di Roberto Prinzi
Gli Stati Uniti
potrebbero essere complici delle “atrocità” commesse in Yemen a causa
delle bombe che stanno fornendo all’Arabia Saudita. A sostenerlo è un
rapporto pubblicato ieri dalla ong statunitense Human Rights Watch (Hrw).
Secondo l’organizzazione per i diritti umani, infatti, più di 160
yemeniti sono rimasti uccisi in un mese dalle bombe che Washington ha
venduto a Riyadh nonostante gli americani fossero già a conoscenza delle
violazioni commesse nel Paese dalla monarchia wahhabita.
“Sta finendo il tempo per l’amministrazione Obama per sospendere la
vendita di armi all’Arabia Saudita e per non essere per sempre associata
alle atrocità della guerra yemenita” ha avvertito la ricercatrice
dell’organizzazione, Priyanka Motaparthy.
Nel suo rapporto, Human Rights Watch accusa la coalizione sunnita a guida saudita di aver commesso crimini di guerra (bombardamenti contro matrimoni, mercati affollati, ospedali e scuole)
ed invita la comunità internazionale ad aprire una inchiesta
indipendente che possa assicurare alla giustizia i responsabili dei
massacri avvenuti nel Paese. Nel suo studio l’ong cita in
particolare il raid aereo ad Arhab (cittadina a nord della capitale
Sana’a) dello scorso 10 settembre in cui sono stati uccisi 31 civili e
sono rimaste ferite 40 persone. Dai frammenti delle armi usate
nell’attacco della coalizione saudita, scrive Hrw nel rapporto, è
possibile constatare come esse siano state prodotte negli Stati Uniti
nell’ottobre 2015. Ma Arhab non è un caso isolato secondo Hrw: 10 giorni
dopo, infatti, i caccia del blocco sunnita hanno colpito ad Houdeida
una casa a tre piani uccidendo 28 civili e ferendone 32.
“Per stabilire se le armi siano utilizzate o meno contro i civili, i
governi [occidentali] che vendono armi all’Arabia Saudita non possono
affidarsi né alle indagini della coalizione saudita, né a quelle del
governo yemenita” ha aggiunto Motaparthy. “Gli Usa e la Gran
Bretagna, e tutti coloro che vendono armi a Riyadh, dovrebbero
sospendere le vendite finché gli attacchi non diminuiranno e non saranno
indagati [quelli avvenuti] in maniera appropriata”.
Una richiesta che è caduta subito nel vuoto: ieri infatti
Washington ha venduto ai suoi alleati arabi armi per un valore superiore
ai 7 miliardi di dollari. L’accordo maggiore, manco a dirlo, è
stato raggiunto con i sauditi che per 3,51 miliardi di dollari hanno
acquistato 48 elicotteri pesanti da trasporto Boeing CH-47 F con
motori di riserva e mitragliatrici. Ma a godere dell’eccellenza bellica
made in Usa sono stati anche gli Emirati Arabi Uniti che verseranno
nelle casse americane 3,5 miliardi di dollari per l’acquisto di 27
elicotteri d’attacco AH-64 E. Si è “limitato” il Qatar che ha comprato 7
jet militari da trasporto C-17 e motori di ricambio per la “modica”
somma di 781 milioni di dollari.
Ma le vendite belliche americane hanno raggiunto anche il lontano
Marocco a cui Washington è pronta a consegnare 1.200 missili anti carro Tow 2
per un valore di 108 milioni di dollari. Affari d’oro che
potrebbero essere bloccati soltanto dal Congresso. Uno scenario,
quest’ultimo, che appare pura utopia: l’ingente flusso di denaro fa gola
negli States a politici, ma soprattutto alle grandi multinazionali di
armi che hanno una forte incidenza sulle politiche americane. Di fronte a questo mix di forze le lamentele delle organizzazioni umanitarie, pertanto, lasciano il tempo che trovano.
In questo giro d'affari miliardario, è perciò ipocrita
l’atteggiamento di Washington che se da un lato continua a finanziare la
mattanza in Yemen, dall’altro esorta l’alleato yemenita ad accettare la
road map tracciata dall’Onu per raggiungere la pace con i rivali sciiti
houthi. Gli inviti dello Zio Sam alla pacificazione non hanno
finora riscosso successo: il governo del presidente in esilio Hadi –
longa manus di Riyadh in Yemen – ha già infatti scartato martedì questa
possibilità definendo la proposta delle Nazioni Unite un “precedente
internazionale pericoloso”. Una dichiarazione che ha fatto subito
infuriare (a parole) il Dipartimento di Stato Usa che si è detto
“deluso” per la risposta negativa dell’esecutivo yemenita.
E mentre il governo di Hadi (riconosciuto dalla comunità
internazionale) e quello rivale di Sana’a (sostenuto ufficiosamente
dall’Iran) non riescono a trovare una intesa che ponga fine alla guerra, la situazione umanitaria continua a peggiorare.
Secondo l’organizzazione
umanitaria, le importazioni di cibo ad agosto erano meno della metà
del necessario a nutrire la popolazione e in questi mesi si sarebbero
ulteriormente ridotte.
L’Amministratore delegato del gruppo, Mark
Goldring, non usa troppi giri di parole per descrivere le condizioni
umanitarie del Paese: “Lo Yemen è sul punto di morire di fame”.
“All’inizio – ha aggiunto Goldring – ci sono state le restrizioni sulle
importazioni. Poi quando le cose sembravano migliorare, le grù al porto,
i depositi, la strade e i ponti sono stati bombardati. Quanto accaduto
non è avvenuto per caso, ma è [un fatto] sistematico”.
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