Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/01/2025

“Megalopolis”, un peplum per l’era digitale

Una volta, partecipando ad una trasmissione televisiva su Ovidio, Alessandro Barbero disse che il mondo frequentato dal poeta augusteo doveva essere assai simile a quello della upper class di New York o di Washington fatto di feste, festini e intrighi a base di sesso, alcool e droga, di party a cui partecipano i rampolli di alti esponenti della politica e dell’economia. Barbero istituisce quindi un azzeccatissimo parallelismo fra le più alte classi sociali della Roma augustea e le frange più ricche della contemporanea società americana. Frequentando quel mondo e scrivendo di amori licenziosi, è assai probabile che Ovidio abbia fatto un passo falso tanto da incorrere nell’ira di Augusto, ed essere quindi condannato alla relegazione nell’oscura Tomi, sul Mar Nero, l’odierna Costanza (che il poeta dipinge fredda e tempestosa come il Polo Nord, ma che oggi, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era il luogo di vacanza privilegiato dai ricchi magnati russi).

Un parallelismo fra la Roma antica e la contemporanea società americana viene realizzato anche da Francis Ford Coppola nel suo recente e ambizioso film Megalopolis (2024) che mostra un vero e proprio calderone di epoche e figure storiche. I nomi dei personaggi rievocano il truce periodo della guerra civile della Roma repubblicana: Crasso, Catilina, Cicerone, Clodio. Una fonte di ispirazione, secondo quanto affermato dallo stesso regista, è infatti La congiura di Catilina di Sallustio. Nel film, New York diventa New Rome e Cicerone è il corrotto procuratore distrettuale Francis Cicero mentre Catilina è il ricco architetto Cesar Catilina, nipote del banchiere Hamilton Crasso III e nipote di Crasso è anche il depravato Clodio. Quest’ultimo, ponendosi populisticamente alla guida delle classi più povere, vuole contrastare i progetti di ricostruzione della città (che sta per essere devastata dalla caduta di un satellite sovietico) di Catilina.

Il ricorso al mondo classico operato da Coppola possiede diverse sfaccettature. Una più estetica e incline al kitsch, con la valenza metaforica generale di corruzione e degradazione. Ad esempio, in Italia, alla fine degli anni Sessanta, richiami al mondo antico con questa valenza metaforica erano stati attuati da Alberto Arbasino e da Federico Fellini con due loro opere del 1969: rispettivamente il romanzo Super-Eliogabalo e il film Fellini Satyricon. Un’altra sfaccettatura si lega più da vicino all’immaginario fantascientifico e distopico, per cui la romanità presente nel film assume una significativa rilevanza estetica nei suoi aspetti più catastrofici, secondo quanto ha osservato Susan Sontag relativamente all’immagine del disastro nella fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine, la Roma antica presente nel film appare come il frutto di una “omogeneizzazione” del passato e della storia nel senso espresso da Furio Jesi nel suo saggio Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole” (1979): una omogeneizzazione della Roma antica attuata dallo stesso Mussolini e dal fascismo, una rilettura del passato alla luce del lusso spirituale e materiale realizzata generalmente anche dalla cultura di destra successiva. D’altra parte, una mescolanza incongrua di questo tipo veniva perseguita anche dal filone peplum hollywoodiano, vale a dire tutta la miriade di film ambientati nell’antica Roma, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Esiste però anche un genere peplum precedente, squisitamente fascista come, ad esempio, Scipione l’Africano (1936) di Carmine Gallone, intriso di retorica del regime.

Coppola, strizzando genialmente l’occhio al peplum, crea una “omogeneizzazione” della Roma antica fra elementi incongrui e appartenenti a epoche diverse, infarcita di citazioni shakespeariane (Cicerone, Catilina, Clodio e Crasso che leggono Marco Aurelio come un grande del passato ma che in realtà è vissuto molto dopo, la presenza del Colosseo come stereotipo della romanità, che in realtà venne costruito dai Flavi molti anni dopo il periodo delle guerre civili ecc.) unendola a elementi della contemporaneità come la tecnologia digitale o le automobili. Questa grande omogeneizzazione, anzi mega-omogeneizzazione in puro stile peplum digitale 4.0, serve a creare un’altra potente immagine metaforica, quella del capitale nelle sue più violente e incomprensibili (almeno da parte della ‘gente comune’) declinazioni: il potere economico e finanziario. Dietro lo strapotere e la ricchezza dei personaggi, guarda caso, ci sono le banche: il corrotto e depravato Clodio mira infatti ad impossessarsi della banca dello zio Hamilton. E lo strapotere finanziario può anche ergersi a guida populista (come fa Crasso nel film), manovrando la popolazione meno abbiente come tanti ignari burattini. Il travestimento estetico, kitsch, iperreale e postmoderno della Roma antica di Coppola cela un cuore fatto di violente e tribali guerre finanziarie ed economiche, le stesse che si consumano a Wall Street. Il cuore pulsante di questa società non è troppo diverso da quello che ci mostra un film che viene sempre propinato al pubblico televisivo la sera del giorno di Natale, e lo è stato immancabilmente anche pochi giorni fa, Una poltrona per due (Trading Places, 1983) di John Landis: i ricchissimi fratelli Duke, esponenti dell’alta finanza, decidono, per una scommessa, di far precipitare in miseria il loro dipendente Winthorpe. Quello che viene spacciato per un film di Natale sui buoni sentimenti, oltre ad esaltare il rampantismo primi anni Ottanta, mostra in realtà una violentissima guerra tribale, quella che si consuma ogni giorno nei palazzi dell’alta finanza e, ormai, neppure più nei palazzi, ma nell’universo digitale.

La corruzione, i festini lussuosi, la depravazione, il sesso, la dimensione spettacolare volgare e ostentata, in Megalopolis, non sono altro che l’esoscheletro del cuore economico e finanziario del capitalismo maturo che ci circonda. Non è la romanità che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, come nella trilogia ucronica di Sophie MacDougall Romanitas, ma è un universo ‘omogeneizzante’ che racchiude una cultura votata all’altare di un capitalismo che di romano ha assai poco. Certo, anche Petronio nel Satyricon (I sec. d.C.) intendeva affrescare la corruzione e la volgarità dell’età neroniana, un universo fatto di sesso, cibo e denaro, secondo la definizione di Gian Biagio Conte. Ma la rilettura del regista americano inserisce le figure antiche in un universo preciso: un mondo di lusso estremo che, dietro le apparenze, cade a pezzi in una tribale e violenta guerra fra bande. E poi, non dimentichiamo nemmeno che la Roma delle guerre civili era davvero una società attraversata da feroci regolamenti di conti fra bande rivali, come anche lo sarà la società medievale e rinascimentale.

Non è un caso che l’auto privata di Catilina, sulla quale si muove attraverso la città accompagnato dal suo autista, spesso inquadrata in immagini compiaciute ed estetizzanti, sia una vettura simbolo dell’alta borghesia francese ed europea degli anni Sessanta e Settanta, cioè la Citroën DS, un’automobile che è stata, secondo Roland Barthes, un vero e proprio mito del lusso, dello spettacolo e del consumo: mezzo di trasporto, nonché sfoggio di ricchezza, dell’alta borghesia parigina e addirittura auto presidenziale negli anni Sessanta si è poi trasformata, ormai invecchiata, a partire dalla fine degli anni Settanta, in mito della controcultura giovanile ed è divenuta l’ideale mezzo di trasporto per nomadici vagabondaggi. Un vero “mito d’oggi”, secondo l’efficace espressione barthesiana, soggetto a metamorfosi ma, nemmeno ai giorni nostri, del tutto tramontato. L’auto di Catilina si spinge fino ai più poveri quartieri di New York, simili a quelli in cui si ritrova il povero Winthorpe caduto in miseria, laddove una colossale statua della dea Giustizia non riesce più a tenere in mano la sua bilancia, perché pende troppo da una parte. Quei bassifondi sono e saranno abitati sempre dalle vittime del capitale, sia nella New Rome, sia in Megalopolis, la nuova città ‘riqualificata’ che Catilina intende costruire (una versione fantascientifica delle smart cities?). Con Megalopolis tutti staranno bene, saranno felici e contenti come in una fiaba (e all’universo della fiaba rimanda lo stesso film): sarà veramente così, come si auspica durante la festa di Capodanno di questo parallelo e distopico 2024? Sarà vera utopia oppure una nuova, cupa e devastante distopia che non fa altro che incalzarci e rincorrerci, anche nella realtà, giorno dopo giorno?

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A proposito delle “zone rosse”, e delle garanzie individuali costituzionali

CAMERA PENALE DI MILANO GIAN DOMENICO PISAPIA
BUON ANNO, ALMENO NELLE ZONE ROSSE

Diminuiscono i reati (ma aumentano gli arresti); e forse proprio per rassicurare ancora di più i milanesi, si istituiscono le zone rosse. Che, niente paura (in via del tutto eccezionale, rispetto al main stream, non si intimorisce ma si rassicura soltanto), non sono quelle dell’epoca della pandemia, dove tutta Italia assisteva angosciata all’attribuzione di un colore per poterne desumere i propri residui spazi di libertà, ma sono quelle istituite, richiamando il potere prefettizio ex art. 2 TULPS, con un recentissimo provvedimento milanese, peraltro analogo ad altri del tutto simili adottati a Bologna e Firenze a cavallo degli anni 2018 e 2019.

Il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, nella seduta del 27 dicembre, ha infatti sollecitato un provvedimento contingibile ed urgente, poi formalmente adottato dal Prefetto di Milano, che istituisce appunto “zone rosse” al fine di fronteggiare “la presenza di soggetti molesti e aggressivi, dediti alla commissione di reati e non in regola con la normativa in materia di immigrazione, tale da incidere negativamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini e dei turisti che fruiranno di quelle aree”.

Ancora una volta, pur a fronte del calo dei reati rispetto all’anno precedente, che è proprio il Prefetto a richiamare nel comunicato con cui si annuncia l’adozione del provvedimento, la percezione d’insicurezza – vera o presunta – diviene l’occasione per restringere spazi di libertà.

Così nelle zone rosse, per tre mesi (non solo e non tanto, dunque, per una presunta emergenza legata ai festeggiamenti per la fine dell’anno), si prevede il “divieto di stazionamento ai soggetti che assumono atteggiamenti aggressivi, minacciosi o molesti, e risultino destinatari di segnalazioni dell’Autorità giudiziaria per reati in materia di stupefacenti, contro la persona, contro il patrimonio per i delitti di furto con strappo, rapina, danneggiamento, invasione di terreni ed edifici, detenzione abusiva di armi od oggetti atti ad offendere e che costituiscano un concreto pericolo per la sicurezza pubblica, tale da ostacolare la libera e piena fruibilità delle infrastrutture del trasporto e delle aree urbane individuate”.

E ovviamente anche in questo caso è pronta la sanzione penale da applicare nei confronti dei contravventori: l’art. 650 c.p. e l’art. 17 TULPS, norme espressamente richiamate nell’ordinanza prefettizia, che puniscono con arresto o ammenda i trasgressori di provvedimenti diretti – questa almeno la finalità dichiarata – alla tutela dell’ordine pubblico.

Al di là di facili considerazioni di tipo sociologico sui bersagli non dichiarati dell’iniziativa assunta dalla Prefettura di Milano (ove addirittura si evoca una sorta di presunzione di pericolosità per i giovani extracomunitari di “seconda generazione”), non possiamo, da avvocati penalisti, non preoccuparci per i riflessi che il provvedimento determina sulle garanzie individuali.

In primo luogo, allarma il fatto che diritti tutelati a livello costituzionale e convenzionale, anche attraverso una esplicita riserva di legge, quali quelli alla libertà personale (l’allontanamento forzoso la viola senza dubbio) e di movimento, vengano compressi con provvedimenti dai contenuti tutt’altro che tipici, che rimandano a categorie impalpabili (atteggiamenti aggressivi? Concreto pericolo per la sicurezza pubblica?), e di durata non corrispondente alle presunte ragioni di urgenza legittimanti il provvedimento di natura eccezionale.

Si sottrae, così, spazio al controllo democratico garantito dal procedimento legislativo e, attraverso interventi di soft law, s’interviene su libertà fondamentali del cittadino. In secondo luogo, che tali provvedimenti si rivolgano contro persone destinatarie di mera segnalazione all’autorità giudiziaria è dato altrettanto preoccupante, contrario al principio della presunzione di non colpevolezza e peraltro anche al buon senso, trattandosi in diversi casi di tipologie di reato perseguibili a querela suscettibile di remissione.

Infine, sorprende che la Prefettura adotti tale provvedimento nonostante analoghe ordinanze – sempre ispirate da logiche securitarie e accompagnate da campagne emergenziali – siano state annullate dai giudici amministrativi proprio per le ragioni poc’anzi esposte (genericità dei presupposti e inammissibili presunzioni legate precedenti di polizia non verificati): il TAR della Toscana, sezione II, annullò con sentenza del 23 maggio 2019, un’ordinanza del Prefetto di Firenze che aveva istituito zone rosse sulla scorta di motivazioni sovrapponibili a quelle sottese al provvedimento dello scorso 27 dicembre.

Sembra proprio che Milano voglia anticipare i tempi, introducendo per via amministrativa una parte del progetto securitario contenuto nel “ddl sicurezza” in discussione al Senato e sul quale anche il Consiglio d’Europa ha espresso proprio in questi giorni riserve e allarmi. Per questo noi avvocati penalisti non possiamo tacere. Anche se ci circonda un silenzio assordante.

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01/01/2025

Via da Las Vegas (1995) di Mike Figgis - Minirece

[Contributo al dibattito] - 2024 seppellito senza lacrime, ma il 25 con Trump cosa minaccia?

di Ennio Remondino

Mica avrete creduto che l’elezione di Trump avrebbe portato davvero la fine della guerra in Ucraina in 24 ore? Trump non ferma le guerre e non porta la pace, soprattutto in Medio Oriente dove continuerà ad armare e a coprire il suo grande amico Netanyahu su qualunque altra nefandezza voglia compiere. E anche col suo amico Putin per l’Ucraina, la svolta non sarà facile, e con molti rischi, soprattutto per noi europei. Un disimpegno Usa dall’Ucraina mal gestito potrebbe diventare per il miliardario d’avventura la sua disordinata fuga dall’Afghanistan che aveva lasciato a Biden.

Prima delle minacce 2025, la memoria dei 100 anni buoni che ci hanno lasciato

Jimmy Carter, presidente Usa per un solo mandato, morto all’età di 100 anni, tra i capi di Stato Usa forse il più sottovalutato, ma con straordinari successi di una vita per il bene comune. Con l’aiuto dell’ambasciatore Giuseppe Cassini, dal manifesto, copiamo a man bassa una biografia di valori dimenticati dai più. Cassini lo colloca nell’Empireo degli statisti operatori di pace, semivuoto. «Vi si troverebbe, al massimo, con Gandhi, Nehru, Olaf Palme e Willy Brandt, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Mandela, Luther King e Michail Gorbaciov». Senza litigare se uno di voi vuole escludere qualcuno o aggiungere pochi altri.

Un presidente senza più eredi

I suoi primati dimenticati: «Gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele; riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba; blocco degli esperimenti sulla Bomba N (al neutrone); firma del trattato Salt II con l’Urss per limitare le armi strategiche; restituzione a Panama della sovranità sul Canale; storica visita a Washington di Deng Xiaoping; riforma dell’immigrazione con regole più umanitarie; nomina di afro-americani negli alti ranghi della giustizia federale, in un sistema piagato dal razzismo; raddoppio dei parchi nazionali; finanziamenti alla ricerca sull’energia solare (primo presidente a parlare di cambi climatici e a montare pannelli solari alla Casa Bianca). Ovviamente ognuno di questi provvedimenti gli procurò acerrime inimicizie».

1979 dopo Camp David, discorso profetico

«Aleggiano attorno a noi i sintomi di una crisi dello spirito americano, disse. Troppi di noi venerano il consumismo. Ci identifichiamo con ciò che possediamo e non con ciò che facciamo; ma accumulare beni materiali non può riempire il vuoto di una vita priva di scopo». Infine l’affondo: «Credevamo che la nostra fosse una nazione del voto, non delle pallottole (ballot, not bullet), finché non furono uccisi i fratelli Kennedy e Luther King. Ci avevano insegnato che i nostri eserciti erano invincibili e le nostre cause giuste, finché non subimmo l’agonia del Vietnam. La Presidenza era rispettata come una carica onorevole, finché non subimmo il trauma del Watergate».

Di lui si citano spesso gli accordi di Camp David, ma si dimenticano i suoi sforzi per frenare l’insediamento di coloni ebrei in Cisgiordania. Il 13 giugno 1980 un Consiglio Europeo riunito a Venezia approvò la Dichiarazione per il riconoscimento di uno Stato palestinese».

Trappola Iran e «October suprise»

Il fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani segregati nella loro ambasciata a Teheran segnerà la fine del suo mandato. «Ci si dimentica, però, che gli studenti iraniani assalirono l’ambasciata solo quando seppero che i ‘falchi’ di Washington avevano deciso di ospitare lo Scià malato contro il parere personale di Carter, convinto che accogliere lo Scià in quel clima incandescente avrebbe infiammato le folle in Iran. E così fu. Peggio: si scoprì in seguito che – mentre gli algerini mediavano per il rilascio degli ostaggi – il capo della campagna di Reagan, Bill Casey, si incontrava in segreto a Madrid con emissari di Khomeini per spingerli a tirare in lungo la crisi fin dopo le elezioni Usa a novembre». Se ne occupò allora anche il Tg1, con l’inchiesta «Cia-P2», che cambiò la vita professionale all’autore e di alcuni vertici dell’allora gloriosa testata.

Con Reagan l’era del ‘turbo capitalismo’

Nel 1981 si apriva con Reagan l’era del ‘turbo-capitalismo’, all’insegna di altro mantra, rinnovato ora da Trump: «Il governo non è la soluzione, il governo è il problema». Carter nel 2003 si battè contro l’aggressione all’Iraq. Dietro i principi di guerra giusta. «Per esser tale, una guerra deve osservare criteri ben definiti. Primo, va iniziata solo come extrema ratio. Secondo, le armi devono distinguere i combattenti dai civili. Terzo, la violenza va proporzionata alle offese subite. Quarto, l’attacco va legittimato dal Consiglio di Sicurezza. Ora la nostra statura nel mondo è compromessa e non potrà che declinare ancora, se agiremo in contrasto con l’Onu». È esattamente ciò che si sta verificando costantemente oggi da personaggi molto vicino alle amministrazioni Usa sia repubblicane sia Dem. O alla Russia di Putin se preferite altri protagonisti analogamente colpevoli.

2024, chi governa perde e l’Europa si sposta a destra

Il 31 dicembre 1999, a Mosca, Boris Eltsin annuncia la consegna del potere a Vladimir Putin, ci ricorda Francesco Strazzari. A 25 anni esatti di distanza, il grande anno elettorale 2024 delle democrazie, s’è chiuso con la sconfitta di tutte le forze politiche presentatesi al governo, Usa inclusi. E la guerra che la Russia di Putin ha scatenato in Ucraina 1.043 giorni fa, «lascia la propria impronta negli scenari più disparati, dal Baltico alla Corea del Nord, dall’Azerbaigian alla Siria. Nel frattempo a Parigi come a Berlino è difficile decifrare il segno e il contorno della maggioranza politica che governa. Fra Bruxelles e Strasburgo, la Commissione e il Parlamento europei si trovano il baricentro politico spostato a destra». Con Elon Musk – consigliere di Trump e amico di Meloni – che un giorno evoca la guerra civile nel Regno Unito e quello dopo appoggia l’estrema destra dell’AfD in Germania.

‘Burden sharing’, condivisione degli oneri con gli alleati

Scommessa sulla prima mossa di Trump sull’Ucraina e in Europa? Lui passerà direttamente al disimpegno degli oneri (burden shifing), scaricando tutto il peso di una guerra non ancora risolta e di una ricostruzione da brivido che dovrà venire, sulle spalle e sulle tasche dell’Europa servile complice. E ancora da Stazzari. «Un disimpegno mal ponderato dall’Ucraina rischia di diventare per Trump quello che il caotico disimpegno americano dall’Afghanistan è stato per Biden. Per quanto prema sugli europei (pattugliamento del fronte ucraino), o sui paesi del Golfo, ritirarsi dalla Siria o dall’Ucraina è oggi tutt’altro che semplice: sono in gioco equilibri globali e i teatri di guerra sono tra loro connessi.

Antagonismo militarista e nazionalismo sono sintomi di patologie strutturali più profonde: le stesse cavalcate da chi predica, a ogni latitudine, la democrazia come raggiungimento di grandi risultati per i quali è necessario spaccare ogni regola e ogni diritto».

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Ocalan incontra parlamentari di sinistra e non chiede la smobilitazione del Pkk

È sicuramente deludente, dal punto di vista di Erdogan, l’esito del colloquio concesso al leader curdo prigioniero Abdullah Ocalan con i parlamentari del partito DEM – Pervin Buldan e Sırrı Süreyya Önder – il 28 dicembre.

Il primo incontro di natura politica dai tempi della rottura del processo di pace tra stato turco e Pkk, nel 2015 (quello dell’ottobre scorso, che vide sbarcare sull’isola di Imrali il nipote Omar Ocalan, era ufficialmente di natura familiare).

L’intento di Ankara era ottenere da Ocalan segnali che andassero nella direzione di richiedere al Pkk, e magari anche alle Ypg, forme di disarmo e smobilitazione, in maniera tale da utilizzare l’influenza che avrebbe avuto un pronunciamento in tal senso di “Apo” per spaccare e sottomettere il fronte curdo.

La dichiarazione, che riportiamo, si limita invece ad una generica disponibilità alla trattativa, eleggendo il Parlamento come luogo del dialogo (confermata, quindi, la centralità del Partito DEM) e mettendo sullo stesso piano, come interlocutori, Erdogan e Bahceli.

Il tutto, ovviamente, s’intreccia con la resa dei conti che si avvicina fra le Forze Democratiche Siriane e l’”Esercito Nazionale Siriano”, proxy di Ankara. Su questo capitolo, come detto, nessuna sponda è stata offerta allo stato turco dall’incontro fra i parlamentari DEM e Ocalan.

*****

Il 28 dicembre 2024, abbiamo tenuto un incontro completo con il signor Abdullah Öcalan a Imralı. È in buona salute e il suo morale era notevolmente alto. Le sue valutazioni, volte a trovare una soluzione duratura alla questione curda, sono state di vitale importanza.

Durante l’incontro, sono stati discussi i recenti sviluppi in Medio Oriente e in Turchia e il signor Öcalan ha proposto soluzioni costruttive per contrastare gli scenari imposti di un futuro cupo.

I punti principali dei suoi pensieri e del suo approccio possono essere riassunti come segue:
  • Rafforzare nuovamente la fratellanza turco-curda non è solo una responsabilità storica, ma anche una questione di importanza decisiva e urgenza per tutti i popoli.
  • Per garantire il successo di questo processo, è essenziale che tutti i circoli politici in Turchia superino i calcoli ristretti e a breve termine, prendano iniziative, agiscano in modo costruttivo e contribuiscano positivamente. Indubbiamente, una delle piattaforme più significative per tali contributi sarà la Grande Assemblea Nazionale della Turchia (TBMM).
  • I recenti incidenti a Gaza e in Siria hanno dimostrato che la risoluzione di questo problema, aggravato da interventi esterni, non può più essere rinviata. I contributi e le proposte dell’opposizione sono preziosi anche per portare avanti con successo gli sforzi proporzionali alla gravità di questa questione.
  • Possiedo la competenza e la determinazione necessarie per contribuire positivamente al nuovo paradigma sostenuto dal signor Bahçeli e dal signor Erdoğan.
  • La delegazione trasmetterà il mio approccio sia allo Stato che ai circoli politici. Alla luce di ciò, sono pronto a compiere i necessari passi positivi e a fare la chiamata richiesta.
  • Tutti questi sforzi eleveranno il paese al livello che merita e fungeranno da guida inestimabile per la trasformazione democratica.
  • Questa è un’era di pace, democrazia e fratellanza per la Turchia e la regione.
Cordiali saluti,

Pervin Buldan e Sırrı Süreyya Önder

29 dicembre 2024

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Armi e industria

All’interno di un quadro complessivo di costante calo di produttività nel settore manifatturiero, verifichiamo l’evidenziarsi di una torsione rivolta all’incremento dell’industria bellica e, nello specifico, di cessione di aziende verso proprietà di Paesi impegnati – direttamente o indirettamente – negli scenari di guerra in atto in situazioni nevralgiche dello scacchiere internazionale (Ucraina, Medio Oriente, Africa).

È il caso della cessione di Piaggio Aerospace ai turchi, legati direttamente alla geopolitica del governo Erdogan, e costruttori principalmente di mezzi aerei (droni, aerei senza pilota) destinati a svolgere compiti offensivi.

La Liguria con Villanova d’Albenga, Genova, La Spezia si trova in primo piano rispetto a questo tipo di situazione, che potrebbe presentare anche rischi proprio sul piano più specificatamente militare.

È il caso di riflettere un attimo sulla situazione dell’industria militare in Italia.

Leonardo, la maggiore impresa militare italiana con oltre il 70% del settore, è ormai una multinazionale integrata alle compagnie Usa, dedita all’export (75% dei ricavi), al centro di complessi reticoli azionari. Fa affari d’oro, ma detiene una quota relativamente bassa dell’occupazione manifatturiera italiana.

La prima cosa che balza agli occhi è, infatti, il grado di concentrazione del fatturato dell’industria militare in poche aziende e la posizione dominante di Leonardo (ex Finmeccanica) in campo aeronautico, elettronico e degli armamenti terrestri, e di Fincantieri nella costruzione navale.

Si tratta di due grandi imprese multinazionali (13° e 46° posto nella classifica SIPRI delle prime 100 aziende per fatturato militare) in cui lo Stato ha mantenuto una quota di controllo.

I loro ricavi nelle produzioni militari (2022) raggiungono i 15,3 miliardi di dollari Usa, pari al 12% del giro d’affari del settore in Europa e a circa il 2,6% di quello mondiale.

In Italia, concentrano insieme intorno all’80% del fatturato dell’industria militare. Una parte importante di questo fatturato è realizzato all’estero: per Leonardo in Usa, Regno Unito, Polonia e Israele, per Fincantieri in Usa.

Leonardo a livello globale ha 51.391 occupati (2022) distribuiti il 63% in Italia, il 15% nel Regno Unito, il 14% negli Usa, lo 0,5% in Israele e il 2,5% nel resto del mondo. Il gruppo è attualmente organizzato su otto aree di attività: elettronica, elicotteri, aerei, cyber & security, spazio, droni, aero-strutture, automazione.

Ha una posizione di forza internazionale nel comparto elicotteri e nell’elettronica per la difesa; mentre in campo aeronautico opera principalmente come sub-fornitore di primo livello per i grandi produttori di aerei militari degli Stati Uniti.

Il gruppo è ancora attivo nella produzione di armamenti navali e terrestri (ex-Oto Melara e consorzio con Iveco DV) e nel comparto navale subacqueo (ex-Wass).

Fincantieri ha mantenuto la continuità con la storica azienda a partecipazione statale con il controllo dei maggiori cantieri navali del Paese.

È la maggiore impresa occidentale di costruzioni navali, ha una forte attività nelle navi da crociera, ma tra il 2022 e il 2023 ha aumentato la quota di produzioni di navi da guerra dal 20 al 36% del fatturato totale, con 2.820 milioni di dollari di fatturato militare nel 2022, arrivando al 46° posto nella classifica SIPRI delle 100 maggiori imprese militari.

Un settore in espansione internazionale è quello delle attività subacquee e, in questo ambito, Fincantieri è parte con Leonardo del polo nazionale guidato dalla Marina Militare Italiana a Spezia.

Il settore della subacquea non significa solo sommergibili, ma anche esplorazione dei fondali e monitoraggio-sicurezza dei cavidotti e delle infrastrutture energetiche e di telecomunicazione sottomarine. Questo spiega l’ acquisizione della Remazel Engineering, un’azienda ingegneristica con esperienza nei gasdotti e oleodotti sottomarini.

Le scelte di politica industriale dei diversi governi e le strategie produttive di Leonardo e degli altri protagonisti del settore hanno portato a più alte quotazioni di Borsa e a maggiori dividendi per gli azionisti, ma fanno delle produzioni militari un “cattivo affare” per l’economia e l’occupazione in Italia.

In Italia come in Europa, un allargamento del “complesso militare industriale” non fa che alimentare il riarmo e i rischi di estensione dei conflitti, mentre il governo di destra oscilla privo di un qualsiasi riferimento di politica estera che non sia quello di un richiamato antistorico ad una sorta di “interventismo di ritorno” contrabbandato come interesse nazionale.

In questo senso il passaggio di Piaggio Aerospace ai turchi di Baykar non fa che alimentare legittime preoccupazioni: vocazione bellica, finanziarizzazione, interessi azioni intrecciati a quelli geopolitici potrebbero rappresentare un ulteriore punto di sviluppo di crisi industriale nella rinuncia a una capacità di riconversione e questo avviene mentre ulteriori produzioni strategiche stanno abbandonando il Paese come nel caso di Portovesme, dove si producono principalmente zinco e piombo.

Su tutto questo fin qui descritto continua a stagliarsi l’ombra fosca del nucleare.

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Pirateria di Stato

di Paolo Di Mizio

Cecilia Sala è chiaramente stata arrestata come ritorsione per l’arresto – illegale – dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, bloccato il 16 dicembre scorso su ordine della giustizia americana all’aeroporto di Malpensa.

L’accusa, per lui, mossa da Washington, è di “traffico d’armi”. Ma è un’accusa farlocca, senza alcuna base giuridica.

L’ingegnere lavora per lo Stato iraniano: se lo Stato iraniano vende armi a un paese terzo (poniamo la Russia o l’India), questo non è un reato di “traffico d’armi”, è un libero commercio garantito dal WTO e dalle leggi internazionali, che piaccia o non piaccia all’America.

Se vendere armi da uno Stato all’altro fosse un reato, allora ci dovrebbe essere un ordine di arresto per Biden e per tutti i presidenti americani, che sono i maggiori venditori di armi del mondo.

Aggiungo, per quelli che dicono che “l’Iran viola le sanzioni”: le sanzioni sono un atto politico, arbitrario, non giuridico, in altre parole non sono una legge.

Anzi, per la giurisprudenza internazionale le sanzioni sono addirittura fuorilegge se attuate al di fuori di un mandato dell’ONU, come avviene in questo caso. Quindi se non c’è una legge, non c’è alcun reato.

La verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc.

Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato.

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Macron s’è perso in Africa

Due secoli di influenza e presenza militare francese in Africa spazzati via da due mandati presidenziali di Emmanuel Macron. Il che dimostra, tra l’altro, la differenza che c’è tra un promettente banchiere spietato (con Rotschild, mica poco..) e un presidente imperiale vincente.

Dopo Mali, Niger e Burkina Faso, le cui giunte militari avevano cacciato le truppe francesi (ma anche quelle della UE sotto comando francese in Mali della “Operation Barkhane” e quelle tedesche e statunitensi in Niger), i militari e le basi di Parigi vengono estromessi ora anche da Senegal e Ciad.

Il paradosso apparente è che questo accade mentre lo stesso Macron stava mettendo a punto un piano per ridimensionare la presenza nelle nazioni africane che ancora accettano la sempre più ingombrante “tutela” francese.

Il 27 dicembre il nuovo primo ministro senegalese Ousmane Sonko, prigioniero politico sotto il regime pro-Parigi, ha annunciato in Parlamento la “prossima chiusura di tutte le basi militari straniere in Senegal”.

Sonko ha precisato che questa decisione è stata presa dal presidente della Repubblica, Bassirou Diomaye Faye (anche lui prigioniero politico, poi amnistiato a furor di popolo) senza rendere nota la data ma garantendo che ciò avverrà presto.

“È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha affermato Sonko.

La decisione non arriva certo inattesa. Già a maggio Sonko aveva messo sul tavolo la possibilità di chiudere le basi militari francesi perché la sovranità nazionale del Paese “è incompatibile con la presenza delle basi militari straniere”. Strano che non venga mai in mente ai “nazionalisti” di casa nostra, no?

Anche il governo del Ciad, fin qui il partner più stabile della Francia in Africa, ha annunciato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi allo scopo di “ridefinire la propria sovranità” (dovranno perciò andarsene un migliaio di militari e una dozzina di velivoli).

“Il Ciad e la Francia continueranno a lavorare strettamente” ma solo per “assicurare un ritiro rapido e rispettoso delle forze francesi, preservando allo stesso tempo la sovranità di ciascun Paese”.

All’aeroporto di N’djamena sono ancora schierate le forze aeree francesi con UAV Reaper, velivoli da combattimento e arei da trasporto, ma anche questi verranno trasferiti nel porto camerunense di Douala per poi rientrare in Francia.

Un primo reparto di 120 militari francesi è già stato rimpatriato da N’Djamena prima di Natale e dallo stesso aeroporto erano rientrati in Francia il 10 dicembre 2 cacciabombardieri Mirage 2000.

Il Ciad era rimasto l’ultimo bastione della presenza francese nel Sahel dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano aperto la porta alla presenza militare russa e alla cooperazione militare anche con Cina e Turchia.

Nell’aprile scorso il Ciad aveva interrotto anche la cooperazione militare con gli Stati Uniti, allontanando il centinaio di militari americani di aeronautica e forze speciali presenti a N’Djamena. Il 20 dicembre il governo del Ciad ha chiesto a Parigi di accelerare le operazioni per completarle entro il 31 gennaio.

Come detto, le decisioni di Senegal e Ciad sono arrivate ​​mentre la Francia stava cercando di rilanciare la sua influenza in declino in Africa.

“La decisione del Ciad segna l’ultimo chiodo nella bara del dominio militare postcoloniale della Francia nell’intera regione del Sahel”, ha affermato Mucahid Durmaz, analista senior presso la società di consulenza sui rischi globali Verisk Maplecroft, intervistato dall’Associated Press (AP).

Le decisioni del Senegal e del Ciad “fanno parte della più ampia trasformazione strutturale nell’impegno della regione con la Francia, in cui l’influenza politica e militare di Parigi continua a diminuire”, ha aggiunto Durmaz.

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