Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.
Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).
Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.
Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.
Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è zero. Quindi, la tendenza del saggio di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo.
Molto prima che apparisse l’IA, questa era l’idea discussa da economisti marxisti del primo Novecento come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Si aspettavano proprio ciò che osserviamo oggi: che introducendo processi produttivi a più alta intensità di capitale, i quali per ogni singolo capitalista che li introduce sono più redditizi, i capitalisti come classe, quando lo fanno tutti insieme, sostituiscono il lavoro vivo, riducono la quantità di plusvalore e, di conseguenza, portano il loro stesso saggio di profitto (per tutti i capitalisti nel loro insieme) verso lo zero.
Quindi l’IA porrà fine al capitalismo? Questo non sembra accordarsi bene con i fatti e con le aspettative di tassi di profitto non minori, ma maggiori, che deriverebbero dall’introduzione dell’IA. Marx aveva completamente torto? Forse no.
Per capirlo, si consideri un’economia composta da due settori. Primo, il settore con composizione organica del capitale molto elevata, esattamente come l’abbiamo descritto.
Ma ora ammettiamo che la completa automatizzazione della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano vivo può svolgere, o in cui il lavoro umano vivo è superiore all’IA: pensiamo ad attività di cura, sport, infermieristica, abilità culinarie d’alto livello, coaching, baristi, scrittura creativa e una moltitudine di altri compiti che, proprio perché alcuni di essi possono essere svolti in modo grossolano dall’IA, diventeranno sempre più preziosi quando svolti da lavoro umano vivo, reale e qualificato.
Migliaia di insegnanti potranno essere sostituiti dall’IA, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di battere l’IA, aumenterà.
Allora, un secondo settore, l’opposto del settore completamente automatizzato, si svilupperà. Sarebbe caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarebbe piccolo rispetto al capitale variabile (cioè rispetto alla quantità di capitale impiegato pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererebbe un’enorme quantità di plusvalore.
Ma come sappiamo, nel capitalismo, le merci e i servizi non sono venduti secondo i valori-lavoro, ma secondo i prezzi di produzione che eguagliano i saggi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di capitale (cioè in settori con diverse composizioni organiche del capitale). Ciò significa, a sua volta, che l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà, in equilibrio, proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato nel settore medesimo.
Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente quando lo si guardava in modo isolato e si supponeva che l’intera economia fosse composta solo da esso. Al contrario, il saggio di profitto potrebbe aumentare perché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi a più alta intensità di lavoro altrove.
In parole povere: mentre una parte dell’economia funzionerà solo con macchine (dove sotto il termine macchina includo l’IA), un’altra parte dell’economia sarà molto più intensiva di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Questo a sua volta significa che i profitti nel settore dell’IA potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita del settore IA è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro vivo e quindi dall’emergere di quel secondo settore.
Se il settore IA prendesse l’intera economia, allora secondo le analisi marxiste, il saggio di profitto dovrebbe tendere a zero. E anche nell’analisi neoclassica sarebbe così, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implicherebbe salari totali pari a zero o quasi zero, e diventerebbe poco chiaro a chi potrebbe essere venduto il benessere della nuova produzione.
Così, l’abbondanza generata dall’IA porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano), a una domanda aggregata insufficiente, e di conseguenza a un saggio di profitto vicino o uguale a zero.
Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’IA deve essere accompagnata da un equivalente aumento delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio e non far scendere a zero la domanda aggregata e il saggio di profitto.
Per riassumere: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta solo da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. In un caso perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto è zero; nell’altro caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti pari a zero. La situazione può essere “salvata” solo da un equivalente aumento di un settore ad alta intensità di lavoro o da una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano.
Così, vediamo un futuro meno cupo per il lavoro di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’IA fioriranno.
L’IA porterà a una complessiva dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembra che l’IA porterà alla dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo software, la scrittura, persino la matematica) diventeranno ridondanti in quanto potranno essere svolte dalle macchine.
Tuttavia, questo processo può essere, ed è probabile che sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello odierno, semplicemente perché dovrebbero essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’IA affinché le persone vogliano acquistare tali prodotti e servizi.
Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di dequalificazione, o per dirla chiaramente, di imbarbarimento intellettuale, un’altra parte della forza lavoro diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere all’avanguardia, dovrà competere con le macchine più che con gli altri esseri umani.
Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di tale lavoro che farà cose che le macchine non possono fare, o anche dove lo stesso output è prodotto da entrambi, sarà più apprezzato (e quindi più valorizzato) se fatto da lavoro vivo piuttosto che dall’IA. Un pattinatore artistico generato dall’IA ugualmente bello, difficilmente sarà apprezzato quanto un pattinatore artistico umano. Almeno, dagli umani.
Nota: nel testo, ho usato i termini “maggiore intensità di capitale della produzione” e “più elevata composizione organica del capitale” come intercambiabili. Il primo è ovviamente un termine neoclassico, il secondo marxista, ma in questo contesto esprimono entrambi la stessa cosa: macchine (inclusa l’IA) che sostituiscono gli umani.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/05/2026
IA e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
Drone russo finisce in Romania. Qualcuno vuole farne un casus belli?
La Romania, almeno per ora, non ha richiesto l’attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea, cioè quello sulla difesa reciproca né l’art. 5 della Nato.
Bucarest ha dichiarato “persona non gradita” il console russo in Romania, con conseguente chiusura del consolato a Costanza, mentre l’ambasciatore russo è stato convocato dal ministero degli esteri a Bucarest.
Il Consiglio supremo di difesa nazionale rumeno, si è riunito “per discutere le implicazioni del più grave incidente che abbia colpito il territorio nazionale dall’inizio della guerra di aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”, ha dichiarato il presidente della Romania Nicusor Dan, ovvero l’uomo imposto al potere da Bruxelles a Bucarest al termine di una campagna elettorale estremamente controversa e caratterizzata dalle ingerenze della Ue sulle elezioni. Tanto è vero che il governo “europeista” imposto alla Romania proprio recentemente è andato in crisi.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato la piena solidarietà della Nato ed espresso vicinanza alle persone ferite nell’incidente. “Ho ribadito che la Nato è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato”, ha riferito Rutte su X. “Continueremo a rafforzare la nostra prontezza operativa per scoraggiare e contrastare qualsiasi minaccia, comprese quelle rappresentate dai droni”, ha sottolineato Rutte, ribadendo che “il comportamento irresponsabile della Russia rappresenta un pericolo per tutti noi”.
Anche la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha alzato i toni affermando che “La guerra di aggressione della Russia ha oltrepassato un altro limite”.
Dalla Russia hanno fatto sapere che le contromisure non tarderanno ad arrivare. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha commentato che “Gli occidentali hanno bisogno del clamore mediatico suscitato dal drone in Romania per distogliere l’attenzione dall’omicidio dei bambini di Starobilsk per mano di Zelensky, commesso con fondi e sostegno dell’Ue e, come ormai è chiaro, per giustificare la chiusura del Consolato generale russo a Costanza”.
Il Cremlino ha dichiarato che la Russia è pronta a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto in Romania se le verranno consegnati i resti del velivolo, ricordando che in passato “droni ucraini sono entrati in diversi Paesi e la prima reazione è sempre stata “i russi stanno attaccando”. Il riferimento va a quanto accaduto in un paio di occasioni in Polonia e più recentemente nei paesi Baltici.
Fin qui i fatti e le prime reazioni dei più diretti interessati sul campo.
In Italia invece per tutta la giornata di ieri è stato un tambureggiare dei sostenitori della guerra contro la Russia.
Dalle redazioni di giornali e telegiornali più guerrafondai, abbiamo potuto ascoltare dichiarazioni che sostanzialmente definivano quanto avvenuto a Galati quasi come il casus belli da cui “cogliere l’occasione” per una escalation verso la Russia.
Abbiamo sentito con le nostre orecchie a La 7 la corrispondente de La Repubblica Tonia Mastrobuoni affermare “siamo in guerra con la Russia ormai dobbiamo saperlo”, detto con una inquietante nonchalance.
Il governo Meloni intanto invierà altri 100 militari italiani in Romania. Entro metà giugno partirà infatti una missione che coinvolgerà circa cento militari dell’Aeronautica Militare, destinati alla base di Mihail Kog Iniceanu, nei pressi di Costanza. L’operazione, che era già pianificata da tempo ma finora era rimasta riservata, assume ora un significato politico e strategico diverso.
Il partito dei “volenterosi guerrafondai” in Italia continua così a sfruttare ogni incidente sul campo per trascinare il paese verso l’escalation militare contro la Russia.
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Trump diventa “Re tentenna”
Per giustificare in qualche modo il rinvio, agli occhi dei “mercati” e dei suoi elettori, ha confusamente citato “linee rosse” che vorrebbe esser certo saranno rispettate. Ma oltre alla riapertura di Hormuz (che, ricordiamo, era totalmente esente da condizionamenti al transito fino al 28 febbraio, primo giorno di questa guerra) e all’impegno a non fabbricare una bomba atomica (contro cui peraltro pende da anni una fatwa della defunta “Guida suprema”, Ali Khamenei), non si è capito cosa voglia. O non lo dice.
Teheran ha risposto invitandolo a raccontare meno balle mischiate a pezzi di verità, come di solito fanno i depistatori professionali (tipo i servizi segreti, insomma). Dal loro punto di vista, la discussione è al momento solo sulla fine della guerra.
Ma in definitiva un memorandum dovrebbe esistere e, si spera, entrambe le parti dovrebbero avere lo stesso testo.
Nel balletto delle versioni, orchestrato dall’amministrazione statunitense, pesa chiaramente molto la necessità di “vendere” al pubblico di casa una “vittoria” almeno diplomatica, perchè quella sul piano militare non c’è stata.
E di fatto l’unica possibilità rimasta di raccontare questa favoletta sta nella possibilità – oppure no – di avere i famosi 400 kg di uranio altamente arricchito che Teheran avrebbe prodotto negli ultimi anni (dopo che lo stesso Trump, nel precedente mandato, aveva disdetto l’accordo siglato da Obama). Ma sul punto non si vede luce, nel senso che il massimo del “sacrificio” che Teheran appare disposta a subire sta nella consegna del carico alla Cina o alla Russia. Non a Washington.
Tutti gli altri obbiettivi dichiarati, e cambiati spesso, nell’arco di tre mesi non sono stati raggiunti. Meno di tutti il “cambio di regime”, nonostante i pesanti “omicidi mirati” di Ali Khamenei e Larijani.
La maggior parte degli analisti ex diplomatici, oltretutto statunitensi, non ha dubbi sul fatto che comunque vada per Trump sarà nel migliore dei casi un “accordo al ribasso”. Una mezza sconfitta, se non completa, difficile da esaltare.
La responsabilità in genere viene attribuita proprio all’unico alleato-suggeritore: Israele, e Netanyahu in particolare, che avrebbe spinto per l’attacco “decapitante” garantendo che il regime sarebbe poi crollato come un castello di carte. Anche il Mossad, insomma non è più quello di una volta...
Col passare delle settimane, oltretutto, gli interessi di Trump e di Netanyahu si vanno divaricando. Il primo ha bisogno di metter fine ad un conflitto altamente impopolare (la benzina 5 dollari il gallone, come sotto il peggior periodo di Biden, è il suo incubo), mentre il genocida “Bibi” ha bisogno della guerra per provare a restare in sella. O almeno libero (è inseguito da un processo per corruzione che riesce a fare rinviare da mesi solo grazie alle “superiori necessità belliche”).
Ma il manico – economia e forniture di armi – sta in mano a Washington, e prima o poi dovrà prendere una decisione finale.
La partita può ancora sfuggire di mano, soprattutto per l’irresponsabilità criminale di Tel Aviv, chiusa ormai nel ruolo del serial killer senza alternative. Ma appare chiaro che il suprematismo mafioso praticato nella politica estera – “prendere o lasciare”, “o ci date qual che vogliamo o vi facciamo fuori” – non funziona contro paesi e popoli di una certa levatura.
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Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo
(Seconda parte)
La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.
È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastassero il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.
La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.
Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.
Space industry significa operai
La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi, il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.
Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.
La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.
Non si tratta più di costruire “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.
Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale. Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente attuata nella space industry.
Nella grande fabbrica fordista classica:
- il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
- l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
- il lavoro era spezzettato e ripetitivo.
Il taylorismo separava brutalmente:
- concezione,
- esecuzione.
La space industry contemporanea, invece, funziona sempre più attraverso:
- automazione avanzata,
- sistemi integrati,
- produzione flessibile,
- digitalizzazione,
- feedback continuo.
Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.
In altre parole il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.
Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.
La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.
Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.
Allo stesso tempo molti giovani ingegneri lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.
La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:
- il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
- il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
- la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.
La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.
Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.
La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?
Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.
Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.
Questo produceva salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.
Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.
Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.
La differenza rispetto al Novecento è questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni, vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.
L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.
Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale. Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole (e non può) più garantire stabilità strutturale, quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.
C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.
Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.
Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.
Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.
La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:
- operai sempre più cognitivi;
- ingegneri sempre più subordinati;
- tecnici sempre più precarizzati;
- ricerca sempre più industrializzata.
Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.
Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.
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La prossima tappa del fronte antirusso passa per le elezioni in Armenia
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
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A Marsiglia il boicottaggio di Erri De Luca e Joann Sfar
Due autori molto diversi, ma accomunati dal sionismo acritico e dalla negazione dei crimini di guerra del governo israeliano. Il primo romanziere napoletano, operaio, alpinista e traduttore di ebraico antico; il secondo autore di fumetti, illustratore, romanziere, attore e regista originario di Nizza e figlio di ebrei algerini.
Erri De Luca e Joann Sfar sono invitati festival letterario «Oh les beaux jours!» in programma dal 26 al 31 maggio a Marsiglia e saranno oggetto di un boicottaggio per le loro posizioni sulla Palestina.
L’autore del famoso «Il gatto del rabbino» è in programma per un «concerto illustrato», venerdì alle 20:30, al teatro La Criée, mentre il romanziere napoletano sabato alle 11, nell’ambito di una lunga intervista, nello stesso teatro.
In risposta, il collettivo «Cultures en lutte 13» ha lanciato un appello al boicottaggio con lo slogan «Sionisti fuori dalle nostre città», ricevendo il sostegno dell’eurodeputata di LFI Rima Hassan.
Su un manifesto dai colori della bandiera palestinese che mostra un ritratto di Joann Sfar un altro con quello di Erri De Luca, contrassegnati dal logo «Boicottaggio», il collettivo Cultures en lutte 13, emanazione del sindacato Sud che si presenta come un’«assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte e della cultura a Marsiglia», «antifascista, anticapitalista, intersezionale e intersettoriale», ha indetto una manifestazione contro la presenza degli artisti, con lo slogan «Sionisti fuori dalla nostra città».
«Con il pretesto dell’umanesimo, della pace o del dialogo, Joann Sfar sviluppa in realtà una retorica che contribuisce a rendere accettabile il proseguimento della politica coloniale e genocida israeliana», sostiene Cultures en lutte 13. Per quanto riguarda Erri De Luca, sono le sue ultime dichiarazioni al quotidiano Israel Hayom, «sono un sionista e non collaborerò ad alcun evento in cui si parli di genocidio a Gaza», che hanno provocato il boicottaggio.
Diversi lavoratrici e lavoratori del festival hanno riferito che aderiranno al boicottaggio, per le motivazioni citate nel comunicato del collettivo.
Di fronte a queste critiche, l’associazione «Des livres comme des idées», organizzatrice del festival, difende la propria programmazione. In un comunicato inviato mercoledì al «Figaro», ricorda che Erri De Luca e Joann Sfar sono stati stato invitati «in qualità di autore e l’altro come artista per presentare un’opera a fumetti e un concerto illustrato».
Il festival sottolinea che questa creazione, già in programma in particolare «all’Institut du monde arabe o alla Maison de la poésie a Parigi», «mette in dialogo disegno e musica».
La prefettura delle Bouches-du-Rhône ha dichiarato che «il raduno pubblicato su Instagram contro la presenza di Joann Sfar non è stato segnalato come manifestazione presso i nostri uffici». Precisa tuttavia che è «noto alle forze di sicurezza interna e viene tenuto in debita considerazione». Anche il collettivo di estrema destra «Nous Vivrons» prevede di essere presente, in sostegno all’autore, davanti al teatro La Criée venerdì sera.
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29/05/2026
Una guerra in cui (quasi) tutti perdono
A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.
Cereali tra le nuvole
L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.
Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.
L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.
Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.
Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.
In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.
I pochi che guadagnano molto
Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.
Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.
È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.
Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.
L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.
Previsioni allarmanti
Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.
Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.
Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.
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