Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2016
Giochi senza frontiere: che fine ha fatto il Jobs Act?
Oggi proponiamo un gioco: prendete un qualsiasi motore di ricerca web, provate a cercare informazioni sulla condizione del mercato del lavoro post Jobs Act e cercate di capire come stanno le cose. Buona fortuna. Apparirà scritto in sequenza: aumentano gli occupati – aumentano i licenziamenti – si riduce il tasso di disoccupazione – si riducono le assunzioni – aumentano le ore lavorate – il Jobs Act fa flop – il Jobs Act funziona – la BCE approva il Jobs Act – l’OCSE boccia il Jobs Act – l’Istat dice bene – il Ministero del lavoro dice male – l’Inps dice un po’ bene e un po’ male – fino all’infinito. Tutte informazioni relative solo all’ultimo mese e mezzo, di cui quelle di carattere ottimista puntualmente a firma di alcuni giornali mainstream e filogovernativi (Corriere, Repubblica, Sole24Ore), quelle pessimiste da tutti gli altri. Effetto referendum costituzionale, probabilmente. Perché altrimenti non si spiegherebbe la rimozione di alcune considerazioni inevitabilmente legate agli indicatori ritenuti positivi, come quelli dell’Istat. Ad esempio:
DETTO: Aumento degli occupati (+189.000 tra il secondo e il primo trimestre 2016) – NON DETTO: oltre alla componente stagionale del secondo trimestre (un aumento dell’occupazione fisiologico legato a lavori tipicamente estivi), tra gli occupati rientrano tutti i lavoratori pagati tramite voucher, considerati occupati anche se hanno lavorato un’ora sola nella settimana precedente alla rilevazione Istat. Voucher che rappresentano una delle nuove frontiere della precarietà e dell’occultamento di lavoro nero, tramite il pagamento di un solo voucher per x ore di lavoro. E che, nonostante il governo continui a declinarne le responsabilità, hanno avuto nell’ultimo anno un boom– nel 2011 i voucher venduti sono stati 15 milioni, nel 2015 hanno raggiunto i 115 milioni – spiegabile dalla pressoché nulla volontà di assunzione stabile da parte delle imprese.
DETTO: Aumento delle ore lavorate (+0.5% rispetto al trimestre precedente, +2.1% rispetto al 2015) – NON DETTO: come noto, produzione e occupazione sono collegate. Quindi, se la produzione non cresce – come emerge anche dalla stima del PIL rivista al ribasso – più che ad un aumento dell’occupazione si sta assistendo a un deterioramento della qualità dell’occupazione, ossia che, per tagliare con l’accetta, si lavora più ore a parità di salario. E d’altronde, se si continua a tagliare la spesa pubblica e se si continua a pensare che l’economia si possa risollevare regalando soldi alla classe imprenditrice italiana che fa cassa invece di investire, non si sa in che modo potrebbe aumentare la produzione e, con essa, l’occupazione.
DETTO: Riduzione della disoccupazione (-0.1% rispetto al primo trimestre 2016, -0.6% rispetto all’anno precedente) - NON DETTO: sono usciti dallo status di disoccupazione tutti i giovani che hanno attivato percorsi come Garanzia Giovani ed altri strumenti simili di cosiddetta politica attiva, che si sono tradotti in lavoro a titolo gratuito o quasi. Dato che fa scopa con la riduzione del numero di “Neet”, i giovani che non studiano e non lavorano, e che adesso “lavorano” gratis.
DETTO: La BCE promuove il Jobs Act – NON DETTO: e grazie al cazzo. Ce lo chiedeva l’Europa e il PD ha solo fatto i compiti.
Di contro, i più pessimisti (realisti?) dati del Ministero del Lavoro, ripresi dalle opposizioni, fotografano una realtà diversa sottolineando il crollo delle assunzioni – in particolare dei contratti a tempo “indeterminato” – e l’aumento dei licenziamenti (+7.4% nell’ultimo anno), chiaro sintomo che gli imprenditori stanno imparando velocemente a sfruttare i regali economici che vengono dal governo e la comodità della flessibilità in uscita. Guardando ai dati, quello che emerge è questo:
Quello che emerge, in sostanza, è che in termini di indicatori occupazionali questo benedetto Jobs Act non è servito a nulla. Non ha fatto bene e non ha fatto male, non ha fatto semplicemente nulla, a parte l’ondata di assunzioni “drogate” del 2015. E di certo non ha avuto il ruolo di traino dell’occupazione e dell’economia atteso dal governo e adesso rivendicato senza fondamento. Il che, dal punto di vista di un governo riformista, potrebbe pure rientrare nel cassetto stracolmo dei tentativi falliti se solo non fosse costato tra una cosa e l’altra qualche decina di miliardi di euro, cioè UNO SPROPOSITO. E se non fosse, dal nostro punto di vista, che ha precarizzato definitivamente il mercato del lavoro a esclusivo vantaggio della classe imprenditoriale. Insomma, viene smentito per l’ennesima volta l’assunto per cui “meno tasse sul lavoro” e “meno garanzie contrattuali” portano direttamente all’aumento di posti di lavoro: baggianate. Non è vero, non funziona, non c’è alcuna relazione, la realtà smentisce come sempre le teorie austro-rettiliane tanto di moda nei migliori dipartimenti di economia del west.
Comunque, per dei risultati più chiari dovremo aspettare l’anno prossimo, o meglio anche tra tre anni, quando si vedrà che fine faranno gli occupati con il contratto a tutele crescenti. Magari allora, lontani dal referendum che pare aver reso Renzi il re Mida della situazione e magari con il PD in una fossa, capire qualcosa sul mercato del lavoro non sarà più uno sport olimpico...
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DETTO: Aumento degli occupati (+189.000 tra il secondo e il primo trimestre 2016) – NON DETTO: oltre alla componente stagionale del secondo trimestre (un aumento dell’occupazione fisiologico legato a lavori tipicamente estivi), tra gli occupati rientrano tutti i lavoratori pagati tramite voucher, considerati occupati anche se hanno lavorato un’ora sola nella settimana precedente alla rilevazione Istat. Voucher che rappresentano una delle nuove frontiere della precarietà e dell’occultamento di lavoro nero, tramite il pagamento di un solo voucher per x ore di lavoro. E che, nonostante il governo continui a declinarne le responsabilità, hanno avuto nell’ultimo anno un boom– nel 2011 i voucher venduti sono stati 15 milioni, nel 2015 hanno raggiunto i 115 milioni – spiegabile dalla pressoché nulla volontà di assunzione stabile da parte delle imprese.
DETTO: Aumento delle ore lavorate (+0.5% rispetto al trimestre precedente, +2.1% rispetto al 2015) – NON DETTO: come noto, produzione e occupazione sono collegate. Quindi, se la produzione non cresce – come emerge anche dalla stima del PIL rivista al ribasso – più che ad un aumento dell’occupazione si sta assistendo a un deterioramento della qualità dell’occupazione, ossia che, per tagliare con l’accetta, si lavora più ore a parità di salario. E d’altronde, se si continua a tagliare la spesa pubblica e se si continua a pensare che l’economia si possa risollevare regalando soldi alla classe imprenditrice italiana che fa cassa invece di investire, non si sa in che modo potrebbe aumentare la produzione e, con essa, l’occupazione.
DETTO: Riduzione della disoccupazione (-0.1% rispetto al primo trimestre 2016, -0.6% rispetto all’anno precedente) - NON DETTO: sono usciti dallo status di disoccupazione tutti i giovani che hanno attivato percorsi come Garanzia Giovani ed altri strumenti simili di cosiddetta politica attiva, che si sono tradotti in lavoro a titolo gratuito o quasi. Dato che fa scopa con la riduzione del numero di “Neet”, i giovani che non studiano e non lavorano, e che adesso “lavorano” gratis.
DETTO: La BCE promuove il Jobs Act – NON DETTO: e grazie al cazzo. Ce lo chiedeva l’Europa e il PD ha solo fatto i compiti.
Di contro, i più pessimisti (realisti?) dati del Ministero del Lavoro, ripresi dalle opposizioni, fotografano una realtà diversa sottolineando il crollo delle assunzioni – in particolare dei contratti a tempo “indeterminato” – e l’aumento dei licenziamenti (+7.4% nell’ultimo anno), chiaro sintomo che gli imprenditori stanno imparando velocemente a sfruttare i regali economici che vengono dal governo e la comodità della flessibilità in uscita. Guardando ai dati, quello che emerge è questo:
1) La dinamica occupazionale è tornata ai livelli del biennio 2013-14, né più né meno. Sia il livello di assunzioni sia il saldo tra assunzioni e cessazioni dei rapporti lavorativi sono tornati al livello del 2014: non solo il Jobs Act non ha avuto nessun effetto trainante sull’occupazione, ma quindi anche l’economia, come evidente anche dalle stime sul PIL, è ferma ai livelli di due anni fa, con buona pace di tutte le menate sulla ripresa economica che Renzi ci ripropone a giorni alterni;
2) Nei primi due trimestri del 2016 le assunzioni con contratto a tempo indeterminato hanno visto una riduzione di circa il 30% rispetto all’anno precedente, che è andata a compensare quasi al millimetro l’aumento delle assunzioni avvenuto nel 2015 a causa della decontribuzione: come volevasi dimostrare, finiti gli incentivi, finite le assunzioni. E non solo, perché in realtà esiste ancora un certo grado di incentivazione per le imprese che assumono, ma che non sembra essere abbastanza per funzionare da stimolo per l’occupazione, guardando ai risultati. Questi incentivi sono attualmente quindi solo tagli al costo del lavoro per imprese che molto probabilmente avrebbero assunto comunque;
3) Nel frattempo, dato forse ancora più significativo, la dinamica dei contratti a tempo determinato è rimasta invariata tra il 2013 e il 2016, mostrando perfino un aumento delle assunzioni con questa tipologia di contratto nei primi due trimestri del 2016. In altre parole, non c’è stato alcun tipo di disincentivazione dei contratti a termine e nessuna stabilizzazione o trasformazione consistente di questi contratti in quelli a tutele crescenti. Gli imprenditori preferiscono rapporti di lavoro a scadenza, continuando a non assumersi rischi e oneri di assunzioni più a lungo termine. E in maniera evidente. Infatti, i contratti a tempo determinato continuano ad essere la tipologia contrattuale maggiormente utilizzata dalle imprese, rappresentando circa il 70%(!) tra le tipologie contrattuali, mentre il contratto a tempo indeterminato rappresenta solo il 15-20%;A questi dati si aggiunge poi un quadro “qualitativo” dell’occupazione in continuo peggioramento. Come rilevato dal rapporto annuale dell’Inps di luglio, nel 2015 il 70% dei dipendenti ha lavorato a part time, con contratti a termine, ha sperimentato discontinuità nel rapporto di lavoro o ha beneficiato di tutele integrative (CIG o mobilità); le retribuzioni medie giornaliere evidenziano differenze rilevanti con riguardo alle caratteristiche anagrafiche: donne/uomini, italiani/stranieri, giovani/adulti, nord/sud; infine, come anticipato, il numero dei voucher sembra continuare a crescere in maniera esponenziale.
Quello che emerge, in sostanza, è che in termini di indicatori occupazionali questo benedetto Jobs Act non è servito a nulla. Non ha fatto bene e non ha fatto male, non ha fatto semplicemente nulla, a parte l’ondata di assunzioni “drogate” del 2015. E di certo non ha avuto il ruolo di traino dell’occupazione e dell’economia atteso dal governo e adesso rivendicato senza fondamento. Il che, dal punto di vista di un governo riformista, potrebbe pure rientrare nel cassetto stracolmo dei tentativi falliti se solo non fosse costato tra una cosa e l’altra qualche decina di miliardi di euro, cioè UNO SPROPOSITO. E se non fosse, dal nostro punto di vista, che ha precarizzato definitivamente il mercato del lavoro a esclusivo vantaggio della classe imprenditoriale. Insomma, viene smentito per l’ennesima volta l’assunto per cui “meno tasse sul lavoro” e “meno garanzie contrattuali” portano direttamente all’aumento di posti di lavoro: baggianate. Non è vero, non funziona, non c’è alcuna relazione, la realtà smentisce come sempre le teorie austro-rettiliane tanto di moda nei migliori dipartimenti di economia del west.
Comunque, per dei risultati più chiari dovremo aspettare l’anno prossimo, o meglio anche tra tre anni, quando si vedrà che fine faranno gli occupati con il contratto a tutele crescenti. Magari allora, lontani dal referendum che pare aver reso Renzi il re Mida della situazione e magari con il PD in una fossa, capire qualcosa sul mercato del lavoro non sarà più uno sport olimpico...
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Egitto, la denuncia sulla prigione-tomba di regime
Incubo e morte - Come in un racconto di Edgar Allan Poe, il titolo dice quasi tutto: “Siamo nelle tombe”. Ma non ci troviamo davanti a un trattato d’archeologia su Piramidi e faraoni. Le tombe in questione sono le celle di una delle peggiori prigioni d’Egitto, il cosiddetto Scorpione all’interno della struttura penitenziaria di Tora, a sud della capitale. Lì i famigerati mukhabarat della Qata` al-Amn al-Watani che rispondono al ministro dell’Interno Abdel Ghaffar (una delle eminenze grigie dell’omicidio Regeni) e i Servizi di sicurezza militari seppelliscono attivisti, giornalisti, intellettuali, oppositori del regime. E pure concittadini e stranieri sgraditi. “E’ rivolta ai prigionieri politici. E’ stata progettata in modo che chi vi entra non possa che uscirne morto” precisava Ghaffar in persona in un’intervista televisiva del 2012, quando la nazione era in mano al Consiglio Supremo delle Forze Armate, di cui lui è un esponente di rango. Tutto è inserito in un dossier di ottanta pagine redatto da Human Rights Watch. Racconta i trattamenti inumani in spazi angusti senza letto né materasso, con privazioni di cibo e medicine, vari tipi di tortura e maltrattamenti basati su pestaggi e abusi anche sessuali, senza che alcun legale o familiare possa incontrare i sepolti vivi.”Corpi da gettare e dimenticare” - Seppelliti e abbandonati, appunto. Presentando il rapporto Joe Stork, direttore dell’Ong per il Medioriente e il Nordafrica, ha affermato: “La prigione Scorpion si colloca al termine del percorso repressivo di Stato, che lascia gli avversari politici senza voce né speranza. Il suo scopo sembra esser quello d’un luogo dove gettare chi critica il governo e dimenticarlo”. Gli operatori di HRW hanno raccolto le dichiarazioni dei familiari di venti detenuti, di due loro legali, di un ex prigioniero e visionato referti medici e foto di soggetti malati e deceduti. Quanti sono i reclusi in Egitto? Non ci sono dati certi. Alcune statistiche hanno contato 41.000 arresti dal golpe bianco contro Morsi all’elezione presidenziale di Sisi, nel maggio 2014. Altri 26.000 sono gli arresti effettuati dall’inizio del 2015. La storia dello Scorpione è legata al progetto repressivo attuato da Mubarak dopo l’assassinio di Sadat per stroncare l’azione antigovernativa del gruppo islamista al-Gama`a al-Islamiyya. Il settore speciale, già attivo nel 1973, venne ampliato. Oggi conta 320 celle e un migliaio di detenuti, fra cui il Gotha della Fratellanza Musulmana. Altri leader, fra cui Morsi, sono rinchiusi al Borg al-Arab vicino Alessandria.
Prossimi cadaveri - Dopo un graduale allentamento repressivo all’inizio del 2000, quando il raìs firmò anche il rilascio di alcuni prigionieri, c’è stato un ritorno in auge del supercarcere con le operazioni di extraordinary renditions. Una riguardò anche il nostro Paese: il sequestro dell’imam Abu Omar, effettuato a Milano nel 2003 da un manipolo di agenti della Cia, col supporto logistico fornito dal Sismi del generale Pollari. Un rilancio della struttura coincise con la stretta sulle crescenti agitazioni sociali avvenute fra il 2004 e 2008. Dal momento dell’incarico conferito da Sisi a Ghaffar quale ministro dell’Interno, la situazione nel già terribile carcere per oppositori è peggiorata. Il divieto alle visite dei familiari vuole celare le tragiche condizioni generali dei detenuti che di fronte a cibo scarso o immangiabile deperiscono, s’ammalano, muoiono. Decessi per queste cause si sono registrati in più occasioni. Mentre accadevano il ministero dell’Interno continuava a proibire l’ingresso ai parenti che avrebbero potuto introdurre cibo e medicine, fino a ordinarne il sequestro nelle rarissime revoche del divieto. Anche nelle circostanze in cui qualche giudice ha consentito ai familiari d’introdurre farmaci per i malati più gravi si sono verificate requisizioni preventive.
Vittime illustri e sconosciute – Per la mancanza di un’infermeria nella prigione i detenuti affetti da malattie croniche (diabete, epilessia, epatite C, insufficienza cardiaca) non sono assistiti e rischiano la vita. Casi conosciuti hanno coinvolto soggetti pubblici, com’era Essam Derbala, esponente d’un gruppo islamico affetto da diabete e deceduto mesi fa per l’impossibilità di cure, sebbene un procuratore nell’agosto 2015 gli avesse accordato la possibilità di assumere farmaci. Il fratello ha testimoniato che quest’ultimi venivano forzatamente trattenuti dalle guardie. Medesima situazione vissuta da un deputato del Partito della Giustizia, Farid Ismail, deceduto nel maggio 2015 per mancata assistenza sanitaria. Uno dei leader della Fratellanza, il noto al-Shater detenuto anch’egli nel braccio H dello Scorpione, ha raccontato l’episodio alla sorella che l’ha riferito a HRW. Si tratta di nomi noti che fanno notizia, quel che accade a semplici attivisti e cittadini comuni non giunge neppure a HRW. Nel febbraio scorso un gruppo di 57 detenuti ha lanciato un simbolico sciopero della fame per sensibilizzare le strutture mondiali dei diritti. Il governo tramite il responsabile per la detenzione, il generale Hassan al-Sohagi, ha dissuaso i già deboli protestatari a bastonate.
Richieste ad Al Sisi - Un altro detenuto noto, il giornalista di Al Jazeera al-Shamy passato anch’egli per quella prigione, aveva raccontato che durante il suo sciopero della fame veniva forzatamente sedato e indotto a ricevere nutrimento. Mentre varie umiliazioni con denudamenti forzati, calpestìo dei corpi distesi sul pavimento da parte dei soldati sono stati narrati sempre da Al-Shater. Col dossier Human Rights Watch lancia alle autorità egiziane un monito per mutare atteggiamento di fronte a simili crudeli condizioni. Lo rivolge al ministero dell’Interno affinché la stessa persecuzione politica non si trasformi in una condanna a morte per via dei trattamenti descritti. Si chiede al presidente Al Sisi di: abolire aggressioni e punizioni contro i reclusi, permettere l’assistenza sanitaria e familiare, invitare la Commissione africana dei diritti dell’uomo per visite e controlli periodici in quei luoghi. E ai magistrati locali si chiede di indagare su abusi e piani illegali di violenza rivolta ai carcerati, politici e non. Proprio come per Giulio Regeni.
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11 settembre: schiaffo ad Obama, siluro sui rapporti con l’Arabia Saudita
Il voto bipartisan del Congresso statunitense piomba come un siluro sui già tesissimi rapporti tra Washington e Riad. Nel giro di poche ore prima la Camera e poi il Senato, a larghissima maggioranza, hanno votato a favore della conferma della legge che consente agli scampati ad un atto terroristico e alle famiglie delle vittime di trascinare in tribunale esponenti di governi stranieri, imponendo loro un risarcimento oppure coinvolgendoli in un'azione penale.
Il dibattito sulla legge si è intensificato dopo che lo stesso governo statunitense ha declassificato a luglio 28 pagine di documentazione prodotta da una Commissione d'inchiesta parlamentare che dimostra i legami, analizzati dall'Fbi, tra i dirottatori dell'11 Settembre 2001 e alcuni importanti esponenti dell’establishment saudita.
Per la prima volta in otto anni la maggioranza dei parlamentari democratici e repubblicani hanno smentito e quindi annullato il veto apposto nei giorni scorsi da Barack Obama, che aveva inutilmente tentato di bloccare l’iter della spinosa legge. Una decisione che rappresenta un vero e proprio schiaffo nei confronti del presidente uscente: ben 97 i senatori che hanno sconfessato il veto, con solo un voto contrario, e anche alla Camera è finita 348 contro 77, ben oltre i due terzi necessari. Obama si è trovato contro anche Hillary Clinton, che si è detta pronta a firmare la legge se verrà eletta.
«È uno degli atti più imbarazzanti del Senato negli ultimi decenni», ha tuonato il portavoce della Casa Bianca Josh Ernest, denunciando il voto come un gesto di opportunismo senza riflettere sulle conseguenze. «I senatori dovranno rispondere alla loro coscienza per ciò che hanno fatto».
La legge, ribattezzata Jasta – Justice Against Sponsors of Terrorism Act – stabilisce una importante eccezione, nel caso in cui cittadini statunitensi vengano colpiti da atti di terrorismo sul suolo americano, al principio dell’immunità sovrana, che impedisce di processare i dirigenti di un paese terzo nei tribunali nazionali.
E questo nonostante non solo il presidente, ma anche alcuni influenti responsabili politici e militari abbiano avvertito i deputati e i senatori delle enormi conseguenze che l’entrata in vigore della legge potrebbe avere, esponendo ad esempio le truppe o l’intelligence statunitense impegnate all’estero ad eventuali rappresaglie legali. L'ex ambasciatore all'Onu John Bolton e l'ex Ministro della Giustizia Michael Mukasey, entrambi repubblicani in carica durante la presidenza di George W. Bush, hanno lanciato l’allarme sull'eventualità per cui i soldati statunitensi possano finire sotto processo in paesi che adottino rappresaglie a causa della legge appena varata: «Un errato bombardamento con i droni che uccida dei civili in Afghanistan può facilmente far scattare denunce che chiedano di portare personale statunitense davanti a tribunali stranieri».
Obama, in un'ultima vana lettera indirizzata ieri ai congressisti, aveva scritto: «La legge né protegge gli americani da attacchi terroristici, né migliora l'efficacia della nostra risposta a simili attacchi. Le conseguenze potrebbero essere devastanti per il Dipartimento della Difesa e per il suo personale, e non c'è dubbio che le conseguenze potrebbero essere altrettanto significative per i nostri diplomatici e funzionari dell'intelligence».
Ma soprattutto il dispositivo legislativo appena entrato in vigore rischia di dinamitare i già difficili rapporti con la petromonarchia dalla quale provenivano ben 15 dei 19 attentatori dell’11 settembre. Riad, che è animata da esplicite aspirazioni a svincolarsi dalla tutela statunitense e ad esercitare il ruolo di potenza regionale egemone in Medio Oriente e non solo, è entrata più volte in conflitto con Washington negli ultimi anni, nonostante il tentativo da parte degli Stati Uniti di blandire la petromonarchia attraverso massicce forniture di armi e l’aumento della collaborazione su vari fronti.
Nei mesi scorsi la casa reale saudita aveva minacciato, in caso di approvazione della legge, di vendere ogni sua proprietà negli Usa, compresi i 750 miliardi di dollari di debito sovrano statunitense detenuti dalle banche saudite. Ora, secondo vari analisti, Riad potrebbe reagire a quella che considera una ‘pugnalata alla schiena’ sospendendo rapidamente la collaborazione con gli Stati Uniti in materia di sicurezza ed intelligence. "Ho paura che questo disegno di legge avrà terribili implicazioni strategiche" per gli Stati Uniti, ha dichiarato alla France Presse Salman al-Ansari, presidente della Commissione pubbliche relazioni americano-saudita (SAPRAC).
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Il dibattito sulla legge si è intensificato dopo che lo stesso governo statunitense ha declassificato a luglio 28 pagine di documentazione prodotta da una Commissione d'inchiesta parlamentare che dimostra i legami, analizzati dall'Fbi, tra i dirottatori dell'11 Settembre 2001 e alcuni importanti esponenti dell’establishment saudita.
Per la prima volta in otto anni la maggioranza dei parlamentari democratici e repubblicani hanno smentito e quindi annullato il veto apposto nei giorni scorsi da Barack Obama, che aveva inutilmente tentato di bloccare l’iter della spinosa legge. Una decisione che rappresenta un vero e proprio schiaffo nei confronti del presidente uscente: ben 97 i senatori che hanno sconfessato il veto, con solo un voto contrario, e anche alla Camera è finita 348 contro 77, ben oltre i due terzi necessari. Obama si è trovato contro anche Hillary Clinton, che si è detta pronta a firmare la legge se verrà eletta.
«È uno degli atti più imbarazzanti del Senato negli ultimi decenni», ha tuonato il portavoce della Casa Bianca Josh Ernest, denunciando il voto come un gesto di opportunismo senza riflettere sulle conseguenze. «I senatori dovranno rispondere alla loro coscienza per ciò che hanno fatto».
La legge, ribattezzata Jasta – Justice Against Sponsors of Terrorism Act – stabilisce una importante eccezione, nel caso in cui cittadini statunitensi vengano colpiti da atti di terrorismo sul suolo americano, al principio dell’immunità sovrana, che impedisce di processare i dirigenti di un paese terzo nei tribunali nazionali.
E questo nonostante non solo il presidente, ma anche alcuni influenti responsabili politici e militari abbiano avvertito i deputati e i senatori delle enormi conseguenze che l’entrata in vigore della legge potrebbe avere, esponendo ad esempio le truppe o l’intelligence statunitense impegnate all’estero ad eventuali rappresaglie legali. L'ex ambasciatore all'Onu John Bolton e l'ex Ministro della Giustizia Michael Mukasey, entrambi repubblicani in carica durante la presidenza di George W. Bush, hanno lanciato l’allarme sull'eventualità per cui i soldati statunitensi possano finire sotto processo in paesi che adottino rappresaglie a causa della legge appena varata: «Un errato bombardamento con i droni che uccida dei civili in Afghanistan può facilmente far scattare denunce che chiedano di portare personale statunitense davanti a tribunali stranieri».
Obama, in un'ultima vana lettera indirizzata ieri ai congressisti, aveva scritto: «La legge né protegge gli americani da attacchi terroristici, né migliora l'efficacia della nostra risposta a simili attacchi. Le conseguenze potrebbero essere devastanti per il Dipartimento della Difesa e per il suo personale, e non c'è dubbio che le conseguenze potrebbero essere altrettanto significative per i nostri diplomatici e funzionari dell'intelligence».
Ma soprattutto il dispositivo legislativo appena entrato in vigore rischia di dinamitare i già difficili rapporti con la petromonarchia dalla quale provenivano ben 15 dei 19 attentatori dell’11 settembre. Riad, che è animata da esplicite aspirazioni a svincolarsi dalla tutela statunitense e ad esercitare il ruolo di potenza regionale egemone in Medio Oriente e non solo, è entrata più volte in conflitto con Washington negli ultimi anni, nonostante il tentativo da parte degli Stati Uniti di blandire la petromonarchia attraverso massicce forniture di armi e l’aumento della collaborazione su vari fronti.
Nei mesi scorsi la casa reale saudita aveva minacciato, in caso di approvazione della legge, di vendere ogni sua proprietà negli Usa, compresi i 750 miliardi di dollari di debito sovrano statunitense detenuti dalle banche saudite. Ora, secondo vari analisti, Riad potrebbe reagire a quella che considera una ‘pugnalata alla schiena’ sospendendo rapidamente la collaborazione con gli Stati Uniti in materia di sicurezza ed intelligence. "Ho paura che questo disegno di legge avrà terribili implicazioni strategiche" per gli Stati Uniti, ha dichiarato alla France Presse Salman al-Ansari, presidente della Commissione pubbliche relazioni americano-saudita (SAPRAC).
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Libia: Haftar ha chiesto l’intervento militare russo?
E’ un intenso lavorio quello in corso in Libia da parte delle potenze grandi e piccole interessate alle risorse naturali di un paese frantumato tra due governi, centinaia di milizie e gli appetiti di una vorace pattuglia di multinazionali.
Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, informa che la prossima settimana a Parigi avrà luogo un vertice internazionale sulla Libia con la partecipazione dei rappresentanti dei diversi paesi coinvolti, Egitto compreso, da Tripoli e da Tobruk arrivano notizie quantomai contraddittorie.
Il presidente del cosiddetto Consiglio Presidenziale, Fayez al Serraj, a capo del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, sembra aver lanciato un amo nei confronti dei rivali di Tobruk: "Nel processo di riconciliazione nessuno è escluso, cerchiamo di riunire tutte le identità libiche e le loro correnti. Non sono in disaccordo con Haftar, quello che ci unisce è realizzare la stabilità". Al Serraj ha poi aggiunto: "Non manca qualche disaccordo, ma vogliamo costruire un'istituzione militare unita, posta sotto una direzione e volontà politica".
In realtà il ‘qualche disaccordo’ citato eufemisticamente da al Serraj ha portato le forze militari dei due esecutivi a scontrarsi frontalmente due settimane fa per il controllo dei pozzi e dei terminal petroliferi della cosiddetta Mezzaluna petrolifera, la zona più ricca di giacimenti di petrolio e gas del paese, bloccando di nuovo le esportazioni e gettando il paese sull’orlo di una nuova sanguinosa guerra civile.
Il capo del governo creato ed eterodiretto dalla maggior parte delle potenze occidentali, ha annunciato che nelle prossime settimane sarà presentato un nuovo esecutivo, definito come maggiormente inclusivo rispetto a quello attuale e che dovrà essere sottoposto anche al voto di fiducia del parlamento scissionista di Tobruk. In una intervista concessa al quotidiano arabo Asharq al-Awsat, Serraj si è spinto fino a dichiarare che "non opporrà alcun veto contro nessuna persona nella formazione del nuovo governo. La porta è aperta a tutti".
E’ arrivato il tempo della riconciliazione definitiva, dunque? Non sembra proprio, stando alle notizie di segno opposto che giungono dalla Cirenaica. Solo tre giorni fa lo speaker della Camera dei rappresentanti (Hor) di Tobruk, Aqila Saleh, ha affermato che il governo di Fayez al Serraj è "illegittimo perché non ha avuto la fiducia del Parlamento" e ha chiesto a tutte le istituzioni dello Stato di non applicare alcuna risoluzione del governo di Tripoli. In una nota Saleh ha poi sottolineato che "il governo provvisorio di Abdallah al Thani (quello di Tobruk, ndr) è l'unico governo legittimo e proseguirà il suo mandato fino alla formazione di un governo reale che otterrà la fiducia del Parlamento e giurerà".
Sul fronte opposto, contemporaneamente, il vice presidente del Consiglio di Stato di Tripoli, Mohamed Muazeb, affermava che quest’organismo teoricamente solo consultivo – egemonizzato dalla Fratellanza Musulmana – da ora in poi eserciterà il potere legislativo sostituendosi al Parlamento di Tobruk che continua a non voler riconoscere l’autorità del Governo di Accordo Nazionale insediato in Tripolitania.
Questo mentre il sito di informazione Libya Herald ha riferito che al momento il generale Haftar non avrebbe affatto risposto alla richiesta di nuovi colloqui avanzata da al-Serraj in vista della formazione di un eventuale nuovo governo maggiormente rappresentativo. Anche perché il suo nome, allo stato, non figurerebbe né nella lista dei nuovi ministri né alla guida delle eventuali forze armate unificate.
E, come se non bastasse, fonti diplomatiche russe citate dal quotidiano Izvestia hanno informato che il generale Haftar – sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e a momenti alterni anche dalla Francia, oltre che da Mosca – avrebbe chiesto alla Russia di porre fine all'embargo sulle armi in vigore contro la Libia, di fornire armi e attrezzature militari alle forze militari sotto il suo comando nell'Est del Paese e di "avviare un'operazione militare anti-islamista come quella realizzata in Siria".
L’indiscrezione è stata diffusa subito dopo l'incontro avvenuto l’altro ieri a Mosca tra il rappresentante speciale di Haftar, Abdel Basset Badri, e il viceministro della Difesa russo Mikhail Bogdanov. "Badri è venuto a Mosca per un giorno – ha detto la fonte – nel corso del colloquio con Bogdanov è stata discussa la questione della revoca dell'embargo sulle armi. I libici ci stanno chiedendo di fornire loro armi di piccolo calibro, ma anche attrezzature, tra cui aerei. Hanno anche chiesto a Mosca di avviare un'operazione militare anti-islamista in Libia simile a quella in corso in Siria".
Le notizie diffuse da Mosca su una richiesta di intervento militare da parte del governo della Cirenaica potrebbero anche essere gonfiate dallo stesso governo russo, che ora ha bisogno di mandare un avvertimento agli Stati Uniti e all’Unione Europea in un momento in cui la collaborazione in Siria rischia di saltare del tutto. E la dichiarazione, in fondo, fa comodo anche a Tobruk e ad Haftar – che pure hanno minimizzato ed in parte smentito – che hanno bisogno di dimostrare il loro peso proprio in vista della possibile costituzione di un governo che riunisca i due soggetti che attualmente si sfidano per il controllo della Libia e dietro i quali si muovono quasi tutte le potenze attualmente attive in Nord Africa.
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Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, informa che la prossima settimana a Parigi avrà luogo un vertice internazionale sulla Libia con la partecipazione dei rappresentanti dei diversi paesi coinvolti, Egitto compreso, da Tripoli e da Tobruk arrivano notizie quantomai contraddittorie.
Il presidente del cosiddetto Consiglio Presidenziale, Fayez al Serraj, a capo del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, sembra aver lanciato un amo nei confronti dei rivali di Tobruk: "Nel processo di riconciliazione nessuno è escluso, cerchiamo di riunire tutte le identità libiche e le loro correnti. Non sono in disaccordo con Haftar, quello che ci unisce è realizzare la stabilità". Al Serraj ha poi aggiunto: "Non manca qualche disaccordo, ma vogliamo costruire un'istituzione militare unita, posta sotto una direzione e volontà politica".
In realtà il ‘qualche disaccordo’ citato eufemisticamente da al Serraj ha portato le forze militari dei due esecutivi a scontrarsi frontalmente due settimane fa per il controllo dei pozzi e dei terminal petroliferi della cosiddetta Mezzaluna petrolifera, la zona più ricca di giacimenti di petrolio e gas del paese, bloccando di nuovo le esportazioni e gettando il paese sull’orlo di una nuova sanguinosa guerra civile.
Il capo del governo creato ed eterodiretto dalla maggior parte delle potenze occidentali, ha annunciato che nelle prossime settimane sarà presentato un nuovo esecutivo, definito come maggiormente inclusivo rispetto a quello attuale e che dovrà essere sottoposto anche al voto di fiducia del parlamento scissionista di Tobruk. In una intervista concessa al quotidiano arabo Asharq al-Awsat, Serraj si è spinto fino a dichiarare che "non opporrà alcun veto contro nessuna persona nella formazione del nuovo governo. La porta è aperta a tutti".
E’ arrivato il tempo della riconciliazione definitiva, dunque? Non sembra proprio, stando alle notizie di segno opposto che giungono dalla Cirenaica. Solo tre giorni fa lo speaker della Camera dei rappresentanti (Hor) di Tobruk, Aqila Saleh, ha affermato che il governo di Fayez al Serraj è "illegittimo perché non ha avuto la fiducia del Parlamento" e ha chiesto a tutte le istituzioni dello Stato di non applicare alcuna risoluzione del governo di Tripoli. In una nota Saleh ha poi sottolineato che "il governo provvisorio di Abdallah al Thani (quello di Tobruk, ndr) è l'unico governo legittimo e proseguirà il suo mandato fino alla formazione di un governo reale che otterrà la fiducia del Parlamento e giurerà".
Sul fronte opposto, contemporaneamente, il vice presidente del Consiglio di Stato di Tripoli, Mohamed Muazeb, affermava che quest’organismo teoricamente solo consultivo – egemonizzato dalla Fratellanza Musulmana – da ora in poi eserciterà il potere legislativo sostituendosi al Parlamento di Tobruk che continua a non voler riconoscere l’autorità del Governo di Accordo Nazionale insediato in Tripolitania.
Questo mentre il sito di informazione Libya Herald ha riferito che al momento il generale Haftar non avrebbe affatto risposto alla richiesta di nuovi colloqui avanzata da al-Serraj in vista della formazione di un eventuale nuovo governo maggiormente rappresentativo. Anche perché il suo nome, allo stato, non figurerebbe né nella lista dei nuovi ministri né alla guida delle eventuali forze armate unificate.
E, come se non bastasse, fonti diplomatiche russe citate dal quotidiano Izvestia hanno informato che il generale Haftar – sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e a momenti alterni anche dalla Francia, oltre che da Mosca – avrebbe chiesto alla Russia di porre fine all'embargo sulle armi in vigore contro la Libia, di fornire armi e attrezzature militari alle forze militari sotto il suo comando nell'Est del Paese e di "avviare un'operazione militare anti-islamista come quella realizzata in Siria".
L’indiscrezione è stata diffusa subito dopo l'incontro avvenuto l’altro ieri a Mosca tra il rappresentante speciale di Haftar, Abdel Basset Badri, e il viceministro della Difesa russo Mikhail Bogdanov. "Badri è venuto a Mosca per un giorno – ha detto la fonte – nel corso del colloquio con Bogdanov è stata discussa la questione della revoca dell'embargo sulle armi. I libici ci stanno chiedendo di fornire loro armi di piccolo calibro, ma anche attrezzature, tra cui aerei. Hanno anche chiesto a Mosca di avviare un'operazione militare anti-islamista in Libia simile a quella in corso in Siria".
Le notizie diffuse da Mosca su una richiesta di intervento militare da parte del governo della Cirenaica potrebbero anche essere gonfiate dallo stesso governo russo, che ora ha bisogno di mandare un avvertimento agli Stati Uniti e all’Unione Europea in un momento in cui la collaborazione in Siria rischia di saltare del tutto. E la dichiarazione, in fondo, fa comodo anche a Tobruk e ad Haftar – che pure hanno minimizzato ed in parte smentito – che hanno bisogno di dimostrare il loro peso proprio in vista della possibile costituzione di un governo che riunisca i due soggetti che attualmente si sfidano per il controllo della Libia e dietro i quali si muovono quasi tutte le potenze attualmente attive in Nord Africa.
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Tsipras (s)vende la Grecia
Quando si pensa che più in basso non si possa cadere è il momento in cui si comincia a scavare. Succede in Grecia, dove il governo Syriza-Anel ha imposto nei giorni scorsi al Parlamento di Atene un ennesimo pacchetto di ‘riforme’ dettate dalla Unione Europea. Un nuovo colpo a chi sperava, ingenuamente, che la tattica collaborazionista di Tsipras fin qui seguita servisse a prendere tempo per rafforzare il paese e risalire la china. Ma ad ogni provvedimento governativo la verve riformista di ciò che è ormai l’ombra di Syriza cede il passo a una desolante e totale ubbidienza ai tecnocrati di Bruxelles e Francoforte.
Nella notte tra martedì e mercoledì, dopo quattro giorni di dibattito, polemiche, accuse e controaccuse, la risicata maggioranza a disposizione del premier – 152 deputati su 300 – ha approvato un nuovo pacchetto di pesanti ‘riforme’, il cui piatto forte è la privatizzazione delle compagnie finora pubbliche che gestiscono la distribuzione dell’acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e nuovi tagli alle già più che martoriate pensioni. Il meccanismo è quello di sempre: se Atene vuole avere una nuova tranche del prestito – nella fattispecie 2,8 miliardi di euro – deve svendere il proprio patrimonio pubblico, sforbiciare salari e pensioni, continuare a consegnare il paese ai rapaci creditori svendendo quel poco di valore che rimane. Le aziende che gestiscono l’elettricità, il gas e l’acqua saranno quindi trasferite sotto il controllo di un fondo letteralmente pignorato dalla Troika, che potrà gestirle a proprio piacimento per i prossimi 99 anni. Il Fondo, che si incaricherà delle privatizzazioni, sarà ovviamente diretto da un presidente scelto dai creditori, che in un colpo solo hanno messo le mani anche sulla metropolitana di Atene, su un’azienda che produce veicoli militari e su un fondo pubblico immobiliare. Ci manca solo, hanno accusato sarcasticamente le opposizioni sociali e politiche al governo Tsipras, che l’esecutivo metta in vendita il Partenone...
Informa il Sole24Ore che “le Ferrovie dello Stato italiane hanno acquisito recentemente la Trainose, la società che gestisce il trasporto su rotaia in Grecia per 45 milioni di euro (...). Anche la Snam potrebbe rilevare una quota di minoranza del 17% della Desfa, la società che gestisce la rete di distribuzione del gas in Grecia (...) e la Terna è interessata all'acquisizione del 24% della società di distribuzione delle rete elettrica ellenica Admie”.
Anche questa volta il governo che aveva promesso di ‘cambiare l’Europa’ è rimasto sordo alle proteste di alcune migliaia di manifestanti – molti dei quali lavoratori delle a questo punto ex municipalizzate – che chiedevano al Parlamento di non chinare di nuovo la testa.
Nonostante i continui provvedimenti draconiani, le privatizzazioni, i tagli ai salari e alle pensioni, l’aumento dell’Iva e delle imposte sul reddito, il debito resta stratosferico – tanto che il Fondo Monetario insiste sulla sua insostenibilità – e la disoccupazione è salita di nuovo toccando il 26%, nonostante migliaia di giovani greci prendano la via dell’Australia, del Canada e della Germania per tentare di trovare un lavoro. L’aumento della pressione fiscale e i controlli sui capitali terranno la Grecia in recessione anche quest’anno.
Di fronte ai ritardi del governo greco nell’applicazione degli ordini provenienti da Bruxelles, a metà settembre l’arcigno presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem aveva tuonato: «Abbiamo perso molto tempo. L'estate è terminata, è giunto il momento di rimettere in cantina il materiale da campeggio. Potremo sborsare nuovi aiuti solo se saranno introdotte le misure richieste a suo tempo». Detto, fatto, in tempi record. Con tanto di battuta del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha ricordato: “Non è una novità, con la Grecia, vedere l'adozione delle misure concordate solo nella fase finale del periodo che era stato deciso”.
Non c’è da stupirsi del fatto che Tsipras non sia più amato e popolare come un tempo. Qualche giorno fa, per permettergli di parlare a Salonicco di fronte a una piccola folla di sostenitori, il ministero della Difesa ha mobilitato ben 5000 poliziotti, incaricati di tenere lontani i 15 mila manifestanti che dimostravano la loro rabbia per il tradimento di Syriza. Il paese è allo stremo e secondo i sondaggi pubblicati da vari media solo un 20-30% dei cittadini valuta positivamente il suo operato. Ma per ora prevale la disillusione, e le forze di sinistra che hanno rotto con Tsipras o non lo hanno mai sostenuto cogliendo la contraddizione di un premier che prometteva mari e monti senza essere disposto a rompere con l’Unione Europea sono divise ed incapaci di coagulare intorno a sé una massa critica sufficiente a dar vita ad una quanto mai necessaria opposizione politica di massa. E paradossalmente i sondaggi danno l’opposizione di centrodestra davanti a Syriza di parecchi punti percentuali. Per puntellare il suo traballante governo Tsipras sta cercando di allargare la maggioranza ai socialisti del Pasok, che però per ora rifiutano, sperando che il crollo annunciato di Syriza alle prossime elezioni consenta loro di riprendersi quella fetta di elettorato che aveva creduto alle promesse salvifiche della sinistra europeista ellenica.
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Nella notte tra martedì e mercoledì, dopo quattro giorni di dibattito, polemiche, accuse e controaccuse, la risicata maggioranza a disposizione del premier – 152 deputati su 300 – ha approvato un nuovo pacchetto di pesanti ‘riforme’, il cui piatto forte è la privatizzazione delle compagnie finora pubbliche che gestiscono la distribuzione dell’acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e nuovi tagli alle già più che martoriate pensioni. Il meccanismo è quello di sempre: se Atene vuole avere una nuova tranche del prestito – nella fattispecie 2,8 miliardi di euro – deve svendere il proprio patrimonio pubblico, sforbiciare salari e pensioni, continuare a consegnare il paese ai rapaci creditori svendendo quel poco di valore che rimane. Le aziende che gestiscono l’elettricità, il gas e l’acqua saranno quindi trasferite sotto il controllo di un fondo letteralmente pignorato dalla Troika, che potrà gestirle a proprio piacimento per i prossimi 99 anni. Il Fondo, che si incaricherà delle privatizzazioni, sarà ovviamente diretto da un presidente scelto dai creditori, che in un colpo solo hanno messo le mani anche sulla metropolitana di Atene, su un’azienda che produce veicoli militari e su un fondo pubblico immobiliare. Ci manca solo, hanno accusato sarcasticamente le opposizioni sociali e politiche al governo Tsipras, che l’esecutivo metta in vendita il Partenone...
Informa il Sole24Ore che “le Ferrovie dello Stato italiane hanno acquisito recentemente la Trainose, la società che gestisce il trasporto su rotaia in Grecia per 45 milioni di euro (...). Anche la Snam potrebbe rilevare una quota di minoranza del 17% della Desfa, la società che gestisce la rete di distribuzione del gas in Grecia (...) e la Terna è interessata all'acquisizione del 24% della società di distribuzione delle rete elettrica ellenica Admie”.
Anche questa volta il governo che aveva promesso di ‘cambiare l’Europa’ è rimasto sordo alle proteste di alcune migliaia di manifestanti – molti dei quali lavoratori delle a questo punto ex municipalizzate – che chiedevano al Parlamento di non chinare di nuovo la testa.
Nonostante i continui provvedimenti draconiani, le privatizzazioni, i tagli ai salari e alle pensioni, l’aumento dell’Iva e delle imposte sul reddito, il debito resta stratosferico – tanto che il Fondo Monetario insiste sulla sua insostenibilità – e la disoccupazione è salita di nuovo toccando il 26%, nonostante migliaia di giovani greci prendano la via dell’Australia, del Canada e della Germania per tentare di trovare un lavoro. L’aumento della pressione fiscale e i controlli sui capitali terranno la Grecia in recessione anche quest’anno.
Di fronte ai ritardi del governo greco nell’applicazione degli ordini provenienti da Bruxelles, a metà settembre l’arcigno presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem aveva tuonato: «Abbiamo perso molto tempo. L'estate è terminata, è giunto il momento di rimettere in cantina il materiale da campeggio. Potremo sborsare nuovi aiuti solo se saranno introdotte le misure richieste a suo tempo». Detto, fatto, in tempi record. Con tanto di battuta del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha ricordato: “Non è una novità, con la Grecia, vedere l'adozione delle misure concordate solo nella fase finale del periodo che era stato deciso”.
Non c’è da stupirsi del fatto che Tsipras non sia più amato e popolare come un tempo. Qualche giorno fa, per permettergli di parlare a Salonicco di fronte a una piccola folla di sostenitori, il ministero della Difesa ha mobilitato ben 5000 poliziotti, incaricati di tenere lontani i 15 mila manifestanti che dimostravano la loro rabbia per il tradimento di Syriza. Il paese è allo stremo e secondo i sondaggi pubblicati da vari media solo un 20-30% dei cittadini valuta positivamente il suo operato. Ma per ora prevale la disillusione, e le forze di sinistra che hanno rotto con Tsipras o non lo hanno mai sostenuto cogliendo la contraddizione di un premier che prometteva mari e monti senza essere disposto a rompere con l’Unione Europea sono divise ed incapaci di coagulare intorno a sé una massa critica sufficiente a dar vita ad una quanto mai necessaria opposizione politica di massa. E paradossalmente i sondaggi danno l’opposizione di centrodestra davanti a Syriza di parecchi punti percentuali. Per puntellare il suo traballante governo Tsipras sta cercando di allargare la maggioranza ai socialisti del Pasok, che però per ora rifiutano, sperando che il crollo annunciato di Syriza alle prossime elezioni consenta loro di riprendersi quella fetta di elettorato che aveva creduto alle promesse salvifiche della sinistra europeista ellenica.
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I complici firmano la rapina sulle pensioni
Bisogna ammettere che certe idee possono venire solo se ti prendi il tempo di riflettere per bene, magari andando in crociera con i soldi dei tuoi “azionisti”, com'è “capitato” al segretario generale della Uil. Cgil-Cisl-Uil hanno firmato un accordo in cui la rapina legalizzata contro i lavoratori a un passo dalla pensione diveta legge. Ciliegina sulla torta, in qualche passo non è nemmeno indicato il “tetto” entro cui determinati passaggi diventeranno norma. Al buon cuore del governo, insomma; ma intanto si firma.
Stiamo ovviamente parlando dell'accordo governo-sindacati complici siglato ieri a Palazzo Chigi, con tg e giornali di regime pronti a cantarne le lodi. Un florielgio di menzogne propagandistiche che avrebbero imbarazzato anche i gerarchi del Minculpop fascista. Leader di questa classifica indegna, come sempre, Repubblica: “Fatto l'accordo sulle pensioni. Minime più alte”, oppure “quattordicesima, aumento del 30%”.
Vediamo i punti uno per uno.
Sulle pensioni minime gli interventi sono due.
a) L'aumento della quattordicesima – una mensilità aggiuntiva, erogata a luglio, per chi prende 500 euro al mese. Dunque si tratta di 150 euro in più (tutto qui il “più 30%!”) in unica soluzione. Meglio che un calcio sui denti, certo, ma in pratica si tratta di 40 centesimi al giorno. Non proprio un cambiamento di status sociale...
b) La quattordicesima verrà estesa a chi prende fino a 1000 euro mensili lordi, ossia 830-840 euro mensili netti.
Attenzione, però. Entità ed estensione della 14° dipenderanno dal calcolo di tutti i redditi a capo del singolo pensionato (casa di proprietà, terreni ecc). Dunque l'aumento potrebbe anche essere minore o addirittura nullo, così come l'estensione.
Ma arriviamo all'Ape (anticipo pensionistico), vero cuore pulsante di questo intervento.
Com'è noto, la Fornero ha brutalmente innalzato – per l'ennesima volta – l'età pensionabile da 63 a 66 anni e sette mesi. Con una doppia conseguenza: tenere al lavoro persone che non sono più in grado di lavorare (si pensi ai mestieri “usuranti”, turnisti, ecc) e impedire l'assunzione di giovani (e per fortuna che tutti i governi se ne preoccupano tanto!). Ergo, sembra per un verso inevitabile permettere l'uscita di un po' di anziani e l'ingresso di qualche giovane (il 40% sono disoccupati).
Ma chi dovrebbe pagare la pensione a chi va via – volontariamente o meno – prima del limite segnato dalla Fornero?
Le risposte sono tre, secondo il governo.
Al primo livello c'è infatti la cosiddetta “Ape social”, in cui il lavoratore over 63 va in pensione senza pagare nulla, ci pensa lo Stato tramite l'Inps. Una opportunità riservata ovviamente solo agli “svantaggiati” (disoccupati, “usurati”, esodati, disabili o con un disabile nel nucleo familiare, ecc). Ma nemmeno a tutti costoro. Anzi solo a quelli il cui assegno pensionistico raggiungerà “un limite prefissato”, c'è scritto nel testo dell'accordo. Quale? Non si sa. Il governo aveva parlato di 1.500 lordi; al tavolo di discussione ha invece presentato un testo in cui fa rifermento al massimale Naspi (assegno di disoccupazione), ovvero 1.300 euro. Alla fine non hanno messo cifre ma appunto un limite da fissare in un secondo momento.
La seconda tipologia è l'”Ape aziendale”. Se l'azienda ristruttura, è in crisi, ecc, si fa carico anche del 40% del carico monetario (il resto ce lo mette lo Stato); ovvero ti paga lei la pensione – tramite Inps – per il periodo di anticipo (da uno a tre anni e sette mesi). Per il lavoratore, dunque, non cambia niente? No. Ci rimette comunque una percentuale fissa per ogni anno di anticipo, ovvero riceverà a vita una pensione più bassa (tra i 100 e i 200 euro al mese in caso di assegno pensionistico atteso di 2.000 euro lordi, ossia 1.500-1.600 netti).
L'”Ape volontaria” è invece totalmente a carico del lavoratore che incautamente dovesse cadere nella trappola. Qui la penalizzazione è addirittura doppia. Da un lato c'è la riduzione dell'assegno pensionistico (circa il 6% per ogni anno di anticipo, quindi in pratica il 20% nel caso del periodo più lungo, 3 anni e 7 mesi). In seconda battuta arriva anche il taglio per pagare la rata del mutuo, perché la pensione – per tutto il periodo dell'anticipo rispetto al limite Fornero – te la paghi da solo, con un prestito bancario (più interessi e assicurazione contro la “pre-morienza” del pensionando), nell'arco di venti anni.
I giornali mainstream, su questo punto, fanno una confusione tanto totale quanto scientificamente intenzionale. Persino IlSole24Ore, che tecnicamente ci capisce, propone dei casi in cui i due tagli non vengono mai sommati. Dando quindi la sensazione di poter ricevere un assegno pensionistico minore, sì, ma tutto sommato ancora accettabile rispetto all'idea di andare al lavoro ancora per anni.
Prendiamo dunque sul serio un esempio fatto dal giornale di Confindustra: “Paolo”, quadro che andrebbe normalmente in pensione con un assegno di 2.615 euro mensili lordi. Si tratta quasi di una pensione da insegnante con 42 anni di anzianità contributiva, per un assegno netto mensile vicino ai 2.000 euro. In questo caso, calcola IlSole, la pensione netta percepita scende a 1.646 euro mensili. Cui però vanno detratti (cosa che IlSole si guarda bene dal fare) i 465 euro della rata del mutuo con la banca (li tratterrà direttamente l'Inps, comunque).
In pratica, dunque, questo semi-agiato pensionando che stava facendosi i conti con un assegno atteso di quasi 2000 euro si ritroverebbe ad arrabattarsi con un mensile da 1.200 euro.
Oltre ai livelli di reddito, però bisogna guardare l'accordo su questo punto anche dal lato civilistico-giudiziario: di fatto, come sottolineano alcuni acuti commentatori in rete, “divertente questa storia dell'Ape, l'anticipo pensionistico. Per andare in pensione devi accendere un mutuo come per comprare una casa, che però è già di tua proprietà”.
Va ricordato infatti che la pensione è tecnicamente “salario differito”, ossia una quota dello stipendio che non ti è mai stata data durante la vita lavorativa perché andava accantonata – al pari del tfr – e restituita alla fine sotto forma di assegno mensile. Quindi costringerti a pagarti da solo da uno a tre anni di pensione che hai già accantonato in quasi quattro decenni di lavoro è – anche tecnicamente – una rapina a mano armata. Perché lo Stato ha sia il monopolio della forza che la chiave del rubinetto dell'Inps...
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Stiamo ovviamente parlando dell'accordo governo-sindacati complici siglato ieri a Palazzo Chigi, con tg e giornali di regime pronti a cantarne le lodi. Un florielgio di menzogne propagandistiche che avrebbero imbarazzato anche i gerarchi del Minculpop fascista. Leader di questa classifica indegna, come sempre, Repubblica: “Fatto l'accordo sulle pensioni. Minime più alte”, oppure “quattordicesima, aumento del 30%”.
Vediamo i punti uno per uno.
Sulle pensioni minime gli interventi sono due.
a) L'aumento della quattordicesima – una mensilità aggiuntiva, erogata a luglio, per chi prende 500 euro al mese. Dunque si tratta di 150 euro in più (tutto qui il “più 30%!”) in unica soluzione. Meglio che un calcio sui denti, certo, ma in pratica si tratta di 40 centesimi al giorno. Non proprio un cambiamento di status sociale...
b) La quattordicesima verrà estesa a chi prende fino a 1000 euro mensili lordi, ossia 830-840 euro mensili netti.
Attenzione, però. Entità ed estensione della 14° dipenderanno dal calcolo di tutti i redditi a capo del singolo pensionato (casa di proprietà, terreni ecc). Dunque l'aumento potrebbe anche essere minore o addirittura nullo, così come l'estensione.
Ma arriviamo all'Ape (anticipo pensionistico), vero cuore pulsante di questo intervento.
Com'è noto, la Fornero ha brutalmente innalzato – per l'ennesima volta – l'età pensionabile da 63 a 66 anni e sette mesi. Con una doppia conseguenza: tenere al lavoro persone che non sono più in grado di lavorare (si pensi ai mestieri “usuranti”, turnisti, ecc) e impedire l'assunzione di giovani (e per fortuna che tutti i governi se ne preoccupano tanto!). Ergo, sembra per un verso inevitabile permettere l'uscita di un po' di anziani e l'ingresso di qualche giovane (il 40% sono disoccupati).
Ma chi dovrebbe pagare la pensione a chi va via – volontariamente o meno – prima del limite segnato dalla Fornero?
Le risposte sono tre, secondo il governo.
Al primo livello c'è infatti la cosiddetta “Ape social”, in cui il lavoratore over 63 va in pensione senza pagare nulla, ci pensa lo Stato tramite l'Inps. Una opportunità riservata ovviamente solo agli “svantaggiati” (disoccupati, “usurati”, esodati, disabili o con un disabile nel nucleo familiare, ecc). Ma nemmeno a tutti costoro. Anzi solo a quelli il cui assegno pensionistico raggiungerà “un limite prefissato”, c'è scritto nel testo dell'accordo. Quale? Non si sa. Il governo aveva parlato di 1.500 lordi; al tavolo di discussione ha invece presentato un testo in cui fa rifermento al massimale Naspi (assegno di disoccupazione), ovvero 1.300 euro. Alla fine non hanno messo cifre ma appunto un limite da fissare in un secondo momento.
La seconda tipologia è l'”Ape aziendale”. Se l'azienda ristruttura, è in crisi, ecc, si fa carico anche del 40% del carico monetario (il resto ce lo mette lo Stato); ovvero ti paga lei la pensione – tramite Inps – per il periodo di anticipo (da uno a tre anni e sette mesi). Per il lavoratore, dunque, non cambia niente? No. Ci rimette comunque una percentuale fissa per ogni anno di anticipo, ovvero riceverà a vita una pensione più bassa (tra i 100 e i 200 euro al mese in caso di assegno pensionistico atteso di 2.000 euro lordi, ossia 1.500-1.600 netti).
L'”Ape volontaria” è invece totalmente a carico del lavoratore che incautamente dovesse cadere nella trappola. Qui la penalizzazione è addirittura doppia. Da un lato c'è la riduzione dell'assegno pensionistico (circa il 6% per ogni anno di anticipo, quindi in pratica il 20% nel caso del periodo più lungo, 3 anni e 7 mesi). In seconda battuta arriva anche il taglio per pagare la rata del mutuo, perché la pensione – per tutto il periodo dell'anticipo rispetto al limite Fornero – te la paghi da solo, con un prestito bancario (più interessi e assicurazione contro la “pre-morienza” del pensionando), nell'arco di venti anni.
I giornali mainstream, su questo punto, fanno una confusione tanto totale quanto scientificamente intenzionale. Persino IlSole24Ore, che tecnicamente ci capisce, propone dei casi in cui i due tagli non vengono mai sommati. Dando quindi la sensazione di poter ricevere un assegno pensionistico minore, sì, ma tutto sommato ancora accettabile rispetto all'idea di andare al lavoro ancora per anni.
Prendiamo dunque sul serio un esempio fatto dal giornale di Confindustra: “Paolo”, quadro che andrebbe normalmente in pensione con un assegno di 2.615 euro mensili lordi. Si tratta quasi di una pensione da insegnante con 42 anni di anzianità contributiva, per un assegno netto mensile vicino ai 2.000 euro. In questo caso, calcola IlSole, la pensione netta percepita scende a 1.646 euro mensili. Cui però vanno detratti (cosa che IlSole si guarda bene dal fare) i 465 euro della rata del mutuo con la banca (li tratterrà direttamente l'Inps, comunque).
In pratica, dunque, questo semi-agiato pensionando che stava facendosi i conti con un assegno atteso di quasi 2000 euro si ritroverebbe ad arrabattarsi con un mensile da 1.200 euro.
Oltre ai livelli di reddito, però bisogna guardare l'accordo su questo punto anche dal lato civilistico-giudiziario: di fatto, come sottolineano alcuni acuti commentatori in rete, “divertente questa storia dell'Ape, l'anticipo pensionistico. Per andare in pensione devi accendere un mutuo come per comprare una casa, che però è già di tua proprietà”.
Va ricordato infatti che la pensione è tecnicamente “salario differito”, ossia una quota dello stipendio che non ti è mai stata data durante la vita lavorativa perché andava accantonata – al pari del tfr – e restituita alla fine sotto forma di assegno mensile. Quindi costringerti a pagarti da solo da uno a tre anni di pensione che hai già accantonato in quasi quattro decenni di lavoro è – anche tecnicamente – una rapina a mano armata. Perché lo Stato ha sia il monopolio della forza che la chiave del rubinetto dell'Inps...
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Il tramonto dell’Occidente è alle porte
Un editoriale del Financial Times non è mai una formalità, specie se affidato a Martin Wolf, decano autorevolissimo tra gli analisti economici di tutto il mondo.
L'utilità di leggerlo è indubbia e non necessita neanche di spiegazioni. Per ragionare sul mondo bisogna perlomeno conoscere i tratti fondamentali della sua struttura. E Martn Wolf ci spiega come questa struttura stia modificandosi irreversibilmente.
Naturalmente, non è necessario condividere i suoi giudizi su singoli paesi o governanti. Ci basta lo sguardo sulle tendenze oggettive...
A volte la storia compie balzi in avanti improvvisi: basti pensare alla Prima guerra mondiale, alla rivoluzione bolscevica, alla Grande Depressione, all’elezione di Adolf Hitler, alla Seconda guerra mondiale, all’inizio della Guerra fredda, al tracollo degli imperi europei, alle riforme e all'apertura di Deng Xiaoping in Cina, alla fine dell’Unione Sovietica e alla crisi finanziaria del 2007-2009 con successiva «Grande Recessione». Forse siamo sull’orlo di un evento rivoluzionario di portata equivalente a molti di quelli citati: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. È un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine.
Il fatto che Trump possa essere un contendente credibile per la Casa Bianca lascia sbalorditi. In campo imprenditoriale è un debitore insolvente seriale e un protagonista di cause legali trasformato in star di reality televisivi. È uno spacciatore di falsità e teorie del complotto. Pronuncia calunnie razziste. Attacca l’indipendenza della magistratura. Rifiuta di rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Non ha nessuna esperienza di cariche politiche e ha proposte politiche incoerenti. Si vanta di essere ignorante. Allude addirittura alla possibilità di dichiarare lo stato di insolvenza sul debito federale. Mina alla base la fiducia nell’ordine commerciale creato dagli Stati Uniti minacciando di stracciare gli accordi passati. Mina alla base la fiducia nella democrazia statunitense sostenendo che ci saranno brogli. Sostiene la tortura e l’uccisione deliberata dei familiari di presunti terroristi. Ammira l’ex agente del Kgb che dirige la Russia.
È evidente che moltissimi elettori americani hanno perso fiducia nei sistemi politico-economici del Paese, in una proporzione che non si vedeva nemmeno negli anni '30, quando l’elettorato si affidò a un politico dell’establishment. Eppure, con tutti i loro problemi, gli Stati Uniti non se la passano così male. Sono il Paese di grandi dimensioni più ricco della storia mondiale. La crescita è lenta, ma la disoccupazione è bassa. Se gli elettori dovessero scegliere Trump – nonostante i suoi difetti, evidenziati ancora una volta nel primo dibattito con Hillary Clinton – sarebbe un segnale molto inquietante sulla salute degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono la maggiore potenza mondiale, perciò non è un problema che riguardi soltanto loro. Cosa potrebbe significare una presidenza Trump? Azzardare previsioni sulle politiche che adotterebbe un personaggio così imprevedibile è impossibile. Ma ci sono almeno alcune cose che appaiono ragionevolmente chiare.
Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad avere un potere immenso, ma il loro predominio economico è in lento declino: secondo il Fondo monetario internazionale, la quota dei Paesi ad alto reddito (sostanzialmente, gli Usa e i loro alleati) sul totale del Pil mondiale scenderà dal 64% (a parità di potere d’acquisto) del 1990 al 39% del 2020, e nello stesso periodo la quota degli Usa calerà dal 22 al 15 per cento.
La potenza militare americana è ancora enorme, ma vanno fatti due distinguo: uno è che vincere una guerra convenzionale e raggiungere i propri obbiettivi sul terreno sono due cose abbastanza diverse, come la guerra del Vietnam e quella in Iraq hanno dimostrato; il secondo è che il rapido incremento della spesa militare in Cina potrebbe creare serie difficoltà per gli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.
La conseguenza di questi sviluppi è che la capacità dell’America di plasmare il mondo secondo il proprio volere sarà affidata sempre più alla sua influenza sui sistemi politico-economici globali. E non è una novità: al contrario, è un tratto caratteristico dell’egemonia statunitense fin dagli anni '40. Ma oggi è ancora più importante. Le alleanze create dagli Stati Uniti, le istituzioni che sostengono e il prestigio che possiedono sono un patrimonio realmente inestimabile. Tutti questi asset strategici sarebbero seriamente a rischio se Trump dovesse diventare presidente.
La principale differenza tra Stati Uniti e Cina è che gli Stati Uniti hanno moltissimi alleati potenti.
Nemmeno Vladimir Putin è un alleato affidabile per la Cina. Gli alleati dell’America la sostengono principalmente perché se ne fidano, e questa fiducia è basata sulla percezione che gli Stati Uniti seguono comportamenti prevedibili, fondati su valori. Non significa che le loro alleanze siano state prive di problemi, tutt’altro: però hanno funzionato. L’imprevedibilità che è il marchio di fabbrica di Trump e il suo approccio «transazionale» alle partnership assesterebbero un danno irreparabile alle alleanze.
Un aspetto vitale dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti è il ruolo delle istituzioni multilaterali, come il Fmi, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Vincolando se stessi alle regole di un sistema economico aperto, gli Stati Uniti hanno incoraggiato altri a fare lo stesso. Il risultato è stata una straordinaria crescita della prosperità: tra il 1950 e il 2015, il Pil mondiale reale medio pro capite si è sestuplicato. Trump non capisce questo sistema. I risultati potrebbero essere catastrofici per tutti.
La guerra in Iraq ha danneggiato la fiducia nella saggezza e nella competenza degli Stati Uniti. La crisi finanziaria mondiale è stata ancora più distruttiva. Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni che muovevano gli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia.
Dopo tutti questi danni, l’elezione di un uomo così poco qualificato come Trump metterebbe in discussione qualcosa di ancora più fondamentale: la fede nella capacità degli Stati Uniti di scegliere leader ragionevolmente bene informati e competenti. Con un presidente come Trump, il sistema democratico perderebbe gran parte della sua credibilità come modello per l’organizzazione di una vita politica civile. Putin e altri despoti, effettivi o aspiranti tali, applaudirebbero: la loro convinzione che tutto il parlare di valori occidentali sia soltanto ipocrisia troverebbe giustificazione. Ma quelli che vedono gli Stati Uniti come un bastione della democrazia sarebbero presi dallo sconforto.
Se Trump dovesse vincere, sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero. Per esempio metterebbe fine, forse per sempre, agli sforzi per tenere sotto controllo la minaccia dei cambiamenti climatici. Ma già soltanto la sua candidatura sembra indicare che il ruolo degli Stati Uniti nell’ordine globale rischia di subire una trasformazione. Questo ruolo non dipendeva soltanto dalla prodezza economica e militare dell’America, ma anche dai valori che rappresentava. Con tutti i suoi errori, l’ideale di una repubblica governata dal diritto rimaneva visibile. Hillary Clinton è una candidata imperfetta. Trump è qualcosa di completamente diverso. La sua presidenza non renderebbe grande l’America: al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta.
dal Financial Times
traduzione di Fabio Galimberti per IlSole24Ore
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L'utilità di leggerlo è indubbia e non necessita neanche di spiegazioni. Per ragionare sul mondo bisogna perlomeno conoscere i tratti fondamentali della sua struttura. E Martn Wolf ci spiega come questa struttura stia modificandosi irreversibilmente.
Naturalmente, non è necessario condividere i suoi giudizi su singoli paesi o governanti. Ci basta lo sguardo sulle tendenze oggettive...
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A volte la storia compie balzi in avanti improvvisi: basti pensare alla Prima guerra mondiale, alla rivoluzione bolscevica, alla Grande Depressione, all’elezione di Adolf Hitler, alla Seconda guerra mondiale, all’inizio della Guerra fredda, al tracollo degli imperi europei, alle riforme e all'apertura di Deng Xiaoping in Cina, alla fine dell’Unione Sovietica e alla crisi finanziaria del 2007-2009 con successiva «Grande Recessione». Forse siamo sull’orlo di un evento rivoluzionario di portata equivalente a molti di quelli citati: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. È un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine.
Il fatto che Trump possa essere un contendente credibile per la Casa Bianca lascia sbalorditi. In campo imprenditoriale è un debitore insolvente seriale e un protagonista di cause legali trasformato in star di reality televisivi. È uno spacciatore di falsità e teorie del complotto. Pronuncia calunnie razziste. Attacca l’indipendenza della magistratura. Rifiuta di rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Non ha nessuna esperienza di cariche politiche e ha proposte politiche incoerenti. Si vanta di essere ignorante. Allude addirittura alla possibilità di dichiarare lo stato di insolvenza sul debito federale. Mina alla base la fiducia nell’ordine commerciale creato dagli Stati Uniti minacciando di stracciare gli accordi passati. Mina alla base la fiducia nella democrazia statunitense sostenendo che ci saranno brogli. Sostiene la tortura e l’uccisione deliberata dei familiari di presunti terroristi. Ammira l’ex agente del Kgb che dirige la Russia.
È evidente che moltissimi elettori americani hanno perso fiducia nei sistemi politico-economici del Paese, in una proporzione che non si vedeva nemmeno negli anni '30, quando l’elettorato si affidò a un politico dell’establishment. Eppure, con tutti i loro problemi, gli Stati Uniti non se la passano così male. Sono il Paese di grandi dimensioni più ricco della storia mondiale. La crescita è lenta, ma la disoccupazione è bassa. Se gli elettori dovessero scegliere Trump – nonostante i suoi difetti, evidenziati ancora una volta nel primo dibattito con Hillary Clinton – sarebbe un segnale molto inquietante sulla salute degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono la maggiore potenza mondiale, perciò non è un problema che riguardi soltanto loro. Cosa potrebbe significare una presidenza Trump? Azzardare previsioni sulle politiche che adotterebbe un personaggio così imprevedibile è impossibile. Ma ci sono almeno alcune cose che appaiono ragionevolmente chiare.
Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad avere un potere immenso, ma il loro predominio economico è in lento declino: secondo il Fondo monetario internazionale, la quota dei Paesi ad alto reddito (sostanzialmente, gli Usa e i loro alleati) sul totale del Pil mondiale scenderà dal 64% (a parità di potere d’acquisto) del 1990 al 39% del 2020, e nello stesso periodo la quota degli Usa calerà dal 22 al 15 per cento.
La potenza militare americana è ancora enorme, ma vanno fatti due distinguo: uno è che vincere una guerra convenzionale e raggiungere i propri obbiettivi sul terreno sono due cose abbastanza diverse, come la guerra del Vietnam e quella in Iraq hanno dimostrato; il secondo è che il rapido incremento della spesa militare in Cina potrebbe creare serie difficoltà per gli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.
La conseguenza di questi sviluppi è che la capacità dell’America di plasmare il mondo secondo il proprio volere sarà affidata sempre più alla sua influenza sui sistemi politico-economici globali. E non è una novità: al contrario, è un tratto caratteristico dell’egemonia statunitense fin dagli anni '40. Ma oggi è ancora più importante. Le alleanze create dagli Stati Uniti, le istituzioni che sostengono e il prestigio che possiedono sono un patrimonio realmente inestimabile. Tutti questi asset strategici sarebbero seriamente a rischio se Trump dovesse diventare presidente.
La principale differenza tra Stati Uniti e Cina è che gli Stati Uniti hanno moltissimi alleati potenti.
Nemmeno Vladimir Putin è un alleato affidabile per la Cina. Gli alleati dell’America la sostengono principalmente perché se ne fidano, e questa fiducia è basata sulla percezione che gli Stati Uniti seguono comportamenti prevedibili, fondati su valori. Non significa che le loro alleanze siano state prive di problemi, tutt’altro: però hanno funzionato. L’imprevedibilità che è il marchio di fabbrica di Trump e il suo approccio «transazionale» alle partnership assesterebbero un danno irreparabile alle alleanze.
Un aspetto vitale dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti è il ruolo delle istituzioni multilaterali, come il Fmi, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Vincolando se stessi alle regole di un sistema economico aperto, gli Stati Uniti hanno incoraggiato altri a fare lo stesso. Il risultato è stata una straordinaria crescita della prosperità: tra il 1950 e il 2015, il Pil mondiale reale medio pro capite si è sestuplicato. Trump non capisce questo sistema. I risultati potrebbero essere catastrofici per tutti.
La guerra in Iraq ha danneggiato la fiducia nella saggezza e nella competenza degli Stati Uniti. La crisi finanziaria mondiale è stata ancora più distruttiva. Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni che muovevano gli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia.
Dopo tutti questi danni, l’elezione di un uomo così poco qualificato come Trump metterebbe in discussione qualcosa di ancora più fondamentale: la fede nella capacità degli Stati Uniti di scegliere leader ragionevolmente bene informati e competenti. Con un presidente come Trump, il sistema democratico perderebbe gran parte della sua credibilità come modello per l’organizzazione di una vita politica civile. Putin e altri despoti, effettivi o aspiranti tali, applaudirebbero: la loro convinzione che tutto il parlare di valori occidentali sia soltanto ipocrisia troverebbe giustificazione. Ma quelli che vedono gli Stati Uniti come un bastione della democrazia sarebbero presi dallo sconforto.
Se Trump dovesse vincere, sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero. Per esempio metterebbe fine, forse per sempre, agli sforzi per tenere sotto controllo la minaccia dei cambiamenti climatici. Ma già soltanto la sua candidatura sembra indicare che il ruolo degli Stati Uniti nell’ordine globale rischia di subire una trasformazione. Questo ruolo non dipendeva soltanto dalla prodezza economica e militare dell’America, ma anche dai valori che rappresentava. Con tutti i suoi errori, l’ideale di una repubblica governata dal diritto rimaneva visibile. Hillary Clinton è una candidata imperfetta. Trump è qualcosa di completamente diverso. La sua presidenza non renderebbe grande l’America: al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta.
dal Financial Times
traduzione di Fabio Galimberti per IlSole24Ore
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