Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/01/2024

Gideon Levy sulla bizzarra difesa di Israele alla Corte Internazionale

Gaza, è genocidio?

“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e i civili anziani affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”

“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini più morali del mondo”.

Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.

Israele e la Corte di giustizia internazionale

Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.

“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?”

[La cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].

Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano se ne farà carico’”.

“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito ‘sistema legale militare’. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.

“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”

“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”

L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica

Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.

Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Così suona convincente il titolo che l’AP ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.

Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.

Fonte

29/01/2024

Doomsday - Il giorno del giudizio (2009) di Neil Marshall - Minirece

Lenin reloaded

di Jack Orlando

Cento anni dalla sua scomparsa. E la figura di Lenin continua a sfuggire a qualsiasi incasellamento, seguita a creare disturbo e inquietudine.

Sopravvive alla sua perpetua demonizzazione liberale; all’imbalsamazione in dottrina rigida e meccanicista di gruppuscoli tanto ininfluenti quanto ostinati, così come anche al suo infastidito allontanamento da parte di numerosi movimenti che hanno adottato l’identità dell’attivista piuttosto che quella del militante, che hanno trovato il proprio senso nella ricerca di riconoscimento del diritto formale piuttosto che nella costruzione di rapporto di forza.

Numerose sono pure le interpretazioni a cui è stato sottoposto: dal Lenin di pietra del socialismo reale a quello canonizzato del marxismo leninismo, dal Lenin operaista a quello del pensiero anticoloniale, fino ai goffi e malriusciti tentativi di recupero e distorsione di alcuni circoli del neofascismo.

Ed in effetti il capo del bolscevismo si presta ad essere interrogato ed utilizzato a seconda della contingenza, ma mai ad essere profilato una volta per tutte.

Né eretico né ortodosso, il pensiero leniniano è anzitutto elaborazione pragmatica e dinamica finalizzata alla sovversione dell’esistente.

Se un filo rosso univoco è rintracciabile nella sua parabola è proprio questo: la costante, ossessiva e caparbia volontà di mutamento radicale del sistema mondo. Dato questo come obbiettivo finale, i passi per arrivare a meta possono venire calcolati di volta in volta.

Pare banale, ma solo alla luce di ciò è possibile comprenderne l’opera.

Analisi concreta della realtà concreta: il marxismo di Lenin, non è sapere filosofico ma scienza d’attacco, mai pura, quanto costantemente sottoposta a ibridazioni e aggiornamenti. Politica, economia, storia, arte militare, letteratura, tutto ciò che è utilizzabile viene utilizzato. Non si butta via niente.

Non è un caso che l’opera più celebre, il “Che fare?” sia debitore della tradizione del populismo russo e mutui il nome non da un saggio d’analisi quanto da un romanzo di formazione.

Confrontarsi oggi, cento anni dopo, con quello che più di tutti può essere considerato come il gran maestro della rivoluzione, permette forse di approcciare laicamente il tema e trarne qualcosa di utile.

Metodo anzitutto: non vi è mai un Lenin uguale a sé stesso, vi è quello che nel “Che fare” propone una struttura militante elitaria e cospirativa abitata da rivoluzionari professionisti, per poter agire in un contesto repressivo e ostile come quello dell’impero russo prima del 1905, e vi è quello che di fronte a tale data mette questa specializzazione al servizio delle masse in movimento per innervarle di “sapere tecnico” e convogliarne il potenziale all’interno del partito prima che possa essere disperso. Vi è un Lenin che spinge per la lotta armata durante la fase rivoluzionaria e uno che difende la partecipazione alle istituzioni rappresentative nel momento del riflusso.

Ogni forma e ogni pratica non sono elementi assoluti e sempre validi ma strumenti per attraversare la fase.

Insurrezione e gradualità, slancio e cautela.

Non è rivoluzionario chi compie il gesto più estremo, ma chi attraverso il gesto più adatto impone la sua impronta alla realtà e ne devia il corso, ne impone una traccia di ordine differente.

Sguardo strabico, brutto a vedersi e virtuoso a praticarsi, si procede con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Una spregiudicata adattabilità che porta ad utilizzare qualsiasi mezzo, anche il più torbido, eppure permette di non perdersi nell’opportunismo nè nel fanatismo, questo perché accanto alla finezza dello sguardo veglia un forte afflato etico, una bussola interna che mette al riparo dalle degenerazioni in cui spesso è incappato il socialismo. Dalle brutalità tragiche della grande Storia alle piccole miserie umane dei capetti delle parrocchie di cui è seminato il tempo della storia minore.

Ancora metodo: nelle pagine dei quaderni e degli scritti leniniani trova posto praticamente ogni tema possibile. Lo sviluppo del capitalismo, il significato cangiante della democrazia e delle nazioni, l’imperialismo le colonie e lo sviluppo diseguale, il ruolo della violenza politica e della guerra, anche quella civile, la costruzione dello Stato ed ovviamente i compiti del partito.

Anche di questo, nel pensiero rivoluzionario, non è importante la forma, che è sempre questione di contingenza; quanto il suo ruolo di principio ordinatore: il partito è anzitutto lo spazio di coniugazione di teoria e prassi, ogni elaborazione teorica è finalizzata ad una sua messa in pratica, così come ogni azione non solo è guidata da una linea di pensiero, ma ne è fonte, momento di correzione ed aggiornamento. E l’unico modo per far sì che questi due termini siano in connessione è che essi dialoghino ed interagiscano nella costruzione di organizzazione, ovvero nella capacità di accumulare e generare potenza che produce impatto sul terreno del reale.

Ecco perché è possibile incappare in tanti nodi quante poi scuole di pensiero si sono generate per ognuna di esse, senza poi produrre rottura effettiva per altro, perché l’attenzione del rivoluzionario è volta al cambiamento di tutto ciò che esiste e che non gli basta, per cui non può che tutto affrontare e ricondurre la ogni particolarità allo schema generale delle cose.

Lenin non era un leninista, come Marx prima di lui non era un marxista.

In ultima istanza, del padre dell’esperienza sovietica non servono le liturgie, ma il sapere vivo, l’esempio fecondo.

Vadano a crepare in un angolo le identità, le purezze e gli ideologismi, tutto ciò che serve è ciò che è utile per l’attacco, per il superamento dell’esistente.

Fonte

La strage dimenticata nel Sudan devastato dai signori della guerra

La rivolta popolare che nel 2019 ha rovesciato la dittatura reazionaria e islamista di Omar al-Bashir, al potere da ormai tre decenni, sembrava potesse portare il Sudan sulla strada della transizione verso la democrazia e lo sviluppo.

Dal golpe alla guerra civile 

Ma il 25 ottobre 2021 il colpo di stato militare, diretto dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha posto fine ad ogni speranza di liberazione, nonostante il tentativo di resistenza di un vasto fronte di forze politiche, sociali e sindacali che hanno pagato con centinaia di morti le continue mobilitazioni contro il nuovo regime.

Il 15 aprile del 2022, poi, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, ha lanciato le sue Forze di Supporto Rapido (la milizia nata dal movimento dei famigerati janjaweed) contro l’ex alleato al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi sostenuto dagli ambienti ancora fedeli al vecchio dittatore al-Bashir.

La vasta ribellione delle FSR ha scatenato una guerra civile che in nove mesi ha causato decine di migliaia di vittime, ridotto in macerie numerose città e portato il Sudan sull’orlo dell’implosione.

Una mediazione impossibile 

Alcune settimane fa un accordo raggiunto grazie alla mediazione dell’Etiopia sembrava aprire uno spiraglio. Il 2 gennaio le Forze di Supporto Rapido hanno infatti firmato ad Addis Abeba, con il “Coordinamento delle forze civili democratiche” (Taqaddum, una piattaforma formata da decine di partiti politici, comitati popolari, sindacati, organizzazioni della società civile), una dichiarazione diretta a stabilire una tabella di marcia per porre fine ai combattimenti e aprire le trattative con al-Burhan. Subito dopo, però, molte realtà politiche interne ed esterne a Taqaddum hanno disconosciuto l’accordo firmato da Dagalo e dall’ex premier Abdallah Hamdok, denunciando quello che hanno definito un “tradimento”. D’altronde il rifiuto del presidente de facto di partecipare all’incontro organizzato da Hamdok in Etiopia aveva già reso inefficace il documento siglato.

Nei giorni scorsi poi, la scena si è ripetuta all’incontro organizzato dall’IGAD – Inter Governamental Agency for Development, l’organizzazione regionale del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale alla quale l’Unione Africana ha delegato la ricerca di una soluzione delle diverse crisi in atto nel quadrante – il 18 gennaio a Entebbe, in Uganda. Alla riunione, alla quale erano presenti i rappresentanti dell’Onu, dell’Unione Europea, di vari paesi arabi e degli Stati Uniti, si sono infatti presentati sia l’ex primo ministro e coordinatore di Taqaddum Abdallah Hamdok, sia il capo delle Forze di Supporto Rapido, Dagalo. Il capo della giunta militare, al-Burhan, ha dato invece forfait accusando l’iniziativa di rappresentare una violazione della sovranità del Sudan. Non contento, al-Burhan ha sospeso l’adesione del Sudan all’IGAD e ha richiamato l’ambasciatore di Khartum in Kenya, accusando Nairobi di «ospitare la ribellione e (…) cospirare contro il Sudan». La mossa è stata decisa dopo che il 3 gennaio il presidente keniota William Ruto ha ricevuto Dagalo, che nelle ultime settimane ha intrapreso un tour che ha fatto tappa anche in Ruanda, Uganda, Etiopia e Gibuti nel tentativo di accreditarsi come rappresentante legittimo del suo paese.

Etiopia contro tutti 

Ad aggravare il quadro, recentemente, la firma da parte dell’Etiopia di un accordo con la regione separatista somala del Somaliland per l’ottenimento di uno sbocco al mare, che ha causato la dura reazione di Mogadiscio ma anche dell’Eritrea, dell’Egitto e dello stesso governo golpista sudanese. L’esplosione di nuove tensioni regionali indebolisce ulteriormente i già infruttuosi tentativi dei paesi dell’area di costringere i contendenti sudanesi ad un accordo.

Le credibilità di molti degli attori regionali, del resto, è minata dal fatto che vari paesi sono direttamente o indirettamente coinvolti nella guerra civile, interessati ai proventi della vendita di armi o a conquistare un ruolo egemone in un Sudan ridotto in pezzi.

Lo zampino degli Emirati Arabi Uniti 

La potenza regionale più attiva in Sudan sembra essere Abu Dhabi che, del resto, in passato ha già fornito varie flotte di droni da bombardamento all’esercito etiope, garantendogli una schiacciante superiorità aerea contro i ribelli del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, e ingenti carichi di armi all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, in guerra con il governo di Tripoli riconosciuto dalla cosiddetta comunità internazionale.

Ora da più parti si accusano gli Emirati Arabi Uniti di armare i miliziani delle Forze di Supporto Rapido che, durante la dittatura di Omar al-Bashir hanno combattuto per anni assieme alle forze di Abu Dhabi contro i ribelli houthi yemeniti.

Nonostante gli emiratini continuino a negare ogni coinvolgimento, numerosi media hanno documentato i carichi di armi inviati ai janjaweed da parte della piccola ma potente petromonarchia, a tal punto che a metà dicembre al-Burhan ha espulso 15 diplomatici di Abu Dhabi. In precedenza Yassir al-Atta, membro della giunta golpista, aveva esplicitamente accusato gli Emirati di rifornire i ribelli attraverso l’Uganda, la Repubblica Centrafricana e il Ciad. Recentemente, un documento diffuso dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, basato su fonti di intelligence e testimonianze di osservatori indipendenti, definisce “credibili” le ricostruzioni secondo cui gli Emirati hanno più volte fornito armi ai miliziani ribelli tramite la base aerea di Amdharass, nel nord del Ciad. I più di 100 voli registrati, secondo Adu Dhabi, trasportavano invece soltanto “aiuti umanitari” destinati ai profughi.

Ma i legami tra il leader delle RSF e la petromonarchia araba sono noti e consistenti. Il centro dell’impero economico di Dagalo – e del fratello – è a Dubai, mentre il generale è ritenuto molto vicino al vicepresidente degli Emirati Mansour bin Zayed ed ha fatto un lungo viaggio ad Abu Dhabi nella scorsa primavera, prima di ordinare la ribellione contro il suo ex alleato al-Burhan, che ora è sostenuto dall’Egitto di al Sisi e dall’Iran.

Il Sudan va in pezzi 

Mentre la guerra civile ha messo il paese in ginocchio, in varie regioni il vuoto di potere ha portato alla formazione di milizie regionali più o meno indipendenti dai due contendenti, che dettano legge a livello locale utilizzando la violenza e minacciano la stessa integrità dello stato sudanese.

Di fatto il paese è spaccato a metà. I paramilitari di Dagalo controllano gran parte della capitale, le regioni occidentali, il Darfur e una parte della provincia del Kordofan. L’esercito “regolare”, fedele al regime, invece, occupa alcuni quartieri di Omdurman, la città gemella di Khartum, il nord del paese, le regioni orientali e la valle del Nilo.

Crimini di guerra e pulizia etnica 

Recentemente i combattimenti tra le opposte fazioni si sono allargati a territori finora relativamente tranquille. Entrambe le fazioni si stanno rendendo responsabili di crimini di guerra e atrocità contro la popolazione, bombardando in maniera indiscriminata i centri abitati e sottoponendo gli oppositori a torture e detenzioni arbitrarie.

In particolare, l’avanzata delle Forze di Supporto Rapido di Dagalo nel Darfur Occidentale ha provocato nella sola capitale regionale Geneina tra i 10 e i 15 mila morti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite i janjaweed hanno preso deliberatamente di mira i civili nelle strade, nelle case e nei campi profughi, colpendo anche le colonne di profughi in fuga verso il Ciad, con esecuzioni sommarie e stupri. Le RSF, i cui membri sono reclutati per la maggior parte tra le tribù arabe delle regioni occidentali, sono accusate di uccisioni di massa a sfondo etnico contro la popolazione nera africana, in particolare quella Masalit, maggioritaria nel Darfur Occidentale, oltre che di saccheggi e distruzioni punitive.

Mentre la capitale Khartum è sempre più una città fantasma, con interi quartieri ridotti in macerie e abbandonati dai loro abitanti, da dicembre gli scontri si sono estesi alle regioni orientali e meridionali, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Particolarmente intensi sono stati gli scontri nello stato di Gezira, a sud di Khartum, una regione che viene abitualmente definita “il granaio del Sudan”.

Emergenza umanitaria e sanitaria 

I profughi sarebbero in totale già 7,5 milioni; di questi, circa 1 milione e mezzo si sarebbero rifugiati in Ciad, Sud Sudan ed Egitto. Gli altri hanno cercato riparo nei territori scampati agli scontri fino al momento del loro arrivo, dovendo però poi spesso fuggire di nuovo a causa dello scoppio di ulteriori combattimenti e dovendo comunque confrontarsi con una grave penuria di cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria.

Il paese, nonostante il sostanziale disinteresse dei circuiti mediatici principali, è investito da una crisi gravissima. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il coordinamento umanitario (OCHA), circa 25 milioni di sudanesi hanno o avranno bisogno nei prossimi mesi di assistenza. Nel solo stato di Khartum, denuncia un dossier diffuso da Medici Senza Frontiere, almeno 3 milioni di persone non hanno alcun accesso all’assistenza medica.

Nelle zone interessate dalla guerra civile, afferma l’associazione Care International, l’80% degli ospedali e dei presidi sanitari ha dovuto chiudere a causa dell’inagibilità delle strutture e della mancanza di elettricità. La situazione, in mancanza di una svolta allo stato improbabile, può solo peggiorare.

Fonte

India - Il fondamentalismo hindù tra templi e provocazioni

Una bandiera color zafferano sul tetto di una chiesa per “celebrare” l’inaugurazione del Ram Mandir, il grande tempio simbolo del nazionalismo indù. Proprio alla vigilia della fastosa celebrazione presieduta ad Ayodhtya nell’Uttar Pradesh dal premier Narendra Modi, a centinaia di chilometri di distanza nel distretto di Jhabua, nello Stato del Madhya Pradesh domenica 21 gennaio un nutrito gruppo di fondamentalisti indù ha preso di mira alcune chiese cristiane, inneggiando a Ram, la divinità indù a cui il nuovo tempio è dedicato.

Virali sono diventate in rete le immagini di un uomo che si arrampica sul tetto della chiesa evangelica di Matasula, un villaggio a maggioranza tribale, per piazzare la bandiera simbolo dei nazionalisti indù sopra alla croce. “È successo intorno alle 16 – racconta il pastore Kidar Singh che guida una comunità affiliata alla Church of South India –. Erano oltre 50 e volevano installare bandiere color zafferano sulla mia casa e sulla cima della chiesa. Hanno minacciato di far demolire la chiesa con la falsa accusa di conversione illegale”. Scene simili si sono ripetute anche in altri tre villaggi della zona. Tutto questo nonostante in Madhya Pradesh molti esponenti di altre religioni abbiano espresso messaggi di felicitazioni per l’inaugurazione del Tempio. Anche il vescovo cattolico di Jhabua, mons. Peter Kharadi, ha espresso congratulazioni e auguri “a nome dell’intera comunità cristiana cattolica”.

Il vescovo pentecostale Paul Muniya, delle chiese Shalom a cui appartengono le altre tre sale di preghiera dei villaggi dove sono state issate le bandiere, ha dichiarato ad AsiaNews che la polizia ha cercato di convincerli a non sporgere denuncia. “Ci hanno consigliato di gestire la situazione con amore, come insegna la nostra religione – ha raccontato –. Hanno assicurato che interverranno se un simile incidente si ripeterà, ma per ora non faranno nulla perché hanno detto che c’è molta pressione dall’alto”.

Rockey Shah, della diocesi cattolica di Jhabua, ha dichiarato ad AsiaNews: “Abbiamo incontrato il sovrintendente della polizia e ha parlato di mantenere la pace. La Chiesa ha in programma due importanti eventi nel fine settimana per i quali abbiamo chiesto di rafforzare la nostra sicurezza. Il 26 gennaio, tutte le nostre istituzioni educative cristiane celebrano in grande stile la Festa della Repubblica indiana e il 27 gennaio ci sarà l’ordinazione episcopale del vescovo di Jhabua”.

Fonte

Ambiguità e reticenze statunitense sulla base attaccata in territorio siriano

Tre soldati statunitensi morti e 25 feriti, in un luogo ancora imprecisato tra Siria e Giordania. Un giornalista medio dovrebbe chiedersi “cosa ci fanno truppe Usa in Siria?”, ma questo è ormai chiedere troppo alla stampa mainstream.

La seconda domanda è perché mai i vertici Usa (Pentagono e Casa Bianca) diano notizia delle perdite ma rimangano abbottonati sulla località.

Vaga anche la rivendicazione dell’attacco, condotto con droni non con uomini mandati allo sbaraglio: “Resistenza Islamica” è infatti una definizione alquanto generica. Indica che da quelle parti – dove le popolazioni sono quasi interamente musulmane – le truppe occidentali non sono particolarmente benvolute.

Comunque i resistenti, nel loro comunicato, dicono sicuramente qualcosa di più dei vertici Usa: le basi colpite sono più d’una, il che implica non solo un certo controllo del territorio ama anche la capacità di condurre attacchi sincronizzati contro l’esercito più potente del mondo.

La maggior parte degli analisti presume che il grosso delle vittime si sia verificato nella base di al-Tanf in Siria. Una base come minimo “illegale” (realizzata occupando una porzione di territorio siriano con la motivazione di voler “combattere il terrorismo”) che gli Stati Uniti utilizzano da anni per aiutare l’ISIS e addestrare terroristi da usare contro Assad, oltre a bloccare la crucialissima rotta di confine tra Siria e Giordania per mantenere la Siria isolata ed economicamente soffocata.

Segretezza e confusione, con così tante basi illegali americane sparse come cartacce, regnano sovrane. Il silenzio sul luogo dell’attacco è probabilmente un tentativo di minimizzare e nascondere l’attività ad al-Tanf degli Stati Uniti e dare l’apparenza di legalità lasciando nell’incertezza se la base sia in Siria oppure in Giordania. Dove gli Stati Uniti hanno effettivamente il permesso legale di stare, a differenza di al-Tanf.

C’è poi anche il tentativo di mantenere inscalfibile il mito dell’esercito “invincibile” degli Stati Uniti come rappresentato da Hollywood. Mentre un attacco con droni che arriva a segno significa, quanto meno, che non ci sono difese aeree funzionanti. Ma anche che sia le truppe sia i generali lasciano molto a desiderare. Alcuni video girati subito dopo l’attacco mostrano ufficiai e soldati quasi alle lacrime, con il comandante della base che spinge le truppe ad abbandonare la base e disperdersi nel deserto.

Qualcuno a questo punto ironizza pure: “riuscite immaginare queste persone al fronte contro la Russia in Ucraina?”

Sono scene piuttosto diverse da quelle della propaganda sulla guerra in Iraq di 20 anni fa (quella reale, non i film di Hollywood). “Come è possibile? Gli Stati Uniti erano invincibili durante la guerra in Iraq nel 2003”. Quella era una guerra “asimmetrica”, ossia con una parte che possiede di tutto (aerei, missili a lunga gittata, truppe corazzate e aviotrasportate, portaerei, ecc.) e l’altra che ha ben poco e magari tecnologicamente molto arretrato.

Perdi più, a complicare ulteriormente la situazione, prospettando una escalation che diventa sempre meno controllabile, in questo momento girano molte “voci” sul fatto che Israele sta radunando molte truppe al confine libanese e si sta preparando a lanciare una grande invasione fino al fiume Litani.

L’unica cosa certa è che l’anno delle elezioni è appena iniziato e le cose si stanno già sgretolando più rapidamente di quanto chiunque potesse immaginare. E mentre la pentola trabocca, i factotum degli Stati Uniti (Israele e Ucraina) non fanno progressi nel frenare i disastri imminenti.

Parlando in termini razionali, è difficile immaginare come questa situazione possa risolversi senza una totale ritirata degli Stati Uniti dal Medio Oriente o una nuova guerra importante.

Sono naturalmente due scenari assai diversi:

- se gli Stati Uniti si ritirano, questa sarà considerata “la madre di tutti i fallimenti” dell’amministrazione Biden, simile al ritiro afghano moltiplicato per 100. La maggior parte dei “falchi della guerra” repubblicani alimenterà certamente questa interpretazione, dato che sono a busta paga del complesso militare-industriale;

- se Biden invece ordina attacchi importanti diretti all’Iran, potrebbe portare a una serie di escalation che chiuderebbe l’intera regione, avvolgendola nelle fiamme e facendo crollare l’economia mondiale. Il che sarebbe una botta terribile per qualsiasi possibilità di rielezione dell’establishment quest’anno.

È del resto impensabile decidere ora di mettere massicciamente altri soldati sul campo; ci vorrebbe un anno o più di preparazione. L‘invasione dell’Iraq, per esempio, ha richiesto 6 mesi solo per trasportare materiale e risorse nella regione, metterle in posizione, ecc.

Ma l’Iran molto probabilmente non starebbe lì ad aspettare che ciò avvenga, anche perché dispone di sistemi balistici moderni molto più sofisticati di qualsiasi cosa avesse l’Iraq. Quindi l’invasione terrestre è esclusa.

L’unica cosa che potrebbero tentare è una campagna aerea a lungo raggio. Ma anche in questo caso, per raggiungere risultati apprezzabili (ridurre seriamente le capacità militari di Teheran) sarebbe necessaria una vasta campagna della durata di almeno 6-12 mesi. Cosa peraltro non semplice.

La NATO intera, anni fa, ci ha messo 3 mesi per assemblare le forze da scagliare contro la piccola Serbia (6 milioni di abitanti e un territorio relativamente piccolo). L’Iran ha una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio molto più vasto di quello serbo, senza contare un esercito molto più grande. In breve: ci vorrebbero anni, e durante quegli anni rimarrebbe strozzato il commercio marittimo ed economico nella regione (gas e petrolio, principalmente), facendo crollare l’economia globale.

Tutto può accadere, naturalmente, ma pensare di risolvere il rebus mediorientale a colpi di testa militari – un giorno contro i palestinesi, un altro contro i siriani o il Libano, un altro ancora contro gli Houthi, sullo sfondo anche contro l’Iran – è da pazzi. E di questi tempi pare siano proprio loro a tenere le redini di quasi tutti i governi occidentali.

Fonte

Ennesima grande vergogna per l’Italia

La decisione degli USA e di altro otto governi servi, tra cui purtroppo – ma senza sorpresa – quello italiano, di sospendere il finanziamento all’UNRWA è un crimine contro l’umanità.

Isreale ha accusato DODICI dei TREDICIMILA dipendenti dell’Agenzia a Gaza, di essere fiancheggiatori dI Hamas. Naturalmente come sempre non ha fornito prove, basta la parola. Ed infatti sulla sola parola di un governo a processo per genocidio, nove complici guidati dagli USA hanno sospeso gli aiuti.

È bene ricordare che l’UNRWA è l’agenzia dell’’ONU che assiste milioni di palestinesi vittime delle pulizie etniche israeliane e che i due milioni di abitanti di Gaza hanno gli aiuti dell’Agenzia come quasi unica risorsa vitale.

Sospendere i finanziamenti a tutto il sistema degli aiuti per punire dodici persone è una rappresaglia fascista, è partecipazione al genocidio.

Biden, Scholz, Sunak non hanno detto o fatto nulla di fronte al rinvio a giudizio per genocidio di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia, non hanno preso alcuna misura per far sì che Israele rispetti le prescrizioni della Corte. E non hanno detto e fatto nulla quando Israele ha assassinato più di CENTO dipendenti ONU a Gaza, il più grave attentato alle Nazioni Unite da quando esistono.

E i penosi governanti italiani, servi dei servi, Meloni e Tajani in testa, benedicente come sempre Mattarella, si sono accodati. Tajani si è persino fatto fotografare felice mentre stringeva la mani insanguinate di Netanyahu, nello stesso giorno in cui la Corte de l’Aia riconosceva la validità dell’accusa di genocidio.

E non si venga a dire che ci sono vincoli internazionali da rispettare, perché paesi NATO come la Norvegia e la Spagna hanno subito dichiarato che continueranno a finanziare UNRWA, a maggior ragione con la crisi umanitaria in corso.

No, lo schifo vile e servile è tutto nostro.

Se in Italia ci fosse ancora una stampa libera e non un regime giornalistico che fa da scorta mediatica al genocidio, si leverebbe la critica a questo governo che si proclama “sovrano” ed invece è un leccapantofole.

Invece coro di approvazioni, bravi avete “spezzato le reni”… all’UNRWA.

La citazione fascista ci sta, perché l’odio contro l’ONU e le sue organizzazioni, che i criminali israeliani e i loro complici hanno scatenato, è autentico fascismo. Ricorda proprio la propaganda nazifascista di novant’anni fa contro la Società delle Nazioni.

Io oggi mi vergogno dell’Italia e vorrei tanto un rinvio giudizio del nostro governo per complicità con il genocidio, per render chiara l’infamia compiuta.

Intanto, oggi più che mai bisogna far sentire ai palestinesi che questi governanti vili e servi non ci rappresentano, e che c’è un’altra Italia che si vergogna e si scusa per loro.

Fonte

Colpiti duramente i soldati statunitensi al confine tra Giordania e Siria. Washington pensa alla rappresaglia

La Resistenza islamica dell’Iraq, il cartello che raccoglie le formazioni sciite, ha preso di mira una base militare statunitense al confine tra Giordania e Siria uccidendo tre soldati e ferendone altri 25.

La base, nota come Torre 22, è un piccolo avamposto annesso al campo profughi di Rukban, vicino al confine tra Iraq e Siria. Si trova a pochi chilometri di distanza dalla base Usa in Siria di al-Tanf, che è stata presa di mira decine di volte dalla resistenza islamica. Le truppe speciali statunitensi hanno utilizzato spesso la postazione attaccata in Giordania per entrare la Siria

“Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di condurre un’operazione segreta contro l’Iran in risposta all’uccisione di tre militari statunitensi, nell’attacco sferrato sabato contro un avamposto delle forze Usa nel nord della Giordania”. Ad affermarlo è l’agenzia d’informazione economica Bloomberg, che cita fonti governative anonime.

Secondo l’indiscrezione raccolta da Bloomberg, gli Stati Uniti stanno valutando “varie opzioni” in risposta all’attacco della resistenza contro i militari statunitensi, “inclusa la possibilità di condurre una operazione segreta” contro obiettivi all’interno del territorio iraniano.

Secondo le fonti, la risposta degli Stati Uniti avrà intensità superiore a qualunque misura sinora intrapresa da Washington dopo l’inizio del conflitto tra Israele e Hamas.

La missione dell’Iran alle Nazioni Unite ha diffuso oggi un comunicato per negare il coinvolgimento di Teheran nell’attacco sferrato sabato contro un avamposto delle Forze armate Usa in Giordania, che ha causato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento di altri 25. Nella nota, rilanciata dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, la missione afferma che “l’Iran non ha alcun collegamento e non ha nulla a che fare con l’attacco contro la base Usa. C’è un conflitto tra le forze Usa e gruppi di resistenza nella regione, che si scambiano reciprocamente attacchi di rappresaglia”, prosegue la nota.

Dall’inizio della guerra a Gaza, la base militare statunitense di Al Tanf, così come le altre postazioni occupate dagli Usa tra Iraq e Siria, sono state più volte attaccate dalla resistenza.

I bombardamenti statunitensi sulle milizie Houthi di Ansarallah in Yemen, hanno dato agli Usa la sensazione di poter giocare come al solito la partita di un facile conflitto asimmetrico, ma stavolta è l’estensione e l’articolazione del fronte stesso del conflitto a complicare gli schemi militari statunitensi. Inoltre c’è l’anno elettorale e la debolezza di Biden a condizionare ancora di più. Ogni azione in campagna elettorale rischia l’errore e la paura dell’errore produce spesso errori ancora peggiori.

Fonte