Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/11/2016

La “competitività” assume i contorni della guerra

La globalizzazione è finita da un pezzo. Tanto che il Wto (World Trade Organization) di fatto non si riunisce più, una volta verificato che non si sarebbero più raggiunti accordi per l'abbattimento delle protezioni doganali fra paesi, mercati comuni, continenti.

Gli unici settori in cui si poteva ancora parlare di “mercato globale” erano insomma la finanza speculativa (il gioco in borsa e nello shadow banking) e le acquisizioni societarie. Queste ultime erano comunque soggette a ovvie limitazioni (il settore militare, in primo luogo), ma continuavano a riscrivere la mappa dei decisori nel mondo. Perché ogni fusione tra società diverse ormai segna la nascita di un soggetto privato in grado di condizionare qualsiasi Stato e coalizione di Stati.

Ma le cose stanno rapidamente cambiando. Gli Stati Uniti, da qualche anno, stanno incentivando la “rilocalizzazione” delle produzioni ormai da decenni trasferite altrove. E sorvegliano con grande attenzione qualsiasi fusione o acquisizione che vede protagoniste società di paesi non appartenenti alla Nato.

Il concetto che si è andato affermando è quello di “settore strategico”, che va ormai ben oltre l'ovvio comparto militare e comprende qualunque branca produttiva in qualche misura importante per l'indipendenza economica e la capacità competitiva (nel senso più largo) di un paese. Logistica e tecnologia, oltre che l'energia, sono dunque da tempo terreni off limits per le acquisizioni da parte di imprese straniere. Non è così per tutti i paesi, come sappiamo. L'Italia, ad esempio, non controlla quasi più nulla di rilevante (telecomunicazioni prima agli spagnoli e poi ai francesi, acciaio in dismissione o a disposizione del primo che se lo piglia, Alitalia prima ai “capitani coraggiosi” e poi agli sceicchi, ecc: resiste parzialmente l'Eni – al 70% collocata sul mercato – e le parti di Finmeccanica più strettamente connesse con il militare, compreso lo spionaggio elettronico e informatico). Altri paesi, ancora più deboli, come la Grecia, sono stati letteralmente spogliati di ogni industria nazionale minimamente rilevante, compresi porti (ai cinesi) e aeroporti (alla tedesca Fraport, casualmente).

Ma è la Germania, negli ultimi tempi, a mettere in campo una strategia a doppio binario: grandi acquisizioni (Bayer che compra l'americana Monsanto, per esempio) e forti limitazioni alle incursioni del capitale “straniero”. Una scelta molto “nazionalista” che vede protagonisti soprattutto i socialdemocratici guidati dal ministro dell'economia Sigmar Gabriel. Il quale ha già bloccato la vendita del produttore di semiconduttori Aixtron al gruppo gruppo cinese Fujan Grand Chip, ufficialmente per alcune “implicazioni militari” segnalate dalla Nato e dai servizi segreti Usa.

Ma una discussione tesa era avvenuta anche a proposito dell'interessamento di Midea, un gruppo del Guandong cinese, per il gruppo Kuka, specializzato nella produzione di robot industriali. Come si vede, le eventuali applicazioni militari (non impossibili, in linea teorica, perché qualsiasi tecnologia può essere utilizzata in qualunque modo, lavorandoci un po' sopra) non sono più l'unico ostacolo. Nel caso di Kuka, infatti, il pensiero corre immediatamente al vantaggio competitivo – nella produzione di merci per il mercato di massa – che si gioca tramite il possesso di determinate specializzazioni. E la costruzione di robot industriali, al pari delle centrali per la produzione di energia elettrica o altre ancora, è ormai il pilastro su cui si gioca la superiorità di un sistema.

Il problema investe ormai tutta l'Unione Europea, con la Francia anche più “dura” nel voler difendere il patrimonio produttivo nazionale. E comincia a farsi strada l'idea di dover addivenire al più presto a una normativa “protezionista” di livello continentale. In cui le uniche acquisizioni “libere” asterrebbero quelle tra società comunitarie; mentre ogni merger rilevante per il mantenimento della competitività produttiva della Ue dovrebbe essere, se non vietato, “strettamente sorvegliato” per non avvantaggiare concorrenti globali.

Ovvero soprattutto la Cina, che presenta aziende multinazionali fortemente dotate di liquidità e a caccia di tecnologie di ultima generazione. Tutta roba coperta da brevetto, naturalmente. Al punto che acquistare la società che lo possiede diventa molto più semplice e rapido, o addirittura meno costoso che non cercare un difficile accordo di compromesso sulla cessione parziale del know how.

Ma se la concorrenza tra giganti viene sottoposta a limitazioni sostanziali – a partire dalle tecnologie – vuol dire che le dinamiche “competitive”, stimolate da una crisi quasi decennale e senza soluzioni, stanno arrivando a quel punto di rottura per cui la sopravvivenza di alcune grandissime aziende capitalistiche è possibile solo tramite l'eliminazione dei concorrenti di pari livello.

Un gioco sempre più rischioso, che coinvolge direttamente gli Stati e tutte le strutture politiche sovranazionali. E' insomma il punto in cui la famosa “competitività” inizia a trasformarsi in conflitto a tutto campo. Anche militare, ovviamente.

Fonte

Al-Nusra entra ad Aleppo ovest. Putin ferma i raid

In Iraq gli islamisti sono sulle barricate, ad un passo dal crollo della città-Stato Mosul; ad Aleppo avanzano verso la zona governativa, nei quartieri ovest. In territorio iracheno la battaglia è comune – seppur con obiettivi diversi – contro l’Isis, in Siria ad attaccare indisturbato è l’ex al-Nusra, oggi Fatah al-Sham. Ideologie molto simili, ma nella capitale del nord siriana gli ex qaedisti non sono nel mirino del fronte anti-jihadista. Al contrario, sono strumento di indebolimento dell’asse Mosca-Damasco.
 
Venerdì Fatah al-Sham ha lanciato un’ampia controffensiva contro i quartieri occidentali con autobomba, camion carichi di esplosivo, kamikaze e una pioggia di missili. Almeno 15 le vittime civili e 100 i feriti in quella che per le opposizioni è un’operazione diretta a rompere l’assedio di Damasco. Non ci sono solo gli islamisti: sotto la guida dell’ex al-Nusra ci sono unità dell’Esercito Libero Siriano, i salafiti di Ahrar al-Sham e le altre fazioni presenti ad Aleppo, una realtà composita che mette in crisi l’asse anti-Assad, con le opposizioni amiche al fianco di un gruppo etichettato come terrorista.
 
Due giorni fa le opposizioni hanno occupato parte del quartiere Dahiyat al-Assad e attaccato Bustan az-Zakhra, in città vecchia: secondo fonti delle opposizioni potrebbero portarsi sulla Castello Road. Si combatte in strada, tra le case, stessa guerriglia urbana e aerea che da mesi vivono anche i siriani dei quartieri orientali. L’esercito russo ha chiesto di riprendere gli attacchi aerei, interrotti 10 giorni fa dalla tregua unilaterale dichiarata da Mosca e Damasco. Terminato il cessate il fuoco di 11 ore al giorno, i caccia russi non si sono più alzati in volo. Ma il presidente Putin ha negato il via libera definendo la ripresa dei raid «inappropriata» e preferendo «continuare la pausa umanitaria».
 
Al contrario in Iraq è il fronte sciita a contrattaccare e lo fa con una mossa che avrà riflessi anche nella vicina Siria. L’attacco arriva da ovest: dopo averlo annunciato venerdì, ieri le Unità di Mobilitazione Popolare – le milizie sciite legate all’Iran – hanno aperto un nuovo fronte su Mosul. Stavolta a occidente. Con i peshmerga che premono da nord e l’esercito regolare iracheno da sud e est, i miliziani sciiti chiudono il cerchio sulla città, in cui però dicono di non voler entrare per evitare divisioni settarie già esplose in altre zone.
 
L’assalto non ha importanza strategica solo sul piano militare, nella controffensiva contro lo Stato Islamico. Ce l’ha anche su quello politico regionale. In primo luogo i gruppi armati sciiti si ritagliano uno spazio nella battaglia per Mosul, che da tempo la Turchia e gli Stati Uniti cercano di arginare per salvaguardare la maggioranza sunnita della provincia di Ninawa (non per tutelare la partecipazione politica della comunità locale, quanto per poter esercitare l’influenza necessaria ad una divisione amministrativa dell’Iraq, che da anni Washington propone).
 
In secondo luogo, le milizie sciite si portano in un luogo geograficamente strategico. Attaccando l’Isis dal lato occidentale, si posizionano lungo il confine siriano ponendosi come primo obiettivo la città di Tal Afar. E questo avrebbe due effetti: da una parte impedirebbe l’ulteriore fuga di islamisti verso il territorio siriano e verso Raqqa, dove sono già fuggiti i leader del braccio iracheno e migliaia di combattenti, come ripetutamente denunciato da Damasco e Mosca che considerano il transito una palese tattica del fronte anti-Assad; dall’altra aprirebbe al passaggio di quelle stesse milizie sciite in Siria, a combattere al fianco del governo siriano.
 
Un’eventualità che ieri il loro portavoce, Ahmed al-Assadi, ha lasciato intendere in un’intervista all’Afp: «Dopo aver ripulito la nostra terra, siamo pronti ad andare in qualsiasi luogo rappresenti una minaccia alla sicurezza nazionale».
 
Tal Afar, da questo punto di vista, è centrale anche per la Turchia. È a 50 km da Sinjar, l’area yazidi liberata un anno fa dai peshmerga. Ma a Sinjar non c’erano solo i combattenti del Kurdistan iracheno: c’erano anche le Ypg kurdo-siriane e gli uomini del Pkk, i primi ad accorrere quando migliaia di yazidi finirono nell’agosto del 2014 sotto assedio dell’Isis sul monte Sinjar. E da lì Ypg e Pkk non se sono mai andati, giocando un ruolo centrale – seppur poco raccontato – nell’operazione del novembre 2015.
 
Non è dunque un caso che pochi giorni fa il presidente turco Erdogan abbia tuonato contro il Partito Kurdo dei Lavoratori perché si tenga a distanza da Sinjar: non diventerà una nuova Qandil, ha detto Erdogan, il cui timore principale è vedere il confine siriano-iracheno in mano a kurdi nemici (non gli alleati del Krg di Barzani) e milizie sciite. Ovvero a soggetti che porrebbero fine al progetto di un corridoio sotto il controllo di Ankara lungo la frontiera turca con Siria e Iraq.

Fonte

L’Italia di Renzi, una escort da quattro soldi

Venti anni fa c'era un presidente del consiglio che vaneggiava di fare dell'Italia “la Florida d'Europa”. Romano Prodi aveva appena sciolto l'Iri nell'acido, e con lei ogni idea di politica industriale in questo paese. L'idea era che – ritraendosi l'aborrito “Stato imprenditore” – gli imprenditori privati si sarebbero fatti entusiasticamente avanti per sostituirlo. Non è andata così, come sappiamo, ed oggi quel poco di attività industriale è in mano a multinazionali che possono delocalizzare da un momento all'altro, se non l'hanno già fatto. Quindi anche quell'idea terzomondista dell'Italia tutta spiagge, sole e monumenti antichi, pronta ad accogliere turisti pensionati, tedeschi o inglesi, è andata a farsi benedire.

Ora c'è un vestito vuoto – ricordate Il maestro e Margherita? – che recita la parte del presidente del consiglio, manifestamente al servizio del capitale finanziario (le banche, ma non solo quelle italiche) che punta a fare di questo disgraziato paese un paradiso fiscale per spaventosamente ricchi.

Non si tratta di un'idea, ma di un articolo specifico della legge di stabilità, quel canovaccio di legge di bilancio 2017 che cambia forme e promesse ogni giorno, visto che fino al 4 dicembre – data del referendum costituzionale – l'Unione Europea si limiterà a sua volta a recitare la parte dello zio burbero, ma che non vuole deprimere un nipote già col fiato cortissimo.

Si tratta dell'articolo 24 bis, apparso dal nulla negli ultimi giorni (a proposito de “la manovra non cambia” strombazzato dal ministro Padoan all'unisono con Renzi, dopo i primi rilievi Ue). Introduce infatti una norma tecnicamente chiamata «imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi delle persone fisiche calcolata in via forfettaria». Oscura, vero? In pratica, gli stranieri che decidono di trasferire in Italia la loro residenza potranno scegliere di pagare una tassa fissa di 100 mila euro l’anno a prescindere dal loro livello di reddito.

Cosa significa? Sei un multimilionario neozelandese, americano, saudita o russo e il fisco del tuo paese ti chiede – chessò – il 20% di quanto guadagni in un anno? Vieni da noi! Con centomila euro sarai al riparo di qualsiasi intrusione fiscale!

La misura è fatta un po' “alla vergognosa”, forse per evitare di passare fin da subito come “norma acchiapparicchi”, e quindi nella manovra si precisa che per esser valida l'offerta lo straniero dovrà risiedere (fiscalmente, mica davvero!) in Italia almeno nove anni; e comunque, se eventualmente decidesse di investire nel nostro paese, sui profitti dei suoi investimenti pagherebbe – bontà governativa – “le aliquote ordinarie”. Insomma, quelle che paga anche un pensionato poco sopra la “minima”… (pro quota, ovviamente, un po' sopra il 23%).

Di fatto, lo Stato italiano offre protezione fiscale decennale a chiunque sia disposto a versare qui un milione di euro, in barba al principio costituzionale – internazionale, da che esiste la modernità capitalistica – della progressività delle imposte (con il salire del reddito, sale anche l'aliquota fiscale). Non è difficile capire a chi conviene: a chi ha un reddito annuale (nuove entrate) superiore ai 5-10 milioni annui. Già al livello più basso (5 milioni annui), infatti, la tassa fissa proposta dal governo Renzi rappresenta appena il 2%.

Dal punto di vista fiscale si tratta di entrate quasi irrilevanti per lo Stato, perché è prevedibile che ben pochi ultraricchi stranieri approfitteranno di questa norma; o comunque lo farà un numero assai limitato, visto l'eccesso di offerta simile in tutto il mondo. Si tratta infatti di una norma tipica dei classici paradisi fiscali caraibici – poco territorio, scarsa popolazione, resort esclusivi, ecc – per il buon motivo che bastano pochi boss del capitale (senza star lì a sottilizzare sull'origine del malloppo) per trasformare un'isoletta di pescatori in un bengodi della piena occupazione (alberghi,ristoranti,edilizia, nautica, ecc). Un po' più complicato, invece, accorgersene in una economia da 1.600 miliardi annui, con entrate fiscale equivalenti alla metà di questa cifra. Ci vorrebbero infatti 10.000 ultraricchi stranieri per tirar su la miseria di un miliardo…

Anche sul piano “strategico” la proposta appare economicamente demente. I paradisi fiscali sono già molti, e nel mirino di diverse autorità sovranazionali (cui, come membro, partecipa anche l'Italia!). Il principio della “concorrenza”, in questo microuniverso, è regola profondamente introiettata. Quindi, pur non sapendo dire se la cifra di 100.000 euro annui si collochi in una fascia “interessante” per gli ultraricchi, quand'anche lo fosse potrebbe essere superata al ribasso da chiunque faccia la stessa politica. Tu chiedi cento? E io mi voglio rovinare, ne chiederò solo 90… e così via.

Abbiamo tralasciato volutamente tutti gli aspetti morali e politici (un prelievo fiscale così insignificante è un cazzotto in faccia qualunque lavoratore dipendente, precario o pensionato, che viene tassato come minimo al 23%). Diamo infatti per assodato che il governo Renzi sia una reception molto accogliente per il grande capitale multinazionale.

Abbiamo preferito invece sottolineare il fatto che anche nella graduatoria della prostituzione degli Stati, quello italiano verrebbe così collocato nella fascia più bassa. Una escort da quattro soldi, insomma...

Fonte

Spagna - Rajoy risorge, grazie ai socialisti

Dopo dieci mesi di seria impasse politica, lo Stato Spagnolo ha un “nuovo” governo, capeggiato dal vecchio leader della destra post-franchista Mariano Rajoy. Dato a lungo per spacciato, il capo del governo più antipopolare che il paese abbia avuto dall'autoriforma del franchismo in poi risorge letteralmente grazie alla decisione del Partito Socialista di far astenere i propri deputati per permettere al Partito Popolare, che alle Cortes non ha la maggioranza assoluta pur avendo vinto le ultime due tornate elettorali, di formare una maggioranza monocolore.

Con una specie di golpe interno al maggiore partito di centrosinistra del paese, ed in ossequio ai diktat dei poteri forti interni e dell'Unione Europea, i 'baroni socialisti' hanno dapprima messo in minoranza il segretario Pedro Sanchez, che si opponeva ad una 'grande coalizione' col PP in nome della stabilità e della necessità di implementare la lunga serie di sacrifici dettati a Madrid dalla Troika, e poi hanno deciso di trasformare la formazione politica nella stampella di un ennesimo esecutivo di destra. Questo dopo che per quasi un anno il Psoe aveva illuso una parte della società spagnola sulla possibilità di una convergenza con Podemos e altre realtà di centrosinistra che sbattesse Rajoy all'opposizione e desse vita ad un 'governo di cambiamento'.

Ed invece stasera è stato proprio grazie ai socialisti che Rajoy è stato di nuovo eletto, rocambolescamente, primo ministro.

"Chapeau, signor Rajoy" gli aveva detto giovedì senza ironia in aula il leader del partito di centrosinistra Compromis, Joan Baldovi. "Lei potrebbe essere un eroe cinematografico 'il galiziano impassibile': senza muovere un muscolo, senza fare quasi nulla, è sul punto di ridiventare capo del governo" ha aggiunto.

Nonostante il terremoto politico che ha investito il PP – milioni di voti persi alle elezioni del 20 dicembre 2015, dopo anni di governo all'insegna dei tagli, delle privatizzazioni, delle leggi repressive contro le proteste popolari – e l'affermazione sulla scena di due nuove forze politiche, Ciudadanos a destra e Podemos a sinistra, alla fine la destra nazionalista spagnola, capofila di quella 'casta' e di quella 'vecchia politica' contro la quale si sono mobilitati negli anni scorsi centinaia di migliaia di lavoratori, giovani e anonimi cittadini riesce a ritornare in sella. Le numerose inchieste per corruzione non hanno minimamente scalfito la fiducia della cosiddetta 'Spagna profonda' nel partito di Rajoy, che solo poche settimane fa si è affermato nelle elezioni regionali in Galizia con un risultato ben oltre le aspettative.

Giovedì il candidato premier, come previsto, non ce l'ha fatta a ottenere la fiducia, perché era necessaria la maggioranza assoluta e alla prima votazione i parlamentari del Psoe hanno votato contro. Ma stasera bastava la maggioranza semplice che è stata facilmente raggiunta grazie all'astensione della maggior parte dei deputati socialisti e al voto favorevole di Ciudadanos e di Coaliciòn Canaria.

La maggioranza degli 85 deputati socialisti ha seguito le indicazioni del Direttorio che ha rimpiazzato Pedro Sanchez dopo le sue dimissioni, anche perché la direzione provvisoria aveva chiarito che ai parlamentari socialisti non veniva lasciata alcuna libertà di voto. Ma non tutti si sono astenuti, in quindici hanno votato no all'investitura, tra questi i sette deputati del Partito Socialista Catalano e quelli della sezione delle Isole Baleari che, oltre a essere schierati dalla parte della sinistra interna, non possono assolutamente permettersi di sostenere un premier che contro le rivendicazioni autonomiste e indipendentiste dei catalani accentuerà la tradizionale politica centralista e sciovinista della destra nazionalista spagnola.

Tra i voti contrari non c'era quello dell'ex segretario socialista. Proprio oggi, a metà giornata, Sanchez ha annunciato "con dolore" e tra le lacrime l'abbandono del suo seggio parlamentare, in polemica con l'astensione.

L'ex leader del PSOE, letteralmente defenestrato dai suoi baroni che gestiscono il partito a livello locale, ha annunciato le sue dimissioni con la motivazione che non vuole avallare il governo Rajoy, affermando che intende tentare di tornare alla guida del partito impegnandosi in un serrato confronto con i militanti e la base.

Pedro Sanchez ha sempre insistito sul "no è no" di fronte alle richieste di convergenza di Rajoy, il cui partito si è macchiato di gravi episodi di corruzione ed è responsabile della politica di durissima austerità che ha caratterizzato il suo primo mandato. Per motivi di opportunità politica, in nome dell'alternanza che ha contraddistinto parecchi decenni di vita politica dagli inizi degli anni '80 in poi, ma anche per evitare di rendere i socialisti corresponsabili delle nefandezze che Rajoy continuerà a imporre dal punto di vista politico ed economico, col grave rischio che alle prossime elezioni il Psoe, già in crisi nera, venga duramente punito dagli elettori.


Ma la maggior parte dei ras locali, dei governatori e dei sindaci del partito temeva che il 'no' al sostegno di un governo di minoranza guidato da Rajoy portasse alla convocazione delle terze elezioni in dodici mesi, e comunque i continui richiami dei mercati, delle banche, degli imprenditori e dell'establishment europeo hanno pesato moltissimo.

Certo, il governo che è appena nato non avrà vita facile. L'Ue ha ricordato proprio nei giorni scorsi quale dovrà essere il programma di governo, a partire dall'imposizione di nuovi tagli al lavoro, al welfare e alle pensioni per 5.5 miliardi di euro solo l'anno prossimo, in ossequio al diktat del rientro del debito pubblico. I socialisti e quelli di Ciudadanos promettono di vigilare sull'operato dell'esecutivo e che in caso di decisioni controverse faranno mancare il proprio sostegno. Ma la verità è che entrambe le formazioni si sono messe nelle mani del PP e si sono ficcate, decidendo di permettere la nascita di un nuovo governo Rajoy, in una situazione difficilissima e potenzialmente suicida. Ad ogni tentativo da parte del Psoe e di Ciudadanos di imporre il proprio punto di vista al PP il premier Rajoy potrà agitare lo spettro dello scioglimento delle Camere accusando i due partiti di voler condannare il paese al caos e all'ingovernabilità, un argomento che sembra far molta presa non solo sui poteri forti ma anche su una consistente parte dell'opinione pubblica.

Di fronte a questo scenario, le sinistre promettono di occupare le piazze per sbarrare la strada alle nuovo controriforme che Rajoy ha in programma. Ma sia Izquierda Unida sia Podemos, che pure potrebbero approfittare dello spostamento a destra del Psoe per attrarre una parte della base socialista, sembrano in preda ad una seria crisi di prospettive, dopo aver puntato per un anno su una alleanza “di alternativa” con i socialisti che invece hanno scelto di diventare la ruota di scorta della destra.

Oggi pomeriggio a Madrid il Coordinamento 25 settembre, che nel 2012 portò in varie occasioni molte decine di migliaia di manifestanti a contestare le politiche governative accerchiando la sede del Congresso dei Deputati, ha fatto appello nuovamente a 'rodear', ad assediare il palazzo del Parlamento proprio in concomitanza col voto parlamentare di investitura del primo ministro, per denunciare quella che definisce una scelta illegittima, prodotto di un'alleanza “corrotta” e “mafiosa” tra socialisti e destra.

Al contrario di quanto ha fattto il leader di Izquierda Unida Alberto Garzòn, quelli principali di Podemos, a partire da Pablo Iglesias e Íñigo Errejón, avevano già annunciato che sarebbero usciti dall'aula parlamentare per incontrare e salutare i manifestanti. La formazione è scossa da una contesa interna senza precedenti e sembra aver già imboccato la via di una ulteriore 'moderazione' nel tentativo di accreditarsi come opposizione 'responsabile' e 'costruttiva' al governo appena nato.

Fonte

Quando si dice il vecchio che torna... 

Turchia, torna la pena di morte. Ancora purghe e giornalisti in manette

La morsa della censura sui media in Turchia si fa sempre più stretta, arrivando a colpire praticamente tutti i media di opposizione. Ieri mattina all'alba la polizia ha realizzato una maxi-retata contro Cumhuriyet, storico quotidiano laico del Paese più volte preso di mira dal regime negli ultimi mesi. Sono stati emessi diciotto mandati di cattura nei confronti di altrettanti giornalisti che occupano anche posizioni di direzione della testata, tra le più lette in Turchia. Tra i 13 fermati figurano Murat Sabuncu, direttore del quotidiano, i giornalisti veterani Aydin Engin e Hikmet Cetinkaya, il rappresentante dei lettori Guray Oz, il caricaturista Musa Kart e Kadri Gursel, consulente editoriale della testata, nonché membro direttivo dell'Istituto internazionale di stampa (IPI).

Le forze di sicurezza hanno perquisito le case dei giornalisti, inclusa quella di Can Dundar, ex direttore di Cumhuriyet che ora si trova in Germania e per il quale è stato emanato sempre ieri mattina un nuovo ordine di cattura dopo quello che lo aveva raggiunto a causa di uno scoop che rivelava la complicità del regime di Erdogan con i jihadisti attivi in Siria. Al momento dei blitz della polizia si trovavano all'estero anche il giornalista Nebil Ozgenturk e Akin Atalay, avvocato della testata e presidente del consiglio esecutivo della fondazione a cui appartiene Cumhuriyet.

Lo staff del quotidiano più antico del Paese e il cui nome (“Repubblica”) fu scelto dallo stesso fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal, è accusato degli stessi reati per cui negli ultimi mesi sono già state chiuse decine di altri media. Nel caso specifico, i giornalisti in questione sono accusati di aver commesso dei crimini "a nome dei gruppi terroristici PKK e FETO", ossia il Partito dei lavoratori del Kurdistan e il movimento dell'ex imam Fethullah Gulen, che Ankara indica come responsabile del fallito golpe del 15 luglio scorso.

L'ordine di fermo della magistratura di Istanbul fa inoltre riferimento alle accuse di "irregolarità" commesse durante l'ultima elezione per definire i membri direttivi della Fondazione Cumhuriyet. Un'espressione che è stata valutata da diversi osservatori come un possibile segnale dell'eventuale commissariamento (e conseguente chiusura) del quotidiano, una sorte già toccata a numerosi media. Intanto, l'indagine risulta attualmente coperta da segreto istruttorio e secondo quanto riportato dal quotidiano online T24, ai giornalisti indagati è stato posto il divieto di vedere i propri avvocati per ben 5 giorni.

La giornalista Ayse Yildirim, in una dichiarazione realizzata a nome del quotidiano, ha definito le accuse "ridicole", ed ha affermato che "le decisioni di fermo vanno contro la legge e le accuse sono immaginarie. Cumhuriyet non ha mai collaborato né con FETO e nemmeno con il PKK ed è impossibile che possa collaborarvi". Yildirim ha inoltre aggiunto che allo stato attuale non è rimasto un solo dirigente di testata a piede libero" ma tutti quelli che lavorano in questo giornale sono dirigenti. Noi abbiamo subito simili pressioni anche in passato e non ci piegheremo. Qui è in atto un golpe che mira a colpire il diritto dei cittadini a informarsi. Invitiamo tutti a unirsi in solidarietà per il diritto di informare e di essere informati".

Ieri alcune centinaia di lettori e di membri delle organizzazioni per la libertà di stampa si sono radunati davanti alla redazione di Istanbul per sostenere il quotidiano. Anche numerosi dirigenti del Partito Repubblicano del Popolo (Chp, laico e nazionalista di centrosinistra) e del Partito democratico dei popoli (Hdp, riunisce sinistra curda e turca) si sono recati nelle sedi di Istanbul ed Ankara del giornale condannando i fermi. Il co-leader dell'HDP, ricordando il recente arresto dei co-sindaci curdi di Diyarbakir Gulten Kisanak e Firat Anli, ha affermato che l'operazione rivolta ai giornalisti di Cumhuriyet si inserisce all'interno di uno stesso, unico obiettivo, quello di raggiungere "la meta della dittatura".

A sua volta, Cemal Canpolat, presidente del CHP della circoscrizione di Istanbul, ha attirato l'attenzione sulla prossimità del referendum che il governo di Ankara vorrebbe sottoporre ai cittadini per approvare il sistema presidenziale in Turchia. "Vogliono andare al referendum con una stampa muta" ha affermato il politico. "Se le istituzioni dell'UE vogliono dire la loro sulla questione, questo è il momento giusto", ha affermato invece Erol Onderoglu, rappresentante di Reporters Senza Frontiere in Turchia. Nel paese sono ormai 130 circa i giornalisti e i fotoreporter chiusi nelle galere.

Anche le purghe nell'amministrazione pubblica non accennano a fermarsi. Il regime ha licenziato altri 10.000 funzionari pubblici, anche in questo caso accusati di avere a che fare con il fallito putsch di luglio. Stando ai due decreti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, complessivamente sono stati rimossi 10.131 dipendenti dello Stato, in particolare dei ministeri dell'Istruzione, della Giustizia e della Sanità.

Negli stessi decreti è stata anche annunciata la chiusura di 15 media, la maggior parte dei quali vicini alla causa e alla comunità curda, ed anche la soppressione dell'elezione dei rettori delle Università, che d'ora in poi saranno scelti dal presidente Recep Tayyip Erdogan tra i candidati selezionati dal Consiglio dell'istruzione superiore. Questo dopo che a migliaia rettori, presidi di facoltà e docenti sono stati arrestati o licenziati o sospesi dal servizio nei mesi scorsi.

Dopo il tentato golpe di luglio sono state arrestate più di 35.000 persone, mentre molte decine di migliaia di insegnanti, poliziotti, magistrati, avvocati e dipendenti pubblici di vario tipo sono stati licenziati o sospesi.

Intanto i due sindaci di Diyarbakir, la principale città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia, sono stati posti sotto custodia cautelare per attività "terroristiche" legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Gültan Kisanak e Firat Anli sono accusati di "appartenenza a un'organizzazione terroristica armata" e di "sostegno logistico a un'organizzazione terroristica armata", stando a quanto si legge nel comunicato diffuso dal tribunale di Diyarbakir.

L'arresto di Kisanak e Anli, martedì scorso, aveva scatenato violente proteste non solo a Diyarbalkir ma anche in varie città del Kurdistan turco. L'altro ieri è stato arrestato anche Ayla Akat Ata, un ex deputato del “Partito della pace e della democrazia”, una formazione curda giù più volte presa di mira dalla repressione del regime.

Che intanto sembra proprio intenzionato a dar seguito alle minacce di ripristino della pena di morte lanciate subito dopo il maldestro tentativo da parte di alcuni ambienti militari di impossessarsi del potere.

Lo stesso capo del regime, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che una proposta di legge per ristabilire la pena capitale verrà presto sottoposta al Parlamento di Ankara.

"Il nostro governo sottoporrà (la proposta per la reintroduzione della pena di morte) al Parlamento. E io sono convinto che il Parlamento l'approverà e, quando arriverà davanti a me, io la ratificherò", ha detto Erdogan durante un discorso nella capitale di fronte ad una folla che reclamava l'applicazione della pena capitale per i golpisti di luglio.

Fonte

Come l’Unione Europea si prepara “agli anni delle cento guerre”

Le continue escalation imposte dalla competizione globale e il clima da “anni delle cento guerre” che si respira nel mondo, non lasciano affatto indifferenti né inerti le classi dominanti europee. E’ ormai da quando con la Brexit si è tolto di torno “l’impaccio britannico”, che i governi europei stanno accelerando sul processo di concentrazione e cooperazione sul piano militare.

La newsletter Affari Internazionali (espressione dell’Istituto Affari Internazionali), riferisce che:
“i ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno recentemente presentato ai colleghi degli altri Paesi Ue un documento congiunto contenente alcune proposte, abbastanza concrete e ambiziose, per una maggiore cooperazione e integrazione europea nel campo della difesa”.
Come noto ci sono diversi stati europei ancora molto legati agli Usa (vedi i paesi dell’est e quelli baltici) e che, per conto del loro mandante, recalcitrano all’idea di un esercito europeo, magari coordinato con la Nato, ma autonomo dagli Usa.

La soluzione avanzata dal nucleo duro militarista (Germania, Francia, Italia, Spagna) è quella del Pesco (Permanent Structured Cooperation) ossia le cosiddette cooperazioni rafforzate fondate sul “chi ci sta, ci sta”, un po’ come avvenuto per l’adozione dell’euro. L’ancoraggio istituzionale europeo del documento dei quattro paesi è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte alla attuazione della “EU Global Strategy” presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno.

E’ ancora Affari Internazionali a sottolineare come tra le quattro principali potenze europee vi siano già una serie di cooperazioni industriali strategiche incrociate, a partire dal consolidato asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), le cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nell’aereospazial e nella cantieristica navale) e italo-tedesche. Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiana sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda).

Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro paesi in questione tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo – il Male – entro il 2025. E’ la rivista specialistica Analisi Difesa a riferire che dall’inizio di settembre è iniziata una nuova fase per il Drone Europeo. Il contratto per lo studio di definizione del Drone Europeo (Male RPAS – Medium Altitude Long Endurance Remotely Piloted Aircraft System), assegnato a Leonardo-Finmeccanica, Airbus e Dassault Aviation, è stato ufficializzato nel corso di una riunione per l’avvio del progetto presieduta da OCCAR, l’Organizzazione Europea per la cooperazione in materia di armamenti. Presenti i rappresentanti delle industrie coinvolte e dei paesi partecipanti al programma: Italia, Francia, Germania e Spagna.

In pratica, e senza troppo clamore, da tempo è andato costituendosi un complesso militare-industriale europeo avanzato e competitivo anche verso il vecchio monopolio statunitense.
Quali sono le altre proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni militari Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il “dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue”. Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi.

L’obiettivo di questa concentrazione è quella di “maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali, alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo”. Dunque le potenze europee – in particolare quelle con maggiori ambizioni militari come la Francia o economiche come la Germania – sono arrivate da tempo alla conclusione che anche sul piano militare devono costituirsi come polo, la sola dimensione nazionale non è più adeguata a reggere una competizione globale che potremmo ben definire interimperialista.

Non era stato proprio Helmut Khol ad affermare all'università di Lovanio prima e in una intervista al Corriere della Sera poi che "l'integrazione europea sarà una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo"?

Fonte

Benedetto terremoto! Scatta la trappola dell'”emergenza”

Le sciagure sono sempre un'occasione ghiotta, per governanti in crisi; e una cartina al tornasole della capacità delle opposizioni politiche di mantenere la barra dritta. Il ricatto tipico delle “emergenze” è scattato anche stavolta, senza alcuna sorpresa. Sergio Mattarella da Israele e Matteo Renzi da Palazzo Chigi hanno intonato il solito “tutti uniti, tutti insieme”. Più precisamente "Faccio appello alle forze politiche a evitare polemiche e divisioni".

E qui è andata in crisi la cultura politica grillina, che ha avuto la sua punta più ridicola nella sconosciuta senatrice Rosetta Enza Blundo, affascinata dal “complotto della magnitudo”, ossia dalla convinzione – condivisa da qualche migliaio di sprovveduti, sulla rete – che il governo avesse “taroccato” i dati sulla potenza del terremoto per qualche interesse politico (la tesi è che al di sotto di una certa soglia lo Stato non rimborsa i danni subiti dalla popolazione).

La toppa del leader carismatico – lo stesso Beppe Grillo – per non far incastrare il Movimento 5 Stelle nella scomoda posizione degli ignoranti complottisti è stata però peggiore del buco: "Il Movimento 5 stelle ha dato la sua disponibilità a collaborare e a proporre soluzioni per aiutare le popolazioni colpite, in tempi rapidi", ha subito risposto dal suo blog. "A situazione di emergenza eccezionale deve corrispondere una risposta eccezionale”.

Una volta accettato questo terreno, ogni possibilità di esercitare un controllo critico sulle decisioni del governo viene di fatto meno. E' fin troppo ovvio, infatti, che il governo dispone di tutte le informazioni più rilevanti (quanti danni, quanti sfollati, preventivo provvisorio dei costi, offerte di aiuti da privati e altri paesi, linee di comunicazione con l'Unione Europea, ecc), mentre i grillini – quasi come la popolazione tutta – molto meno. Quindi diventa fin troppo facile, per maneggioni sgamati come quelli ai posti di comando, far passare qualsiasi iniziativa come “priva di alternative”. E silenziare come "sciacallaggio" qualsiasi critica a determinate decisioni.

La storia delle catastrofi naturali in Italia è un campionario di business della “ricostruzione”, con esempi di cinismo e orrore al di là di ogni immaginazione. E le lobby della cementificazione hanno nel governo attuale molto più di un piede o un aggancio. I recentissimi arresti tra i dirigenti dei lavori e delle società impegnati nella realizzazione di Terzo Valico, Salerno-Reggio, People Mover di Pisa (nonché alla guida del progetto del Ponte di Messina) si sono incaricati di chiarire a chiunque che tutto si può fare, con questo governo, meno che lasciargli campo libero nella gestione della ricostruzione.

Non c'è neanche bisogno di ribadire che ovviamente siamo tutti – come le Brigate di Solidarietà Attiva – concretamente al fianco delle popolazioni che da agosto stanno vedendo il loro territorio e la loro vita sconvolti da un terremoto continuo, di violenza addirittura crescente.

Ma proprio per questo sappiamo che l'unico errore mortale sarebbe quello di lasciare carta bianca a Renzi e a i suoi “cementificatori con la colla”.

Specie se, come sta accadendo già da qualche settimana, il cosiddetto premier prova a impadronirsi della retorica euroscettica, facendo il viso dell'arme all'Unione Europea in difesa della legge di stabilità (i cui cambiamenti radicali saranno chiariti definitivamente solo dopo il referendum) e persino sul Fiscal Compact.

Quest'ultima sortita – fatta davanti ai pochi intimi riuniti in Piazza del Popolo – è suonata più o meno così: "Noi diciamo che siccome nel 2017 casualmente a Roma si riuniranno i capi di governo e in Ue arriva a scadenza il tema del fiscal compact, noi non accetteremo di inserirlo nei trattati Ue".

Parlava ai suoi, dicevamo, e dunque faceva conto sulla diffusissima ignoranza in materia di trattati europei, tanto vincolanti quanto sconosciuti. Però i nostri lettori – vista la mole di documentazione da noi pubblicata in materia – dovrebbero sapere bene che il Fiscal Compact è già in vigore. Ne sono stati rinviate, causa la perdurante crisi economica globale, alcune scadenze (la famosa “flessibilità” che, per esempio, è stata applicata cancellando momentaneamente l'obbligo di ridurre il debito pubblico di un tot per cento ogni anno), ma è perfettamente attivo e regola gran parte della procedura da cui deriva, alla fine di ogni anno, la “legge di stabilità”

Ricordiamo in estrema sintesi che il trattato chiamato Fiscal Compact è stato approvato il 2 marzo 2012 da 25 dei 28 stati membri dell'Unione europea ed è entrato in vigore il 1º gennaio 2013. L'Italia è ovviamente tra questi; gli unici a non firmarlo sono stati la Gran Bretagna (ben prima che vincesse la Brexit, insomma), la Croazia (che non era ancora tra i paesi membri) e la Repubblica Ceca.

Dunque Renzi non può “impedire di inserirlo nei trattati” per il buon motivo che è stato già fatto. Si può certo pensare che sia necessario disdirlo, rivederlo, correggerlo o cancellarlo, ma intanto te lo tieni. Altrimenti dichiari guerra alla Ue...

Il vero nome del trattato è Patto di bilancio europeo, altrimenti detto Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione economica e monetaria. Prevede, in estrema sintesi:
a) l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (e il Parlamento, all'unanimità, ha inserito quest'obbligo addirittura in Costituzione, all'art. 81);
b) l'obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (nel caso di paesi con debito pubblico superiore al 60% del PIL);
c) la significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL (per l'Italia, dunque, oltre il 3% ogni anno);
d) l'impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell'Unione e con la Commissione europea (in pratica, si è persa l'autonomia anche nel produrre nuovo debito).

Come si vede, anche il terremoto ha pesantemente a che vedere con la gabbia dell'Unione Europea. E qualsiasi “politico” che reciti la parte di chi “batte i pugni sul tavolo”, senza però mettere in discussione l'intera costruzione, è un contafrottole. Che gioca con i terremotati per strappare un decimale e svoltare la scadenza referendaria...

Fonte

Non chiamatele più emergenze! Noi questo mondo vogliamo cambiarlo! Chi ci sta?

E' assolutamente inutile e sbagliato parlare di emergenza terremoto in un paese dove ogni 5 anni si verifica un sisma di forte intensità, dove il dissesto idrogeologico causa disastri dopo disastri non appena arrivano le piogge autunnali, dove l'ambiente è offeso e violentato da inquinamento e da rifiuti tossici e velenosi seppelliti dove capita.

Non sono più emergenze da affrontare con misure temporanee, “un tanto al chilo”, con toppe da apprendisti stregoni o da faccendieri da rapina.

In un paese come il nostro che basa gran parte della sua economia sul turismo ambientale e su quello culturale, che ha migliaia di chilometri di coste, che ha bellissime montagne e campagne e che da sempre è a forte rischio sismico, serve un piano generale che parta dal risanamento dell'ambiente, del mare, dei fiumi, delle campagne. Un piano che si basi sull'energia alternativa e non sul petrolio, un programma di studio ed analisi del suolo e dei corsi d'acqua per prevenire frane e alluvioni, che predisponga un rimboschimento delle nostre montagne spesso preda di incendi e frane, che ripulisca le nostre campagne e le restituisca ad un'agricoltura efficiente e sana.

Un progetto nazionale che preveda la messa in sicurezza delle zone a rischio sismico attraverso l'adozione di vincoli e prescrizioni sia rispetto al patrimonio pubblico, sia privato, sia quello da costruire, sia quello esistente.

Un piano che faccia della prevenzione e della cultura ambientale il proprio presupposto, non soltanto a livello strutturale e politico, ma anche culturale.

Per fare tutto questo servono soldi, tanti soldi. Ma qualcuno ha fatto i conti di ciò che costa l'emergenza continua a livello sismico, ambientale ed idrogeologico? Quanti miliardi si spendono ogni anno, senza parlare poi delle vite umane che si perdono e delle conseguenze sanitarie e sociali delle tante tragedie che investono il “bel paese”?

Il meccanismo dell'emergenza, cioè la filosofia del “mettere a posto le cose” dopo che accadono, serve a decuplicare i regali a costruttori e “prenditori” a vari livelli che molto spesso speculano su queste tragedie, si arricchiscono senza neanche restituire nulla alla comunità, al bene comune.

Un piano diverso dovrebbe essere invece nazionale e generale, un progetto pubblico realizzato dal pubblico e non dai privati. Un piano che duri anni, decenni, che rimetta in moto anche l'economia con centinaia di migliaia di posti di lavoro stabili, con sviluppo di professionalità sul territorio.

Un progetto a lunga scadenza che, proprio perché ideato e gestito dallo stato, non abbia fini di lucro ma l'unico obiettivo di rimettere in sesto questo malridotto paese.

Ma si tratterebbe di miliardi e miliardi impegnati per anni, alla faccia dei vincoli e dei trattati europei, del pareggio di bilancio e anche redistribuendo ricchezza dalle tasche di chi soldi ne ha tanti, troppi, verso la comunità, attraverso una patrimoniale seria nei confronti dei grandi capitali.

Si tratterebbe di gestire investimenti enormi e non certo attraverso banche private, ma costruendo un soggetto statale, una sorta di IRI degli anni duemila, che di Ricostruzione abbiamo proprio bisogno.

Si tratterebbe di rivedere i parametri di convivenza stessa in un paese che ormai sta facendo dell'individualismo e dell'egoismo la principale caratteristica dei rapporti sociali ed interpersonali.

Servirebbe un diverso impegno politico e sociale, lontano migliaia di chilometri dalle forze politiche che hanno guidato il paese sino ad oggi e sicuramente diverso anche da chi oggi pensa che l'unico elemento salvifico nel panorama politico è rappresentato dall'onestà. L'onestà è un prerequisito che da solo non serve a nulla se non si ha in testa un progetto politico e sociale diverso da quello che, con sfumature diverse, ha gestito l'Italia nei decenni di vita “democratica” dal dopoguerra ad oggi.

Qualcuno dirà: ma voi state disegnando una società che non esiste, un sogno, un'utopia. Noi pensiamo di no. Si tratta soltanto di avere il coraggio di cambiare, di avere la capacità e la volontà di farlo.

Fino a quando quello che qualcuno chiama utopia non farà parte dei nostri obiettivi, rimarremo seduti sui nostri divani a piangere sui morti di un terremoto, sulla distruzione prodotta da una valanga, da un incendio o da un'alluvione, sullo scenario sconfortante di un ambiente devastato e violentato, benedicendo i nostri vigili del fuoco che sembrano ormai angeli abbandonati in un paese infernale, componendo poi un numeretto magico sul telefonino per donare due eurini pensando di salvarci la coscienza.

Noi non ci stiamo! E' per questo che un sindacato, una formazione sociale come USB, non si rassegnerà mai a gestire il gestibile, alla politica della riduzione del danno.

Noi questa società e questo mondo vogliamo cambiarli! Chi ci sta?
Fonte