Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/03/2020

Lo sterminio della mia generazione

Il Covid-19 sta sterminando chi ha dai settant’anni in su, la mia generazione e quelle più vicine. Generazioni nate a cavallo della seconda guerra mondiale, che ne hanno incontrato le sofferenze, le distruzioni, i morti, le lotte o direttamente, o subito dopo nei ricordi dei genitori che ogni tanto si lasciavano scappare qualche frase, magari mentre si parlava d’altro.

Io, che sono nato nel dopoguerra, ho conosciuto questa parola per un gioco stupido che avevo imparato in strada – allora i bambini ci vivevano – da miei compagni più grandi. Facevano con la bocca il rumore sempre più forte degli aerei che si avvicinavano: uuuuuuuuu.

Mi era sembrato divertente e poi ero bravo a riprodurre quel suono ed una sera lo provai a tavola. Un urlo disperato di mia madre – smettila! – mi ammutolì. Seppi poi che ad altri bambini non era andata così bene, il loro rievocare il rumore dei bombardieri in arrivo era stato interrotto da solenni scapaccioni.

La mia generazione ha visto il mondo cambiare forse come poche altre. Quando ero piccolo il solo mezzo di comunicazione della famiglia con il mondo, oltre ai giornali, era la radio. Telefoni e televisione erano un lusso che sarebbe arrivato dopo, già con l’adolescenza.

La mia generazione non è stata determinante per la ricostruzione del paese, realizzata da quelle precedenti. Però la mia generazione è stata decisiva, questo sì, per la costruzione sociale civile e culturale.

Quando ero adolescente la moralità dominante era ancora quella medioevale. La donna era sottoposta all’uomo, vigeva persino il diritto di ucciderla se “traditrice dei doveri di matrimonio”. E divorzio, aborto, omosessualità, erano proibiti persino come parole, la maledizione ed il sospetto incombevano su chi osasse parlarne senza usare termini spregiativi.

La scuola era un privilegio da cui erano esclusi i figli degli operai e dei contadini. Il primo esame era in seconda elementare e si poteva essere bocciati, ricordo miei compagni di classe che lo furono. Poi dopo l’esame di quinta elementare c’era la vera spartizione sociale.

Per entrare nella scuola media – dove si studiava il latino e solo attraverso la quale si poteva accedere al liceo ed all’università – si doveva superare un difficile esame di ammissione, pubblico però senza alcuna preparazione pubblica.

Così le famiglie dovevano pagare un’insegnante privata e quelle che non potevano permetterselo mandavano i figli alla scuola di avviamento, che dopo tre anni spediva direttamente al lavoro. La maggioranza della mia classe seguì quella via e a tredici o quattordici anni molti di quei ragazzi erano già apprendisti operai, o semplicemente garzoni, così si chiamavano, in qualsiasi altro posto di lavoro.

Nei luoghi di lavoro vigeva un autoritarismo padronale che si sommava a quello che si era riaffermato in tutta la società, dopo il breve dilagare di libertà seguito al 25 aprile del '45. Giuseppe Di Vittorio lo definì il ritorno del fascismo nelle fabbriche. E anche se il paese cresceva e diventava diverso, lo sfruttamento era gigantesco, come la miseria che spingeva milioni di persone dal Mezzogiorno verso il Nord, ove si accelerava lo sviluppo industriale.

Il mondo cambiava e la politica, la grande politica, entrava nelle vite della mia generazione da tanti lati. Dal conflitto delle sinistre – comunisti e socialisti – con la democrazia cristiana, che attraversava tutto il paese e che prima o poi ti coinvolgeva.

Dallo sconvolgimento del mondo, dove crollavano gli imperi coloniali e avanzava il socialismo; dalle lotte di liberazione, Cuba, l’Algeria, il Vietnam, che ti chiedevano di prendere posizione. Dal cambiamento dei costumi che avanzava e minava l’Italia bigotta, familista e autoritaria che ancora dominava.

Magari si cominciava con la musica, il rock contro il melodico, e poi si finiva in piazza. Quelli più grandi di noi lo fecero già nel 1960 scendendo in strada con le loro magliette a righe contro il governo filofascista di Tambroni e furono uccisi a Reggio Emilia, in Sicilia.

Poi ci furono il ‘68 ed il ‘69, le grandi lotte degli anni Settanta, che davvero trasformarono il paese, spazzarono via tutto l’autoritarismo che ancora lo permeava e provarono a costruire una società giusta.

Negli anni ‘80 cominciò il riflusso, il giro di boa della storia, e in diversi decenni di restaurazione molte conquiste sociali e democratiche furono cancellate. Nel nome del mercato e dell’impresa, che si presentavano come moderni, rivoluzionari persino.

Una parte della mia generazione fu catturata da questi tempi nuovi e se ne fece complice e artefice. In molti però resistemmo, per fermare ciò che vedevamo come il ritorno al passato, mentre si presentava come il futuro.

Così da rivoluzionari in fondo diventammo conservatori, e così fummo definiti e dileggiati. Lottammo tanto, ma perdemmo, il mondo diventò ciò che non avremmo mai voluto che fosse, dominato dalla ricchezza e dal denaro.

Prima di restare chiuso in casa, girando per Brescia mi capitava spesso di incontrare operai con cui avevo lottato negli anni Settanta e Ottanta e tutti mi facevano lo stesso discorso: quanti scioperi quante lotte e ora si è perso tutto, i giovani non hanno più nulla di ciò che avevamo conquistato noi.

Già, i giovani... ai quali la mia generazione era additata come causa dei loro guai, da chi ci aveva sconfitto.

Noi eravamo considerati dei privilegiati perché avevamo conquistato un lavoro più sicuro, perché avevamo una pensione, bassa ma dignitosa.

Noi avevamo lottato contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro, contro la precarizzazione dei lavori e delle vite, ma paradossalmente, proprio coloro che avevano cancellato le nostre conquiste, ora ci accusavano di essere la causa del fatto che nessuna di esse fosse arrivata ai giovani.

Eravamo i baby boomers, la generazione nata col boom delle nascite del dopoguerra, che “viveva alle spalle” di tutte le altre.

Ok, boomers era il termine che si stava diffondendo e che serviva a zittire con disprezzo uno della mia generazione, se provava a dire che il mondo attuale non gli piaceva affatto. “Vai all’inferno vecchietto, accontentati dei tuoi privilegi e della tua vita fortunata”.

Poi è arrivato il morbo che ha aggredito in particolare gli anziani e ucciso tante e tanti di essi. Come per una tremenda legge del contrappasso, noi che abbiamo lottato per la sanità pubblica e contro i tagli e le privatizzazioni, ora siamo vittime della nostra sconfitta e del successo di chi ci ha battuto.

Ora di fronte allo sterminio delle generazioni anziane l’opinione verso di noi sta mutando, e una società che ha colpito i diritti ed il futuro dei giovani dandone la colpa a noi, ora riscopre le parole e le idee della nostra gioventù.

Il conflitto generazionale quasi scompare e tornano le differenze di classe, le ingiustizie sociali, la divisione tra ricchi e poveri, anche quelle tra stati nel mondo. E la solidarietà e l’eguaglianza riconquistano improvvisamente la ribalta, i politici che le hanno sempre ignorate e dileggiate ora si nascondono ipocritamente dietro di esse.

La mia generazione e quelle più vicine pagano con migliaia di morti il ritorno di ciò per cui si sono battute fin dalla gioventù e per cui bisognerà riprendere a lottare. Coloro che ce l’avranno fatta in fondo torneranno giovani e ci auguriamo che essi siano il più possibile.

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Italia terra di contesa geopolitica. L’emergenza coronavirus evoca nuove alleanze

Facendo un giro di ricognizione su come vari think thank euroatlantici stanno valutando l’impatto della pandemia di coronavirus, emerge piuttosto chiaramente come una delle preoccupazioni (ma qualcuno sotto sotto ne valuta anche le opportunità) sia il fatto che l’Italia – membro fondatore della Nato e dell’Unione Europea – sia diventata una faglia geopolitica degli equilibri internazionali del prossimo futuro.

Il fatto che gli aiuti per fronteggiare l’emergenza coronavirus non siano arrivati con aerei e convoglio battenti bandiere a stelle e strisce o con le stelle della Ue, ma battenti la bandiera rossa con la stella della Cina, o quelle di Cuba o della Russia, ha strappato bruscamente il velo delle vecchie alleanze dell’Italia (Usa, Nato, Ue) e reso visibile che il mondo tornato multipolare mette a disposizione nuove possibili alleanze.

La questione era già emersa sia con l’interessamento e il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta, sia con l’obiettiva e crescente divaricazione con la kernel Europe cioè il nucleo nordico dell’Unione Europea che ruota intorno all’ormai insopportabile rigore (per gli altri) di Stati come Germania, Olanda etc. e la conferma della loro divaricazione di interessi dai paesi euromediterranei, in particolare Italia, Spagna, Grecia e Portogallo.

La Francia ancora una volta è presa in mezzo. Da un lato l’altissimo livello di integrazione tra le multinazionali e le grandi imprese capitaliste franco-tedesco che da tempo puntano ai “campioni europei” per la competizione globale evocati dal ministro dell’industria tedesco Altmaier, dall’altro una spontanea tendenza – fortemente sentita a livello sociale – a sottrarsi al mortale abbraccio tedesco.

Già con le opportunità evocate dal progetto della Nuova Via della Seta cinese e, di contro, l’assurdità/diseconomicità delle sanzioni alla Russia o all’Iran, anche un pezzo di borghesia italiana andava chiedendosi sempre più rumorosamente quale fosse il guadagno nel rimanere ingabbiati nelle vecchie alleanze. Non solo l’Unione Europea che è sempre lì a batter cassa con la bacchetta in mano, ma anche la Nato, tutta impegnata a rilanciare la guerra fredda e manovre militari contro la Russia, era stata del tutto silente quando ad esempio si sono palesati i conflitti o l’emergenza sulla massiccia immigrazione verso gli Stati di prima linea dell’Europa, in particolare quelli mediterranei. Insomma quel ripetuto e fattuale “cavatevela da soli” si era già palesato negli ultimi anni e qualche breccia l’aveva già aperta. Ma in queste settimane la breccia si è allargata di brutto e le domande cominciano a farsi più numerose. Insospettabili e stringenti.

Due esempi di come questa nuova situazione sta mettendo in fibrillazione la vecchia logica euroatlantica tra gli analisti, sono i seguenti video.

Il primo è del direttore di Limes Lucio Caracciolo (che appare piuttosto destabilizzato nelle sue consolidate certezze).

Il secondo è di Paolo Magri, presidente dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi), il quale di fronte agli aiuti arrivati tempestivamente da Cina, Cuba, Russia e non dagli Usa, si chiede: “Oggi chi sono i nostri?”

Il massimo dell’improbabilità è stato però raggiunto da un articolo sul gettonato giornale online “L’Inkiesta”, dove si arriva a dire che gli aiuti della Nato all’Italia per l’emergenza coronavirus sono stati superiori a quelli di Cina e Russia ma... sono stati comunicati male. Incredibile a credersi che la Nato, vera a propria “bestia” nella gestione della comunicazione e della propaganda (difficile dimenticare la guerra d’aggressione alla Jugoslavia nel 1999), abbia difettato proprio sul piano della comunicazione? Insomma l’Italia avrebbe ricevuto dalla Nato degli aiuti “a sua insaputa”.

Anche un altro dei think thank storicamente euroatlantici, come l’Istituto Affari Internazionali, appare inquieto e cerca di metterci una pezza rilanciando la contrapposizione tra modello occidentale e “dispotismo asiatico”. L’emergenza coronavirus, rileva Affari Internazionali, agevola le spinte all’autoritarismo rendendolo agli occhi dell’opinione pubblica una soluzione vincente, anche per il dopo emergenza. Secondo il suo direttore Gianni Bonvicini “Ci troveremo domani a combattere un virus che non rappresenta solo un grave problema sanitario, ma una notevole sfida sul piano economico e sulla sopravvivenza dei nostri valori democratici”.

Ma questa tendenza, secondo Bonvicini, non è nata con l’emergenza pandemica, in realtà era già emersa dentro l’accresciuta crisi economica del primo decennio del XXI Secolo: “L’ultimo rapporto “Freedom in the World“ relativo al 2018 fa un interessante confronto dello stato della democrazia fra due periodi successivi. Dal 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino) al 2005 i Paesi “non liberi” erano diminuiti dal 37% al 23%, mentre le nuove democrazie avevano visto il balzo dal 36 al 46%. Nel successivo arco temporale, dal 2005 al 2018, l’andamento è stato opposto: i Paesi liberi sono diminuiti del 44% mentre quelli autoritari e dittatoriali sono aumentanti del 26%.”

Insomma il mondo che abbiamo conosciuto, le vecchie alleanze, i dogmi economici che hanno dominato fino ad oggi sono fortemente messi in discussione. Che questo porti con sé, automaticamente, un segno progressista (il socialismo del XXI Secolo) non appare affatto scontato, ma è indubbio che il visibile fallimento del sistema dominante, sia sul piano economico/sociale sia sul piano politico/civile, riconsegni alle opzioni del cambiamento e delle alternative di modello sociale delle chance che sembravano liquidate e rimosse storicamente (do you remember la “fine della storia” di Francis Fukuyama?).

E l’Italia? L’Italia dentro questo scossone della storia torna a rivelarsi come l’anello debole dell’imperialismo. Non solo. La frattura sostanziale tra il nucleo centrale dell’Unione Europea e i suoi paesi periferici sulla gestione della pandemia e delle risorse economiche per far fronte alla crisi sociale che ne sta derivando, manifesta con evidenza come l’area alternativa euromediterranea, e la proposta politica della sua costruzione che abbiamo avanzato in questi anni, stia nell’ordine delle cose e nell’ordine del possibile.

Indicare un altro modello di integrazione regionale e di priorità sociali negli investimenti, nell’allocazione delle risorse, nei rapporti di proprietà più adeguati al post emergenza (le nazionalizzazioni ad esempio) e nella neutralità e cooperazione in politica estera, assume oggi una forza evocativa e un immaginario di cambiamento prima assai più difficile da presentare come alternativa possibile al fallimento del modello, degli istituti e delle alleanze pre-esistenti.

In Italia e non solo, si può aprire una faglia sociale e geopolitica di estremo interesse per i comunisti e le forze rivoluzionarie. Bandito ogni velleitarismo ed ogni sentimento autoconsolatorio, le condizioni per riaprire una prospettiva di cambiamento oggi sono immensamente più forti rispetto ad appena tre mesi fa.

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Geraldina Colotti: De Andrè ai tempi del coronavirus

È peggio rapinare una banca o fondarla? Ai tempi in cui i versi di Brecht o, almeno, le strofe di De André (“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”) erano la colonna sonora di uno scontro di classe che toglieva letteralmente le braghe alla storia, avremmo sputato in faccia a due sordidi lati del problema: la carità pelosa di chi, dopo essere stato parte del sistema, ci invita a “donare” le briciole, e i poliziotti di tutte le risme che stanno a guardia di questa società divisa in classi, e per questo inventano complotti mafiosi se la gente esce dai supermercati senza pagare la spesa.

Invece, oggi, di fronte al popolo dei senza-diritti che non può comprarsi da mangiare, scattano in contemporanea due riflessi: quello dei sepolcri imbiancati che denunciano lo “scandalo” della povertà senza muovere un dito, e quello dei giustizialisti, che difendono la legalità borghese.

Una legalità che ti uccide con le mani pulite, perché nega i diritti basici e la dignità, rendendo l’oppresso un mendicante che può solo essere un assistito, ma non un essere umano cosciente del posto che occupa nella società divisa in classi.

Un “caso umano” che può catturare un po’ di audience se sale su un ponte per denunciare un licenziamento o un abuso, ma che diventa immediatamente un delinquente da mettere in galera se viola le regole di una società basata sull’ingiustizia sociale.

L’esplosione di questa pandemia riporta alla materialità dei rapporti di sfruttamento, smaschera alibi e ipocrisie, fa giustizia delle trappole in cui è finito ingabbiato il conflitto sociale. Ma davvero c’è qualcuno che, a fronte dei miliardi che ha guadagnato in questi anni il grande capitale internazionale (60 famiglie detengono la ricchezza di tutto il pianeta) si può indignare se il popolo dei senza diritti si riempie il carrello della spesa perché non ha da mangiare?

Qualcuno si è chiesto quanto denaro abbiano intascato quei “benefattori” per essere così generosi da regalare adesso diversi milioni di euro per paura che il proletariato gli chieda davvero i conti come sempre è accaduto nelle rivoluzioni popolari?

E quanti soldi sono stati spesi per foraggiare un circo emergenziale di giudici magistrati, carri armati e polizie nel nostro martoriato sud, quando quei soldi sarebbe bastato destinarli al lavoro, alla salute o all’educazione?

Non è il “volontariato” che deve farsi carico delle politiche pubbliche. Non è l’esercito che deve controllare i supermercati. Sono i capitalisti che devono restituire quello che hanno rubato in questi anni di neoliberismo sfrenato, consentito da politiche complici e consociative di cui gran parte di queste ex sinistre si dovrebbero vergognare.

Si può fare? Sì, si può fare, anche se noi non abbiamo esempi in Europa. Ma esistono altri continenti. La Cina ha dato la sua lezione. Cuba ha dato la sua lezione. Il Venezuela bolivariano, benché assediato in modo criminale dal cowboy della Casa Bianca e dai suoi subalterni, sta dando una lezione. Non è il socialismo ad aver fallito, ma il capitalismo. Questa pandemia lo dimostra.

Mentre in Italia aumenta il numero dei morti – oltre 10.000 – morti spesi sull’altare del capitalismo, alle 6 della sera, dalle finestre si sente cantare l’inno nazionale. L’inno di un paese imperialista, che inneggia ai “martiri di Nassiria” ma non a quelli che muoiono sul lavoro, in mare, o a causa della NATO di cui siamo servitori.

“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”, cantava Fabrizio de André. Erano gli anni '70. I tempi degli “espropri proletari”, delle grandi lotte per il potere, del carcere come “scuola di lotta”. La canzone da cui sono tratte quelle strofe, s’intitola “Nella mia ora di libertà”. Dice: “Di respirare la stessa aria di un secondino, non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà...”. È la “canzone del maggio”, il Maggio francese contro le gabbie e le ipocrisie del capitale. Contro la società disciplinare. Ce n’èst qu’un debut si diceva allora. Sous le pavé la plage. Il fuoco cova, anche ora, sotto la cenere.

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La memoria dell’Albania, e Salvini lo svergognato

“Non siamo privi di memoria: non possiamo non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà. Oggi siamo tutti italiani, e l’Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l’Europa e il mondo intero”.

Con queste il premier albanese Edi Rama ha salutato all’aeroporto di Tirana un team di 30 medici e infermieri albanesi in partenza per l’Italia per rafforzare i colleghi impegnati nella lotta al coronavirus in Lombardia: “Voi membri coraggiosi di questa missione per la vita, state partendo per una guerra che è anche la nostra. L’Italia è casa nostra da quando i nostri fratelli e sorelle ci hanno salvato nel passato, ospitandoci e adottandoci mentre qui si soffriva”.

Naturalmente Rama si riferiva all’accoglienza di quasi 30 anni fa, quando si presentarono navi stracariche al largo dei porti di Brindisi e Bari. Non certo alle sortite razziste di Salvini, soltanto un anno fa, che scatenarono l’indignata risposta di cittadini italiani di origine albanese e di residenti nel nostro Paese.

Con la faccia di tolla che gli è solita, il leghista smemorato oggi ha comunque alzato il telefono per farsi bello con il premier Edi Rama, limitandosi a copiare le sue parole “Grazie al popolo albanese e al suo governo: inviando medici e infermieri hanno dimostrato una sensibilità e una generosità che non dimenticheremo”.


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Brancaccio - Il capitale allo specchio

RAI Tre – PRESA DIRETTA – 28 marzo 2020 – Un piano “anti-virus” che propone l’immediato controllo dei mercati dei capitali viene pubblicato sul Financial Times, testata principe della finanza mondiale. E’ un segno di questa crisi, così pesante da indurre il capitale a guardarsi allo specchio e a interrogarsi sul rischio che l’instabilità dei mercati minacci la sua stessa riproduzione. Teresa Paoli intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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Torino - Coronavirus alle Vallette, subito amnistia e misure alternative

Prima che il carcere diventi un lazzaretto!

La notizia non arriva certo inaspettata: il Coronavirus è arrivato anche dentro al carcere delle Vallette a Torino. D’altronde le misure di prevenzione istituite nelle carceri del nostro paese sono state praticamente nulle, anche perché il cronico e noto sovraffollamento rende materialmente impossibile rispettare distanze di sicurezza e norme igienico-sanitarie.

Mentre ogni giorno a tutti i cittadini viene detto di #stareacasa e rispettare le distanze di sicurezza, ai detenuti viene negato anche il più basilare diritto alla salute: evidentemente, al di là delle parole, per il ministro Bonafede e per tutto questo governo, i carcerati sono cittadini di “serie B”, a cui si può negare anche il diritto alla salute.

Solo pochi giorni fa Nicoletta, rinchiusa proprio in quel carcere, raccontava circa la preoccupazione dei detenuti dopo che si era diffusa la notizia della positività di due secondini. Ora, con la positività accertata di due carcerati, la situazione rischia di esplodere ➡️ https://tinyurl.com/toywjqr

Noi crediamo che l’unica soluzione per evitare che le carceri si trasformino in grandi lazzaretti sia concedere l’amnistia per i reati sociali, l’indulto e le misure alternative come i domiciliari, oltre che dotare dei necessari DPI tutto coloro che rimarranno in carcere.

Molti detenuti devono scontare meno di due anni residui, tantissimi sono in carcere per reati minori: a tutti loro bisogna concedere, subito, i domiciliari. Così come bisogna concedere l’amnistia a tutti coloro i quali, come Nicoletta, si trovano in carcere per le loro battaglie in difesa dei diritti di tutti e tutte noi.

Ma bisogna fare presto, prima che la situazione degeneri.

Misure alternative, amnistia e indulto subito!

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Confindustria chiede di abolire pure il “decreto dignità”

Il Sole 24 Ore dà conto oggi di una situazione paradossale. Già giovedì scorso, commentando i dati delle esportazioni extraeuropee a febbraio, cresciute del 6,4%, 19 miliardi, un miliardo tondo in più rispetto allo scorso anno, il giornale commentava che tra febbraio e marzo l’industria italiana aveva avuto un boom di commesse da parte dei mercati mondiali, vuoi per il freno cinese, vuoi per fare scorte.

In particolare a trainare erano farmaceutica e agroalimentare.

Ebbene, oggi il giornale confindustriale scrive che tante aziende stanno avendo picchi di lavoro, dal tessile alla chimica, che si stanno riconvertendo per il coronavirus, alla farmaceutica, all’agricoltura, all’agroalimentare e ai servizi annessi, oltre che la metalmeccanica fornitrice.

Il problema è che per far fronte a questo carico di domanda si sta ricorrendo al lavoro determinato, proprio quello maggiormente penalizzato, e giustamente, dal decreto dignità. Ora gli industriali chiedono al governo di togliere causali penalizzanti il ricorso al lavoro temporaneo per far fronte al notevole aumento della produzione.

Si fa cenno al ricorso al lavoro sommerso per sviare il decreto dignità e questo è inaccettabile. Sappiamo da lavoratori sparsi in tutt’Italia che in questi settori in questi mesi si fa ampio ricorso allo straordinario.

Dunque, la via maestra sarebbe non ricorrere allo straordinario e stabilizzare questi lavoratori, anche perchè, oltre al consumo mondiale di questi mesi di prodotti di questi settori, in seguito le catene globali dovranno far fronte alle scorte, dunque la domanda ci potrebbe essere anche dopo.

In particolare, secondo il Presidente di Confagricoltura, mancano all’appello 200 mila lavoratori in agricoltura, proprio perché il coronavirus non permette l’arrivo di stagionali esteri. In tutti questi settori si sta assistendo a carichi di lavoro impressionanti, tant’è che sono notizie quotidiane di imprese che danno consistenti aumenti salariali ai lavoratori coinvolti.

Sarebbe il caso di assumere più gente, visti i tempi.

Fonte

Raffaello 1520-1483


Per combattere gli effetti psicologicamente più nefasti della pandemia, ci vuole anche questo (al posto di tutta la tv, istericamente ansiogena che appesta i palinsesti).