'idea non proprio nobile del "consociativismo" solo ora dichiarato sepolto? Basta non nutrire alcuna nostalgia...
di GIUSEPPE D' AVANZO
ROMA - "Glielo dico in un orecchio: Napolitano era il mio candidato unico". Federico Umberto D'Amato si versa un altro bicchiere di Chardonnay, accarezza il suo silenzioso yorkshire che si chiama Flic, dà fuoco all'ottava Philip Morris in un'ora. "Ho una grande stima di lui, è un uomo freddo, freddo al punto giusto per poter fare il ministro dell'Interno".
L'hanno chiamato in molti modi, D'Amato. Il Grande Fascicolatore, il Re degli Spioni, l'Uomo Nero dell'ufficio Affari Riservati del Viminale. C' è molto di esagerato e qualcosa di vero in queste definizioni. Di vero c'è che il prefetto Federico Umberto D'Amato, nonostante il vestito di flic gastronome che si è cucito poi addosso, si porta sulle spalle di pensionato di 78 anni un fardello di storie inconfessabili che vanno dal Sifar a Roberto Calvi transitando per golpe Borghese, Gelli, P2. Per poco meno di 40, è stato l'ascoltatissimo consigliere di governi e ministri. Per decenni, è stato indicato dal Pci come l'uomo che spiava i comunisti per conto degli americani.
E ora che un ex-comunista s'è insediato nel suo Viminale, come la mettiamo?
"Che vuole che faccia? Mi metto a sedere e vedo che succede. I governi passano e i capi divisione restano".
Tutto cambi perché nulla cambi?
"Bello mio, ma è già tutto cambiato. Veramente pensi che i poliziotti abbiano ancora paura dei comunisti? La paura dei comunisti è un sentimento scomparso da tempo al Viminale, e ben prima che crollasse quel benedetto Muro".
Prefetto, mica vorrà dire che non ha mai spiato i comunisti?
"Certo, che li ho spiati. Era il mio mestiere, ho diretto l' ufficio speciale della Nato".
Anche Napolitano, ha spiato?
"Era il mio mestiere".
Lavoro illegittimo?
"Era tutto legittimo. Eravamo nell'immediato dopoguerra, 1947 o 1948. Io stavo allora all'ufficio politico della Questura e tenevo d'occhio quei giovanotti, Negarville, Reale, Napolitano...".
Ma quell'"attenzione" è andata oltre il dopoguerra...
"Sicuro che è continuata. Venne la 'guerra fredda' e nacque il 'Casellario politico centrale' dove venivano raccolte le schede degli uomini 'più attivi e pericolosi' della sinistra e della destra. C'era anche Napolitano, anche lui ebbe diritto alla sua brava scheda".
Insomma, schedavate i comunisti?
"Non è una novità, figlio mio. Era tutto fatto all'acqua di rose, però. Si diceva al commissario di Ps: tal dei tali abita nel tuo quartiere, dategli un'occhiata di tanto in tanto e se cambia domicilio, segnalate a questa autorità".
Tutto qui?
"Gesù, ma allora tu non hai capito che questa è stata una Repubblica fondata non sul lavoro, come dice la Costituzione, ma su una paura tutta da ridere. I borghesi tremavano come foglioline al pensiero dei cosacchi in piazza San Pietro. I comunisti avevano paura dello Stato che immaginavano repressivo, occhiuto, efficiente. Invece, quello era uno Stato sfessato e quella paura faceva felici e ricchi soltanto i ciarlatani, i magliari, i venditori di fumo. Qualcuno si è seduto anche al Viminale".
Chi?
"Tambroni, ad esempio. Il peggior ministro dell'Interno che ho conosciuto. Era un provincialotto, si sistemò al Viminale e perse la testa. Strinse legami pericolosi e illeciti con settori della Cia".
Che cosa fece?
"Si accordò con uno della Cia che veniva da Trieste e insieme crearono un nucleo investigativo speciale - un gruppo di irregolari, soprattutto italo-americani - che si piazzò dentro il Viminale con a capo un questore. Con le notizie raccolte da questi sciamannati, Tambroni si presentava in Parlamento a raccontare risibili storie sui 'propositi rivoluzionari' del Pci. Ma, in fondo, il Pci era il falso bersaglio".
Quello vero qual era?
"I veri avversari di Tambroni non erano i comunisti, ma i suoi amici democristiani. Il 'nucleo speciale' gli serviva per controllare la vita privata dei suoi nemici politici, e incastrarli. Poi, li chiamava nel suo studio, apriva il cassetto della scrivania e diceva: 'Amico mio, se io apro questo cassetto...' ".
E che aveva nel cassetto?
"Praticamente niente, ma la tattica funzionava perché ognuno di noi si porta dietro la sua ombra".
Tambroni è stato un pessimo ministro. E gli altri?
"Ce ne sono stati di ottimi. Ottimo è stato Romita, straordinari Scelba, Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga".
Scalfaro non è nel novero?
"Non mi pronuncio su Scalfaro, altrimenti quest'intervista diventa un guaio".
E i peggiori?
"Gesù, Gava! Lo vedi che mi mancano i capelli. Mi caddero quando Antonio Gava divenne ministro dell'Interno. Avevo appena smesso i calzoni corti e già mio padre - Federico, questore - diceva che erano mariuoli".
E i capi della polizia?
"Ce ne sono stati di ottimi. Carcaterra, Vicari, Zanda, Meneghini, Parlato, Coronas. Gente che non ha mai fatto un intrallazzo, semmai gli intrallazzi se li facevano i ministri, da soli".
Vincenzo Parisi non è nella schiera?
"Soltanto perché ho 78 anni. L'ho dimenticato. Un grandissimo capo della polizia. Soltanto un imbecille come Maroni poteva liquidarlo in quel modo facendogli venire l'infarto fatale".
Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant'anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell'Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!".
E il secondo consiglio?
"Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole".
Un'ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano?
"Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".
Fonte
Si tratta di un'intervista a Federico Umberto D'Amato, il capo della polizia politica italiana ai tempi di Piazza Fontana (allora Ufficio Affari Riservati), fascista d'antàn e tessitore di trame reazionarie come pochi altri, nel cui nome ci si imbatte in ogni inchiesta e depistaggio sulle stragi di stato. Anche l'intervistatore merita una menzione: Giuseppe D'Avanzo, grande firma di Repubblica, scomparso mentre si teneva in forma andando in bicicletta, per un banalissimo infarto, uomo con entrature privilegate ai vertici della polizia e dei “servizi”.
Da buon fascista di palazzo, D'Amato s'era riciclato democristiano. Anche lui travolto da Tangentopoli? Ma che scherziamo! Certa gente muore davvero solo davanti a un plotone d'esecuzione rivoluzionario (se si tengono gli occhi molto aperti)... E l'amico D'Avanzo lo stuzzica andando a intervistarlo, da neo-pensionato mai davvero fuori dai giochi, sulla nomina di tale Giorgio Napolitano, ex “dirigente comunista”, a ministro dell'Interno.
Noi ci limitiamo a riproporre l'intervista, datata 19 maggio 1996. Ricordando ai lettori di fare attenzione a due cose. Una, esplicita, è il giudizio entusiastico del vecchio piduista – ah, già! non si era fatta mancare neanche questa onoreficienza, oltre alla medaglia ricevuta dalla CIA (la Bronze Star) – per il suo “candidato numero uno” alla poltrona di ministro di polizia. La seconda, molto meno evidente: qualcuno ha notizia di un solo documento sui “servizi deviati” uscito dagli archivi durante il triennio di Re Giorgio al Viminale? No, eh? Per noi è sufficiente questo “dettaglio”, per non voler mai più sentir parlare di “servizi deviati”. Al contrario, ci sembrano abbastanza rettilenei...
Dite che certi passaggi di questa intervista non gettano una buona luce sul fu Pci? Che ne esce un'idea non proprio nobile del "consociativismo" solo ora dichiarato sepolto? Basta non nutrire alcuna nostalgia...
*****
di GIUSEPPE D' AVANZO
ROMA - "Glielo dico in un orecchio: Napolitano era il mio candidato unico". Federico Umberto D'Amato si versa un altro bicchiere di Chardonnay, accarezza il suo silenzioso yorkshire che si chiama Flic, dà fuoco all'ottava Philip Morris in un'ora. "Ho una grande stima di lui, è un uomo freddo, freddo al punto giusto per poter fare il ministro dell'Interno".
L'hanno chiamato in molti modi, D'Amato. Il Grande Fascicolatore, il Re degli Spioni, l'Uomo Nero dell'ufficio Affari Riservati del Viminale. C' è molto di esagerato e qualcosa di vero in queste definizioni. Di vero c'è che il prefetto Federico Umberto D'Amato, nonostante il vestito di flic gastronome che si è cucito poi addosso, si porta sulle spalle di pensionato di 78 anni un fardello di storie inconfessabili che vanno dal Sifar a Roberto Calvi transitando per golpe Borghese, Gelli, P2. Per poco meno di 40, è stato l'ascoltatissimo consigliere di governi e ministri. Per decenni, è stato indicato dal Pci come l'uomo che spiava i comunisti per conto degli americani.
E ora che un ex-comunista s'è insediato nel suo Viminale, come la mettiamo?
"Che vuole che faccia? Mi metto a sedere e vedo che succede. I governi passano e i capi divisione restano".
Tutto cambi perché nulla cambi?
"Bello mio, ma è già tutto cambiato. Veramente pensi che i poliziotti abbiano ancora paura dei comunisti? La paura dei comunisti è un sentimento scomparso da tempo al Viminale, e ben prima che crollasse quel benedetto Muro".
Prefetto, mica vorrà dire che non ha mai spiato i comunisti?
"Certo, che li ho spiati. Era il mio mestiere, ho diretto l' ufficio speciale della Nato".
Anche Napolitano, ha spiato?
"Era il mio mestiere".
Lavoro illegittimo?
"Era tutto legittimo. Eravamo nell'immediato dopoguerra, 1947 o 1948. Io stavo allora all'ufficio politico della Questura e tenevo d'occhio quei giovanotti, Negarville, Reale, Napolitano...".
Ma quell'"attenzione" è andata oltre il dopoguerra...
"Sicuro che è continuata. Venne la 'guerra fredda' e nacque il 'Casellario politico centrale' dove venivano raccolte le schede degli uomini 'più attivi e pericolosi' della sinistra e della destra. C'era anche Napolitano, anche lui ebbe diritto alla sua brava scheda".
Insomma, schedavate i comunisti?
"Non è una novità, figlio mio. Era tutto fatto all'acqua di rose, però. Si diceva al commissario di Ps: tal dei tali abita nel tuo quartiere, dategli un'occhiata di tanto in tanto e se cambia domicilio, segnalate a questa autorità".
Tutto qui?
"Gesù, ma allora tu non hai capito che questa è stata una Repubblica fondata non sul lavoro, come dice la Costituzione, ma su una paura tutta da ridere. I borghesi tremavano come foglioline al pensiero dei cosacchi in piazza San Pietro. I comunisti avevano paura dello Stato che immaginavano repressivo, occhiuto, efficiente. Invece, quello era uno Stato sfessato e quella paura faceva felici e ricchi soltanto i ciarlatani, i magliari, i venditori di fumo. Qualcuno si è seduto anche al Viminale".
Chi?
"Tambroni, ad esempio. Il peggior ministro dell'Interno che ho conosciuto. Era un provincialotto, si sistemò al Viminale e perse la testa. Strinse legami pericolosi e illeciti con settori della Cia".
Che cosa fece?
"Si accordò con uno della Cia che veniva da Trieste e insieme crearono un nucleo investigativo speciale - un gruppo di irregolari, soprattutto italo-americani - che si piazzò dentro il Viminale con a capo un questore. Con le notizie raccolte da questi sciamannati, Tambroni si presentava in Parlamento a raccontare risibili storie sui 'propositi rivoluzionari' del Pci. Ma, in fondo, il Pci era il falso bersaglio".
Quello vero qual era?
"I veri avversari di Tambroni non erano i comunisti, ma i suoi amici democristiani. Il 'nucleo speciale' gli serviva per controllare la vita privata dei suoi nemici politici, e incastrarli. Poi, li chiamava nel suo studio, apriva il cassetto della scrivania e diceva: 'Amico mio, se io apro questo cassetto...' ".
E che aveva nel cassetto?
"Praticamente niente, ma la tattica funzionava perché ognuno di noi si porta dietro la sua ombra".
Tambroni è stato un pessimo ministro. E gli altri?
"Ce ne sono stati di ottimi. Ottimo è stato Romita, straordinari Scelba, Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga".
Scalfaro non è nel novero?
"Non mi pronuncio su Scalfaro, altrimenti quest'intervista diventa un guaio".
E i peggiori?
"Gesù, Gava! Lo vedi che mi mancano i capelli. Mi caddero quando Antonio Gava divenne ministro dell'Interno. Avevo appena smesso i calzoni corti e già mio padre - Federico, questore - diceva che erano mariuoli".
E i capi della polizia?
"Ce ne sono stati di ottimi. Carcaterra, Vicari, Zanda, Meneghini, Parlato, Coronas. Gente che non ha mai fatto un intrallazzo, semmai gli intrallazzi se li facevano i ministri, da soli".
Vincenzo Parisi non è nella schiera?
"Soltanto perché ho 78 anni. L'ho dimenticato. Un grandissimo capo della polizia. Soltanto un imbecille come Maroni poteva liquidarlo in quel modo facendogli venire l'infarto fatale".
Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant'anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell'Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!".
E il secondo consiglio?
"Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole".
Un'ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano?
"Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".
Fonte
02/01/2015
Gambia - Tentativo di colpo di stato
di Federica Iezzi
Il presidente del Gambia Yahya Jammeh è rientrato nel Paese dell’Africa Occidentale, via N’Djamena, capitale del Ciad, dopo un tentativo di golpe, soffocato dalle forze governative gambesi. Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre le forze di sicurezza hanno bloccato la capitale, mentre il governo ha emesso una breve dichiarazione, alla fine della giornata, negando voci di instabilità. Soldati a ventaglio in tutta la città hanno esortato la gente a tornare a casa. Negozi, banche e uffici chiusi. Solo musica tradizionale nelle stazioni radiofoniche e televisive.
Continuano gli scontri tra i soldati legati alla guardia presidenziale ed ex militari del Gambia, tornati dall’esilio negli Stati Uniti e in Europa. Il presunto leader del colpo di stato sarebbe il tenente colonnello Lamin Sanneh, ex comandante delle forze armate della State House. Entrato dal vicino Senegal, il colonnello e il suo esercito hanno colpito la zona della State House, il palazzo presidenziale, e il Denton bridge, il ponte che conduce alla capitale Banjul. I soldati fedeli a Yahya Jammeh hanno opposto resistenza ed alla fine hanno sconfitto i golpisti. Sanneh sarebbe morto negli scontri. Il bilancio è di almeno cinque morti e dozzine di feriti.
Il tentativo di colpo di stato è maturato nei giorni in cui il Presidente era in visita privata a Dubai. Scampato già a due colpi di stato, uno nel 2006 e uno nel 2009, il governo era nato nel 1994, a sua volta in seguito ad un golpe, contro Dawda Jawara. Jammeh ha vinto quattro elezioni ma la sua credibilità tra i leader africani è crollata. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), ha rifiutato di approvare la sua ultima vittoria nel 2011, con la dichiarazione che gli elettori sarebbero stati intimiditi dalla repressione.
Sostenuto fortemente dal suo partito, Alliance for Patriotic Reorientation and Construction, Jammeh gode di una larga maggioranza in Parlamento. Nonostante questo, è finito nel mirino per gravi e diffuse violazioni dei diritti umani e per la limitazione della libertà di stampa. Secondo Amnesty International difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti politici affrontano molestie, intimidazioni, arresti e detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate. Il governo di Jammeh è stato accusato di uccisione di studenti e giornalisti nel corso di manifestazioni contro il regime. Decine di oppositori politici scomparsi o detenuti a tempo indeterminato, per mesi o anni, senza accusa né processo.
Attualmente le forze lealiste pattugliano le strade di Banjul e Kanilai. Edifici governativi, installazioni di sicurezza, porto, aeroporto, prigione di Mile Two ed altre caserme sono sigillati. Istituiti tre posti di blocco sul ponte Denton dalle forze governative. Preoccupazione per le continue notizie di colpi d'arma da fuoco durante la notte a Banjul, anche se il governo tenta di negare il tentativo di colpo di stato. Le autorità gambesi hanno sollecitato la popolazione a riprendere le proprie normali attività.
Fonte
Norman Atlantic: vigili del fuoco italiani abbandonati davanti alle coste albanesi
Continua l'incredibile vicenda dei Vigili del Fuoco italiani finiti in Albania durante le operazioni di soccorso del traghetto Norman Atlantic.
I vigili del fuoco di Brindisi formati per le attività di soccorso a terra e non in mare, sono stati obbligati a salire a bordo di rimorchiatori privati - perché il governo italiano è solo intento a tagliare tutto quello che riguarda il soccorso alla popolazione - e a recarsi in mare aperto per spegnere le fiamme divampate sul traghetto Norman Atlantic!
Fino a ieri, 1 gennaio 2015 alle 17:30, stremati dalle forze, senza nulla da mangiare, senza ricambi di vestiario e senza documenti personali, sono a bordo sempre di rimorchiatori privati davanti alle coste albanesi in attesa che il governo italiano, dopo averli utilizzati, li riporti a casa!
Sono da domenica in balia delle onde, del freddo, senza sostentamento, gli otto vigili del fuoco italiani, impossibilitati a comunicare con i familiari perché il governo italiano è impegnato con le festività e quindi non ha trovato il tempo di inviare un mezzo idoneo, esempio, gli elicotteri bipala, per recuperare dai rimorchiatori i nostri colleghi.
Un governo di inadeguati, di inetti preoccupati solo dalla propaganda di Stato attraverso le tv nazionali e poi nei fatti incapaci di far sbarcare 8 Vigili del fuoco in Albania e farli decollare per l’Italia, riportarli alle loro famiglie e rifocillarli. Un ironico ringraziamento per questa vicenda è stato espresso dalla Usb "al Presidente della Repubblica preoccupato delle sue dimissioni, al Presidente del governo Renzi preoccupato della poca neve per sciare e al ministro Alfano che non esiste; una figura della fantasia!"
Come nelle migliori tradizioni italiane da soccorritori diventiamo o gente da soccorrere, perché senza mezzi ed attrezzature, oppure clandestini abbandonati da tutti. La USB sta provvedendo attraverso i parlamentari per far intervenire altri paesi limitrofi perché l’Italia è ormai alla deriva in tutti i sensi.
Fonte
I vigili del fuoco di Brindisi formati per le attività di soccorso a terra e non in mare, sono stati obbligati a salire a bordo di rimorchiatori privati - perché il governo italiano è solo intento a tagliare tutto quello che riguarda il soccorso alla popolazione - e a recarsi in mare aperto per spegnere le fiamme divampate sul traghetto Norman Atlantic!
Fino a ieri, 1 gennaio 2015 alle 17:30, stremati dalle forze, senza nulla da mangiare, senza ricambi di vestiario e senza documenti personali, sono a bordo sempre di rimorchiatori privati davanti alle coste albanesi in attesa che il governo italiano, dopo averli utilizzati, li riporti a casa!
Sono da domenica in balia delle onde, del freddo, senza sostentamento, gli otto vigili del fuoco italiani, impossibilitati a comunicare con i familiari perché il governo italiano è impegnato con le festività e quindi non ha trovato il tempo di inviare un mezzo idoneo, esempio, gli elicotteri bipala, per recuperare dai rimorchiatori i nostri colleghi.
Un governo di inadeguati, di inetti preoccupati solo dalla propaganda di Stato attraverso le tv nazionali e poi nei fatti incapaci di far sbarcare 8 Vigili del fuoco in Albania e farli decollare per l’Italia, riportarli alle loro famiglie e rifocillarli. Un ironico ringraziamento per questa vicenda è stato espresso dalla Usb "al Presidente della Repubblica preoccupato delle sue dimissioni, al Presidente del governo Renzi preoccupato della poca neve per sciare e al ministro Alfano che non esiste; una figura della fantasia!"
Come nelle migliori tradizioni italiane da soccorritori diventiamo o gente da soccorrere, perché senza mezzi ed attrezzature, oppure clandestini abbandonati da tutti. La USB sta provvedendo attraverso i parlamentari per far intervenire altri paesi limitrofi perché l’Italia è ormai alla deriva in tutti i sensi.
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