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07/06/2020

ArcelorMittal cala la falce sulla ex Ilva: chiesti 5.000 licenziamenti

ArcelorMittal ha inviato venerdì sera una mail “pesante” al Ministero dello Sviluppo Economico e al Mef. In 500 pagine di allegato, la multinazionale ha indicato il suo “piano industriale” per la produzione e gli stabilimenti in Italia.

Ed ha calato la falce chiedendo ben 3200 esuberi e il mancato assorbimento dei 1800 dipendenti rimasti temporaneamente in forza a Ilva in Amministrazione straordinaria. Il piano porterebbe gli attuali 10.700 lavoratori a 7.500. Nessuna speranza di tornare in fabbrica, quindi, per tutti gli operai che secondo l’accordo del 2018 erano destinati alle bonifiche per essere successivamente riassorbiti nell’organico di Arcelor.

Il piano industriale di ArcelorMittal conferma così i 5000 esuberi immediati già annunciati il 4 marzo scorso, quando la proposta fu definita “inaccettabile” dal governo e dai sindacati.

Nel piano inviato, inoltre, ci sarebbe l’ipotesi di arrivare a produrre, una volta a regime, 6 milioni di tonnellate e non più 8 milioni utilizzando solo tre altiforni: Afo1, Afo2 e Afo4.

L’accordo di marzo, prevedeva a regime, nel 2025, una produzione di 8 milioni di tonnellate da farsi anche attraverso forno elettrico, e non solo altoforno, e 10.700 lavoratori occupati nel gruppo.

Che l’aria che tirava non fosse buona si era già capito dalle parole del ministro Patuanelli nell’audizione alla Camera di giovedì e in una intervista venerdì.

L’altro pessimo segnale erano stati i cancelli chiusi in faccia ai commissari governativi presentatisi alla ex Ilva lunedì scorso perché i dirigenti di ArcelorMittal erano in ferie per il ponte del 2 giugno.

A questo punto non ci sono molte alternative: o il governo caccia a calci in culo ArcelorMittal dalla siderurgia italiana e se ne prende carico nazionalizzandola, oppure l’arroganza della multinazionale farà da battistrada a tutte le altre nelle relazioni industriali in Italia. E il prezzo che verrebbe pagato non è solo la credibilità di un governo ma 5.000 lavoratori messi in mezzo alla strada. Un prezzo inaccettabile.

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