Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/10/2015

Un femminismo di pochi fatti e troppe parole

Vivo da sola, mi mantengo con il mio stipendio da precaria, ho un letto in un soppalco e in pochi metri quadri ho anche il bagno, la cucina, un tavolo per mangiare e una scrivania per scrivere e studiare. Sono una quasi militante femminista, nel senso che ho partecipato a qualche riunione ma pensavo si potesse fare qualcosa di concreto, di tangibile e pratico. Discutere ore e ore per decidere una singola cosa su una singola iniziativa non fa per me. So che le compagne sono in buona fede e non mi sognerei mai di dire che quello che fanno è inutile, ma io avrei voluto dare disponibilità per qualcosa di diverso.

A me interessa la lotta contro la violenza sulle donne, per esempio. Mi interessa perché l’ho subita e so cosa significa e quanta fatica ci vuole per tirarsene fuori. Quando però se ne è parlato mi è sembrata più una questione burocratica, una parentesi da spuntare, tante belle parole per definire il fenomeno e nulla di concreto per opporsi ad essa. Ho confidato a una del gruppo che conoscevo una ragazza che voleva andarsene e mollare la famiglia. Il padre la picchiava. Un’altra era in difficoltà e voleva lasciare la casa del marito. Poi c’era quella che stava male a vivere con la madre, anche lei violenta. Tre casi che concretamente si sarebbero potuti risolvere se solo queste tre donne avessero avuto un punto di riferimento che le avesse aiutate a trovare casa e lavoro. Perché senza un reddito non puoi rompere la dipendenza economica che ti lega alle persone che ti fanno violenza e non puoi andartene, a meno di non voler finire in mezzo alla strada a fare la senzatetto.

Ho chiesto se ci fosse una struttura per ospitare quelle donne. Se ci fosse un posto, una comunità, per restituire a quelle donne fiducia in se stesse e per impegnarle in attività che possono diventare professioni. Mi hanno parlato di case rifugio, ma non hanno molti posti disponibili e poi non sono precisamente posti in cui poter vivere in una dimensione privata avendo tempo e modo di riqualificarsi e trovare un lavoro. Ho chiesto allora cosa concretamente avremmo potuto fare noi. Mi hanno detto che le donne, negli anni, hanno lottato per assicurare i violenti alla giustizia. Le donne possono denunciare i violenti e forse provare la soddisfazione di vederli condannati. Ma poi? Quanto tempo serve per i processi e le condanne? E a cosa serve denunciare se quelle donne poi non possono comunque vivere autonomamente?

La denuncia, così mi hanno detto, è parte del percorso di separazione. Cioè si scambia la delega alle istituzioni per una assunzione di consapevolezza. Non credo di aver capito bene e ho chiesto se non fosse invece un alibi per le istituzioni di alimentare la loro anima repressiva invece che pensare davvero alla prevenzione e a metodi per rendere quelle donne indipendenti anche dal punto di vista economico. Allora mi hanno detto che se le donne non denunciano non possono a volte neanche esigere attenzione dalle istituzioni. Cioè, tu devi per forza denunciare, quindi affidarti a istituzioni paternaliste, perché sia presa in considerazione la tua opinione?

Ma metti caso che lei non volesse denunciare? Metti che lei volesse scrollarsi di dosso la faccenda in fretta per troncare con il passato e vivere per costruire un nuovo futuro? Se la denuncia fosse un mezzo per tenerla ancorata ad un passato che lei vuole lasciarsi alle spalle? Cosa si può fare per queste donne se rivendicano altre soluzioni per se stesse?

Ho sentito tanti bah, boh, buh. Insomma niente. Concretamente io potrei mettere a disposizione un lato del mio letto per ospitare qualcuna ma cosa posso fare di concreto per loro? Niente. Allora mi tengo la mia frustrazione e il mio senso di impotenza e in ogni caso smetto di partecipare a sedute catartiche che fanno star bene e servono più a chi vi partecipa che alle donne abusate oggetto di tante riflessioni.

In un’altra occasione venne una tizia che raccontava di una trans che avrebbe voluto smettere di prostituirsi. Aveva preso per buone le parole di quelle che “la prostituzione, schifo, schifo” e che sembravano proporre meraviglie in cambio. La trans, conosciuta come Erin, le aveva prese sul serio, davvero pensava di poter trovare sensibilità e tanta solidarietà. Le abolizioniste tesero la mano a Erin affinché lei facesse parte della stesura di un documento contro la prostituzione e partecipasse in prima fila ad una manifestazione.

Erin fece presente la sua situazione: casa in affitto, indietro con il pagamento della rata di sette mesi, una ingiunzione di sfratto a breve esecutiva, nessuna risorsa per potersi mantenere, strozzata dalla precarietà e dai debiti, mangiava grazie ad alcune sue colleghe. Le abolizioniste non credevano a quel che sentivano. Tramite lei avrebbero potuto dimostrare, come sciacalli in testa a un cadavere, che la libertà consegue all’indipendenza economica. Belle parole, ma nel concreto?

Concretamente, a quanto pare, si trattava di universitarie di buone intenzioni mantenute dai genitori che non avevano la minima idea di quel che volesse dire precarietà. Poi si trattava di donne adulte che avevano un lavoro, alcune prossime alla pensione, ma ciascuna era persa nei propri guai, perciò l’impegno alla sconfitta del nemico capitalista era stabilito solo su un piano teorico. Soltanto una decise di ospitare Erin per qualche tempo, ma già dopo un paio di settimane raccontava che Erin si lamentava sempre, era forse colpa sua e della sua pigrizia se non trovava lavoro e le fece intendere chiaramente che anche la presunta solidarietà ha la data di scadenza. Senza più casa e soldi a Erin non restò che tornare in strada a prostituirsi. Non si è più fatta vedere né sentire. Chissà se sta bene o invece no.

Ricordo di una volta in cui si parlò tanto di ruoli di cura, di come liberare le donne da tante responsabilità. Non fu mai messa in discussione la schiavitù delle badanti, grazie alle quali le altre potevano essere un po’ più libere. Non si è mai parlato di organizzare un tempo di solidarietà per tenere i bimbi delle donne impegnate nel lavoro. Non si è mai parlato del sostegno da dare alle persone che sono impegnate ad assistere figli disabili. Se si vuole sollevare una donna dal ruolo di cura, come altrimenti si potrebbe fare? Non sarebbe utile che donne e uomini imparassero, come una vera e propria comunità, ad aver cura di tutt*?

Io so che probabilmente mi sfuggono molte cose e che quello che vi ho raccontato non deve affatto servire per trarre le somme e arrivare ad una inutile generalizzazione. Forse altrove le soluzioni concrete sono portate avanti. Forse ci sono spazi che servono ad aiutare concretamente chi ne ha bisogno. Forse. Ma fino a che non avrò visto, letto, sentito, di luoghi del genere, non biasimatemi se ho difficoltà a separare la lotta per la conquista dei diritti civili, importantissima, dall’assenza di pratiche di mutuo soccorso e solidarietà con chi di quei diritti non dispone. Voi che ne pensate?

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01/10/2015

Se tra compagn* si pratica il “sessismo militante”

Ci sono cose che per amore di militanza non sono dette a voce alta. Ricorre un’omertà che ci fa male o di sicuro fa male a me. Se un compagno ti molesta non va bene dirlo perché contribuisce alla demonizzazione che la società fa dei contesti antagonisti. Ma chi sa discernere sa bene che dire di uno che è stronzo non vuol dire che lo sono tutti. È la pretesa superiorità morale di tutti gli uomini di sinistra o anarchici che invece diventa mezzo di assoluzione per tutti, un po’ come quando dici che le donne, dato che alcune tra loro sono vittime di violenza, allora dovranno tutte essere considerate vittime.

Tra compagn* siamo abituat* a ironizzare sulle nostre contraddizioni. C’è quello che dice di essere tanto anarchico e poi posta sulla sua pagina facebook una gogna a settimana includendo varie istigazioni al linciaggio, con tanto di legittimazione del giustizialismo e della galera. C’è il modello complottista, diversamente stalinista, che dice che tu sei finanziata da Soros se sputi sul suo paternalismo e che difende Putin anche se fa cagare. C’è quello che addirittura pensa di avere le carte in regola per poter dare o togliere patenti femministe e già che c’è agisce da squadrista e passa sulla tua testa e su quella di altre compagne decidendo che sui diritti delle donne ne sa più lui di quanto non ne sappia tu.

C’è il leader di ‘sto cazzo che se sei donna e vuoi fare militanza devi iniziare a militare a partire dalla pulizia del cesso. Perché anche nei nostri contesti, diciamocelo, c’è a volte una assegnazione di ruoli in base al genere. Tutto appare molto bello fintanto che non si arriva al tema di vero e proprio contrasto anche in contesti compagni. Quando si parla di molestia ci sono quelli che, appunto, fanno i paternalisti e ti difendono perché aspirano a rivestire un ruolo in cima alla graduatoria patriarcale e poi ci sono quelli che invece negano all’infinito che alcune cose possano accadere.

Non serve dire che non mi piacciono né gli uni e né gli altri. Non aspiro a essere difesa da un cavaliere maschilista e fuori moda e non vorrei essere compagna di chi non tratta la politica in senso intersezionale. Se viene, giustamente, chiesto a me che sono femminista di ampliare le materie di interesse militante includendo, con l’antisessismo, anche l’antirazzismo, l’antifascismo, l’antispecismo, perché allora io non dovrei aspettarmi da un compagno che consideri l’antisessismo assieme a tutto il resto?

Lo so che c’è chi può strumentalizzare quello che scrivo ma giuro che conosco tantissimi meravigliosi compagni che adoro e con i quali scendo in piazza molto volentieri. E poi. Poi c’è anche uno come Michele che è molesto e che però viene considerato un buon compagno perché si fa il culo su altri fronti. Non mi sono mai fatta problemi a toccare e farmi toccare. Il mio non è un giudizio moralista e non ho mai avuto problemi a fare sesso occasionale, duraturo, anche sveltine, con chi mi piaceva. Ma ho il diritto di dire di no e non per questo Michele ha il diritto di trattarmi da zoccola. Non si tratta solo di lui ma anche delle sue amiche che per la mia “disponibilità” sessuale mi hanno più volte giudicata con vari eufemismi giusto per non chiamarmi “troia”.

Le ragazze sono forse gelose (?), o non so. Capisco che si tratta di uno stereotipo sessista ma non so che altro possa spingerle a guardarmi come se avessi la peste. Sono carina, corteggiata, non sono stupida, e per quello che mi riguarda sono disponibile a restare in pace con chiunque, se non mi fanno male. Uno come Michele, invece, mi tratta male perché se la do a tutti non capisce perché non la do a lui. Altro cliché di merda. Un’inutile regresso nelle relazioni tra compagni sul quale non si apre alcuna parentesi politica. Non se ne discute con la stessa serietà dedicata all’atteggiamento razzista che viene messo in discussione per ben due ore in assemblea. L’atteggiamento sessista è come fosse una questione privata, da risolversi “tra noi” e non politicamente.

Non sto parlando di mettere alla gogna qualcuno, di processarlo in assemblea, di denunciarlo o chissà cosa, perché a me, anarchica, non piacciono affatto quelle opzioni, ma si potrebbe trovare un modo per discuterne, per alimentare anticorpi necessari, per crescere collettivamente, per trarne insegnamento e per sentire, una volta tanto, quello che io ho da dire, io compagna femminista eccetera. Michele ha un modo di fare molesto. C’è chi dice che lo fa con tutte, che non devo prenderlo sul serio, ma a me sembrano tutte scuse e se Michele fa il coglione ambiguo, volgare e squallido, che dietro un A.C.A.B. e un “bruciamo le galere” nasconde un “quanto sei troia”, scusate ma io non riesco a vedere il suo valore militante.

Non me ne frega un cazzo se lui attacca manifesti e si fa il culo per il movimento. Non importa se lui ha una storia familiare di qualunque tipo, perché ho avuto i miei guai anch’io e dopo essermi liberata da una famiglia con un padre sessista e una madre che sorvegliava la mia verginità mi aspetto che la mia esigenza di liberazione sia accolta, condivisa, supportata. Ho lottato per liberarmi nella vita privata e non vedo perché devo tacere quando si tratta della mia vita militante e pubblica. Non cerco riconoscimento dai compagni, non dapprincipio. Almeno poterne parlare con le compagne. Ma lì è pure peggio. Le compagne sono ancora più inaccessibili di alcuni compagni. E i compagni si dividono, appunto, in paternalisti e maschilisti con uomini antisessisti e senza pregiudizi che sono, almeno nella mia piccola realtà, in minoranza rispetto agli altri.

Gli altri sono quelli che se gli dici che devi dare supporto alle rivendicazioni di una sex worker o di una che vuole fare film porno ti guardano malissimo e danno a cesare quel che è di cesare e agli anti/zoccole quel che è degli anti/zoccole. Mentalità bigotta, specie in quelli che hanno un’età attorno ai cinquanta anni. Misogini. Stronzi. Si galvanizzano per battute sessiste e omofobe. Omofobi che non si definiscono tali perché non è politically correct.

Finisco: dato che si è aperta su Abbatto i Muri la settimana dell’antisessismo nei luoghi militanti io do questo mio piccolo contributo. Sperando che serva.

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30/09/2015

Cacciata dall’occupazione perché promiscua

Quando ho occupato, assieme ad alcuni ragazzi, la casa dove abitavamo insieme, non pensavo di trovare lì persone che mi avrebbero giudicata. Attorno ai compagni si realizzano molte aspettative. Sono tutti buoni, dalla parte giusta, meravigliosi, antifascisti, antirazzisti, antisessisti. Non ho avuto alcun problema ad essere l’unica donna tra gli uomini. È vero che i primi tempi mi sono data molto da fare nella cura della casa. Mi sentivo in obbligo, come se qualcuno mi avesse fatto il lavaggio del cervello e io non riuscissi a liberarmi del ruolo di cura che ti consegnano alla nascita se tu sei femmina.

Pulivo, cucinavo, mentre loro parlavano di rivoluzioni e lotte contro il sistema. A volte è facile spostare le lotte altrove senza però mettere in discussione nulla di quello che accade vicino a te. Uno di loro faceva il “capetto” e tutti pendevano dalle sue labbra, e a me era permesso intervenire a meno che per i tanti impegni dentro o fuori casa non potessi partecipare. In realtà preferivo pensare all’orto. Facevo la spesa risparmiando. Cercavo di sedare inimicizie e atteggiamenti competitivi. A poco a poco per me fu naturale dormire prima con uno e poi con l’altro. In vari periodi della nostra convivenza ho fatto sesso con ognuno di loro. Piaceva a me e piaceva a tutti. Saldava la nostra convivenza e salvo un caso in cui uno di loro manifestò gelosia nei miei confronti andò tutto a meraviglia. Fu così almeno fino all’arrivo di Manuela.

Più giovane di me, disse che aveva bisogno di stare lontana da contesti che non la stimolavano intellettualmente, così decidemmo che sarebbe potuta restare. C’è stato un breve periodo in cui lei tentava di ingraziarsi me per avere ruolo in quel gruppo. Poi andò a letto con uno degli occupanti e tutto cambiò. Lei partecipava a tutte le assemblee vicina al suo compagno. Interveniva spesso e la sua voce veniva ascoltata seriamente. Nel frattempo io continuavo ad accettare le lusinghe dei compagni che mi baciavano e abbracciavano perché ero una magnifica cuoca, il perno dell’occupazione, senza di me non ci sarebbe stato quello spazio e quindi continuavo a cucinare, pulire, e nel mio tempo libero studiavo molto.

Un giorno uno di loro, molto ubriaco, mi abbracciò e andammo a letto insieme. Il sesso fu godibile. Mi fece molto ridere il modo in cui mi parlava. Poi sussurrò all’orecchio che la tipa che avevamo accettato di includere nel nostro gruppo diceva in giro che il fatto che io andassi a letto con tutti diventava una distrazione. Toglieva armonia al gruppo. E mi disprezzava molto, contrariamente a quello che pensava dei compagni la cui promiscuità non era minimamente messa in discussione. In realtà era lei che aveva assunto un atteggiamento molto competitivo e che mi dava sostanzialmente della zoccola perché era forse gelosa del suo partner, con il quale avevo fatto sesso anch’io, o perché semplicemente voleva diventare intima, ancora più parte del gruppo di quanto fossi io.

Non diedi peso alla cosa, pensai che l’ubriaco straparlava e continuai la mia vita divisa tra mille impegni e la militanza di gruppo. Un giorno il “capetto” disse che era necessario che io fossi presente alla riunione serale. Avevano qualcosa da dirmi, così andai. Erano lì schierati, come se volessero fucilarmi da un momento all’altro. Nessuno sedette accanto a me e fu lei, l’altra, ad aprire l’assemblea con un intervento che poneva l’accento sull’importanza dell’azione militante del gruppo e sul fatto che sarebbe stato davvero terribile se qualunque cosa avesse il potere di ledere quell’equilibrio.

Continuò il capetto che mi fece una vera e propria paternale. Non accennò al fatto che aveva più volte goduto sessualmente della mia compagnia. Disse che forse sarebbe stato il caso di allontanarmi perché la mia presenza destabilizzava un po’ tutti. Chiesi chi fossero quelli destabilizzati della mia presenza, a parte l’altra donna lì presente, e nessuno seppe dirmi senza abbassare gli occhi per non incontrare il mio sguardo. Volevano che io me ne andassi in quanto “zoccola”, senza alcun dubbio. Di mezzo c’era un atteggiamento sessista e paternalista e anche la solita mania di controllo e di accentramento di certe donne che non sanno far di meglio che cercare una nemica per distruggerla. Agli occhi degli altri. Agli occhi del mondo intero.

Dissi che meritavo di restare perché quel posto l’avevo costruito con le mie stesse mani. Avevo sgobbato per farlo diventare molto più abitabile e poi non avevo alcun luogo in cui andare. La tizia allora disse che sarebbero stati certamente comprensivi. Per gentile concessione potevo restare ma non troppo a lungo. Mi davano il tempo – che carini – di cercare un altro posto in cui stare. Avevano grande rispetto per me ma a quanto pare non facevo gioco di squadra. Forse intendevano che non ero disponibile a seguire la loro morale in fatto di sesso ma non mi pare che qualcuno di loro sia mai stato messo in discussione, e, come al solito, è una donna quella che deve fuggire via con una lettera scarlatta attaccata al corpo.

Avevo già intenzione di andare all’estero, perché l’Italia non mi offriva molte possibilità. Perciò decisi di anticipare la mia partenza e dopo aver spedito le mie cose, con pacchi destinati alla casa di un mio amico, salutai tutti e presi il primo volo disponibile. Di loro non ho poi saputo granché. Ogni tanto leggo sul loro blog interventi della tizia che pensa di essere il padreterno. Credo che abbiano deciso di ospitare anche un’altra persona, un’amica della tizia, cacciata però poco tempo dopo con chissà quali pretesti. Io me la godo, qui dove sto, e voglio solo ricordare questi fatti, accaduti un po’ di tempo fa, perché è giusto dire che se non si fa la rivoluzione nel proprio privato, nell’intimità, non c’è rivoluzione che tu possa fare fuori.

Ho scoperto, a mie spese, che le dinamiche di un gruppo, per quanto “compagno”, sono esattamente le stesse che in qualunque altro posto. E, per finire, affermo che continua a piacermi fare sesso con molti uomini. Così sono io. Se tu e tu e tu non lo tollerate allora immagino che voi siete compagn* tanto quanto può esserlo un fascista qualunque. Non sono io quella sbagliata. E non mi convincerete del contrario.

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