“Per Trident Juncture 2015, l’attività addestrativa multinazionale che verrà effettuata il prossimo autunno, la NATO prevede al momento di impiegare, in Italia, complessivamente 41 aeromobili (di cui 15 appartenenti a Paesi dell’Alleanza e 26 italiani), un totale di circa 3.500 militari italiani (schierati tra Spagna, Portogallo e Italia), vari assetti navali in corso di definizione”. Lo ha precisato il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo in commissione a un’interrogazione di alcuni deputati del Movimento 5 Stelle (primo firmatario l’on. Gianluca Rizzo).
Trident Juncture, come espressamente dichiarato per bocca del Comando generale dell’Alleanza Atlantica, sarà “la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi” e interesserà un’area geografica imponente, compresa tra il nord America, l’Oceano Atlantico, il Mediterraneo e i poligoni di guerra di Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Germania, Olanda e Norvegia. “L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario Alfano – effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud”.
Sempre secondo il governo, “a livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell’Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell’esercitazione nazionale Mare Aperto, collegata alla Trident Juncture 2015”. I giochi di guerra vedranno pure il coinvolgimento del Comando integrato della componente aerea (Joint Force Air Component Command - JFACC) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico (Ferrara), l’installazione che più di tutte ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica.
Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda) e vedrà complessivamente la partecipazione di 36.000 militari, quasi duecento tra cacciabombardieri, aerei-spia e grandi velivoli cargo e una sessantina di unità navali di superficie e sottomarini. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari dell’Alleanza. “L’esercitazione simula uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenta, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
Trentatré le nazioni presenti (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali) e, in qualità di osservatori, dodici tra le maggiori organizzazioni internazionali, agenzie di cooperazione e Ong. La presenza delle maggiori istituzioni internazionali e di alcune organizzazioni non governative è stata fortemente voluta dai vertici alleati in vista dell’elaborazione delle nuove strategie militari globali. Il 15 luglio scorso, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2015 di Trident Juncture, il generale Hans-Lothar Domröse ha fatto esplicito riferimento alla necessità che “attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”. Come segnalato dal Comitato sardo No basi che ha programmato una serie di iniziative contro la mega esercitazione NATO, nella prima brochure ufficiale di Trident Juncture 2015 si poteva leggere che “l’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”. In precedenza, era stato anche diffuso un elenco delle istituzioni civili che avrebbero offerto la propria disponibilità a partecipare all’esercitazione, poi misteriosamente sparito dal sito web NATO. Nella special list comparivano l’Unione Europea, l’Unione africana, il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
La prima fase di Trident Juncture ha preso il via il 26 settembre con l’allestimento nello scalo aereo spagnolo di Zaragoza di un polo logistico dove sono stati stipati sistemi d’arma, munizioni e viveri per le truppe NATO. Dal 3 al 16 ottobre sono previsti gli incontri di pianificazione dei principali Comandi alleati europei, mentre le esercitazioni vere e proprie si svolgeranno dal 21 ottobre al 6 novembre, principalmente nello spazio aereo e terrestre di Italia, Spagna e Portogallo e nelle acque del Mediterraneo centrale.
Il centro nodale delle operazioni aeree è stato affidato all’Italia. Le ultime misure per il coordinamento delle esercitazioni aeree sono state decise l’8 e il 9 settembre presso il Comando generale della attività aeree alleate (HQ AIRCOM) di Ramstein, Germania. “Più di 180 aerei di 16 paesi NATO e di 3 paesi partner NATO opereranno dalle basi aeree militari di Italia, Spagna e Portogallo”, riporta il comando di Ramstein. “Il direttore del Joint Force Air Component - JFAC di Poggio Renatico sarà l’ufficiale responsabile della direzione e del controllo delle esercitazioni aeree. Egli sarà supportato dai tre capi dei cosiddetti Controlli Operativi Locali o LOPSCON Air cells che saranno operativi nelle basi di rischiaramento di Beja, Albacete e Trapani per la gestione dei piani addestrativi. I LOPSCON Air dirigeranno e controlleranno localmente le esercitazioni aeree, monitoreranno quotidianamente il ritmo delle battaglie e si coordineranno con la nazione ospitante”.
“Gli assetti aerei – aggiunge l’HQ AIRCOM Ramstein – saranno utilizzati a supporto delle forze terrestri, marittime e speciali, conducendo missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento, di supporto aereo chiuso e trasporto truppe. Sono previste inoltre missioni di ricerca e soccorso del personale militare. Gli aerei NATO e dei paesi partner che condurranno l’addestramento a livello tattico includeranno i cacciabombardieri Eurofighter/Typhoon, Tornado, F-16, F-18, L-159, Mirage 2000, JAS-39 Gripen, i convertiplano MV-22, gli aerei da trasporto C-130, C-160 e Casa C-295, diversi aerei per il rifornimento di carburante in volo, quattro aerei radar di pronto allarme più alcuni elicotteri”.
Secondo quanto riferito in commissione difesa dal sottosegretario Alfano, a Trapani Birgi saranno rischierati, dal 21 ottobre al 6 novembre, 18 aerei italiani e 12 dell’Alleanza. “L’attività di volo si svolgerà, principalmente, nelle aree del mare Tirreno meridionale, limitando soltanto ai decolli e agli atterraggi l’impegno dello spazio aereo attestato sull’aeroporto di Trapani”, ha aggiunto Alfano. “Sin dalle prime fasi di pianificazione, a fine 2013, l’Italia aveva anticipato all’Alleanza una prima offerta di assetti, basi e poligoni che comprendevano anche l’aeroporto di Trapani per soddisfare le esigenze avanzate dalla NATO di disporre di adeguata capienza logistico-operativa e di evitare una eccessiva concentrazione di assetti in una sola Nazione o base”.
Appena tre mesi fa, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione della senatrice Pamela Orrù (Pd), aveva fornito un dato diverso sulle componenti aeree NATO che opereranno dallo scalo aereo siciliano. “Presso la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani-Birgi saranno rischierati 19 aerei italiani e 8 dell’Alleanza”, scrisse la ministra. “Gli aeromobili che prenderanno parte all’esercitazione decolleranno verso spazi aerei dedicati, il cui utilizzo è stato da tempo coordinato con l’Ente nazionale dell’aviazione civile (ENAC). Al fine di minimizzare l’impatto con l’attività di volo dell’aviazione commerciale si è concordato con l’ENAC di evitare lo svolgimento di attività addestrativa durante il fine settimana interessato e nel relativo arco notturno, ivi incluso il venerdì notte. I decolli avverranno in modo scaglionato, senza interferire in maniera significativa con il traffico aereo locale, peraltro, in una stagione dell’anno che registra bassa affluenza turistica”.
“La NATO – concludeva Roberta Pinotti – nell’ambito delle attività preparatorie di ogni esercitazione e, ovviamente, anche di quelle complesse a livello multinazionale, pone la massima attenzione nel definire ogni aspetto relativo alla sicurezza delle operazioni e dei voli, in ottemperanza di quanto previsto da fonti normative di diritto internazionale e nazionale attualmente in essere. Si ritiene opportuno evidenziare che nel periodo dell’esercitazione è prevista la presenza nei territori di Trapani e Marsala di circa 1.000 militari italiani e di altri militari provenienti da diversi Paesi della Nato, con positive ricadute per l’indotto economico dell’area”. In Sardegna, sui disastrosi effetti sul territorio, l’ambiente e l’economia generati dalle esercitazioni militari italiane, NATO ed extra-NATO esiste una bibliografia infinita. Ma anche in Sicilia occidentale in tanti ricordano ancora come le operazioni di bombardamento aereo in Libia del 2011 scatenate proprio da Trapani-Birgi – e la conseguente chiusura (prima totale e poi parziale) dello scalo al traffico passeggeri – causarono il crollo nell’affluenza annuale dei turisti e la perdita di decine di milioni di euro per gli operatori locali.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2015
Obama-Putin. Incontro alla pari sulla Siria
Alla fine si sono incontrati, perché i fatti sul campo – in un teatro strategico come il Medio Oriente – sono decisamente più convincenti della retorica.
Barack Obama ha dovuto incontrare Vladimir Putin e già questo basta a fare del presidente russo un attore legittimato a decidere, al pari e sopra del vanesio presidente francese, che ha scelto l'Assemblea dell'Onu come fondale di una quasi tragicomica esibizione muscolare, con l'inizio dei raid aerei contro una base dell'Isis in Siria.
In Medio Oriente, del resto, gli Stati Uniti e gli alleati europei si trovano davanti al risultato della propria fallimentare azione imperiale. Hanno distrutto alcuni Stati, produttori di petrolio e non, con la motivazione “etica” della necessità di abbattere dei dittatori. Hanno armato milizie di cui non avevano e non potevano avere (nel migliore dei casi) il pieno controllo, favorendo di fatto il fondamentalismo sunnita che ora sta cancellando i confini fissati quasi un secolo fa e riaprendo uno scontro a tutto campo con l'”eresia” sciita. Che ora, dovunque sia al potere o possegga comunque posizioni militarmente forti, assume la Russia come interlocutore e sostegno esterno.
Di fatto, l'imperialismo occidentale non ha più un vero alleato nella regione, se si considerano – come bisogna fare – Arabia Saudita, Qatar ed emirati più piccoli come il nucleo centrale di un nascente “polo islamico-sunnita” che ha nell'Isis un figlio forse degenere, forse emancipato, comunque attivissimo.
In una situazione del genere i bombardamenti possono fare anche molto male, ma non permettono di vincere una guerra e stabilire un nuovo equilibrio favorevole ai propri interessi. Ma è impossibile comunque, per l'Occidente, rinunciare a una presenza egemonica nell'area che custodisce i due terzi delle riserve di idrocarburi a disposizione dell'intero pianeta.
Gli imbarazzi e le esitazioni statunitensi sono figlie di questi dati assolutamente contraddittori e motivano a sufficienza la necessità di incontrare il leader russo, che con l'aperto sostegno militare ad Assad ha sparigliato tutte le carte.
La retorica non ha fatto molti passi indietro. Obama, nel discorso davanti all'assemblea dell'Onu, ha rimarcato con un certa nettezza i punti di contrasto con Putin, a partire dall'Ucraina; e ha tenuto ferma la posizione – praticamente un nonsense – secondo cui qualsiasi soluzione in Siria non può prevedere un Assad che resta al potere. "Ci sono delle potenze internazionali – ha detto – che agiscono in contraddizione con il diritto internazionali. C'è qualcuno che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l'alternativa è molto peggio". Ma ha anche dovuto ammettere che ormai i problemi globali assumono dimensioni che sfuggono alle possibilità di controllo anche delle superpotenze: "Nessuna nazione può isolarsi dal flusso di migranti o dai pericoli del riscaldamento climatico". Ma senza rinunciare formalmente al proprio ruolo "egemonico": "Non possiamo stare ad osservare quando la sovranità di una nazione è violata. Questo è alla base delle sanzioni Usa imposte alla Russia. Ma non vogliamo ritornare alla guerra fredda. Non vogliamo isolare la Russia, vogliamo una Russia forte che collabori con noi per rafforzare il sistema internazionale. Non possiamo stare a guardare mentre la Russia viola la sovranità dell'Ucraina. Oggi è l'Ucraina domani potrebbe essere qualche altro Paese".
Sullo stesso piano, Putin ha rinfacciato all'America un comportamento disinvolto e controproducente: "E' un errore non cooperare con il governo siriano di Bashar Assad. Ed è irresponsabile manipolare gruppi estremisti: è pericoloso dare le armi ai ribelli e giocare con i terroristi. Per combattere l'Isis – ha detto – occorre una coalizione internazionale come quella che si creò contro Hitler durante la Seconda Guerra mondiale. L'Isis non è nato dal nulla. E' stato finanziato e sostenuto".
Ma nell'incontro privato tra i due leader pare che le cose siano andate in modo molto differente, tanto da far dire a Putin, all'uscita, che «Il colloquio con Obama è stato sorprendentemente franco, costruttivo. Possiamo lavorare insieme. Eventi come questi sono utili, informali e produttivi».
Le indiscrezioni si sono immediatamente fatte strada insieme alle illazioni. Qualcuno prefigura addirittura “raid congiunti” russo-americani. Dimenticando che il sovraffollamento aereo che si sta producendo sopra la Siria rischia già ora di produrre incidenti dalle conseguenze imprevedibili. Mosca ha avuto gioco facile nel definirli “illegali”, perché effettuati "senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e del governo legittimo" siriano. Al contrario della propria cooperazione militare, invece, concordata con Assad.
Anche la questione della permanenza futura di Assad al potere sembra per il momento destinata a passare in secondo piano, vista l'inesistenza – sul campo – di alternative credibili (come capacità di mantenere il controllo del territorio) o comunque accettabili (il rischio è che il controllo lo prenda alla fine l'Isis). Si può comprendere, dunque, come il problema sia stato glissato con ironia dallo stesso Putin: «Obama e Hollande non sono cittadini siriani. Non possono decidere sul futuro del Paese».
In conclusione, per quanto provvisoria, si può dire che ora si comincia a ragionare concretamente su come affrontare la situazione in Siria. Ma senza che Usa e Unione Europea – men che meno la ridicola Francia di queste ore – possano pensare di decidere per proprio conto. Il mondo non è più unipolare, dopo un quarto di secolo.
Qui di seguito, l'eccellente analisi di Alberto Negri, su IlSole24Ore di oggi.
Medio Oriente anno zero. Nessuno dei leader mondiali che si incontrano all'Onu forse passeggerà mai più per una strada del Medio Oriente, o salirà in cima alla cittadella di Aleppo.
Nessuno attraverserà piazza Firdous a Baghdad, dove nel 2003 venne abbattuta la statua di Saddam, o alzerà gli occhi al cielo per osservare i grattacieli medioevali di Sanaa in Yemen. L'orizzonte da cui sono nate millenarie civiltà è un cumulo di rovine. E neanche il più ottimista dei rifugiati giunto in Europa dalla Siria può pensare di tornarci perché la distruzione materiale ed economica della guerra è stata accompagnata da quella morale, dalla scomparsa di ogni residuo di tolleranza e convivenza civile.
Per questo se mai ci sarà un giorno la ricostruzione della Siria, dell'Iraq, dello Yemen o della Libia, e anche del lontano Afghanistan, tutto ci apparirà soltanto una replica dell'originale, come avvertiva l'archeologo italiano Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla. Ma se si può rifare un capitello di Palmira, è impossibile replicare una società sradicata dalle fondamenta. Fondamenta assai fragili perché l'80% del Medio Oriente è l'eredità della disgregazione dell'Impero Ottomano e delle successive sistemazioni coloniali anglo-francesi, cui sono seguiti i tragici fallimenti degli Stati laici e autocratici.
Quel Medio Oriente non esiste più neppure sulla carta geografica. Mentre Putin e Obama ieri stavano discutendo a New York, un altro pezzo della regione più nevralgica del mondo, custode di riserve di petrolio e di gas, scompariva, inghiottita da una battaglia del Califfato, da un raid di Assad, da un bombardamento saudita o della coalizione internazionale. La guerra ha travolto Stati e frontiere ma anche l'Islam: l'Isis ha reso ancora più aspra la separazione tra sciiti e sunniti, tra laici e religiosi, tra una maggioranza musulmana e minoranze che si sono dissolte. I cristiani sono scomparsi dal cuore dell'Iraq per rifugiarsi in Kurdistan, così come gli yezidi o i mandei, di cui nessuno ha mai parlato ma che vivevano lungo il Tigri da migliaia di anni. Sono diventate laceranti anche le divisioni etniche, come quella che oppone i curdi ad Ankara e rischia di diventare una questione insanabile per la Turchia, storico membro della Nato.
Le costruzioni post-coloniali sono pericolanti perché si è liquefatto l'unico collante che le teneva insieme, il nazionalismo, anche nelle sue forme più esasperate come quella di Saddam Hussein in Iraq o di Gheddafi in Libia. Caduti i raìs sono crollati gli Stati che rappresentavano e sono in crisi di legittimità anche le monarchie del Golfo che dopo avere esportato problemi finanziando l'Islam radicale ora vedono i guai tornare a casa propria.
È sintomatico che i soli a reclamare ancora una nazione (e un territorio), oltre ai separatisti curdi, siano i palestinesi che ieri hanno innalzato la loro bandiera all'Onu. Per Washington, che ha votato contro, è intervenuta l'ambasciatrice Samantha Power: «Alzare la bandiera palestinese non è un'alternativa ai negoziati e non porterà più vicini alla pace». Una dichiarazione surreale: nessuno parla più di negoziati. Gli israeliani hanno evitato commenti inutili. Dalle alture del Golan vedono ben altri stendardi sventolare all'orizzonte.
L'unica bandiera che garrisce al vento è quella nera del Califfato che di fatto ha abbattuto i confini coloniali. Forse non è un caso che il video di maggiore successo dell'Isis sia quello in cui un bulldozer disintegra in pieno deserto un cartello con la scritta Sykes-Picot, il nome dei due diplomatici di Gran Bretagna e Francia che nel 1916 disegnarono la spartizione del Levante arabo.
Negli ultimi decenni gli islamisti hanno cercato in ogni modo di creare uno Stato islamico governato dalla sharia: in Sudan, in Afghanistan, in Yemen, nel Sahel africano. L'idea era quella di impossessarsi di uno Stato preesistente e farlo proprio, mentre al-Qaeda e Osama bin Laden puntavano a spargere il terrore mirando al nemico lontano, Stati Uniti e Occidente. Ma l'11 settembre non ha avuto gli effetti sperati lasciando immutati gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Al-Qaeda seminava paura ma non cambiava il mondo.
Il Califfato nasce in Iraq proprio da questa intuizione. È inutile combattere il centro del potere, è molto più efficace prendersi le periferie concentrandosi sui territori dove il governo è più debole e più forte lo scontento. Così nasce lo Stato Islamico: un pezzo di Iraq cui aggiungere un pezzo di Siria facendo saltare le frontiere tracciate sulle ceneri dell'Impero Ottomano. L'Isis è nei fatti la dimostrazione che il mondo può cambiare: è con questo che ha calamitato i consensi locali dei sunniti e mobilitato l'afflusso dei foreign fighters. Si è parlato molto dei jihadisti occidentali, dei convertiti. Ma la realtà è che i combattenti stranieri di prima linea sono ceceni, uzbeki, jihadisti di tutte le nazionalità addestrati in Afghanistan, Yemen, Sudan, Maghreb e Sahel.
Quello dell'Isis è un esercito motivato e professionale. Altrimenti non avrebbe sbaragliato quello iracheno, messo spalle al muro Assad e dato filo da torcere a milizie sciite sperimentate come quelle dei libanesi Hezbollah e dei Pasdaran iraniani. Chi ha viaggiato con Hezbollah sa perfettamente che nel Qalamoun siriano hanno combattuto contro ceceni che adottavano le stesse tattiche di guerriglia usate a Grozny contro i russi.
Ecco perché la guerra al Califfato non si vince soltanto con i raid aerei. Questo lo sa certamente Putin e anche Obama che non vuole impegnare truppe nel Levante. Ma soprattutto entrambi sanno, come pure gli Stati della regione coinvolti – Turchia, Iran, Arabia Saudita – che il Medio Oriente è all'anno zero e la soluzione militare non basta a ricostruire un mondo che non c'è più.
Fonte
Barack Obama ha dovuto incontrare Vladimir Putin e già questo basta a fare del presidente russo un attore legittimato a decidere, al pari e sopra del vanesio presidente francese, che ha scelto l'Assemblea dell'Onu come fondale di una quasi tragicomica esibizione muscolare, con l'inizio dei raid aerei contro una base dell'Isis in Siria.
In Medio Oriente, del resto, gli Stati Uniti e gli alleati europei si trovano davanti al risultato della propria fallimentare azione imperiale. Hanno distrutto alcuni Stati, produttori di petrolio e non, con la motivazione “etica” della necessità di abbattere dei dittatori. Hanno armato milizie di cui non avevano e non potevano avere (nel migliore dei casi) il pieno controllo, favorendo di fatto il fondamentalismo sunnita che ora sta cancellando i confini fissati quasi un secolo fa e riaprendo uno scontro a tutto campo con l'”eresia” sciita. Che ora, dovunque sia al potere o possegga comunque posizioni militarmente forti, assume la Russia come interlocutore e sostegno esterno.
Di fatto, l'imperialismo occidentale non ha più un vero alleato nella regione, se si considerano – come bisogna fare – Arabia Saudita, Qatar ed emirati più piccoli come il nucleo centrale di un nascente “polo islamico-sunnita” che ha nell'Isis un figlio forse degenere, forse emancipato, comunque attivissimo.
In una situazione del genere i bombardamenti possono fare anche molto male, ma non permettono di vincere una guerra e stabilire un nuovo equilibrio favorevole ai propri interessi. Ma è impossibile comunque, per l'Occidente, rinunciare a una presenza egemonica nell'area che custodisce i due terzi delle riserve di idrocarburi a disposizione dell'intero pianeta.
Gli imbarazzi e le esitazioni statunitensi sono figlie di questi dati assolutamente contraddittori e motivano a sufficienza la necessità di incontrare il leader russo, che con l'aperto sostegno militare ad Assad ha sparigliato tutte le carte.
La retorica non ha fatto molti passi indietro. Obama, nel discorso davanti all'assemblea dell'Onu, ha rimarcato con un certa nettezza i punti di contrasto con Putin, a partire dall'Ucraina; e ha tenuto ferma la posizione – praticamente un nonsense – secondo cui qualsiasi soluzione in Siria non può prevedere un Assad che resta al potere. "Ci sono delle potenze internazionali – ha detto – che agiscono in contraddizione con il diritto internazionali. C'è qualcuno che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l'alternativa è molto peggio". Ma ha anche dovuto ammettere che ormai i problemi globali assumono dimensioni che sfuggono alle possibilità di controllo anche delle superpotenze: "Nessuna nazione può isolarsi dal flusso di migranti o dai pericoli del riscaldamento climatico". Ma senza rinunciare formalmente al proprio ruolo "egemonico": "Non possiamo stare ad osservare quando la sovranità di una nazione è violata. Questo è alla base delle sanzioni Usa imposte alla Russia. Ma non vogliamo ritornare alla guerra fredda. Non vogliamo isolare la Russia, vogliamo una Russia forte che collabori con noi per rafforzare il sistema internazionale. Non possiamo stare a guardare mentre la Russia viola la sovranità dell'Ucraina. Oggi è l'Ucraina domani potrebbe essere qualche altro Paese".
Sullo stesso piano, Putin ha rinfacciato all'America un comportamento disinvolto e controproducente: "E' un errore non cooperare con il governo siriano di Bashar Assad. Ed è irresponsabile manipolare gruppi estremisti: è pericoloso dare le armi ai ribelli e giocare con i terroristi. Per combattere l'Isis – ha detto – occorre una coalizione internazionale come quella che si creò contro Hitler durante la Seconda Guerra mondiale. L'Isis non è nato dal nulla. E' stato finanziato e sostenuto".
Ma nell'incontro privato tra i due leader pare che le cose siano andate in modo molto differente, tanto da far dire a Putin, all'uscita, che «Il colloquio con Obama è stato sorprendentemente franco, costruttivo. Possiamo lavorare insieme. Eventi come questi sono utili, informali e produttivi».
Le indiscrezioni si sono immediatamente fatte strada insieme alle illazioni. Qualcuno prefigura addirittura “raid congiunti” russo-americani. Dimenticando che il sovraffollamento aereo che si sta producendo sopra la Siria rischia già ora di produrre incidenti dalle conseguenze imprevedibili. Mosca ha avuto gioco facile nel definirli “illegali”, perché effettuati "senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e del governo legittimo" siriano. Al contrario della propria cooperazione militare, invece, concordata con Assad.
Anche la questione della permanenza futura di Assad al potere sembra per il momento destinata a passare in secondo piano, vista l'inesistenza – sul campo – di alternative credibili (come capacità di mantenere il controllo del territorio) o comunque accettabili (il rischio è che il controllo lo prenda alla fine l'Isis). Si può comprendere, dunque, come il problema sia stato glissato con ironia dallo stesso Putin: «Obama e Hollande non sono cittadini siriani. Non possono decidere sul futuro del Paese».
In conclusione, per quanto provvisoria, si può dire che ora si comincia a ragionare concretamente su come affrontare la situazione in Siria. Ma senza che Usa e Unione Europea – men che meno la ridicola Francia di queste ore – possano pensare di decidere per proprio conto. Il mondo non è più unipolare, dopo un quarto di secolo.
Qui di seguito, l'eccellente analisi di Alberto Negri, su IlSole24Ore di oggi.
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L'anno zero in Medio Oriente
Medio Oriente anno zero. Nessuno dei leader mondiali che si incontrano all'Onu forse passeggerà mai più per una strada del Medio Oriente, o salirà in cima alla cittadella di Aleppo.
Nessuno attraverserà piazza Firdous a Baghdad, dove nel 2003 venne abbattuta la statua di Saddam, o alzerà gli occhi al cielo per osservare i grattacieli medioevali di Sanaa in Yemen. L'orizzonte da cui sono nate millenarie civiltà è un cumulo di rovine. E neanche il più ottimista dei rifugiati giunto in Europa dalla Siria può pensare di tornarci perché la distruzione materiale ed economica della guerra è stata accompagnata da quella morale, dalla scomparsa di ogni residuo di tolleranza e convivenza civile.
Per questo se mai ci sarà un giorno la ricostruzione della Siria, dell'Iraq, dello Yemen o della Libia, e anche del lontano Afghanistan, tutto ci apparirà soltanto una replica dell'originale, come avvertiva l'archeologo italiano Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla. Ma se si può rifare un capitello di Palmira, è impossibile replicare una società sradicata dalle fondamenta. Fondamenta assai fragili perché l'80% del Medio Oriente è l'eredità della disgregazione dell'Impero Ottomano e delle successive sistemazioni coloniali anglo-francesi, cui sono seguiti i tragici fallimenti degli Stati laici e autocratici.
Quel Medio Oriente non esiste più neppure sulla carta geografica. Mentre Putin e Obama ieri stavano discutendo a New York, un altro pezzo della regione più nevralgica del mondo, custode di riserve di petrolio e di gas, scompariva, inghiottita da una battaglia del Califfato, da un raid di Assad, da un bombardamento saudita o della coalizione internazionale. La guerra ha travolto Stati e frontiere ma anche l'Islam: l'Isis ha reso ancora più aspra la separazione tra sciiti e sunniti, tra laici e religiosi, tra una maggioranza musulmana e minoranze che si sono dissolte. I cristiani sono scomparsi dal cuore dell'Iraq per rifugiarsi in Kurdistan, così come gli yezidi o i mandei, di cui nessuno ha mai parlato ma che vivevano lungo il Tigri da migliaia di anni. Sono diventate laceranti anche le divisioni etniche, come quella che oppone i curdi ad Ankara e rischia di diventare una questione insanabile per la Turchia, storico membro della Nato.
Le costruzioni post-coloniali sono pericolanti perché si è liquefatto l'unico collante che le teneva insieme, il nazionalismo, anche nelle sue forme più esasperate come quella di Saddam Hussein in Iraq o di Gheddafi in Libia. Caduti i raìs sono crollati gli Stati che rappresentavano e sono in crisi di legittimità anche le monarchie del Golfo che dopo avere esportato problemi finanziando l'Islam radicale ora vedono i guai tornare a casa propria.
È sintomatico che i soli a reclamare ancora una nazione (e un territorio), oltre ai separatisti curdi, siano i palestinesi che ieri hanno innalzato la loro bandiera all'Onu. Per Washington, che ha votato contro, è intervenuta l'ambasciatrice Samantha Power: «Alzare la bandiera palestinese non è un'alternativa ai negoziati e non porterà più vicini alla pace». Una dichiarazione surreale: nessuno parla più di negoziati. Gli israeliani hanno evitato commenti inutili. Dalle alture del Golan vedono ben altri stendardi sventolare all'orizzonte.
L'unica bandiera che garrisce al vento è quella nera del Califfato che di fatto ha abbattuto i confini coloniali. Forse non è un caso che il video di maggiore successo dell'Isis sia quello in cui un bulldozer disintegra in pieno deserto un cartello con la scritta Sykes-Picot, il nome dei due diplomatici di Gran Bretagna e Francia che nel 1916 disegnarono la spartizione del Levante arabo.
Negli ultimi decenni gli islamisti hanno cercato in ogni modo di creare uno Stato islamico governato dalla sharia: in Sudan, in Afghanistan, in Yemen, nel Sahel africano. L'idea era quella di impossessarsi di uno Stato preesistente e farlo proprio, mentre al-Qaeda e Osama bin Laden puntavano a spargere il terrore mirando al nemico lontano, Stati Uniti e Occidente. Ma l'11 settembre non ha avuto gli effetti sperati lasciando immutati gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Al-Qaeda seminava paura ma non cambiava il mondo.
Il Califfato nasce in Iraq proprio da questa intuizione. È inutile combattere il centro del potere, è molto più efficace prendersi le periferie concentrandosi sui territori dove il governo è più debole e più forte lo scontento. Così nasce lo Stato Islamico: un pezzo di Iraq cui aggiungere un pezzo di Siria facendo saltare le frontiere tracciate sulle ceneri dell'Impero Ottomano. L'Isis è nei fatti la dimostrazione che il mondo può cambiare: è con questo che ha calamitato i consensi locali dei sunniti e mobilitato l'afflusso dei foreign fighters. Si è parlato molto dei jihadisti occidentali, dei convertiti. Ma la realtà è che i combattenti stranieri di prima linea sono ceceni, uzbeki, jihadisti di tutte le nazionalità addestrati in Afghanistan, Yemen, Sudan, Maghreb e Sahel.
Quello dell'Isis è un esercito motivato e professionale. Altrimenti non avrebbe sbaragliato quello iracheno, messo spalle al muro Assad e dato filo da torcere a milizie sciite sperimentate come quelle dei libanesi Hezbollah e dei Pasdaran iraniani. Chi ha viaggiato con Hezbollah sa perfettamente che nel Qalamoun siriano hanno combattuto contro ceceni che adottavano le stesse tattiche di guerriglia usate a Grozny contro i russi.
Ecco perché la guerra al Califfato non si vince soltanto con i raid aerei. Questo lo sa certamente Putin e anche Obama che non vuole impegnare truppe nel Levante. Ma soprattutto entrambi sanno, come pure gli Stati della regione coinvolti – Turchia, Iran, Arabia Saudita – che il Medio Oriente è all'anno zero e la soluzione militare non basta a ricostruire un mondo che non c'è più.
Fonte
La bonifica mancata di Bagnoli
Bagnoli è un simbolo. Innanzitutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. È diventato il fallimento di un’intera città. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Un sogno diventato incubo.
Appare come un trampolino, che si stacca sull’orizzonte. Se lo percorri guardando verso il mare la sensazione di scoprire una via nascosta alla fine fa dimenticare la terra desolata lasciata alle spalle. Il pontile nord di Bagnoli, in fondo, serviva anche a questo. Scordarsi il passato, lanciarsi verso il futuro, in un tuffo metaforico, con doppia carpiata liberatoria. Invece è un baratro. Una passerella tragica. Arrivi alla fine del percorso, sei costretto a girare i tacchi, riprendendo il cammino contrario. Verso terra. Verso l’inferno. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. Dove gorgogliavano veleni impronunziabili, lì Napoli poteva ritrovare una speranza di riscatto, un modello differente. Per una volta in questo paese si progettava, si tentava di disegnare il futuro prossimo venturo. È diventato il fallimento di un’intera città, una catastrofe più che annunciata. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Forse per sempre.
Il nome era semplice. Bagnoli futura, società di trasformazione urbana. Era nata per restituire terra e futuro al quartiere nord di Napoli, tra i Campi Flegrei, Pozzuoli e Pianura. Zona tosta, differente dal resto della città, dove un secolo di industria pesante ha forgiato una classe operaia che sembra uscita dai film di Elio Petri. Orgogliosa. Consapevole di rappresentare l’emancipazione dalla Napoli un po’ pezzente di Lauro, non più costretta a salire con le valige di cartone verso il nord delle fabbriche. Insieme al polo automobilistico e aeronautico di Pomigliano d’Arco, Bagnoli era quel motore di acciaio che il meridione sognava da decenni. La fine è arrivata lentamente. Prima i licenziamenti degli anni ’80. Poi la chiusura. I macchinari venduti alla Cina, all’India, al Bangladesh. Lasciando un cratere deserto, una macchia di verde pallido, interrotta dal rosso ruggine di qualche pezzo di archeologia industriale.
Bagnoli è un simbolo. Prima di tutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. L’idea della trasformazione dell’ex Italsider, il bacino elettorale da sempre della sinistra erede del Pci, nasce parallelamente alla sua ascesa. Anzi, diventa il punto di forza del progetto di governo di Napoli, la vetrina della rinascita partenopea. Già nel 1995 aveva in mente tutto: risanare, per trasformare l’intera area flegrea in polo turistico e della ricerca scientifica. Lo chiamava semplicemente “Progetto Napoli”.
Lo portò in giro per il mondo, alla caccia di finanziatori internazionali. Partendo da New York, dove, nel marzo del 1995, Bassolino presentò il dossier “Bagnoli redevelopment area”, invitando le banche Usa ad entrare nel business, finanziando società miste pubblico-private. Il preside della facoltà di Scienze economiche di Yale, Joseph La Palombara, benedì il progetto: “Napoli ha grande potenzialità, ma usate la vostra principale risorsa, la fantasia”. Specialità locale che immediatamente si scatenò, disegnando centri congressuali da duemila posti, alberghi di lusso, fiere e mostre. Davanti ad un mare incontaminato. Era la promessa fatta a quella classe operaia base dell’ascesa di Antonio Bassolino, uscita senza lavoro e con poche speranze dalla chiusura della siderurgia. Turismo, nuovi posti di lavoro. Il sole e la spiaggia.
Il sogno diventato incubo
Quando nel 2002 il comune di Napoli – con una piccola partecipazione della provincia e della regione – inaugurò Bagnoli futura, sul tavolo i progettisti disegnarono un futuro glorioso. Prima la bonifica. Poi la creazione di una cittadella dei sogni: un parco dello sport, un auditorium con caffetteria e servizi, un belvedere ricavato dal comignolo dei fumi delle ex acciaierie, un acquario, un parco urbano, gli studios per accogliere il movimento cinematografico partenopeo. E la lunga passerella del pontile nord, lanciata verso il mare. E ancora, spiagge liberate dai veleni, stabilimenti balneari, locali per la movida, con a monte un parco urbano e perfino un bosco per la meditazione. Un sogno. Ben finanziato, con quasi 260 milioni di euro da spendere, tra fondi ereditati e stanziamenti futuri. Dodici anni dopo tutto è finito nei libri di un curatore fallimentare. Arroccato nel cuore dell’ex area industriale.
La strada che porta alla sede della società di trasformazione urbana attraversa l’antico quartiere operaio. Edifici fine ottocento, balconi con i panni stesi, le finestre del piano terra aperte sulle cucine. Scopri che sei a Napoli osservando i canarini appesi fuori dal club dedicato a Ciro Ferrara. L’unico ritrovo pubblico è il minuscolo giardinetto all’inizio della via, con le panche di ferro e una scacchiera per il gioco della dama sulle cassette di frutta. Poi una striscia di asfalto, fino al cancello della Bagnoli futura. “Chi cercate? Qui non c’è più nessuno”. La guardia giurata è quasi sorpresa. Da quando il tribunale ha dichiarato il fallimento lo scorso giugno anche gli uffici sono entrati ufficialmente a far parte del deserto di Bagnoli. I cartelli che indicano la direzione sono ormai coperti dall’erba e la strada che scende verso l’immensa macchia verde dove un tempo forgiavano l’acciaio sembra non portare più da nessuna parte. “C’è solo il procuratore, il curatore fallimentare”. E per entrare nell’auditorium? “E’ chiuso, è tutto chiuso”. E il parco dello sport? “Nessuno ci può entrare”. Non c’è più nulla. La passarella sopravvive grazie ai lavoratori socialmente utili messi in fretta e furia dalla giunta De Magistris come guardiani. Ma l’ascensore per i disabili è bloccato dall’inevitabile cartello “guasto”.
La bonifica mancata
Il male, a Bagnoli, è però più profondo. Ha attinto la radice del progetto di trasformazione, l’acqua, la terra e l’aria. Per i magistrati napoletani – che nell’aprile del 2013 hanno sequestrato l’area dell’ex Italsider – c’era poco da sognare. Paradossalmente la bonifica – ovvero il cuore dell’intervento – si era trasformata in un disastro ambientale, contornato da un’ipotesi di truffa e falso ideologico.
Carte truccate, secondo i magistrati, per la classica operazione della polvere sotto il tappeto. Con un gioco delle varianti di progetto i vertici di Bagnoli futura cambiano, almeno un paio di volte, il tipo d’intervento: in molte zone non ci sarà più la bonifica – che vuol dire rimuovere le sostanze pericolose, smaltendole altrove, riportando i luoghi allo stato originale – ma una “messa in sicurezza”. Operazione molto meno costosa. D’altra parte il luogo scelto per depositare i rifiuti pericolosi – la discarica a Pianura – non aveva ricevuto le autorizzazioni antimafia, facendo saltare un tassello fondamentale del piano d’intervento. Con la modifica in corso d’opera del progetto si decide di non rispettare più i valori di contaminazione rigidi previsti per il verde pubblico e le zone residenziali, ma quelli meno severi imposti dalla legge per le aree commerciali, industriali e di infrastruttura. Un escamotage, una porta d’uscita secondaria. Il terreno sotto il campeggio di tre ettari – ad esempio – viene considerato genericamente “d’interesse pubblico”, prevedendo – invece della bonifica radicale – una copertura con altro terreno dell’area contaminata. Così avviene per il Parco dello sport. Ma accade anche di peggio, raccontano le carte dell’inchiesta.
La De Vizia Transfer – società che si aggiudica l’appalto per la bonifica, prima indagata e poi prosciolta dal Giudice dell’udienza preliminare di Napoli – inizia a scavare le terre. Il cratere dell’ex acciaieria restituisce i suoi veleni: le ruspe affondano in morchie maleodoranti, intrise di oli contaminati. Quelle scorie – raccontano i magistrati – non sono mai uscite dai cantieri. Le hanno mescolate con terre di riporto, utilizzate, a loro volta, per la “messa in sicurezza” delle aree da destinare ai diversi parchi tematici. Quella che prima era una contaminazione a macchia di leopardo è diventata un’unica diffusa area avvelenata, creando – spiega il Gip – un “disastro ambientale”. Con ipotesi di responsabilità che arrivano fino alla direzione generale del Ministero dell’Ambiente, retto all’epoca da Gianfranco Mascazzini.
Anche peggio è accaduto sul lato del golfo. All’incrocio tra via Bagnoli e via Coroglio c’è il vecchio edificio dell’istituto alberghiero “Rossini”. Architettura anni ’70, una barriera tra la spiaggia e il centro del quartiere, ha aperto le porte agli alunni del 1995, sull’onda lunga del progetto bassoliniano. Di fianco c’è la stradina che porta al mare. “Divieto di balneazione. È consentita solo l’elioterapia”. Godetevi il sole, per il resto non c’è niente da fare. Sulla spiaggia si apre l’immagine più paradossale e significativa di Bagnoli. Le sdraio aperte, gli ombrelloni, le cabine, la musica, i bambini con i secchielli e le palette. Davanti agli scogli c’è la rete metallica, che blocca l’accesso al bagnasciuga. Appena fuori dall’ingresso agli stabilimenti le bancarelle sembrano far finta di nulla, continuando a vendere braccioli, canotti e ciambelle. È come se il mare ci fosse veramente.
Se i veleni sono nati a monte, qui la cancrena si chiama colmata. È un’area vasta, basata sui resti usciti dalle fonderie. Doveva essere rimossa e smaltita a Piombino, raccontano. Tutto è rimasto lì, immobile, mentre dal cratere dell’ex Ilva – poi divenuta Italsider – le scorie scendono senza sosta verso il mare. E così a Bagnoli ci si accontenta. “Solo elioterapia”, con traduzione in inglese di fianco. Dovesse arrivare un turista.
Risalendo via Bagnoli verso le colline si costeggia l’intero muro di recinzione dell’Italsider. Cassonetti teoricamente pensati per la differenziata che contengono di tutto, marciapiede che si stringe fino a sparire. Poi il cancello azzurro della candela, il comignolo “recuperato” che doveva ospitare il belvedere. Rigorosamente chiuso, rivolto verso il nulla: un balcone dieci metri per dieci, senza nessun collegamento con la torre dei fumi. Al massimo ti puoi godere il paesaggio lunare dell’erba pallida che ricopre il cratere abbandonato. Pochi metri ed ecco la “Porta del parco”, l’auditorium, una delle pochissime opere realizzate. Poco più di duecento posti, un’area di ristorazione, il centro benessere, il wi-fi gratuito. Sulla carta, perché tutto oggi è chiuso e inaccessibile.
Un classico napoletano
Cos’è stata, in fondo, la bonifica di Bagnoli? “Un classico napoletano, come il presepe”, commentava – tra le risate – l’ex direttore generale del Ministero dell’ambiente Gianfranco Mascazzini. Destino tragico di un’intera città, dipinto con feroce lucidità da Ermanno Rea, nel suo “La dismissione”, il racconto dello smantellamento del polo industriale: “Le fabbriche a Napoli non hanno indotto nessuna modernizzazione. Dicevamo: l’Ilva entrerà nel vicolo e lo bonificherà. Alla lunga è accaduto l’inverso: il vicolo è entrato nell’Ilva e l’ha inquinata”. Un veleno mortale.
Il “classico napoletano” alla fine si è materializzato il 13 febbraio 2013, quando Bagnoli futura è stata messa in liquidazione. Con conti disastrosi, che hanno portato al fallimento. Sui 268 milioni di euro stanziati risultano realmente spesi la metà, 136 milioni. Di questi solo 82 milioni di euro – secondo la stessa società – sono serviti per la bonifica. Il resto? La porta del Parco – oggi chiusa al pubblico – si è presa una consistente fetta della torta, 43 milioni di euro. Il resto? Con i conti sono, alla fine, saltati anche i progetti. Il consiglio di amministrazione scarica tutta la colpa sulla magistratura: “Il sequestro (…) ha contribuito ad aggravare le già precarie condizioni economico-finanziarie”, scrive il presidente del Consiglio d’amministrazione Omero Ambrogi. Cessioni delle aree edificabili bloccate, problemi con il sistema creditizio, progetti già avviati che si fermano: le indagini – assicurano gli amministratori della società – sono una catastrofe, che “possono far sorgere dubbi sulla continuità aziendale”. E i conti in rosso, con debiti accumulati nel corso degli anni, ben prima dell’intervento della procura di Napoli? “Sono caratteristiche della gestione di un società di trasformazione urbana, che concentra i costi nei primi esercizi”. Poi verrà l’utile, assicurano gli amministratori, cedendo le aree bonificate destinate a spazi e commerciali e residenziali. La via classica seguita da gran parte delle bonifiche in tutta Italia, partendo dalla Lombardia. Peccato che, per i magistrati e i periti del tribunale, su quelle terre non può nascere neanche una capanna.
Le aree verranno vendute – o svendute, viste le condizioni –, per pagare i debiti dei fornitori, spiegano gli amministratori nell’ultima relazione. I contributi arrivati dall’Unione Europea – pari a 46,3 milioni di euro – per attività mai concluse dovranno, probabilmente, essere restituiti. La scelta indicata nella relazione firmata lo scorso anno alla fine era una via obbligata: mettere tutto in liquidazione, cercando di salvare il salvabile. O almeno la faccia. Così non è stato. I creditori hanno presentato l’istanza di fallimento, poi accolta, lo scorso giugno, dal tribunale di Napoli. Ma la catastrofe era iniziata molto prima. Nella stessa relazione allegata al bilancio del 2012 appare evidente come il core business – la bonifica – fosse venuto meno ben prima del sequestro dei magistrati: “Dai documenti della direzione dei lavori (…) – si legge – si deduce che le attività negli ultimi due anni hanno generato un avanzamento estremamente contratto”. E ancora: “Anche nell’area ex Eternit l’attività di bonifica ha registrato nell’ultimo periodo significative discontinuità”. Fermi anche i lavori per le infrastrutture “per questioni economico-finanziarie”.
Che potrà accadere ora? Probabilmente nulla, ed è l’ipotesi peggiore. Si dimenticherà per anni Bagnoli, le reti di acciaio continueranno a bloccare l’accesso al mare, l’erba coprirà le poche opere realizzate, e dall’archeologia industriale si passerà ai ruderi dell’Italia della seconda Repubblica. L’arrivo degli speculatori. Il progetto di un nuovo quartiere dedicato alla cultura, alle arti, allo sport e al mare svanirebbe del tutto, lasciando lo spazio ad un deserto circondato da cemento. O, come aveva annunciato Luigi De Magistris in una conferenza stampa nel 2012, l’ex Italsider potrebbe trasformarsi in un distretto dei rifiuti. A “impatto zero”, aveva assicurato l’assessore all’ambiente Tommaso Sodano. A quel punto gli obiettivi di bonifica si abbasserebbero, con valori raggiungibili senza grandi problemi. Poco senso avrebbero il parco urbano, le zone verdi e la promessa di una Napoli differente.
È quasi il tramonto. I cancelli del pontile nord si chiudono. Scendendo le scale si può guardare il cemento consumato e il ferro rosso di ruggine che sorreggono la striscia che si lancia verso il mare. È la polvere nascosta sotto il tappeto di Bagnoli. È quel “classico napoletano” che tanto faceva ridere i vertici del ministero dell’Ambiente. Un’apparenza, un cadeaux elargito per non cambiare nulla. Guardando il mare, oltre l’orizzonte, dove i conti in rosso e le terre contaminate non riescono ad arrivare.
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Turchia, l’Hdp tende la mano ai repubblicani
Nelle sorprese della politica, che scombussola situazioni sui più diversi panorami internazionali, ben s’inserisce l’apertura fatta dal co-presidente di quel gruppo che da mesi costituisce la possente novità del panorama turco: il Partito Democratico del Popolo. Cos’ha detto Selahattin Demirtaş di tanto stravolgente? Una cosa semplice che, nelle settimane successive al terremoto del voto di giugno che ha reso ingovernabile la Turchia erdoğaniana, alcuni analisti già dibattevano: se il Chp, maggior partito d’opposizione, e la nuova formazione democratica capace di portare in Parlamento 80 deputati unissero le proprie forze in una coalizione, all’orizzonte apparirebbe una componente che sfiora il 40% del voto di giugno. Percentuale ancora inferiore al 47% del Partito della Giustizia e Sviluppo e ai suoi 252 seggi, ma non lontana da una possibile alternativa, anche perché le consultazioni del 1° novembre possono rimettere in gioco i rapporti di forza fra i partiti. Durante un recente viaggio in Germania il leader dell’Hdp ha ricordato come i media vicini al governo avevano diffuso notizie diffamatorie verso di lui e la sua organizzazione. Nel mirino della stampa pro Akp i rapporti che intercorrono fra le leadership dell’Hdp e del Pkk, e pure le “vicinanze” della sinistra turca finita nel Partito Democratico del Popolo a taluni nuclei marxisti combattenti presenti nel Paese. Ne scaturiva la tesi, neppure tanto velata, di fiancheggiamento del terrorismo, che gli accusati rispediscono al mittente come una colossale mistificazione.
Stavolta il compassato Demirtaş è stato tranciante: o l’Akp cambia il suo gene oppure la Turchia dovrà sbarazzarsi di questo partito-regime. In tal senso va letta l’apertura, fino a qualche mese fa impensabile, nei confronti del partito repubblicano, dove l’anima socialdemocratica convive con una tradizione kemalista che ha nella centralità turca una pietra miliare da cui non è facile recedere. Con tutte le contraddizioni del caso. Certo, l’attuale gestione dell’alauita Kılıçdaroğlu, mostra un volto più conciliante verso la questione delle minoranze etniche, ma se il connubio fra i due partiti prenderà corpo sarà soprattutto la valutazione d’opportunità politica del momento a favorire un avvicinamento di sola coalizione. Comunque per i comportamenti presidenziali dell’estate i repubblicani hanno il dente avvelenato. Erdoğan s’era rifiutato di offrire al loro segretario un mandato consultivo, dopo che gli incontri condotti dal premier incaricato Davutoğlu si erano conclusi con un nulla di fatto. Voci di palazzo sostengono che il presidente-padrone fosse irritato dalla mancata visita dei membri del Chp alla sua nuova sontuosa residenza del quartiere di Beştepe ad Ankara. Il fatto seguiva le critiche che la componente laica della società turca ha rivolto al contorno ottomano del nuovo palazzo presidenziale che sorge su un’area di 300.000 metri quadrati, con tanto di Moschea dai quattro minareti e lussuosi arredi. Sebbene filmati e foto abbiano sminuito le dicerie sulla presunta rubinetteria d’oro dei servizi, le polemiche non si sono spente e fra repubblicani e rappresentanti del governo la tensione è alta.
Alcuni deputati del Chp ventilano una clamorosa protesta alla riapertura del Parlamento attesa per giovedì 1° ottobre, a un mese dalle consultazioni. C’è chi propone un’irriverente girata di spalle al presidente durante il suo discorso previsto per la riapertura della Camera. Col clima che si respira nella nazione, che ha avuto sanguinosi scontri fra fazioni con morti e feriti, sarebbe come gettare benzina sul fuoco. Eppure ciò darebbe ulteriori prospettive all’avvicinamento dei due partiti d’opposizione. Quel che fa riflettere è la linea dura mostrata dalla formazione di maggioranza sulla questione kurda. Mentre Demirtaş cerca nuove aperture alla pacificazione, incontrando a Strasburgo il segretario generale del Consiglio d’Europa, il ministro dell’Interno turco Akdoğan dichiara perentoriamente che “il processo di pace è diventato impraticabile. Anche volendolo rilanciare, non si può fare. Il vuoto di sicurezza aggravato da rapimenti e uccisioni di poliziotti ha creato una situazione di non ritorno”. Lo stesso presidente, intervenendo sul tema, aveva detto che attualmente il processo è congelato per colpa di quei partiti che richiamano posizioni separatiste e terroriste. In una sistematizzazione di alleanze in funzione elettorale, bisognerà vedere se si muoverà anche la destra nazionalista del Mhp, che cova al suo interno il fascismo dei Lupi grigi. L’Akp, abituata a primeggiare non ha mai preso in esame ipotesi di appoggi. Anche i recenti incontri falliti per formare l’esecutivo non hanno introdotto novità e avvicinamenti. Solo su un punto i facinorosi dei due schieramenti si sono ritrovati: nel devastare le sedi dell’Hdp e di taluni giornali.
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Stavolta il compassato Demirtaş è stato tranciante: o l’Akp cambia il suo gene oppure la Turchia dovrà sbarazzarsi di questo partito-regime. In tal senso va letta l’apertura, fino a qualche mese fa impensabile, nei confronti del partito repubblicano, dove l’anima socialdemocratica convive con una tradizione kemalista che ha nella centralità turca una pietra miliare da cui non è facile recedere. Con tutte le contraddizioni del caso. Certo, l’attuale gestione dell’alauita Kılıçdaroğlu, mostra un volto più conciliante verso la questione delle minoranze etniche, ma se il connubio fra i due partiti prenderà corpo sarà soprattutto la valutazione d’opportunità politica del momento a favorire un avvicinamento di sola coalizione. Comunque per i comportamenti presidenziali dell’estate i repubblicani hanno il dente avvelenato. Erdoğan s’era rifiutato di offrire al loro segretario un mandato consultivo, dopo che gli incontri condotti dal premier incaricato Davutoğlu si erano conclusi con un nulla di fatto. Voci di palazzo sostengono che il presidente-padrone fosse irritato dalla mancata visita dei membri del Chp alla sua nuova sontuosa residenza del quartiere di Beştepe ad Ankara. Il fatto seguiva le critiche che la componente laica della società turca ha rivolto al contorno ottomano del nuovo palazzo presidenziale che sorge su un’area di 300.000 metri quadrati, con tanto di Moschea dai quattro minareti e lussuosi arredi. Sebbene filmati e foto abbiano sminuito le dicerie sulla presunta rubinetteria d’oro dei servizi, le polemiche non si sono spente e fra repubblicani e rappresentanti del governo la tensione è alta.
Alcuni deputati del Chp ventilano una clamorosa protesta alla riapertura del Parlamento attesa per giovedì 1° ottobre, a un mese dalle consultazioni. C’è chi propone un’irriverente girata di spalle al presidente durante il suo discorso previsto per la riapertura della Camera. Col clima che si respira nella nazione, che ha avuto sanguinosi scontri fra fazioni con morti e feriti, sarebbe come gettare benzina sul fuoco. Eppure ciò darebbe ulteriori prospettive all’avvicinamento dei due partiti d’opposizione. Quel che fa riflettere è la linea dura mostrata dalla formazione di maggioranza sulla questione kurda. Mentre Demirtaş cerca nuove aperture alla pacificazione, incontrando a Strasburgo il segretario generale del Consiglio d’Europa, il ministro dell’Interno turco Akdoğan dichiara perentoriamente che “il processo di pace è diventato impraticabile. Anche volendolo rilanciare, non si può fare. Il vuoto di sicurezza aggravato da rapimenti e uccisioni di poliziotti ha creato una situazione di non ritorno”. Lo stesso presidente, intervenendo sul tema, aveva detto che attualmente il processo è congelato per colpa di quei partiti che richiamano posizioni separatiste e terroriste. In una sistematizzazione di alleanze in funzione elettorale, bisognerà vedere se si muoverà anche la destra nazionalista del Mhp, che cova al suo interno il fascismo dei Lupi grigi. L’Akp, abituata a primeggiare non ha mai preso in esame ipotesi di appoggi. Anche i recenti incontri falliti per formare l’esecutivo non hanno introdotto novità e avvicinamenti. Solo su un punto i facinorosi dei due schieramenti si sono ritrovati: nel devastare le sedi dell’Hdp e di taluni giornali.
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“Basta sindacati”, il manifesto neoliberista del “Corriere”
“Più tutele in cambio di produttività. Benvenuti nella società post-sindacale”: così titola un articolo di Dario Di Vico che occupa l’intera pagina 25 del “Corriere della Sera” del 27 settembre. Titolo che coglie il succo di quello che non esiterei a definire un vero e proprio manifesto programmatico della borghesia italiana nell’era ordoliberista. Leggendolo è infatti difficile non rendersi conto come questo articolo vada al di là dell’obiettivo che il capitalismo italiano, sulle tracce di quello mondiale, persegue dagli anni '80 del secolo scorso, vale a dire il drastico indebolimento del sindacato e il conseguente abbattimento della capacità contrattuale delle classi lavoratrici: qui si mira all’eliminazione totale del sindacato.
Di Vico spiega perché è oggi possibile realizzare un obiettivo tanto ambizioso: “a condurre il sindacato verso l’irrilevanza è un’erosione combinata nella capacità di leggere il mutamento, nell’autorevolezza e nella rappresentatività”. Altrove sottolinea che gli iscritti sotto i quarant’anni sono oggi solo il 27%. Ecco perché, aggiunge, “se una volta il governo delle relazioni industriali era appannaggio della coppia imprese-sindacati, ora gli industriali cominciano a pensare che sia possibile (o doveroso) far da soli”. Così nasce l’iniziativa di un “welfare aziendale” (traduzione: di una serie di concessioni paternalistiche che dimostrino l’inutilità del welfare sociale e l’opportunità di sgravare la spesa pubblica del suo peso); così l’azienda di domani (“una comunità che deve obbedire al mercato”) si prepara a “costruire una società più giusta con meno sindacato”. Nel ragionamento entra poi, seppure non come argomento centrale, il ruolo svolto dal governo Renzi nell’accelerare il processo, nella misura in cui ha incoraggiato la Confindustria di Squinzi a “lasciarsi alle spalle le remore del quieto vivere e a sfidare il veto della Cgil”. Dulcis in fundo, riecco un tema carissimo a Di Vico: il ruolo di quelle giovani partite Iva che “pensano che la migliore tutela professionale della loro azione sia il successo dell’impresa che conducono”.
Mi pare già di sentire le reazioni di chi criticherà questo discorso come un tentativo di far regredire le relazioni industriali all’800. Sarebbe la conferma di quell’incapacità di leggere il mutamento su cui Di Vico fonda la sua fiducia nell’avvicinarsi della definitiva sconfitta di ogni forma di organizzazione autonoma degli interessi dei lavoratori. L’analogia con il vecchio paternalismo, infatti, è solo apparente; il filo rosso che unisce le strategie dei Renzi, degli Squinzi (e dei Di Vico) è piuttosto quella analizzata da autori come Dardot e Laval, i quali ci hanno spiegato come il liberismo di oggi sia quanto di più lontano dal laissez faire smithiano. L’esaltazione del lavoro cosiddetto “autonomo” (leggi lavoro esternalizzato a elevata precarietà e a bassa tutela), la privatizzazione del welfare, la costruzione di un “uomo nuovo” convinto di essere imprenditore di se stesso (individualizzato e quindi disinteressato a forme di tutela collettiva dei propri interessi), l’esaltazione della concorrenza fra individui, imprese, nazioni (e quindi della produttività) quale valore assoluto, il nuovo ruolo dello stato, deputato a garantire le condizioni ottimali del funzionamento del mercato, non rispecchiano nostalgie vallettiane, ma le strategie ipermoderne di un neocapitalismo alla Marchionne.
Ecco perché penso che Di Vico abbia ragione sulla inadeguatezza culturale, politica e organizzativa del sindacato a far fronte alla nuova realtà. Penso anche, tuttavia, che quella di liquidare ogni forma di resistenza organizzata del lavoro al capitale sia, per fortuna, una beata illusione. Gli Stati Uniti, benché siano il paese occidentale dove il processo di annientamento del sindacato è stato portato avanti con più decisione e successo, vivono oggi una stagione di lotte che vede come protagoniste nuove organizzazioni nate dalla rabbia di giovani, migranti e altri soggetti esposti al rigore della crisi. E in Europa, mentre si riduce il potere sindacale, cresce quello di quei “populismi di sinistra” che configurano una sorta di sindacalismo sociale capace di organizzare i movimenti a partire dal territorio, oltre che dalla fabbrica, e di integrare e rappresentare una pluralità di interessi antagonisti.
Insomma: il conflitto sociale non è morto, sta solo cambiando forma e, con buona pace dei Di Vico, potrebbe diventare più radicale di quello classico.
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Di Vico spiega perché è oggi possibile realizzare un obiettivo tanto ambizioso: “a condurre il sindacato verso l’irrilevanza è un’erosione combinata nella capacità di leggere il mutamento, nell’autorevolezza e nella rappresentatività”. Altrove sottolinea che gli iscritti sotto i quarant’anni sono oggi solo il 27%. Ecco perché, aggiunge, “se una volta il governo delle relazioni industriali era appannaggio della coppia imprese-sindacati, ora gli industriali cominciano a pensare che sia possibile (o doveroso) far da soli”. Così nasce l’iniziativa di un “welfare aziendale” (traduzione: di una serie di concessioni paternalistiche che dimostrino l’inutilità del welfare sociale e l’opportunità di sgravare la spesa pubblica del suo peso); così l’azienda di domani (“una comunità che deve obbedire al mercato”) si prepara a “costruire una società più giusta con meno sindacato”. Nel ragionamento entra poi, seppure non come argomento centrale, il ruolo svolto dal governo Renzi nell’accelerare il processo, nella misura in cui ha incoraggiato la Confindustria di Squinzi a “lasciarsi alle spalle le remore del quieto vivere e a sfidare il veto della Cgil”. Dulcis in fundo, riecco un tema carissimo a Di Vico: il ruolo di quelle giovani partite Iva che “pensano che la migliore tutela professionale della loro azione sia il successo dell’impresa che conducono”.
Mi pare già di sentire le reazioni di chi criticherà questo discorso come un tentativo di far regredire le relazioni industriali all’800. Sarebbe la conferma di quell’incapacità di leggere il mutamento su cui Di Vico fonda la sua fiducia nell’avvicinarsi della definitiva sconfitta di ogni forma di organizzazione autonoma degli interessi dei lavoratori. L’analogia con il vecchio paternalismo, infatti, è solo apparente; il filo rosso che unisce le strategie dei Renzi, degli Squinzi (e dei Di Vico) è piuttosto quella analizzata da autori come Dardot e Laval, i quali ci hanno spiegato come il liberismo di oggi sia quanto di più lontano dal laissez faire smithiano. L’esaltazione del lavoro cosiddetto “autonomo” (leggi lavoro esternalizzato a elevata precarietà e a bassa tutela), la privatizzazione del welfare, la costruzione di un “uomo nuovo” convinto di essere imprenditore di se stesso (individualizzato e quindi disinteressato a forme di tutela collettiva dei propri interessi), l’esaltazione della concorrenza fra individui, imprese, nazioni (e quindi della produttività) quale valore assoluto, il nuovo ruolo dello stato, deputato a garantire le condizioni ottimali del funzionamento del mercato, non rispecchiano nostalgie vallettiane, ma le strategie ipermoderne di un neocapitalismo alla Marchionne.
Ecco perché penso che Di Vico abbia ragione sulla inadeguatezza culturale, politica e organizzativa del sindacato a far fronte alla nuova realtà. Penso anche, tuttavia, che quella di liquidare ogni forma di resistenza organizzata del lavoro al capitale sia, per fortuna, una beata illusione. Gli Stati Uniti, benché siano il paese occidentale dove il processo di annientamento del sindacato è stato portato avanti con più decisione e successo, vivono oggi una stagione di lotte che vede come protagoniste nuove organizzazioni nate dalla rabbia di giovani, migranti e altri soggetti esposti al rigore della crisi. E in Europa, mentre si riduce il potere sindacale, cresce quello di quei “populismi di sinistra” che configurano una sorta di sindacalismo sociale capace di organizzare i movimenti a partire dal territorio, oltre che dalla fabbrica, e di integrare e rappresentare una pluralità di interessi antagonisti.
Insomma: il conflitto sociale non è morto, sta solo cambiando forma e, con buona pace dei Di Vico, potrebbe diventare più radicale di quello classico.
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La morte di Ingrao: tra stucchevole iconografia e problemi irrisolti
Sta suscitando commozione, ricordi ed una marea di commenti – specie nel mare magnum dei social network – la morte di Pietro Ingrao.
E’ fuori dubbio che la vita politica di Ingrao ha corrisposto, seppur con accentuazioni specifiche, alla vicenda del “comunismo italiano” almeno dalla fase del “partito nuovo” di Togliatti fino agli esiti post Bolognina dove, il compagno Pietro, scelse di “restare nel gorgo” ossia nel PDS di Achille Occhetto.
Già su Contropiano il compagno Sergio Cararo, a poche ore dalla morte, ha tracciato alcune considerazioni circa il percorso ideale e politico di Ingrao, dove ha messo in evidenza alcuni elementi di incoerenza teorico/politica e di non consequenzialità politico/pratica che hanno rappresentato il tratto vero oggettivo delle caratteristiche di questa importante figura politica (link).
Incoerenze e non consequenzialità le quali – bisogna ammetterlo se non vogliamo produrre pura ed inutile agiografia come quella che registriamo in queste ore – hanno avuto un peso nei movimenti di lotta ed in alcune possibili processi di generale avanzamento politico che si potevano determinare nella società e nel paese specie a ridosso degli anni ’70.
Del resto e qui veniamo, almeno secondo noi, al nocciolo duro delle divergenze con Ingrao e con tutti quei compagni e compagini che, a vario titolo, si sono richiamate al pensiero ed alle intuizioni di Ingrao: tutti gli atti politici a cui il compagno Pietro ha legato il suo nome sono incardinabili ad una interpretazione della lotta per la trasformazione sociale la quale non ha mai posto il tema della “rottura qui ed ora” come obiettivo immanente del conflitto, rinviandolo ad un futuro indefinito ed evanescente.
Per Ingrao, come per molti suoi allievi, il comunismo – la lotta per il comunismo – è sempre stata non “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” (con tutto il complesso delle complicate transizioni vissute ad Est dopo l’Ottobre, nella Cina maoista o nei paesi che si liberavano in armi dal colonialismo) ma una sorta di “orizzonte e di allusione” a cui bisognava occhieggiare, o magari simboleggiare, nelle dinamiche del conflitto.
La stessa esperienza di Presidente della Camera ed i suoi studi sulla “riforma dello Stato” – la quale, si badi bene, rappresenta il punto più alto della funzione politica dell’operato di Pietro Ingrao negli anni della massima espansione elettorale del PCI – sono coerenti con una idea della – a suo dire – possibile “felice integrazione tra movimenti, masse e poteri”.
Una simbiosi da ricercare ossessivamente la quale, nel suo palesarsi, avrebbe generato una sintesi avanzata tra istanze sociali che si agitavano nella società e processi di rinnovamento istituzionali da compiersi in un paese a capitalismo maturo come l’Italia.
Una vera e propria nefasta utopia la quale, oltre a produrre distorsioni analitiche e, di conseguenza, sbandamenti politici/programmatici non ha tenuto conto che – al di là della vivacità delle istanze di lotta che si esprimevano in quegli anni – la forma stato e l’intera impalcatura della società, dentro i processi di crisi strutturale che segnano il modo di produzione capitalistico, andavano e vanno ancora oggi, a passo di carica, verso una feroce verticalizzazione autoritaria che svuota e depotenzia ogni impossibile “processo di riforma dello stato in senso progressista”.
Certo Pietro Ingrao contribuì all’approfondimento di alcuni strumenti analitici con sollecitazioni, studi e ricerche sul “pensiero di genere”, sul rapporto con l’emergere della nuova questione ambientale e sui processi di trasformazione economica che iniziavano ad investire la “vecchia” composizione di classe fordista.
Ma anche questi spunti di riflessione venivano concepiti, presentati e messi in pratica come atti di “pura discontinuità” e non come necessario contributo innovativo alla critica comunista al complesso della società capitalistica ed alle sue variegate forme della sovrastruttura specie nella fase della “maturità imperialistica”.
Non è ridondante ricordare che su questo versante il buon Vladimiro Lenin – nel suo Che Fare? - sia sul piano dei contenuti ma, soprattutto, su quello del metodo da adottare, traccia alcuni discrimini ed indicazioni di lavoro che sono attuali anche in relazione alla naturale ed indispensabile evoluzione temporale della moderna critica marxista.
Insomma, volendo essere franchi, ci sembra che la figura di Ingrao sia da collocarsi, di fatto, in quel cosiddetto “album di famiglia del comunismo italico” il quale ha vissuto un, insano, tormento tra la spinta alla radicale trasformazione e l’integrazione – seppur con tratti “sociali” – nelle compatibilità statuali e sistemiche.
E’ evidente che le “terribili sfide del nuovo secolo” (per usare una frase di Pietro Ingrao) avranno bisogno, sempre più, non di “padri nobili” da affidare, dopo la morte, alla infinita serie delle icone inoffensive, ma del diffuso protagonismo di donne ed uomini affasciati ad una prospettiva di rottura e di superamento concreto di questi odiosi ed insopportabili rapporti sociali vigenti.
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E’ fuori dubbio che la vita politica di Ingrao ha corrisposto, seppur con accentuazioni specifiche, alla vicenda del “comunismo italiano” almeno dalla fase del “partito nuovo” di Togliatti fino agli esiti post Bolognina dove, il compagno Pietro, scelse di “restare nel gorgo” ossia nel PDS di Achille Occhetto.
Già su Contropiano il compagno Sergio Cararo, a poche ore dalla morte, ha tracciato alcune considerazioni circa il percorso ideale e politico di Ingrao, dove ha messo in evidenza alcuni elementi di incoerenza teorico/politica e di non consequenzialità politico/pratica che hanno rappresentato il tratto vero oggettivo delle caratteristiche di questa importante figura politica (link).
Incoerenze e non consequenzialità le quali – bisogna ammetterlo se non vogliamo produrre pura ed inutile agiografia come quella che registriamo in queste ore – hanno avuto un peso nei movimenti di lotta ed in alcune possibili processi di generale avanzamento politico che si potevano determinare nella società e nel paese specie a ridosso degli anni ’70.
Del resto e qui veniamo, almeno secondo noi, al nocciolo duro delle divergenze con Ingrao e con tutti quei compagni e compagini che, a vario titolo, si sono richiamate al pensiero ed alle intuizioni di Ingrao: tutti gli atti politici a cui il compagno Pietro ha legato il suo nome sono incardinabili ad una interpretazione della lotta per la trasformazione sociale la quale non ha mai posto il tema della “rottura qui ed ora” come obiettivo immanente del conflitto, rinviandolo ad un futuro indefinito ed evanescente.
Per Ingrao, come per molti suoi allievi, il comunismo – la lotta per il comunismo – è sempre stata non “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” (con tutto il complesso delle complicate transizioni vissute ad Est dopo l’Ottobre, nella Cina maoista o nei paesi che si liberavano in armi dal colonialismo) ma una sorta di “orizzonte e di allusione” a cui bisognava occhieggiare, o magari simboleggiare, nelle dinamiche del conflitto.
La stessa esperienza di Presidente della Camera ed i suoi studi sulla “riforma dello Stato” – la quale, si badi bene, rappresenta il punto più alto della funzione politica dell’operato di Pietro Ingrao negli anni della massima espansione elettorale del PCI – sono coerenti con una idea della – a suo dire – possibile “felice integrazione tra movimenti, masse e poteri”.
Una simbiosi da ricercare ossessivamente la quale, nel suo palesarsi, avrebbe generato una sintesi avanzata tra istanze sociali che si agitavano nella società e processi di rinnovamento istituzionali da compiersi in un paese a capitalismo maturo come l’Italia.
Una vera e propria nefasta utopia la quale, oltre a produrre distorsioni analitiche e, di conseguenza, sbandamenti politici/programmatici non ha tenuto conto che – al di là della vivacità delle istanze di lotta che si esprimevano in quegli anni – la forma stato e l’intera impalcatura della società, dentro i processi di crisi strutturale che segnano il modo di produzione capitalistico, andavano e vanno ancora oggi, a passo di carica, verso una feroce verticalizzazione autoritaria che svuota e depotenzia ogni impossibile “processo di riforma dello stato in senso progressista”.
Certo Pietro Ingrao contribuì all’approfondimento di alcuni strumenti analitici con sollecitazioni, studi e ricerche sul “pensiero di genere”, sul rapporto con l’emergere della nuova questione ambientale e sui processi di trasformazione economica che iniziavano ad investire la “vecchia” composizione di classe fordista.
Ma anche questi spunti di riflessione venivano concepiti, presentati e messi in pratica come atti di “pura discontinuità” e non come necessario contributo innovativo alla critica comunista al complesso della società capitalistica ed alle sue variegate forme della sovrastruttura specie nella fase della “maturità imperialistica”.
Non è ridondante ricordare che su questo versante il buon Vladimiro Lenin – nel suo Che Fare? - sia sul piano dei contenuti ma, soprattutto, su quello del metodo da adottare, traccia alcuni discrimini ed indicazioni di lavoro che sono attuali anche in relazione alla naturale ed indispensabile evoluzione temporale della moderna critica marxista.
Insomma, volendo essere franchi, ci sembra che la figura di Ingrao sia da collocarsi, di fatto, in quel cosiddetto “album di famiglia del comunismo italico” il quale ha vissuto un, insano, tormento tra la spinta alla radicale trasformazione e l’integrazione – seppur con tratti “sociali” – nelle compatibilità statuali e sistemiche.
E’ evidente che le “terribili sfide del nuovo secolo” (per usare una frase di Pietro Ingrao) avranno bisogno, sempre più, non di “padri nobili” da affidare, dopo la morte, alla infinita serie delle icone inoffensive, ma del diffuso protagonismo di donne ed uomini affasciati ad una prospettiva di rottura e di superamento concreto di questi odiosi ed insopportabili rapporti sociali vigenti.
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La foto del bambino siriano affogato era un falso? Forse, ma non ha nessuna importanza
La foto del piccolo Aylan privo di vita, come è noto, ha provocato una ondata di indignazione che ha contribuito alla scelta della Merkel di aprire le porte ai profughi.
Ora, c’è chi dice che si tratti di un falso inventato dal padre, ma, per la verità, non sembra discutibile che quel bambino sia morto (ci sono anche le foto del funerale svoltosi alcuni giorni dopo), quanto che alcune dichiarazioni del padre sulle circostanze in cui sarebbe avvenuta la morte dei suoi congiunti (è morta anche la madre del bambino) non corrispondano al vero o siano molto imprecise.
Insomma, non di falso si tratta, ma dell’immagine di un fatto dai contorni molto sfuocati in cui la cosa più sicura è che quel bambino sia effettivamente perito durante la fuga dal suo paese.
Poi che il bambino fosse rimasto staccato dalla famiglia per poco o per molto, che sia davvero scivolato dalle mani del padre durante il naufragio, che ci siano stati altri bambini periti nel disastro o meno, sono tutti particolari abbastanza secondari. Ma arrivo a dire che avrebbe potuto essere un falso integrale e magari riferirsi ad altro episodio accaduto in altra epoca in altra parte del mondo, o forse che si tratti solo di un montaggio fotografico: avrebbe senso stare ad indagare su questo? E se pure si appurasse il falso, cosa ci cambierebbe nella visione di quel che sta accadendo? Per caso non ci sono bambini che muoiono in circostanze del tutto analoghe in questo esodo? Quella foto non ha un valore documentario in sé, lo avrebbe, ad esempio, se dovessimo stabilire, in un processo penale, che il morto è quel preciso bambino per poter stabilire di chi è la responsabilità personale della sua morte. Ma non è questo il caso e quella foto non ha valore documentario quanto simbolico. E cito un precedente storico preciso: quella del miliziano spagnolo morente ritratto da Robert Capa. All’inizio nessuno la mise in dubbio, poi invece si sostenne che Capa si era messo d’accordo con un miliziano repubblicano che faceva solo finta di cadere colpito. Poi ci fu una cotroinchiesta e si ritenne che il miliziano fosse realmente caduto, avendo ritrovato la sua tomba dove c’era una data di morte coincidente con quella dichiarata da Capa. Ma alcuni contestarono quel riconoscimento e dissero che era un altro miliziano o quel miliziano era lo stesso ma la foto era precedente di qualche tempo alla data di morte effettiva, alcuni testimoniarono invece di aver assistito alla scena e di poterne garantire la veridicità. E la cosa forse avrà ancora altre puntate, ma a che serve? Quella foto divenne il simbolo della guerra civile spagnola e tale resterebbe comunque, anche perché, che il miliziano sia quello o un altro, o che esso sia effettivamente morto quello o un altro giorno, non cambia assolutamente nulla sul piano della conoscenza storica, perché ritrae una cosa banalissima (purtroppo) in una guerra: che ci sono caduti in combattimento. La funzione è quella di rendere “visibile” un fenomeno che per i più è solo un dato astratto. E così la foto di quel bambino rende evidenti gli orrori di quella guerra di cui saremmo perfettamente consapevoli anche senza.
Hanno ragione quelli che dicono che quella foto non ha parlato al cervello ma al cuore (o se preferite, alla pancia) della gente “svegliandola”. Benissimo: era ora che qualcuno lo facesse, perché occorre fare qualcosa per contrastare questa tragedia. Un noto giovane filosofo un po’ controcorrente ha contestato la cosa dicendo che questa reazione è il prodotto della cattiva coscienza di chi si indigna per il fatto ma non si chiede quale sia la causa dell’esodo (le brutalità dell’Isis) ed ha recuperato una citazione di Nietzsche che dice che nessuno mente come l’uomo indignato. Certo l’ipocrisia si veste spesso di indignazione, ma questo non significa che non ci si debba mai indignare per qualsiasi cosa. Ed io aggiungerei un rigo a quella affermazione del celebre filosofo tedesco: non c’è nessun uomo più miserabile di quello che non è capace di indignazione morale. E questo io lo penso anche sulla base di alcuni commenti che ho letto qui.
Per quanto riguarda le cause della tragedia in atto, mi pare di aver scritto chiaramente che occorre spegnere l’incendio, se occorre anche con la forza, magari facendo osservazioni politiche sulle modalità di un eventuale intervento di terra.
Tornando al caso di cui ci occupiamo, ammettiamo pure che la foto sia un falso dietro cui ci sia la mano di un servizio segreto che sta lavorando sul caso per ottenere suoi obiettivi politici (ad esempio i turchi che vogliono svuotare il serbatoio di disperati al loro confine o che vogliono spingere gli europei ad intervenire militarmente o altro ancora), forse per questo cesserebbe l’obbligo morale (e la convenienza politica, aggiungo io) di accogliere i profughi? E’ certo che in una situazione di caos del genere ci sono molti terzi interessati che ci bagnano il pane: c’è qualcuno così ingenuo da non averlo pensato dall’inizio? E’ ovvio che sia così. E allora? Quello che resta giusto fare resta giusto in ogni caso. Naturalmente non basta solo il buon cuore ed occorre studiare il modo di poter fare concretamente tendendo conto dei non pochi problemi economici, sociali, di integrazione ecc. che questo pone. Il guaio è che in questa storia ci sono due partiti dominanti: quello dei buonisti cretini e quello dei cretini amorali. I secondi sono più spregevoli, d’accordo, ma i primi sono i loro naturali alleati.
Insomma senso della fraternità umana e cervello non sono affatto cose inconciliabili, anzi l’unico modo di affrontare razionalmente le cose e guardare lontano e prevenire ulteriori disastri peggiori di questo.
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Ora, c’è chi dice che si tratti di un falso inventato dal padre, ma, per la verità, non sembra discutibile che quel bambino sia morto (ci sono anche le foto del funerale svoltosi alcuni giorni dopo), quanto che alcune dichiarazioni del padre sulle circostanze in cui sarebbe avvenuta la morte dei suoi congiunti (è morta anche la madre del bambino) non corrispondano al vero o siano molto imprecise.
Insomma, non di falso si tratta, ma dell’immagine di un fatto dai contorni molto sfuocati in cui la cosa più sicura è che quel bambino sia effettivamente perito durante la fuga dal suo paese.
Poi che il bambino fosse rimasto staccato dalla famiglia per poco o per molto, che sia davvero scivolato dalle mani del padre durante il naufragio, che ci siano stati altri bambini periti nel disastro o meno, sono tutti particolari abbastanza secondari. Ma arrivo a dire che avrebbe potuto essere un falso integrale e magari riferirsi ad altro episodio accaduto in altra epoca in altra parte del mondo, o forse che si tratti solo di un montaggio fotografico: avrebbe senso stare ad indagare su questo? E se pure si appurasse il falso, cosa ci cambierebbe nella visione di quel che sta accadendo? Per caso non ci sono bambini che muoiono in circostanze del tutto analoghe in questo esodo? Quella foto non ha un valore documentario in sé, lo avrebbe, ad esempio, se dovessimo stabilire, in un processo penale, che il morto è quel preciso bambino per poter stabilire di chi è la responsabilità personale della sua morte. Ma non è questo il caso e quella foto non ha valore documentario quanto simbolico. E cito un precedente storico preciso: quella del miliziano spagnolo morente ritratto da Robert Capa. All’inizio nessuno la mise in dubbio, poi invece si sostenne che Capa si era messo d’accordo con un miliziano repubblicano che faceva solo finta di cadere colpito. Poi ci fu una cotroinchiesta e si ritenne che il miliziano fosse realmente caduto, avendo ritrovato la sua tomba dove c’era una data di morte coincidente con quella dichiarata da Capa. Ma alcuni contestarono quel riconoscimento e dissero che era un altro miliziano o quel miliziano era lo stesso ma la foto era precedente di qualche tempo alla data di morte effettiva, alcuni testimoniarono invece di aver assistito alla scena e di poterne garantire la veridicità. E la cosa forse avrà ancora altre puntate, ma a che serve? Quella foto divenne il simbolo della guerra civile spagnola e tale resterebbe comunque, anche perché, che il miliziano sia quello o un altro, o che esso sia effettivamente morto quello o un altro giorno, non cambia assolutamente nulla sul piano della conoscenza storica, perché ritrae una cosa banalissima (purtroppo) in una guerra: che ci sono caduti in combattimento. La funzione è quella di rendere “visibile” un fenomeno che per i più è solo un dato astratto. E così la foto di quel bambino rende evidenti gli orrori di quella guerra di cui saremmo perfettamente consapevoli anche senza.
Hanno ragione quelli che dicono che quella foto non ha parlato al cervello ma al cuore (o se preferite, alla pancia) della gente “svegliandola”. Benissimo: era ora che qualcuno lo facesse, perché occorre fare qualcosa per contrastare questa tragedia. Un noto giovane filosofo un po’ controcorrente ha contestato la cosa dicendo che questa reazione è il prodotto della cattiva coscienza di chi si indigna per il fatto ma non si chiede quale sia la causa dell’esodo (le brutalità dell’Isis) ed ha recuperato una citazione di Nietzsche che dice che nessuno mente come l’uomo indignato. Certo l’ipocrisia si veste spesso di indignazione, ma questo non significa che non ci si debba mai indignare per qualsiasi cosa. Ed io aggiungerei un rigo a quella affermazione del celebre filosofo tedesco: non c’è nessun uomo più miserabile di quello che non è capace di indignazione morale. E questo io lo penso anche sulla base di alcuni commenti che ho letto qui.
Per quanto riguarda le cause della tragedia in atto, mi pare di aver scritto chiaramente che occorre spegnere l’incendio, se occorre anche con la forza, magari facendo osservazioni politiche sulle modalità di un eventuale intervento di terra.
Tornando al caso di cui ci occupiamo, ammettiamo pure che la foto sia un falso dietro cui ci sia la mano di un servizio segreto che sta lavorando sul caso per ottenere suoi obiettivi politici (ad esempio i turchi che vogliono svuotare il serbatoio di disperati al loro confine o che vogliono spingere gli europei ad intervenire militarmente o altro ancora), forse per questo cesserebbe l’obbligo morale (e la convenienza politica, aggiungo io) di accogliere i profughi? E’ certo che in una situazione di caos del genere ci sono molti terzi interessati che ci bagnano il pane: c’è qualcuno così ingenuo da non averlo pensato dall’inizio? E’ ovvio che sia così. E allora? Quello che resta giusto fare resta giusto in ogni caso. Naturalmente non basta solo il buon cuore ed occorre studiare il modo di poter fare concretamente tendendo conto dei non pochi problemi economici, sociali, di integrazione ecc. che questo pone. Il guaio è che in questa storia ci sono due partiti dominanti: quello dei buonisti cretini e quello dei cretini amorali. I secondi sono più spregevoli, d’accordo, ma i primi sono i loro naturali alleati.
Insomma senso della fraternità umana e cervello non sono affatto cose inconciliabili, anzi l’unico modo di affrontare razionalmente le cose e guardare lontano e prevenire ulteriori disastri peggiori di questo.
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