Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/03/2016

Vivere nella deflazione, con la guerra in fondo al tunnel

Dateci degli investimenti, per favore! Un urlo fin qui imprigionato nelle profondità viscerali della cultura neoliberista, un malessere profondo tra gli operatori economici, un suggerimento implicito rintracciabile persino negli austeri comunicati della Bce, là dove deve sempre premettere che “la politica monetaria, da sola, non è sufficiente” a generare crescita. Il problema è che in quei comunicati la frase che segue è la negazione della precedente, perché le “riforme” invocate sono quei massacri sociali condotti all'insegna dell'austerità che hanno contribuito a fare dell'Unione Europea a 28 una delle aree posizionate peggio nel disastro della crisi mondiale.

Tagliare la spesa è l'unico comando arrivato fin qui, e l'hanno rispettato tutti così tanto e bene (con poche e non esagerate eccezioni) che la deflazione è tornata prepotentemente ad affacciarsi in tutti i paesi del Vecchio Continente. Come se i 720 miliardi messi in circolo dalla Bce nel suo primo anno di quantitative easing fossero bruscolini. Forse è il caso di guardare qualche numero, altrimenti ci si smarrisce facilmente (il calo dei prezzi sembra una benedizione, invece è una gelata tardiva che brucia il raccolto). Per la sola Italia, infatti, l'inflazione acquisita per il 2016 (eredità dei mesi precedenti) è pari a -0,6%. Un anno fa si era in una situazione simile, con differenze piuttosto significative, però. Allora quasi tutte i prezzi segnavano un andamento positivo, ossia in salita; soltanto i prezzi energetici, causa il crollo del petrolio, portavano in territorio negativo gli indici.

Ora invece scendono quasi tutti i prezzi, persino quelli di più largo consumo (il cosiddetto “carrello della spesa”, i generi di cui non può fare a meno nessuno, neanche il più povero), che segnano un -0,8% che non si era mai visto. Ma se i prezzi calano le imprese non investono più, i consumatori rinviano gli acquisti (di beni durevoli, case, ecc.) in attesa di altre discese, i debiti aumentano di peso rispetto ai redditi familiari o alle entrate dello Stato, si tagliano infine ulteriormente le spese e si alimenta perciò la spirale negativa.

Tanto più se, da qualche mese a questa parte, il prezzo del petrolio non può più essere indicato come l'unico colpevole (è di fatto relativamente stabile, oscillando tra i 30 e i 37 dollari al barile, contro gli oltre 100 di un anno e mezzo fa).

In queste condizioni l'offerta straordinaria di moneta supplementare – la politica monetaria “non convenzionale” adottata prima dalla Fed e poi dalla Bce – rimane senza effetti sull'economia reale. Al massimo va a gonfiare le quotazioni di borsa o i prezzi dei titoli di stato, ma non si traduce in investimenti produttivi, nuova occupazione, nuove occasioni di profitto.

La “trappola della liquidità” sembrava una malattia ipotetica, che aveva colpito soltanto i giapponesi (ne soffrono ormai da quasi un quarto di secolo). E invece è un'epidemia che ha colpito tutti o quasi, soprattutto in Europa, ma senza risparmiare più di tanto neanche gli Stati Uniti.

Perché la liquidità straordinaria non si traduce in maggiori investimenti? La risposta marxiana è nota, ma risulta straordinariamente attuale se pronunciata da un analista mainstream come Guido Salerno Aletta, che in genere scrive su MilanoFinanza:
Il sistema produttivo internazionale, dal comparto petrolifero a quello delle materie prime, è afflitto da una sovrapproduzione generalizzata da cui non si riesce a venir fuori. Anche a livello nazionale, nonostante la drastica riduzione della capacità produttiva determinata dai fallimenti di decine di migliaia di aziende e di imprenditori, la domanda è insufficiente: la produzione stagna ed i prezzi calano.
Se c'è sovrapproduzione generalizzata non ci possono essere altri investimenti, se non in settori come il militare o il lusso, che vanno a coprire esigenze non esattamente “di mercato”. Qualsiasi sia la quantità di moneta che viene gettata "dagli elicotteri".

Dal lato del capitale, la sovrapproduzione appare come insufficienza della domanda solvibile. Attenzione: non insufficienza dei bisogni umani (c'è un sacco di gente che ha fame, vorrebbe avere/cambiare la macchina o vivere con un tetto sulla testa), ma insufficienza dei redditi destinati al consumo.

Quindi – e qui la Storia si diverte un po' troppo – si moltiplicano i riscopritori di Keynes; il quale, in fondo, aveva spiegato bene il meccanismo chiamato trappola della liquidità e suggerito soluzioni per aumentare i consumi, allargare la domanda, far riassorbire l'eccesso di produzione. Soluzioni che avevano alimentato il “trentennio glorioso” del capitale (1945-1973), per poi spegnersi rapidamente e lasciare campo aperto al ritorno degli “spiriti animali” neoliberisti.
La stagnazione secolare che stiamo sperimentando, pronosticata già da anni dall’ex Segretario americano al Tesoro Larry Summers, non è altro che il sintomo di un eccesso di produzione cui non si accompagna più né una crescita dei salari, bloccati dalla competizione sui prezzi, né un aumento della spesa pubblica, bloccata dall’aumento del debito determinatosi per contrastare la crisi del 2008.
Fuori dalle argomentazioni teoriche più complesse, insomma, la produzione – anche quella capitalistica più avanzata – deve trovare sbocco nei consumi. Diminuire i salari sembra geniale all'impresa quando deve fare i conti e tagliare i costi di produzione; ma sembra un'idiozia a quella stessa impresa quando deve infine vendere il suo prodotto sul mercato. Se tutte le imprese – e tutti gli Stati – hanno ridotto all'osso le spese, ecco che improvvisamente vengono a scarseggiare i clienti. Che avrebbero anche bisogno di tutto, ma non possono più comprare quasi nulla (cominciano, in genere, ripiegando sui prodotti di più bassa qualità in campo alimentare, sull'usato in fatto di abbigliamento o motori, ecc).

Da questa scoperta al keynesismo puro è solo un passo:
Se si volesse davvero l’inflazione e la crescita, si dovrebbe ridurre l’orario di lavoro ad invarianza di salario portandolo a sei ore giornaliere, come si fece per superare la crisi del ’29, quando fu ridotto da dodici ad otto. La spesa pubblica “improduttiva” per consumi collettivi, dalla istruzione alla sanità, dalla cura del territorio alla tutela dell’ambiente, dovrebbe prosciugare a tasso zero l’enorme ed inutile liquidità immessa dalle Banche centrali.
Ma questa è la soluzione che fa più orrore all'ordoliberalismo di matrice tedesca e all'imperante neoliberismo di stampo anglosassone. Lo si è visto anche nel recentissimo G20, incapace di inquadrare le ragioni della “stagnazione secolare” (che è arrivata intanto all'ottavo anno di vita) e quindi di mettere in campo rimedi adeguati. Ma non è che siano davvero così stupidi... È che hanno interessi in competizione tra loro, quindi ognuno spera di uscire da questa crisi a scapito di qualcun altro (e tutti insieme a scapito della stragrande maggioranza degli esseri umani, che pure dovrebbero essere i consumatori di tutto l'eccesso di produzione).

Dunque? Farà sorridere, ma qualcuno continua a chiedere investimenti anche quando sa benissimo che – dal continente europeo, almeno – questi non potranno arrivare. È il caso di Fabrizio Saccomanni, ex direttore generale della Banca d'Italia ed ex ministro dell'economia nel governo di Enrico Letta, che dalle colonne di Repubblica invoca oggi “investimenti massicci, privati ma anche pubblici”, la rapida apertura della “via della seta” con la Cina (proprio mentre il moltiplicarsi di guerre promosse da Usa e Unione Europea sconvolgono i paesi attraverso cui andrebbe tracciata, dal Medio Oriente all'Ucraina).

Investimenti cinesi, insomma. Ma che appaiono più difficili se, allo stesso tempo, (da parte di Confindustria, per esempio) si invocano dazi doganali per rendere i prodotti cinesi meno competitivi.

Ma discutere di economia con i capitalisti è sempre stato impossibile. Tu ragioni in termini di sistema, loro come singoli “lottatori” interessati soltanto alla propria vittoria. E finché vincono loro, la deflazione si approfondisce.

A meno di non sfociare in guerra aperta... A quel punto, in effetti, molto del capitale “sovraprodotto” (denaro, impianti, merci, esseri umani) verrebbe drasticamente riportato a zero. Ma sarebbe una mattanza da terrorizzare persino l'Isis...

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Donald Trump, l'uomo che vuole comprarsi l'America

C'è un magnate con le mani in pasta un po' ovunque che entra in politica e comincia a fare sfracelli. A chi state pensando?

In verità Donald Trump e Silvio Berlusconi sono personaggi diversi, anche se prima o poi qualcuno dovrà decidersi a fare un discorso finalmente serio sul tramonto della 'politique politicienne' e su questi personaggi che prima vengono presi in giro, poi cominciano a fare paura e poi combinano un casino dal quale ci vogliono almeno vent'anni per uscirne. Comunque, Trump – New York City, classe 1946 – in queste settimane sta stravincendo le primarie del Partito Repubblicano statunitense e a questo punto è facile ipotizzare che alla fine la nomination sarà sua. L'establisment del Gop è basito: la paura è che un personaggio tanto discutibile finirà in polpette davanti a un Partito Democratico che, comunque la si voglia vedere, rimane un muro abbastanza solido.

Si vedrà: fare previsioni del genere, a questo punto, è un azzardo grosso, anche perché fino a un mese fa nessuno avrebbe puntato una lira (anzi, un dollaro) sulla vittoria di Trump alle primarie. «È un bluff, è destinato a sgonfiarsi, si ritirerà a breve», dicevano più o meno tutti gli osservatori. S'è visto.

La storia di Donald e dei suoi capelli biondi, però, merita di essere raccontata: uno spaccato di american way of life, tra Homer Simpson e Ronald Reagan. Le biografie dicono che la carriera di Trump sia cominciata nei ruggenti anni '60, a New York City, con una serie di operazioni immobiliari a Brooklyn, Queens e Staten Island. Da lì la scalata nel mondo immobiliare, tra riqualificazioni e costruzioni, nella città degli alti grattacieli. Nel 2015 il Washington Post ha stimato che il suo patrimonio ammonterebbe a circa nove miliardi di dollari. Nel mezzo, tante stramberie: passaggi nel mondo del wrestling, uno show televisivo (The Apprentice, una specie di gara per aspiranti squali degli affari. In Italia pure è stata fatta una cosa del genere, con Flavio Briatore impegnato a torturare giovani disposti a sputtanarsi per ottenere soldi e fama), qualche apparizione al cinema, tre matrimoni, cinque figli, un blog piuttosto visitato (memorabile un suo post del 2009 in difesa di Amanda Knox, appena condannata a 26 anni di reclusione per l'omcidio di Meredith Kercher a Perugia). Famosa anche la sua polemica bella grossa sul certificato di nascita di Obama. Trump sosteneva che il presidente fosse nato in Kenya e non a Honolulu e che quindi fosse 'abusivo'. Donald piantò un casino, Barack non si è mai degnato di rispondergli. Con la politica Trump ha cominciato a immischiarsi prima dell'11 settembre: nel 2000 sembrava dovesse candidarsi per il partito della Riforma (un'enclave di miliardari alla ricerca di una terza via incredibilmente turboliberista tra democratici e repubblicani), ma non se ne fece niente. Nel 2008 l'appoggio a John McCain, nel 2010 l'idea di candidarsi per i repubblicani con un programma a base di tagli alle tasse, nessun controllo sulle armi, stop agli aiuti internazionali, abolizione della Obamacare e vaneggiamenti sulla guerra alla "Cina comunista". Anche qui l'idea tramontò in breve perché Trump non si riteneva «pronto a lasciare il settore privato», e i sondaggi dicevano che comunque 71 americani su 100 lo ritenevano inadeguato come presidente. Il 16 giugno 2015 però arriva la volta buona: dalla Trump Tower di New York, introdotto dalla figlia Ivanka, Donald si lancia nell'iperuranio delle presidenziali. Contro Obama, contro il terrorismo islamico, contro la Cina, contro gli stessi repubblicani, a suo dire incapaci di qualsiasi opposizione. «Make America Great Again», il suo motto. L'establishment repubblicano reagisce con un sorriso di scherno, con lui si schierano alcuni personaggi bizzarri, come Sarah Palin, l'ex governatrice dell'Alaska, che presenta il biondocrinito miliardario come l'uomo giusto per «prendere a calci in culo l'Isis». Adesso l'establishment non ride più, l'eccentrico miliardario con la parrucca li sta letteralmente suonando. Amen. Il resto è storia recente: crescita nei sondaggi, dominio nelle prime uscite delle primarie repubblicane. Prestazioni così debordanti che persino Jeb, l'ultimo erede della dinastia Bush, ha dovuto recentemente rinunciare all'idea di candidarsi. Adesso la strada è praticamente in discesa: Donald vede la candidatura alla presidenza per novembre e, c'è da giurarci, le proverà tutte per vincere anche lì. I soldi, l'unica cosa davvero necessaria per poter almeno pensare di avere una speranza di farcela, d'altra parte non gli mancano. Per ora i democratici non lo prendono troppo sul serio e sono convinti di avere la vittoria in pugno.Per ora.

Una massima attribuita a Palmiro Togliatti recita più o meno così: via i pagliacci dal campo di battaglia. Ma che succede se il campo di battaglia è un circo?

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Guerra lampo delle SDF al Daesh nella provincia di Hasaka: sotto controllo il 20% della Siria

Forte accelerazione negli ultimi giorni da parte delle Forze Siriane Democratiche (SDF) alle operazioni militari nella provincia di Hasaka, che assestano un nuovo, duro colpo ad un Daesh sempre meno capace di "consolidarsi ed espandersi" – il motto a cui accorrevano miliziani da tutto il mondo nell'autunno 2014, quando era l'avanzata dei vessilli neri del sedicente califfato ad apparire inarrestabile.

L'operazione "Ira di Khabour" (dal nome del fiume che attraversa tutta la zona per confluire nell'Eufrate) che ha visto il protagonismo della milizia assira del Consiglio Militare Siriaco a fianco delle YPG si è conclusa con la liberazione di un'amplissima area e della grande città di Shadadi, un tempo crocevia della tratta degli schiavi e delle schiave dei fedeli di Al-Baghdadi.

Importante è stata la collaborazione delle tribù arabe locali, che come nel contesto del fronte di Afrin hanno partecipato agli scontri. Così come il contributo degli internazionalisti alla battaglia, in cui ha perso la vita Rustem Kudi: militante tedesco il cui sacrificio porta ad 8 il numero di "quanti non sono nati ma sono morti curdi", secondo un'elegia funebre che circola in questi minuti in rete.

Finiscono nelle mani delle SDF l'importante giacimento di al-Jabseh, da cui il Daesh estraeva fino a 3000 barili di petrolio al giorno; ed il controllo delle principali vie di comunicazione, di fatto spaccando in due, tra Raqqa e Mosul, i territori del sedicente califfato. Non a caso, anche in un contesto di interessi militari occidentali verso quell'area, circolano voci riguardo al trasferimento di parte della leadership di Daesh in Libia – in particolare del suo capo militare al-Shishani.

Nel frattempo Stati Uniti e Russia sono arrivati al perfezionamento di una tregua di carta rispetto alle ostilità in corso in altre aree della Siria. L'accordo, che dovrebbe entrare in vigore nel fine settimana, non impedisce al regime di Damasco di attaccare le parti non accolte ai negoziati, come il qaedista Fronte al-Nusra – i cui territori e capacità militari rappresentano la spina dorsale delle risorse dell'esangue Esercito Libero Siriano (FSA) che in buona parte connette ed egemonizza. Né di giovarsi indirettamente delle offensive delle SDF – opposte oltre che al Daesh agli islamisti nel FSA, sia sul fronte di Afrin che nel quartiere di Sheik Maqsood ad Aleppo. E la sacca di Darayya, storica roccaforte dei ribelli nell'hinterland di Damasco, sta subendo in queste ore i bombardamenti di un regime sempre più all'offensiva. Brutte notizie per Arabia Saudita e Turchia, la quale si è vista intimare dagli Stati Uniti la cessazione dei bombardamenti contro le posizioni delle YPG in Rojava ed il diniego del supporto NATO in caso di intervento aggressivo in quell'area.

L'abilità finora mostrata dalla dirigenza del PYD di destreggiarsi tra gli interessi delle grandi potenze ha portato il progetto del confederalismo democratico a controllare circa il 20% del territorio siriano, in cui vivono oltre 4.5 milioni di persone, tra autoctoni e rifugiati: per un'estensione paragonabile a quella della Svizzera, ed una popolazione paragonabile a quella dell'Irlanda. Un peso organizzativo, umano e geopolitico non marginale, che potrebbe anche in futuro garantire il consolidamento dell'ipotesi autonoma nella regione. Tra gli USA attenti a non essere definitivamente estromessi dalle dinamiche siriane post-guerra e la Russia che deve fare i conti con un alleato altrimenti al collasso e dissanguato nelle sue disponibilità militari, infrastrutturali ed economiche, c'è spazio per un progetto che possa restare sul territorio, ed affermarsi tramite un radicamento ed una legittimità trans-etnica e trans-confessionale.

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Già 77 i morti sul lavoro nel 2016

SONO 77 I MORTI PER INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO al 28 febbraio 2016, erano 76 alla stessa data del 2015 +1,3%, erano 89 il 28 febbraio del 2008 – 13,5%

Morti sul lavoro nel 2016

28 febbraio

Sito Osservatorio http://cadutisullavoro.blogspot.it

Con le morti sulle strade e in itinere si superano i 160 morti complessivi

Morti per infortuni sui luoghi di lavoro nel 2016 per regione e provincia.

Consigliamo a tutti quelli che si occupano di queste tragedie di separare chi muore per infortuni sui luoghi di lavoro, da chi muore sulle strade e in itinere con un mezzo di trasporto. I lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere sono a tutti gli effetti morti per infortunio sul lavoro, ma richiedono interventi completamente diversi dai lavoratori morti sui luoghi di lavoro.

Veneto 8 Venezia (1), Belluno (), Padova‎ (2), Rovigo (), Treviso (2), Verona (), Vicenza (3). Sicilia 6 Palermo (), Agrigento (3), Caltanissetta (1), Catania (1), Enna (), Messina (), Ragusa (1), Siracusa (), Trapani‎ ().Toscana 6 Firenze (), Arezzo () , Grosseto () , Livorno (), Lucca (1), Massa Carrara (2), Pisa‎ (1), Pistoia (1) , Siena (1) Prato (). Trentino-Alto Adige 5 Trento (3), Bolzano (2). Piemonte 6 Torino (2), Alessandria (1), Asti (2), Biella (), Cuneo (1), Novara (), Verbano-Cusio-Ossola () , Vercelli ().  Marche 5 Ancona (1), Macerata (2), Fermo (), Pesaro-Urbino (), Ascoli Piceno (1). Lazio 5 Roma (2), Viterbo (1) Frosinone (1) Latina (1) Rieti (). Lombardia 5 Milano (), Bergamo (2), Brescia (2), Como (1), Cremona (), Lecco (), Lodi (), Mantova (), Monza Brianza ( ), Pavia (), Sondrio (), Varese () . Campania 4 Napoli (3), Avellino (), Benevento (), Caserta (), Salerno (1). Puglia 4 Bari (), BAT (), Brindisi (), Foggia (1), Lecce (1), Taranto (2). Emilia-Romagna 4 Bologna (2). Forlì-Cesena (), Ferrara (), Modena () , Parma (), Piacenza (1) , Ravenna (), Reggio Emilia (1), Rimini () Sardegna 4 Cagliari (2), Carbonia-Iglesias (), Medio Campisano (), Nuoro (), Ogliastra (), Olbia-Tempio (), Oristano (1), Sassari (1). Abruzzo 3 L'Aquila (1), Chieti (1), Pescara, () Teramo (1). Umbria 3 Perugia () Terni (3). Calabria 2 Catanzaro (), Cosenza (1), Crotone (), Reggio Calabria (1) , Vibo Valentia (). Liguria 2 Genova (1), Imperia (1) , La Spezia () , Savona ().  Friuli-Venezia Giulia 1 Trieste, Gorizia (), Pordenone (1) , Udine ().Molise Campobasso (), Isernia (). Basilicata Potenza () Matera () Valle D’Aosta () I lavoratori morti sulle autostrade, all’estero e in mare non sono segnalati a carico delle province-

Morti sul lavoro nel 2015

SONO STATI 678 I MORTI PER INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO nel 2015

CONTRO I 661 del 2014 +2,6%

ERANO 637 nel 2008 +6,1%

I MORTI SUL LAVORO NON SONO AUMENTATI SOLO QUEST'ANNO COME STIMATO DALLE DENUNCE INAIL. NOI REGISTRIAMO UN AUMENTO SIGNIFICATIVO ANCHE RISPETTO AL 2008, ANNO DI APERTURA DELL'OSSERVATORIO.
Con le morti sulle strade e in itinere si superano i 1400 morti complessivi (stima minima).

Morti per infortuni sui luoghi di lavoro nel 2015 per regione e provincia in ordine decrescente delle morti.

Lombardia 77 Milano (10), Bergamo (12), Brescia (24), Como (3), Cremona (3), Lecco (2), Lodi (2), Mantova (3), Monza (2) , Brianza, Pavia (6), Sondrio (6), Varese (5) . Toscana 68 Firenze (9), Arezzo (8) , Grosseto (11) , Livorno (5), Lucca (4), Massa Carrara (9) , Pisa‎ (7), Pistoia (6) , Siena (2) Prato (6). Veneto 55 Venezia (7), Belluno (2), Padova‎ (6), Rovigo (5), Treviso (7), Verona (9), Vicenza (19). Campania 52 Napoli (13), Avellino (3), Benevento (9), Caserta (7), Salerno (19). Sicilia 46 Palermo (15), Agrigento (5), Caltanissetta (4), Catania (4), Enna , Messina (6), Ragusa (3) , Siracusa (5) , Trapani‎ (5). Piemonte 45 Torino (16), Alessandria (5), Asti (3), Biella (4), Cuneo (10), Novara (1) , Verbano-Cusio-Ossola (1) , Vercelli (2). Lazio 39 Roma (19) Frosinone (6) , Latina (2) , Rieti (2), Viterbo (10). Puglia 38 Bari (19), BAT (4), Brindisi (4), Foggia (4), Lecce (3), Taranto (4) Emilia-Romagna 32 Bologna (6) . Forlì-Cesena (3), Ferrara (3) , Modena (6) , Parma (2), Piacenza (3) , Ravenna (4), Reggio Emilia (3), Rimini (2). Abruzzo 31 L'Aquila (9), Chieti (10), Pescara, (3) Teramo (8). Trentino-Alto Adige 24 (50) Trento (10), Bolzano (14). Marche 19 Ancona (6), Macerata (2), Fermo (3), Pesaro-Urbino (3), Ascoli Piceno (5). Calabria 21 Catanzaro (6), Cosenza (6), Crotone (3), Reggio Calabria (3) , Vibo Valentia (3). Liguria 14 Genova (3), Imperia (2) , La Spezia (6) , Savona (3). Friuli-Venezia Giulia 15 Trieste , Gorizia (1) , Pordenone (7) , Udine (5). Umbria 14 Perugia (11) Terni (3). Molise 12 Campobasso (11), Isernia (1). Sardegna 12 Cagliari (5), Carbonia-Iglesias (1) , Medio Campisano (2), Nuoro , Ogliastra (1), Olbia-Tempio (1), Oristano (3), Sassari. Basilicata (8) Potenza (4) Matera (4) Valle D’Aosta 2

I lavoratori morti sulle autostrade, all’estero e in mare non sono segnalati a carico delle province.

L’INAIL nel 2014 ha riconosciuto complessivamente 662 morti sul lavoro, di questi il 52% sono decessi in itinere e sulle strade ma le denunce per infortuni mortali sono state 1107. Crediamo che anche per il 2015 ci siano più o meno le stesse percentuali. Nel 2015 tra gli assicurati INAIL sembra ci sia stata un'inversione di tendenza, per la prima volta dopo tantissimi anni questo Istituto vede aumentare le denunce per infortuni mortali, questo nei primi dieci mesi del 2015. Ma le denunce non comportano necessariamente un riconoscimento dell'infortunio. Sta a noi che svolgiamo un lavoro volontario, senza interesse di nessun tipo, far conoscere anche questo aspetto ai cittadini italiani.

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Utero in affitto? No

Sento il dovere di esprimere ciò che penso sulla vicenda che riguarda Niki Vendola, non per esprimere giudizi sulle persone le loro scelte di vita, che vanno sempre rispettate. Ma perché c'è una dimensione pubblica che non può essere ignorata e sulla quale ci siamo impegnati e scontrati.

Sono assolutamente favorevole alle adozioni di figli da parte di coppie omosessuali e anche da parte di singoli e singole. Trovo una inaccettabile discriminazione che questo ancora non sia possibile.

Allo stesso modo sono contrario al mercato degli uteri e delle gravidanze, per tutte le coppie, etero e gay. L'utero in affitto è una mostruosità del mercato che sfrutta le donne ed il loro corpo. Ed è un violenza di classe, perché sono le donne povere che per necessità vendono e le coppie ricche che comprano. Io credo che la legge debba proibire e punire simile mercato. E soprattutto credo che la legge debba comunque riconoscere come autentica madre la madre cosiddetta surrogata, con tutti i diritti del caso. Meglio una famiglia con tre genitori che una con un figlio comprato. Si garantisca poi per legge la piena possibilità di adozione per i bambini GIÀ nati, senza discriminazioni. Ci sono milioni di orfani, si renda possibile le più facile l'adozione quelli per la miseria.

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La contestazione a Panebianco: e se i ragazzi avessero ragione?

Come si sa, Angelo Panebianco, docente ordinario di scienza della politica a Bologna e importante politologo, abituale editorialista del Corriere della Sera, ha scritto un articolo che invitava a “preparare il popolo alla guerra di Libia”. A seguito di esso, i ragazzi del Collettivo Universitario Autonomo lo hanno contestato per un paio di volte chiamandolo assassino ed interrompendone la lezione.
 
Ne è seguito un caso nazionale, con la stampa insorta a difendere l’insigne politologo, la polizia che gli assegna una scorta (non c’è stato nessun accenno di violenza), la Procura che sembra apra un fascicolo per “interruzione di pubblico servizio” (criterio con il quale, fatte le dovute proporzioni,  nel sessantotto avremmo dovuto essere tutti deferiti ad una corte marziale) mentre Rettore ed autorità accademiche, che evidentemente, non hanno nulla di più serio da fare, studiano misure disciplinari per i responsabili e via su questa strada, mentre l’illustre studioso ha fatto balenare la possibilità di denunciare i contestatori.

Di Panebianco ho letto e spesso citato i libri come il suo ottimo “Modelli di Partito” che, però è di 34 anni fa, so che è uno dei pochi docenti italiani noti all’estero. Trovo le forme della contestazione un po’ rituali, ripetitive ad anche un po’ rozze (nel 1977, almeno, c’erano gli “indiani” che usavano l’arma dell’ironia e della creatività), ma, detto questo, mi pare che nella sostanza i ragazzi abbiano ragione.

Ma insomma, ci sono state 4 guerre maggiori (Golfo 1, Golfo 2, Afghanistan, Libia) e una pioggia di interventi minori (Somalia, Sudan, Costa d’Avorio, Mali ecc. ecc.) e non uno dei casi si è concluso positivamente, anzi ogni guerra ha posto le premesse per un’altra guerra ed ha lasciato dietro stati falliti, aprendo la strada agli jihadisti e, anzi che riflettere su tutto questo e sul perché di 25 anni di fallimenti, tutto quello che i vertici europei riescono a trovare è un’altra guerra che, per di più ha ottime probabilità di trasformarsi in un disastro militare?

Ed un celebre politologo, non trova di meglio che fare il coro d’appoggio a questi scriteriati, per una impresa sconclusionata e votata al fallimento come questa. Insomma, inizio a dubitare che sia poi quel grande politologo che ci era parso, anche perché il livello dell’articolo è quello della Maggioranza Silenziosa degli anni settanta (altro che intellettuale liberale). Peraltro, quando si scrive su un grande quotidiano e si assumono posizioni che hanno immediata influenza politica, si assumono delle responsabilità che espongono anche ad essere contestati. I fischi fanno parte della lotta politica in democrazia; magari i ragazzi sono andati oltre i fischi, ma insomma, neanche tanto, non mi pare che ci sia stata alcuna violenza. Vice versa, la posizione di Panebianco, sul piano morale, più ancora che politico, mi sembra molto più grave ed anzi, usiamo i termini giusti, proprio indecente.

Per cui, mi spiace, ma sto dalla parte dei ragazzi.

Ryanair contro il diritto di sciopero. Fermiamo l’avvoltoio!


Sul sito Ryanair, in un riquadro in basso, c'è l'immagine accattivante di un bimbo e di un papà, è accompagnata dalla scritta Stop agli scioperi e mantenere aperti i cieli d'Europa. Si tratta della petizione “Mantenere aperti i cieli d'Europa”, promossa da Ryanair e indirizzata alla commissione e al parlamento europeo per limitare il diritto di sciopero dei controllori di volo.

La petizione prende di mira i controllori di volo, ma apre un principio che è estensibile a tutti i settori del trasporto aereo e oltre. Solo qualche mese fa associazioni padronali e Governo hanno utilizzato un’assemblea sindacale al Colosseo, autorizzata e comunicata per tempo, per varare una legge che estende la limitazione del diritto di sciopero ai musei. I siti museali con quel decreto vengono equiparati ai servizi essenziali, con buona pace dei lavoratori, precari e stabili, che vengono privati del diritto di protestare di fronte al blocco delle assunzioni e dei contratti.

E come non ricordare che proprio nel trasporto aereo nell'ultimo decennio ci sono stati in Italia migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori licenziati: colpire il diritto di sciopero vuol dire disarmare ulteriormente chi lavora per poter licenziare più facilmente.

Ryanair è salita più volte alle cronache per i suoi comportamenti antisindacali e nel passato è stata da noi oggetto di denunce ed esposti alla magistratura, ma con questa petizione fa un salto di qualità assumendo un vero e proprio ruolo "politico".

Da tempo i lavoratori aeroportuali e dei trasporti vengono usati come capro espiatorio dei disservizi provocati dalle aziende. Vale la pena ricordare i tentativi di aggressione e gli insulti, dei "viaggiatori" inferociti nei confronti dei lavoratori dell'aeroporto di Fiumicino o le quotidiane cronache di autisti pestati.

Non più cittadini, non più persone, ma indistinti  “utenti/consumatori” che  facendo leva su un giusto risentimento causato dai disservizi prodotti da aziende ed istituzioni, diventano “massa di manovra” da scagliare contro i lavoratori.

La petizione di Ryanair è l'ultimo atto della campagna politica avviata dalle lobbies padronali europee e che viene scandita da Bruxelles, centro politico e amministrativo dell'UE.

Le risposte che il padronato si dà per affrontare la crisi economica, prevedono la riscrittura in peggio dei diritti e delle forme di impiego, e non accettano che i lavoratori si rappresentino in forma organizzata.

Contro l'attacco al diritto di sciopero e alle libertà sindacali sono scese in campo, da tempo, le organizzazioni sindacali di classe europee legate alla Federazione Sindacale Mondiale, tra queste l'USB.

Nel nostro paese il diritto di sciopero è un diritto costituzionalmente garantito. Ad ottobre andremo a votare un referendum confermativo sulle modifiche alla costituzione definite dal governo Renzi e approvate dalla maggioranza parlamentare: dobbiamo dare un segnale forte di dissenso. Noi voteremo NO per difendere tutti i diritti tutelati dalla costituzione, anche quelli non previsti dal quesito referendario, anche il diritto di sciopero.

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Romero e la teologia dlela liberazione: non chiamatelo marxista

La storia latinoamericana si intreccia con le vite dei tanti sacerdoti che, dai tempi della colonizzazione a oggi, hanno condiviso la sorte delle centinaia di migliaia di indigeni, contadini, operai e militanti sindacali e politici trucidati dai conquistatori prima, dalle milizie private e dalle soldataglie dei regimi militari con la “consulenza” nordamericana poi. Ciò non significa che la Chiesa del subcontinente si sia sempre e univocamente schierata a fianco dei poveri e degli oppressi: accanto ai teologi della Liberazione, e ai religiosi che sono arrivati a impugnare le armi (come fa nella fiction il protagonista del film “Mission”, o come fece nella vita reale Camillo Torres), ci sono quelli che si sono resi complici degli orrori perpetrati dai generali argentini e da Pinochet, così come ci sono gli innumerevoli emuli di Don Abbondio che, per paura o per quieto vivere, si sono tenuti fuori dalla mischia. Ma si può essere cristiani restando “neutrali” in Paesi segnati da contraddizioni e conflitti così radicali?

A giudicare dall’esempio del vescovo salvadoregno Romero, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980, e oggi venerato come beato, la risposta non può che essere negativa. Fra le suggestioni che emergono dal suo profilo biografico (“Oscar Arnulfo Romero. Beato fra i poveri”, Edizioni Clichy), curato da Geraldina Colotti (redattrice de "il manifesto”, nonché ex brigatista e autrice di un libro, “Talpe a Caracas”, sulla rivoluzione venezuelana), quella più netta è il rifiuto di ogni atteggiamento di “neutralità” di fronte alla lotta fra oppressi e oppressori. Un punto di vista che Romero ha maturato nell’ultima parte della vita. Già esponente di una Chiesa moderata e critica nei confronti degli “eccessi” della teologia della liberazione, il vescovo imbocca un percorso di “conversione” che giunge a compimento dopo l’assassinio di un suo amico sacerdote da parte degli sgherri del regime salvadoregno. Conversione che lo condurrà a sua volta al martirio perché, da quel momento, non cesserà di denunciare l’ingiustizia con parole che ne decreteranno la condanna a morte.

Basta leggere le citazioni dalle sue omelie nell’ultima parte del libro, per capire perché “dovevano” tappargli la bocca: “Una vera conversione cristiana oggi deve scoprire i meccanismi sociali che rendono un emarginato l’operaio o il contadino”; “Per le persone che non sono disposte a convertirsi la missione della Chiesa è sovversiva”;  “Nessun soldato è tenuto a ubbidire a un ordine contrario alla legge di Dio”; “Quando una dittatura lede gravemente i diritti umani (…) allora la Chiesa parla del legittimo diritto alla violenza insurrezionale”. Ce n’è abbastanza per “giustificare” l’esecuzione, preceduta, come racconta Colotti nella sua ricostruzione, da una campagna sistematica per screditare e isolare Romero in quanto marxista (“Sono gli interessi acquisiti a cercare di far passare per marxista l’azione della Chiesa quando questa ricorda i più elementari diritti dell’uomo”, scriveva il vescovo).

Ma se non era marxista, Romero non simpatizzava almeno con le loro idee? Domanda di assoluta attualità, dopo che l’ultima enciclica di papa Bergoglio gli ha procurato analoghe accuse da parte dei reazionari di tutto il mondo. Ma la risposta è no. Come spiega Colotti, e come le stesse parole di Romero confermano, il vescovo ha sfiorato il limite di una visione rivoluzionaria senza mai oltrepassarlo, perché la sua condanna nei confronti dei potenti non nasce da considerazioni sociologico politiche ma etico religiose: se il cristiano vede un’ingiustizia intollerabile non può tacere, né astenersi dal tentativo di cambiare le cose. Perché il profeta “Deve parlare anche quando sa che non lo ascoltano” e perché sa anche che la parola rimane e “rimarrà nei cuori che avranno voluto accoglierla”. Analogamente, quando papa Bergoglio riscopre toni profetici cui la Chiesa europea ci aveva disabituato (“chi costruisce muri e non ponti non è cristiano”) non chiamatelo marxista, perché fareste torto sia a lui che a noi marxisti: è vero che su certi problemi diciamo cose simili, ma le diciamo con motivazioni diverse e pensiamo a soluzioni diverse.

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