Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/10/2015

La Cgil porta l'acqua con le orecchie... all'Expo

E' difficile che possa passare inosservata la decisione della Cgil di tenere il proprio direttivo nazionale dentro l'Expo di Milano. Eppure la notizia è stata confermata. Lunedì prossimo, il 5 ottobre, la struttura dirigente della Cgil non si riunirà nella sua sede in Corso d'Italia a Roma ma proprio in uno dei padiglioni dell'Expo cioè di quell'evento-simbolo in cui i diritti dei lavoratori sono stati frantumati da ogni punto di vista: dall'uso del lavoro gratuito ai licenziamenti politici, da norme e tempi di lavoro allucinanti a retribuzioni irrisorie. Non solo. La decisione di prendere questa iniziativa così clamorosa che legittima il tempio dell'illegittimità sul lavoro, avviene di fatto a meno di un mese dalla chiusura dell'Expo quando cioè tutto il peggio è già stato fatto. Perché dunque una scelta così discutibile? "Perché lì lavorano migliaia di persone e i delegati da loro eletti ci hanno chiesto di essere con loro, di aiutarli a dare visibilità al loro lavoro, al loro impegno sindacale ed ai risultati contrattuali raggiunti" spiegano alla Cgil. Una giustificazione che non ha convinto ad esempio il segretario della Fiom Maurizio Landini, il quale ha annunciato che diserterà la riunione della direzione motivandolo in una lettera in cui afferma: "vi chiedo perché mai non ci siamo ancora convocati, ad esempio, davanti alla Fca di Pomigliano dove i diritti sono calpestati ogni giorno e in via permanente, o all'Eni di Priolo dove si muore di lavoro, nei campi agricoli gestiti dal caporalato o a una delle tante scuole che di recente si sono mobilitate contro la cosiddetta “buona scuola” del governo. E l'elenco potrebbe essere infinito".

Ma la decisione della Cgil di riunire la propria direzione nazionale dentro l'Expo (facendo pagare alle casse sindacali anche il biglietto di ingresso) continua a suscitare reazioni e polemiche. "La distanza che intercorre tra i vertici della Cgil e i movimenti di popolo che difendono il territorio, l’ambiente e la salute combattendo contro la voracità e la violenza di corposi interessi, con questa scelta diventa abissale. E per questo la combatteremo. Non accetteremo mai che la Cgil diventi un padiglione di Expo" afferma Sergio Bellavita della minoranza Cgil.

Qui di seguito invece la lettera inviataci da una dirigente locale della Cgil impegnata nei movimenti che hanno contestato l'Expo e che contesta apertamente la decisione della direzione nazionale.

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Apprendo solo da notizie diffuse sui social network che la CGIL ha deciso di tenere la prima giornata del Direttivo Nazionale presso la sede EXPO di Milano il prossimo lunedì  5 ottobre 2015. Con la presente sono qui, in qualità di iscritta, RSU eletta nelle liste della CGIL e componente del Direttivo FP Lombardia ad esprimere profondissimo dissenso verso tale scelta.

Userò giusto tre aggettivi per definirla:

inaccettabile: perché fa finta di non vedere che EXPO abbia rappresentato lo sdoganamento del lavoro gratuito e precario, la compressione del diritto di sciopero tramite ricorso costante alla precettazione, il ricorso alla schedatura per le opinioni politiche, l’esaltazione del bene della Nazione e del primato dell’immagine che manda in deroga diritti e tutele, i turni massacranti, le irregolarità e i lavoratori morti nei cantieri, il pretesto per la campagna mediatica di denigrazione di un’intera classe giovanile, la rinuncia al primo maggio. Per restare sui temi del lavoro e non voler allargare la visuale prospettica al debito, alla speculazione sui territori, alle inchieste della Magistratura che meriterebbero una riflessione a parte

irrispettosa: perché è irrispettoso spendere soldi degli iscritti per pagare ai componenti di un Direttivo una visita al Paese dei balocchi (mi risulta, ma spero di essere smentita, che nessuno dei convocati debba pagare di tasca propria un biglietto d'ingresso) ed è irrispettoso schiacciare con decisioni dall’alto malumori già espressi e formalizzati nelle sedi competenti da pezzi sindacali interni sin dall’accordo firmato a luglio 2013.

normalizzatrice: perché va da sé che la scelta di un luogo sia anche la consacrazione della legittimità di quel luogo e l’archiviazione delle contraddizioni  (a voler essere gentili) di cui quel luogo è portatore. A ciò si aggiunga che il modello lungi dall’essere un unicum irripetibile si appresta ad essere rieditato col prossimo Giubileo.

Mentre scrivo si sente ancora l’eco del linciaggio mediatico alle lavoratrici e ai lavoratori del Colosseo e la richiesta di Fincantieri Palermo di far sottoscrivere ai lavoratori la rinuncia al diritto di sciopero. Guardate un po’, proprio in virtù della eccezionalità della commessa si realizza lo sgretolamento di un diritto costituzionale. L’eccezione, di cui EXPO è paradigma conclamato, si fa regola e asfalta tutto, compresi diritti indisponibili e di rango costituzionale.

L’attacco al mondo del lavoro è condito da invidia sociale, da conflittualità indotta che mette contro cittadini e lavoratori: era proprio necessario svolgere un Direttivo Nazionale, che si dovrebbe preoccupare di imbastire una massiccia mobilitazione contro chi su queste restrizioni dei diritti aumenta i propri profitti, proprio nel santuario della precarietà e dello sfruttamento? E non mi convincono affatto le giustificazioni di chi dice dobbiamo stare vicino ai lavoratori EXPO.

A quanto ne so l’odg di convocazione del Direttivo non prevede alcuna forma di partecipazione dei lavoratori, di mobilitazione o di focus su dinamiche sviluppatesi a EXPO in questi mesi. Non si sta vicino ai lavoratori legittimando con incontri a platea selezionata il dispositivo derogatorio in cui lavorano. Lo si fa creando assemblee nei luoghi di lavoro, organizzando scioperi per il miglioramento delle condizioni materiali, invitando i lavoratori a parlare ai Direttivi, riempiendo le piazze di contenuti, segnando anche nella scelta dei simboli una linea distintiva tra capitale (multinazionali) e lavoro.

Di Vittorio ci aveva insegnato a non toglierci il cappello davanti al padrone.

Cordialmente

Dafne Anastasi  (RSU e componente Direttivo Funzione Pubblica  CGIL Lombardia)

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01/10/2015

Abu Mazen: "Non siamo più legati agli accordi con Israele". Quindi?

di Michele Giorgio – Il Manifesto
 
Gli Accordi di Oslo tra palestinesi e israeliani sono finiti? Abu Mazen non lo ha proclamato apertamente ieri quando ha pronunciato il suo discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ha affermato che i palestinesi non sono più legati agli accordi firmati nel 1993 e negli anni successivi, poiché Israele non li rispetta. «Fino a che Israele rifiuta di impegnarsi sugli accordi firmati con noi rendendoci un’autorità senza poteri reali – ha detto il presidente palestinese – e fino a che Israele si rifiuta di fermare le attività di colonizzazione e di liberare i prigionieri palestinesi, non abbiamo altra scelta... Non possiamo essere i soli ad attuare gli impegni e Israele violarli continuamente... Non possiamo continuare a ritenerci legati a questi accordi. Israele deve assumersi tutte le sue responsabilità di potenza occupante perché questo status quo non può continuare». Queste parole cosa significheranno sul terreno?

Gli interrogativi sono tanti. Abu Mazen ha sparato forte, ma a salve, come altre volte, senza alcun effetto concreto? Oppure vuole troncare sul serio contatti e cooperazione con Israele previsti dagli accordi di Oslo? Di sicuro non ha fatto alcun accenno alla collaborazione tra i servizi di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese e quelli israeliani, fortemente contestata dalla sua gente. Dura la prima reazione del premier israeliano Netanyahu, che con ogni probabilità risponderà ad Abu Mazen in modo ancora più pesante questo pomeriggio, quando spetterà a lui rivolgersi alla platea delle Nazioni Unite. «Il discorso (di Abu Mazen) è ingannevole e incoraggia l’incitamento e il disastro in Medio Oriente» ha scritto in un comunicato. «A differenza dei palestinesi – sostiene Netanyahu – Israele si attiene rigorosamente allo status quo sul Monte del Tempio, e si impegna a continuare a farlo in conformità con gli accordi tra Israele e la Giordania e il Waqf. Ci aspettiamo e sollecitiamo l’Autorità (palestinese) e il suo leader ad agire in modo responsabile e accettare l’offerta (da parte del primo ministro di Israele) di tenere negoziati diretti con Israele senza precondizioni».

Perplessi i palestinesi. Hanno ascoltato e applaudito a troppi discorsi alle Nazioni Unite senza poi vedere alcun cambiamento positivo sul terreno, nella loro vita di popolo sotto occupazione militare da decenni. Nelle strade di Ramallah e di altri centri abitati hanno festeggiato e applaudito solo i militanti di Fatah più legati al presidente. Scene ben diverse dalle ampie manifestazioni di approvazione con cui i palestinesi avevano accolto i discorsi pronunciati all’Onu da Abu Mazen negli anni passati. La speranza del riconoscimento tre anni fa al Palazzo di Vetro della Palestina quale Stato non membro, è stata spenta dalla delusione. E non solo a causa delle politiche di occupazione attuate da Israele che negano ancora la libertà ai palestinesi.

La parte più appassionata del discorso di Abu Mazen è stata quella iniziale. Il leader palestinese ha denunciato la tensione sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme, innescata, ha spiegato, dalle incursioni nel sito di gruppi israeliani. Una tensione, ha avvertito, con la quale il governo Netanyahu sta innescando una guerra di religione. Ha elencato violazioni del diritto internazionale e abusi commessi da Israele, con un accento particolare sulla continua espansione delle colonie ebraiche nei territori dello Stato di Palestina. Ha ricordato che esattamente due mesi fa il piccolo palestinese Ali Dawabsha, 18 mesi, veniva arso vivo assieme ai genitori nel villaggio di Kfar Douma da parte di estremisti israeliani e che gli assassini sono ancora liberi. Ha denunciato la distruzione della soluzione “Due Stati” da parte di Israele che, ha aggiunto, attua nei Territori occupati un doppio regime: uno di apartheid imposto ai palestinesi e un altro di privilegi per i coloni ebrei. Per questo ha esortato le Nazioni Unite a proteggere i palestinesi. «Abbiamo bisogno di protezione internazionale, non possiamo mantenere lo status quo», ha detto Abu Mazen «per favore, per favore, per favore, ci appelliamo a voi, abbiamo bisogno della vostra protezione internazionale». Infine ha proclamato la Palestina uno «Stato sotto occupazione», simile a quelli occupati durante le guerre passate o recenti. «Non è tempo che tutto ciò abbia fine?», ha chiesto all’Assemblea dell’Onu.

Ieri sera è stata issata per la prima volta la bandiera palestinese al Palazzo di Vetro.

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Davide Bifolco: nuove indagini, slitta il processo

Nuove indagini sul caso di Davide Bifolco, il 16enne ucciso con un colpo di pistola sparato da un carabiniere al Rione Traiano di Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 settembre di un anno fa.

Questa mattina sarebbe dovuto cominciare il processo a carico del militare, ma il giudice Ludovica Mancini ha accolto l'istanza per un supplemento istruttorio disponendo un rinvio al prossimo 19 novembre, appunto per permettere agli investigatori di scavare ancora, nella speranza che si riesca ad arrivare a un minimo di chiarezza almeno per l'inizio del dibattimento. Presente in aula anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, una delle vittime più note di 'malapolizia'.

Nell'ultima movimentata udienza, lo scorso 23 luglio, il pm Manuela Persico, titolare delle indagini insieme al procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, aveva concluso la requisitoria con la richiesta di condanna per il carabiniere imputato solo di omicidio colposo: 3 anni e 4 mesi di reclusione con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti.

Ma alla fine è stata accolta la richiesta dell'avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile per la famiglia Bifolco, di riaprire e approfondire le indagini. Prima dell'inizio del processo verranno sentiti il consulente di parte e un perito balistico. «Per noi si tratta di un omicidio volontario – ha detto Anselmo –, bisogna riformulare il capo d'imputazione, non può essere omicidio colposo».

Insieme al perito balistico, verranno poi sentiti anche i due carabinieri che erano di pattuglia quella notte nel quartiere Traiano insieme al militare inquisito.

Fuori dal palazzo di giustizia di Napoli, mentre dentro venivano disposti il rinvio e l'avvio delle nuove indagini, si era radunata una piccola folla, tra militanti dei centri sociali e parenti e amici della giovane vittima. Intorno, un presidio con una cinquantina di uomini in divisa e ben sette mezzi blindati. La tensione non è mai esplosa davvero, soltanto un'esultanza quando si è appresa la notizia che le indagini non sono ancora finite.

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How soon is now?


Atene. Unità Popolare discute il da farsi, a partire dai quartieri

Giovedì 24 settembre, sera, quartiere di Ambelokipi. Il comitato locale di Laikì Enotita, Unità Popolare, si riunisce per valutare i risultati elettorali, ma soprattutto per interrogarsi sul futuro.

La saletta è piena: persone di tutte le età, tanti i giovani e le donne, qualche vecchio militante che ha vissuto l'occupazione nazista e i tempi durissimi della guerra civile, molti anziani perseguitati ed esuli ai tempi dei colonnelli, ma anche gente comune, senza un passato politico particolare, attivatisi nei comitati del NO Memorandum.

Temevo di trovare un'assemblea triste, scoraggiata e astiosa; invece mi trovo ad ascoltare interventi lucidi e coraggiosi, che analizzano a fondo la sconfitta, ma non concedono spazio alla disperazione né si lasciano inghiottire da quello che un intervenuto definisce “il deserto del reale, la desertificazione della società, non casuale, disegnata da coloro che hanno le regole del mondo tra le mani”.

All'interno di tale deserto il successo elettorale di Syriza non è una solida vittoria della volontà popolare, ma soltanto un miraggio, la Fata Morgana che nasconde il vuoto orizzonte e la morte vicina.

Anche la sconfitta di Unità Popolare e la sua esclusione dal Parlamento, rapportata alla futura devastazione, ha un valore relativo.

Tale la prospettiva in cui sono analizzate le cause dell'insuccesso, oggettive (il poco tempo per prepararsi elettoralmente e per creare un fronte comune , la povertà dei mezzi di propaganda, l'oscuramento massmediatico) e soggettive (il fatto di essere percepiti come “troppo” o come “troppo poco”, salto nel buio dell'uscita dall'euro, o, al contrario, propaggine di Syriza; il voto utile a Syriza per scongiurare la vittoria delle destre; l'effetto “leader carismatico”, a detta dei vecchi compagni tipica dell'elettorato greco, che questa volta ha favorito Tsipras).

Parecchi interventi sottolineano la vera novità elettorale: l'accresciuto numero delle astensioni: quasi la metà degli aventi diritto non si è recata alle urne: hanno rinunciato a votare i nuovi elettori diciottenni, almeno il 70% dei giovani disoccupati, sicuramente chi aveva visto il voto di gennaio a Syriza e il NO referendario come ultima spiaggia ed ora deluso torna a casa.

“E' l'astensione a denunciare l'inadeguatezza della classe politica presente rispetto ai tempi di ferro e fuoco che verranno, lo scippo ai danni del potere popolare, l'ottusa indifferenza dell'acropoli, rispetto alla morte per fame dell'agorà. Ma l'astensione è anche urlo di ribellione, serbatoio di lotte future, senza concedere più deleghe”.

Pur nelle sfumature diverse delle analisi, l'assemblea è unita nell'immaginare un futuro per Unità Popolare. Sono i più giovani a dirlo con le parole più semplici e chiare: “Non dobbiamo sentirci vinti perché non siamo in Parlamento: avremo più tempo è minori condizionamenti per lavorare fuori, attraverso la democrazia diretta, una solidarietà tra oppressi che non sia solo di facciata, ma trovi strumenti concreti di ribellione...”. “Il nostro programma deve rispondere a quale società vogliamo. Per trovare vie d'uscita non possiamo chiuderci in recinti identitari, ma essere compagni di strada a coloro che, senza mediazioni e tatticismi, vogliono davvero un mondo più giusto e vivibile per tutti. Dobbiamo investire sulla rabbia, non per fomentarla, ma per sostanziarla e le si dà sostanza solo con i movimenti...”. “Contro il memorandum, contro la miseria indotta che ci uccide dobbiamo rompere le società virtuali, smettere di pagare le tasse, i mutui, l'elettricità... Tutti insieme possiamo resistere: i terreni possono essere coltivati, i lavoratori organizzati, i saperi e i beni collettivi salvaguardati, i legami di lotta estesi a tutto il mondo...”.

Dunque il cammino non è finito, e, per affrontarlo, è necessario organizzarsi: “Organizzarci non solo sui territori, ma sui posti di lavoro, nella terra di nessuno della indigenza e della precarietà. Dobbiamo mettere punto e basta alla nostra disperazione. Certo è presto per prevedere l'intensità e la durata di quel che ci succederà, ma è fondamentale agire subito, darci un programma concreto e praticabile e su questo creare un fronte, inclusivo, con la memoria del passato e la responsabilità verso il futuro...”.

Prende la parola un anziano, ultraottantenne (al suo arrivo era stato festeggiato da tutti). Non ha analisi da fare, solo una poesia, sua, da leggere. La legge con voce rotta di commozione:

“Si deve.

Ti hanno dichiarato guerra, operaio.
Nella lotta ìmpari, impàra qualcosa.
Non lasciare lo scudo per terra
la lancia e l'arco, la speranza.

Ti hanno dichiarato la guerra: comincia!
Chiudi le orecchie adesso alla sirena,
a coloro che ti hanno insegnato a tacere
che ti hanno insegnato la pazienza...

Devi vivere, devi vivere
nelle strade della lotta mostrarlo.
Devi arrivare, devi arrivare
plasmare la tua nuova società

Ti hanno dichiarato la guerra,
fai la guerra!
I margini sono stretti ormai per te,
senza dubbio, ma dei tuoi sogni
si riflette la paura nei loro occhi.

Devi vivere, devi vivere
sulle strade della lotta mostrarlo
per plasmare una nuova società.”

C'è un silenzio assorto intorno al vecchio che legge e la sua voce ha il timbro e il pathos degli antichi aedi, ma anche la forza dei poeti incarcerati di Makronissos.

Ecco, questa è la Grecia, questo il suo popolo che, anche nei momenti più bui, sa trovare slanci di poesia, la capacità di rialzarsi e rimettersi in cammino.

Quando, dopo gli abbracci e i saluti per i compagni italiani e per il movimento NO TAV, me ne torno alla mia stanzetta ateniese, la luna splende alta nel cielo rasserenato, e il suo grande volto sorride alla città fattasi silenziosa, ai viali lavati dalla pioggia, ai giardini che profumano di gelsomini...

Sorride anche a me che improvvisamente mi sento leggera, libera da quella che qui chiamano la “melancolia di sinistra”, l'oppressione sorda delle vie senza uscita e dei sogni infranti.

Questa luna la ritroverò domani, lontano da qui, fra le mie montagne. La sentirò parlarmi ancora di questa città che amo. E vorrò ritornare.

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A che serve il valore legale del titolo di studio?

Oggi sicuramente farò arrabbiare diversi lettori (e, vi prego, non deludetemi). Voglio parlare del valore legale del titolo di studio e della sua perfetta inutilità. Mandatemi pure a quel paese, ma solo dopo aver letto sino all’ultima riga. D’accordo?

Sto parlando della laurea non dei diplomi di scuola media superiore. Allora quale è la funzione del valore legale del titolo di studio? La prima e più classica è quella di garantire che il professionista (avvocato, medico, ingegnere, architetto, commercialista, agronomo ecc.) abbia le conoscenze necessarie a svolgere il suo lavoro. Ma è davvero necessario?

La laurea non abilita affatto alla professione, per poterlo fare occorre superare l’esame di ammissione al relativo ordine professionale che, in alcuni casi (ad esempio medicina) sono poco più che una formalità, mentre in altri (avvocatura) dipende da distretto a distretto, ed in altri ancora hanno una certa severità. Ad esempio in magistratura non solo bisogna superare un concorso piuttosto severo, ma poi c’è un periodo di uditorato e di prova, al termine del quale il consiglio forense dà la decisione definitiva. Capite che, in tutto questo il voto di laurea ha un peso scarsissimo ed, a maggior ragione, quello che conta non è tanto l’attestazione dell’università che si è dottori in legge quanto l’effettiva conoscenza e capacità di usare le nozioni necessarie. Ovviamente, consideriamo le cose al netto da eventuali raccomandazioni che possono esserci o meno tanto a livello universitario quanto concorsuale, parliamo solo di come le cose dovrebbero andare in teoria.

Allora, ci sembra più qualificante un titolo di studio concesso dall’università dopo un certo numero di esami ed una seduta di laurea, o la prassi impiegata dall’ordine giudiziario? Direi che non ci sono dubbi sulla migliore qualità della seconda procedura.

E le stesse considerazioni si possono fare per gli impieghi pubblici: dall’insegnamento alla sanità o alle carriere amministrative occorre superare un esame e, spesso, periodi di prova. Allora, sapete dirmi cosa impedirebbe di adottare la stessa procedura (esame vero e periodo di tirocinio con decisione finale) in ogni ordine professionale? A che serve il valore legale?

Ma, mi direte, come la mettiamo con l’impiego provato dove non ci sono esami di ammissione? Ma voi avete mai visto una azienda di informatica assumere uno perché ha la laurea e non perché sa fare il suo lavoro? E quale ufficio stampa si cura di sapere se uno è laureato in scienze della comunicazione o ha una laurea qualsiasi?

Dunque la laurea in sé non ha alcun valore operativo, però ti autorizza a scrivere sul biglietto da visita dott. senza fare millantato credito. E sai che funzione sociale che ha una cosa del genere!

Dunque su un piano strettamente pratico, il valore legale del titolo di studio non ha assolutamente alcuna funzione reale. Però una funzione ce l’ha, indovinate quale e ne riparliamo.

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Se tra compagn* si pratica il “sessismo militante”

Ci sono cose che per amore di militanza non sono dette a voce alta. Ricorre un’omertà che ci fa male o di sicuro fa male a me. Se un compagno ti molesta non va bene dirlo perché contribuisce alla demonizzazione che la società fa dei contesti antagonisti. Ma chi sa discernere sa bene che dire di uno che è stronzo non vuol dire che lo sono tutti. È la pretesa superiorità morale di tutti gli uomini di sinistra o anarchici che invece diventa mezzo di assoluzione per tutti, un po’ come quando dici che le donne, dato che alcune tra loro sono vittime di violenza, allora dovranno tutte essere considerate vittime.

Tra compagn* siamo abituat* a ironizzare sulle nostre contraddizioni. C’è quello che dice di essere tanto anarchico e poi posta sulla sua pagina facebook una gogna a settimana includendo varie istigazioni al linciaggio, con tanto di legittimazione del giustizialismo e della galera. C’è il modello complottista, diversamente stalinista, che dice che tu sei finanziata da Soros se sputi sul suo paternalismo e che difende Putin anche se fa cagare. C’è quello che addirittura pensa di avere le carte in regola per poter dare o togliere patenti femministe e già che c’è agisce da squadrista e passa sulla tua testa e su quella di altre compagne decidendo che sui diritti delle donne ne sa più lui di quanto non ne sappia tu.

C’è il leader di ‘sto cazzo che se sei donna e vuoi fare militanza devi iniziare a militare a partire dalla pulizia del cesso. Perché anche nei nostri contesti, diciamocelo, c’è a volte una assegnazione di ruoli in base al genere. Tutto appare molto bello fintanto che non si arriva al tema di vero e proprio contrasto anche in contesti compagni. Quando si parla di molestia ci sono quelli che, appunto, fanno i paternalisti e ti difendono perché aspirano a rivestire un ruolo in cima alla graduatoria patriarcale e poi ci sono quelli che invece negano all’infinito che alcune cose possano accadere.

Non serve dire che non mi piacciono né gli uni e né gli altri. Non aspiro a essere difesa da un cavaliere maschilista e fuori moda e non vorrei essere compagna di chi non tratta la politica in senso intersezionale. Se viene, giustamente, chiesto a me che sono femminista di ampliare le materie di interesse militante includendo, con l’antisessismo, anche l’antirazzismo, l’antifascismo, l’antispecismo, perché allora io non dovrei aspettarmi da un compagno che consideri l’antisessismo assieme a tutto il resto?

Lo so che c’è chi può strumentalizzare quello che scrivo ma giuro che conosco tantissimi meravigliosi compagni che adoro e con i quali scendo in piazza molto volentieri. E poi. Poi c’è anche uno come Michele che è molesto e che però viene considerato un buon compagno perché si fa il culo su altri fronti. Non mi sono mai fatta problemi a toccare e farmi toccare. Il mio non è un giudizio moralista e non ho mai avuto problemi a fare sesso occasionale, duraturo, anche sveltine, con chi mi piaceva. Ma ho il diritto di dire di no e non per questo Michele ha il diritto di trattarmi da zoccola. Non si tratta solo di lui ma anche delle sue amiche che per la mia “disponibilità” sessuale mi hanno più volte giudicata con vari eufemismi giusto per non chiamarmi “troia”.

Le ragazze sono forse gelose (?), o non so. Capisco che si tratta di uno stereotipo sessista ma non so che altro possa spingerle a guardarmi come se avessi la peste. Sono carina, corteggiata, non sono stupida, e per quello che mi riguarda sono disponibile a restare in pace con chiunque, se non mi fanno male. Uno come Michele, invece, mi tratta male perché se la do a tutti non capisce perché non la do a lui. Altro cliché di merda. Un’inutile regresso nelle relazioni tra compagni sul quale non si apre alcuna parentesi politica. Non se ne discute con la stessa serietà dedicata all’atteggiamento razzista che viene messo in discussione per ben due ore in assemblea. L’atteggiamento sessista è come fosse una questione privata, da risolversi “tra noi” e non politicamente.

Non sto parlando di mettere alla gogna qualcuno, di processarlo in assemblea, di denunciarlo o chissà cosa, perché a me, anarchica, non piacciono affatto quelle opzioni, ma si potrebbe trovare un modo per discuterne, per alimentare anticorpi necessari, per crescere collettivamente, per trarne insegnamento e per sentire, una volta tanto, quello che io ho da dire, io compagna femminista eccetera. Michele ha un modo di fare molesto. C’è chi dice che lo fa con tutte, che non devo prenderlo sul serio, ma a me sembrano tutte scuse e se Michele fa il coglione ambiguo, volgare e squallido, che dietro un A.C.A.B. e un “bruciamo le galere” nasconde un “quanto sei troia”, scusate ma io non riesco a vedere il suo valore militante.

Non me ne frega un cazzo se lui attacca manifesti e si fa il culo per il movimento. Non importa se lui ha una storia familiare di qualunque tipo, perché ho avuto i miei guai anch’io e dopo essermi liberata da una famiglia con un padre sessista e una madre che sorvegliava la mia verginità mi aspetto che la mia esigenza di liberazione sia accolta, condivisa, supportata. Ho lottato per liberarmi nella vita privata e non vedo perché devo tacere quando si tratta della mia vita militante e pubblica. Non cerco riconoscimento dai compagni, non dapprincipio. Almeno poterne parlare con le compagne. Ma lì è pure peggio. Le compagne sono ancora più inaccessibili di alcuni compagni. E i compagni si dividono, appunto, in paternalisti e maschilisti con uomini antisessisti e senza pregiudizi che sono, almeno nella mia piccola realtà, in minoranza rispetto agli altri.

Gli altri sono quelli che se gli dici che devi dare supporto alle rivendicazioni di una sex worker o di una che vuole fare film porno ti guardano malissimo e danno a cesare quel che è di cesare e agli anti/zoccole quel che è degli anti/zoccole. Mentalità bigotta, specie in quelli che hanno un’età attorno ai cinquanta anni. Misogini. Stronzi. Si galvanizzano per battute sessiste e omofobe. Omofobi che non si definiscono tali perché non è politically correct.

Finisco: dato che si è aperta su Abbatto i Muri la settimana dell’antisessismo nei luoghi militanti io do questo mio piccolo contributo. Sperando che serva.

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Siria: la mossa del cavallo di Mosca

Gli Stati Uniti di nuovo spiazzati. E non tanto perché – o almeno non solo – a guidare l’ex superpotenza unica è un ondivago e spesso titubante Barack Obama, ma perché da quando gli eserciti di Washington scorrazzavano in lungo e in largo sul globo appena liberato dall’Unione Sovietica la geopolitica e gli equilibri internazionali sono cambiati non poco. Le potenze – mondiali e regionali – in campo in una competizione internazionale che si fa sempre più feroce e affollata sono sempre più numerose, e più aumentano di numero più il ruolo e l’egemonia statunitense si indeboliscono.

Solo pochi anni fa Washington, che stava scaldando i motori dei suoi bombardieri pronti insieme a quelli di Parigi a colpire le città siriane, fu bloccata dall’intervento di Russia e Cina, che non si limitarono alle barricate diplomatiche come in passato ma inviarono missili e radar all’esercito siriano e navi da guerra nel Mediterraneo. Washington, capita l’antifona, dovette cambiare tattica, suscitando le ire di Parigi che pretendeva di dare il via alla campagna militare come se niente fosse.

L’amministrazione statunitense decise allora di aggirare l’ostacolo attraverso un massiccio finanziamento della cosiddetta “opposizione siriana moderata”. Se non possiamo bombardare massicciamente la Siria e liberarci del regime siriano, pensarono gli strateghi obamiani, allora al nostro posto facciamo combattere i ribelli. In Iraq e in Afghanistan le 'truppe di terra' locali avevano funzionato, avrebbe funzionato anche per Damasco.

E così miliardi di dollari in armi e aiuti cominciarono letteralmente a piovere su gruppi assai eterogenei della ribellione al regime di Assad; non solo quelli liberali o islamici, ma anche e soprattutto su quelli islamisti e anche jihadisti.

E così nel giro di pochi mesi gruppi fino ad allora insignificanti – come Al Nusra, la sezione locale di Al Qaeda e poi il famigerato Stato Islamico – divennero delle grandi macchine da guerra e degli ingombranti e recalcitranti soggetti politici e militari, ingrossate dai soldi e dalle armi concesse dall’amico d’oltreoceano, così come dalle petromonarchie del Golfo. I nuovi attori della scena, divenuti punto di riferimento per migliaia di foreign fighters jihadisti o di mercenari e sbandati in cerca di bottino provenienti da tutto il pianeta, presto cominciarono ad attaccare o fagocitare il braccio armato del coordinamento delle opposizioni siriane, l’Esercito Siriano Libero, che di fatto non esiste più. Negli ultimi anni la maggior parte delle brigate dell’Esl, migliaia di miliziani armati e addestrati da Usa e Turchia, sono passati armi e bagagli alle formazioni jihadiste, o si sono sbandati trattenendo magari qualcosa per se.

Quando le milizie di Al Baghdadi hanno cominciato a dilagare, all’inizio dell’estate scorsa, facendo strage di minoranze etniche e religiose e arrivando a pochi chilometri dalla capitale irachena, a Washington e nelle cancellerie europee si sono finalmente resi conto che qualcosa non era andato per il verso giusto, e così è nata la cosiddetta ‘coalizione internazionale’ contro l’Isis che ha imbarcato anche alcuni dei paesi che, più o meno direttamente, continuano a foraggiare Daesh e altri gruppi fondamentalisti. D’altronde a Washington non hanno nessuna intenzione di eliminare lo Stato Islamico dalle cartine del Medio Oriente. Se così fosse in più di un anno di bombardamenti con caccia e droni le milizie jihadiste non occuperebbero ancora un territorio grande quasi quanto l’intera Italia. Evidentemente i capofila della ‘coalizione’ capeggiata dagli Stati Uniti vogliono ridimensionare, indebolire Daesh, per evitare che prenda il sopravvento, ma considerano la sua sopravvivenza utile a tenere in scacco un Medio Oriente destabilizzato, tribalizzato e gettato nel caos, come da tradizionale ‘divide et impera’.

Inoltre Washington non detta più da tempo legge da quelle parti: la Turchia da una parte e il Consiglio di Cooperazione del Golfo – le petromonarchie – dall’altra sono diventati negli ultimi anni degli ‘alleati’ sempre più capricciosi e pretenziosi, che al legame con Daesh non vogliono rinunciare affatto. Per non parlare di Israele, contento di poter contare sui jihadisti sunniti per mettere in scacco l’odiato Iran e i suoi alleati in Siria, Libano e Iraq. Poi, durante l’estate, Obama ha fatto infuriare i suoi partner mediorientali sempre più recalcitranti e indipendenti siglando un accordo sul programma nucleare di Teheran, visto come fumo negli occhi tanto a Riad quando a Tel Aviv.

Per cercare di riconquistare ruolo ed egemonia in Medio Oriente Washington ha addirittura dovuto affidarsi (seppur senza grande convinzione) alla resistenza curda, l’unica a battersi veramente insieme agli sciiti di Teheran e di Hezbollah – e naturalmente alle forze armate siriane – contro i tagliagole di Daesh. Salvo poi ritrovarsi la Turchia scatenare contro il Pkk una campagna repressiva senza precedenti, inviando anche qualche segnale minaccioso al Pyd curdo siriano e mettendo esplicitamente i bastoni tra le fragili ruote della strategia statunitense; non contenta, Ankara ha tentato di approfittare della evidente debolezza di Washington pretendendo, in cambio del supporto delle sue forze armate alla coalizione contro l’Isis un via libera all’invasione del nord della Siria che è venuto solo in parte.

E’ in questo quadro che si inserisce la ‘mossa del cavallo’ di Mosca che è tornata ad un'iniziativa militare diretta in Medio Oriente per la prima volta dagli anni ’80.

La Russia è ormai da alcuni anni al centro di un muro contro muro col blocco statunitense e anche con quello europeo che non ha cercato e che anzi subisce in condizioni d'inferiorità e difficoltà. Finora tutti i segnali di ricomposizione che Putin ha inviato a Washington e a Bruxelles – ad esempio per quanto riguarda lo scenario ucraino – sono caduti nel vuoto, finché Mosca non si è resa conto di poter approfittare del caos creato in Medio Oriente dagli apprendisti stregoni americani per tentare di cambiare i rapporti di forza. Una mossa, al contrario di quanto credono in molti, difensiva, e non offensiva.

Nel giro di poche settimane l’amministrazione russa è passata al contrattacco diplomatico offrendo a Washington di impegnarsi assieme nel contrasto militare dello Stato Islamico in Siria, accennando oltretutto alla possibilità di un ricambio al vertice del regime siriano seppur una volta portato a casa l’obiettivo della sconfitta di Daesh, e non prima come pretendono i ‘coalizzati’ ai quali preme, è evidente, più la destituzione di Assad che la distruzione del cancro jihadista.

Nel frattempo Mosca ha dispiegato sul terreno un piccolo ma qualificato contingente. Allo scopo di rafforzare le difese di Damasco e Latakia, le ultime due grandi città sotto il controllo del governo, ed evitare che cadano sotto la pressione congiunta delle varie forze combattenti eterodirette. Ma anche e soprattutto per poter trattare sul futuro della Siria e dell’intera regione a partire da una posizione di forza. Se Washington può contare nell’area su forze eterogenee, in competizione ed estremamente deboli, Mosca ha lavorato in queste settimana alla creazione di una coalizione alternativa a quella capeggiata da Obama, che comprende l’Iran, Hezbollah e anche il governo iracheno, stufo di ricevere promesse di sostegno mai rispettate da parte “dell’amico americano”. Non è un caso che ieri l'agenzia russa Interfax abbia messo in rilievo il fatto che i bombardamenti realizzati in Siria dai caccia russi siano stati coordinati dal centro di comando unificato creato a Baghdad sotto il controllo del ministero della Difesa russo.

Oltretutto appare evidente che l’operazione di Mosca goda anche del placet di Pechino, che formalmente non si è ancora mossa ma che secondo numerose indiscrezioni starebbe fornendo al governo siriano sostanziosi aiuti e addirittura l’invio di alcune squadre di militari altamente qualificati.

Se ieri il Washington Post accusava Putin di ‘improvvisazione’ affermando che Mosca non avrebbe una strategia di ampio respiro né la capacità di influenzare in modo sostanziale la crisi in corso in Medio Oriente, dopo i primi bombardamenti dei caccia russi su Homs, Hama e Latakia l’accusa di europei ed americani è cambiata. Ora Putin è accusato di aver bombardato non solo e non tanto le postazioni di Daesh, ma anche e soprattutto alcuni gruppi della cosiddetta ‘opposizione moderata’ siriana. Una bestemmia per chi pensa – e a Washington e Londra sono in molti – che per indebolire l’Isis ma anche per continuare a perseguire la caduta di Assad occorrerebbe puntare a rafforzare Al Qaeda e altre formazioni jihadiste ‘meno estremiste’ inquadrate in ciò che rimane dell'Esl. Gli apprendisti stregoni sostengono ora che Al Qaeda non sia poi così pericolosa, che si sia progressivamente moderata, e che rappresenti oggi un competitore utile ai tagliagole di Al Baghdadi. Ma il mondo non si era mobilitato solo pochi anni fa per stanare i capi di Al Qaeda sulle montagne del Pakistan e dell’Afghanistan? Non abbiamo fatto una guerra, bombardando e occupando Kabul, per cacciare i barbari talebani? I droni di Washington non colpiscono da anni le cellule di Al Qaeda e di altre organizzazioni jihadiste sorelle in Somalia o nello Yemen nel frattempo invaso dai sauditi?

E’ chiaro che di fronte all’opinione pubblica internazionale, anche quella meno accorta, gli strampalati e contraddittori argomenti propagandistici della ‘coalizione internazionale contro l’Isis’ perdono sempre più credibilità.

Ora occorrerà capire se, dopo aver spiazzato Washington, Mosca vorrà tendere la mano ad Obama, e se questi vorrà accettare l’offerta di fondere le due coalizioni internazionali operanti in Medio Oriente, o almeno di coordinarne l'attività, pur di non venire completamente estromessa dal gioco. Gli Stati Uniti dovranno cedere su molti punti, ma la Russia ha già fatto capire che non avrà un atteggiamento intransigente, anzi.

Comunque vada, Washington perderà: se accetterà di giocare al gioco di Putin la distanza e la competizione con i suoi ex alleati nella regione – Israele, Turchia, petromonarchie – si allargherà ulteriormente (Riad ha addirittura minacciato un’invasione della Siria); se invece riproporrà il muro contro muro con Mosca si troverà ad operare in un’area in cui ha poche pedine da muovere al contrario dei suoi avversari.

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