Venezuela e Colombia hanno riattivato un accordo commerciale firmato nel 2011 ma sospeso per quattro anni dopo la rottura delle relazioni bilaterali a causa di tensioni politiche.
L’intesa è stata siglata dai presidenti Nicolas Maduro e Gustavo Petro durante un incontro organizzato al confine tra Ureña (Venezuela occidentale) e Cucuta (a nord della Colombia).
“Dobbiamo rimuovere tutte le barriere che possono esistere” sul commercio, ha detto Petro. Firmato nel 2011 dopo la decisione dell’ex presidente venezuelano Hugo Chavez (1999-2013) di ritirare il suo paese dalla Comunità andina (Can), l’accordo ha stabilito preferenze tariffarie e criteri di controllo per i prodotti commercializzati, ed è entrato in vigore nel 2012.
L’accordo appena firmato “aggiorna” le tariffe e le condizioni, come ha spiegato Maduro, senza fornire ulteriori dettagli.
Venezuela e Colombia hanno ristabilito le relazioni dopo che il presidente colombiano di sinistra Gustavo Petro è salito al potere nell’agosto 2022.
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17/02/2023
13/12/2022
Tutti contro l’aggiornamento dell’accordo commerciale tra l’UE e il Cile
Per i firmatari l’accordo “è espressione di un neocolonialismo funzionale all’elettromobilità dell’UE e agli affari delle sue multinazionali“.
Più di 500 firme di organizzazioni, partiti politici e personalità dell’Unione Europea e del Cile hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta promossa da Chile Mejor sin TLC, in rifiuto dell'”Accordo di Modernizzazione” sottoscritto dal Governo del Presidente Boric con l’UE.
Tra gli aderenti ci sono Jean Luc Mélenchon, ex candidato alla presidenza e leader della sinistra francese; il vicepresidente del Senato francese, Pierre Laurent e gli eurodeputati Ana Miranda (Bloque Nacional Galego-Gruppo Verdi-ALE), Miguel Urban (Anti-capitalisti, La Sinistra, Parlamento Europeo) e Manu Pineda (Partito Comunista di Spagna) .
In Cile, il testo è stato firmato dai deputati Marisela Santibáñez, Ana María Gazmuri, Camila Musante, Viviana Delgado e Hernán Palma, e dal sindaco di Recoleta, Daniel Jadue.
Neocolonialismo funzionale alle multinazionali
Per i firmatari l’accordo “è espressione di un neocolonialismo funzionale all’elettromobilità dell’Ue e alle sue multinazionali“.
In questa linea, hanno assicurato che Josep Borrell, a nome della Commissione Europea, ha recentemente rivendicato davanti ai parlamentari europei e latinoamericani il paradigma degli “scopritori e conquistatori“.
Hanno anche criticato il fatto che “per ogni chilogrammo di idrogeno verde, vengono utilizzati 10 litri di acqua dolce demineralizzata ed energia su larga scala, proveniente dalla riconversione di territori agricoli in siti per progetti fotovoltaici o eolici, necessari per quell’esportazione di combustibile rinnovabile“.
“Questo accordo implica che il Cile debba pagare i costi ambientali, sociali e climatici necessari per la transizione ecologica europea e per perpetuare l’uso dell’auto in quei paesi invece di dare priorità al trasporto pubblico“, ha aggiunto la dichiarazione.
Tra le organizzazioni che hanno firmato in Cile ci sono No Mas AFP (ndt: Basta AFP), Fundación Sol, Anamuri, MAT, Alleanza Rifiuti Zero, OLCA, collettivi ecologici comunali, Fundación Constituyente XXI, Red de Acción en Plaguicidas Chile, Coordinamento Femminista Peñalolén, Artisti per l’Ecologia, oltre a collettivi per la sovranità alimentare, i diritti umani, i sindacati della sanitari e del settore privato.
Tra quelle dell’estero spiccano Vía Campesina, Grain, America Latina Migliore Senza TLC, CLATE (Confederazione Latinoamericana e Caraibica dei Lavoratori Statali), ATTAC (di Argentina, Francia, Paesi Bassi, Austria), TNI, ZAMMM (Austria), Acción Ecológica. (Ecuador), Troca (Piattaforma per un Commercio Internazionale Giusto, del Portogallo), War on Want (Bretagna) e Ecologistas en Acción (Spagna).
Per i firmatari, l’accordo “aggrava il cambiamento climatico, acutizza la dipendenza economica, limita le politiche pubbliche, spiazza le PMI locali negli acquisti pubblici, minaccia la sovranità digitale, consente richieste milionarie da parte delle multinazionali e garantisce la fornitura di litio e rame con il pretesto dell’elettromobilità europea”.
A loro volta, hanno sottolineato che “i parlamenti devono approvare o respingere un accordo su cui popoli e Parlamenti non sono stati informati. Nel caso cileno le informazioni arrivano solo dalla stampa legata ai grandi gruppi di interesse”.
“Dobbiamo muoverci verso una transizione che tolga il mercato e la mercificazione dal centro della politica sul cambiamento climatico, dando priorità alla vita, alla produzione sostenibile e alla giustizia ambientale e climatica“, conclude la dichiarazione.
Leggi QUÍ la dichiarazione completa
La versione del governo: “Un accordo innovativo”
Da La Moneda, attraverso un comunicato del Sottosegretario alle Relazioni Economiche Internazionali (Subrei), definiscono l’accordo come “innovativo” e assicurano che “contribuirà ad aumentare la cooperazione“.
“Contribuirà direttamente agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Agenda 2030. Promuoverà valori e interessi comuni, tra cui il commercio e la sostenibilità, i diritti umani, la pace e la sicurezza. Darà impulso al commercio e agli investimenti, sostenendo la transizione verde e digitale e offrirà nuove opportunità alle imprese”, hanno sottolineato dal Subrei.
La Ministra degli Affari Esteri, Antonia Urrejola, ha affermato da parte sua che “con questo Accordo, il Cile e l’UE hanno approfondito le loro relazioni bilaterali a beneficio dei nostri popoli, rafforzando l’associazione in aree che riflettono valori e principi comuni, come il rafforzamento della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, dello Stato di Diritto e del buon governo, dello sviluppo sostenibile e, in particolare, della parità di genere e dell’emancipazione delle donne e delle ragazze”.
“Questo accordo riconosce anche l’urgenza di affrontare aree come il cambiamento climatico, la transizione energetica, gli oceani, l’innovazione, la digitalizzazione e la cooperazione per raggiungere uno sviluppo regionale e territoriale equilibrato e sostenibile“, ha affermato la ministra degli Esteri cilena.
Nel frattempo, nell’area del commercio e degli investimenti, Urrejola ha specificato che incorpora “nuove questioni fondamentali, come un commercio e uno sviluppo solidi e sostenibili, un capitolo specifico su genere e commercio, e un capitolo sulle piccole e medie imprese finalizzato a aiutare le PMI nella loro internazionalizzazione“.
“Infine, questo strumento è in linea con l’obiettivo della politica commerciale cilena di garantire l’autonomia strategica e normativa del Paese, consentendo lo sviluppo di politiche produttive, ambientali e altre politiche di sviluppo chiave“, ha concluso la ministra Urrejola.
Fonte
Più di 500 firme di organizzazioni, partiti politici e personalità dell’Unione Europea e del Cile hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta promossa da Chile Mejor sin TLC, in rifiuto dell'”Accordo di Modernizzazione” sottoscritto dal Governo del Presidente Boric con l’UE.
Tra gli aderenti ci sono Jean Luc Mélenchon, ex candidato alla presidenza e leader della sinistra francese; il vicepresidente del Senato francese, Pierre Laurent e gli eurodeputati Ana Miranda (Bloque Nacional Galego-Gruppo Verdi-ALE), Miguel Urban (Anti-capitalisti, La Sinistra, Parlamento Europeo) e Manu Pineda (Partito Comunista di Spagna) .
In Cile, il testo è stato firmato dai deputati Marisela Santibáñez, Ana María Gazmuri, Camila Musante, Viviana Delgado e Hernán Palma, e dal sindaco di Recoleta, Daniel Jadue.
Neocolonialismo funzionale alle multinazionali
Per i firmatari l’accordo “è espressione di un neocolonialismo funzionale all’elettromobilità dell’Ue e alle sue multinazionali“.
In questa linea, hanno assicurato che Josep Borrell, a nome della Commissione Europea, ha recentemente rivendicato davanti ai parlamentari europei e latinoamericani il paradigma degli “scopritori e conquistatori“.
Hanno anche criticato il fatto che “per ogni chilogrammo di idrogeno verde, vengono utilizzati 10 litri di acqua dolce demineralizzata ed energia su larga scala, proveniente dalla riconversione di territori agricoli in siti per progetti fotovoltaici o eolici, necessari per quell’esportazione di combustibile rinnovabile“.
“Questo accordo implica che il Cile debba pagare i costi ambientali, sociali e climatici necessari per la transizione ecologica europea e per perpetuare l’uso dell’auto in quei paesi invece di dare priorità al trasporto pubblico“, ha aggiunto la dichiarazione.
Tra le organizzazioni che hanno firmato in Cile ci sono No Mas AFP (ndt: Basta AFP), Fundación Sol, Anamuri, MAT, Alleanza Rifiuti Zero, OLCA, collettivi ecologici comunali, Fundación Constituyente XXI, Red de Acción en Plaguicidas Chile, Coordinamento Femminista Peñalolén, Artisti per l’Ecologia, oltre a collettivi per la sovranità alimentare, i diritti umani, i sindacati della sanitari e del settore privato.
Tra quelle dell’estero spiccano Vía Campesina, Grain, America Latina Migliore Senza TLC, CLATE (Confederazione Latinoamericana e Caraibica dei Lavoratori Statali), ATTAC (di Argentina, Francia, Paesi Bassi, Austria), TNI, ZAMMM (Austria), Acción Ecológica. (Ecuador), Troca (Piattaforma per un Commercio Internazionale Giusto, del Portogallo), War on Want (Bretagna) e Ecologistas en Acción (Spagna).
Per i firmatari, l’accordo “aggrava il cambiamento climatico, acutizza la dipendenza economica, limita le politiche pubbliche, spiazza le PMI locali negli acquisti pubblici, minaccia la sovranità digitale, consente richieste milionarie da parte delle multinazionali e garantisce la fornitura di litio e rame con il pretesto dell’elettromobilità europea”.
A loro volta, hanno sottolineato che “i parlamenti devono approvare o respingere un accordo su cui popoli e Parlamenti non sono stati informati. Nel caso cileno le informazioni arrivano solo dalla stampa legata ai grandi gruppi di interesse”.
“Dobbiamo muoverci verso una transizione che tolga il mercato e la mercificazione dal centro della politica sul cambiamento climatico, dando priorità alla vita, alla produzione sostenibile e alla giustizia ambientale e climatica“, conclude la dichiarazione.
Leggi QUÍ la dichiarazione completa
La versione del governo: “Un accordo innovativo”
Da La Moneda, attraverso un comunicato del Sottosegretario alle Relazioni Economiche Internazionali (Subrei), definiscono l’accordo come “innovativo” e assicurano che “contribuirà ad aumentare la cooperazione“.
“Contribuirà direttamente agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Agenda 2030. Promuoverà valori e interessi comuni, tra cui il commercio e la sostenibilità, i diritti umani, la pace e la sicurezza. Darà impulso al commercio e agli investimenti, sostenendo la transizione verde e digitale e offrirà nuove opportunità alle imprese”, hanno sottolineato dal Subrei.
La Ministra degli Affari Esteri, Antonia Urrejola, ha affermato da parte sua che “con questo Accordo, il Cile e l’UE hanno approfondito le loro relazioni bilaterali a beneficio dei nostri popoli, rafforzando l’associazione in aree che riflettono valori e principi comuni, come il rafforzamento della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, dello Stato di Diritto e del buon governo, dello sviluppo sostenibile e, in particolare, della parità di genere e dell’emancipazione delle donne e delle ragazze”.
“Questo accordo riconosce anche l’urgenza di affrontare aree come il cambiamento climatico, la transizione energetica, gli oceani, l’innovazione, la digitalizzazione e la cooperazione per raggiungere uno sviluppo regionale e territoriale equilibrato e sostenibile“, ha affermato la ministra degli Esteri cilena.
Nel frattempo, nell’area del commercio e degli investimenti, Urrejola ha specificato che incorpora “nuove questioni fondamentali, come un commercio e uno sviluppo solidi e sostenibili, un capitolo specifico su genere e commercio, e un capitolo sulle piccole e medie imprese finalizzato a aiutare le PMI nella loro internazionalizzazione“.
“Infine, questo strumento è in linea con l’obiettivo della politica commerciale cilena di garantire l’autonomia strategica e normativa del Paese, consentendo lo sviluppo di politiche produttive, ambientali e altre politiche di sviluppo chiave“, ha concluso la ministra Urrejola.
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01/02/2021
Un trattato scaccia l’altro, se non sei nella “gabbia”
Uno dei difetti principali della “politica” in Italia è la visione ristretta all’orto di casa. Una marea di soggetti, specie quelli di “sinistra radicale”, non va con l’analisi al di là dei confini nazionali, preferendo spesso quelli comunali.
Come sa ogni montanaro, non puoi stabilire in che direzione andare se non hai una precisa cognizione del territorio che devi attraversare, della praticabilità o meno di certi percorsi, dell’esistenza o meno di sentieri, corsi d’aqua, ecc. Anche se non li vedi dal tuo punto di osservazione e se ancora non ci sei arrivato.
Insomma: per far politica bisogna per forza di cose avere uno sguardo ampio, che tiene – sì – il paese in cui vivi e operi “al centro” dell’attenzione, ma considera anche “il contesto” e le specifiche relazioni che lì si stabiliscono.
Prendiamo questa notizia snobbata dai media mainstream: il ministro al commercio estero britannico, Liz Truss, ha espresso la volontà di far entrare il regno unito nel grande blocco di libero commercio denominato TPP, Trans Pacific Partnership e recentemente evoluto in CPTPP, Comprehensive and Progressive Agreement for Trans Pacific Partnership.
Si tratta di un blocco che comprende paesi dell’aerea del Pacifico, dall’Australia, al Canada, al Vietnam, a Singapore, al Messico, alla Nuova Zelanda e che presto dovrebbe allargarsi ad altri paesi, ed il cui interscambio è pari a 10 mila miliardi di euro.
Perché ci dovrebbe interessare? Per un buon motivo: nel mondo stanno cambiando, in questi anni, parecchi equilibri che sembravano eterni. Quelli nuovi vengono “consolidati” in trattati, quasi sempre unicamente economici.
Tra le “novità” più rilevanti abbiamo segnalato per tempo il Rcep, diventato il più importante trattato commerciale del mondo per dimensioni di Pil (un terzo del totale) e per paesi coinvolti (c’è la Cina, non gli Usa, e riguarda comunque il Pacifico).
Il CPTPP cui aderisce ora Londra è una sorta di “risposta occidentale” a quello disegnato intorno alla Cina, ed è interessante notare che coinvolge alcuni degli stessi paesi (Corea del Sud, Giappone, Vietnam, Nuova Zelanda, Australia) che partecipano anche al Rcep. Ma la sua composizione è anche la dimostrazione che i trattati commerciali sono assai meno vincolanti di quelli politico-economici (se ne possono firmare diversi, per ogni paese).
Per la Gran Bretagna è un passaggio necessario dopo la Brexit. E proprio l’uscita dall’Unione Europea – per quanto “laterale” e borbottosa fosse la partecipazione britannica – ha reso possibile questa adesione. Tra le altre cose (su tutte i vincoli alle politiche di bilancio, che inchiodano tutti gli Stati a politiche di austerità, qualunque sia il ciclo economico da affrontare), l’Unione Europea impedisce infatti ai singoli stati di concludere accordi commerciali esterni, essendo questa materia esclusiva di Bruxelles.
Se si mettono insieme già questi due elementi (politiche di bilancio bloccate e impossibilità di accordi strategici extra-Ue) si comincia a percepire cosa sia “la gabbia” disegnata a Bruxelles. Quella che ha macinato in questi anni anche le due forze sedicenti “euroscettiche” che avevano trionfato alle lezioni del 2018 (M5S e Lega).
Di nuovo qualcuno, ingenuamente, potrebbe chiedere: e a noi che ce ne importa? Beh, noi consigliamo di ricordarvi sempre della Grecia del 2015, guidata da un governo di sinistra, con un premier che veniva dal movimento no global, che stava a Genova nel 2001, e con un ministro dell’economia scelto tra le menti più fini del “pensiero economico non ortodosso” (ossia non neoliberista).
Quel governo, che tanto aveva fatto sperare, rimase inchiodato dentro la gabbia anche perché non aveva alcuna possibilità di fare accordi alternativi con altri paesi o gruppi di paesi. Strozzato dalla Troika e senza via di fuga...
Siete ancora sicuri che il mondo intorno a voi non sia importante per la politichetta di casa nostra?
Fonte
Come sa ogni montanaro, non puoi stabilire in che direzione andare se non hai una precisa cognizione del territorio che devi attraversare, della praticabilità o meno di certi percorsi, dell’esistenza o meno di sentieri, corsi d’aqua, ecc. Anche se non li vedi dal tuo punto di osservazione e se ancora non ci sei arrivato.
Insomma: per far politica bisogna per forza di cose avere uno sguardo ampio, che tiene – sì – il paese in cui vivi e operi “al centro” dell’attenzione, ma considera anche “il contesto” e le specifiche relazioni che lì si stabiliscono.
Prendiamo questa notizia snobbata dai media mainstream: il ministro al commercio estero britannico, Liz Truss, ha espresso la volontà di far entrare il regno unito nel grande blocco di libero commercio denominato TPP, Trans Pacific Partnership e recentemente evoluto in CPTPP, Comprehensive and Progressive Agreement for Trans Pacific Partnership.
Si tratta di un blocco che comprende paesi dell’aerea del Pacifico, dall’Australia, al Canada, al Vietnam, a Singapore, al Messico, alla Nuova Zelanda e che presto dovrebbe allargarsi ad altri paesi, ed il cui interscambio è pari a 10 mila miliardi di euro.
Perché ci dovrebbe interessare? Per un buon motivo: nel mondo stanno cambiando, in questi anni, parecchi equilibri che sembravano eterni. Quelli nuovi vengono “consolidati” in trattati, quasi sempre unicamente economici.
Tra le “novità” più rilevanti abbiamo segnalato per tempo il Rcep, diventato il più importante trattato commerciale del mondo per dimensioni di Pil (un terzo del totale) e per paesi coinvolti (c’è la Cina, non gli Usa, e riguarda comunque il Pacifico).
Il CPTPP cui aderisce ora Londra è una sorta di “risposta occidentale” a quello disegnato intorno alla Cina, ed è interessante notare che coinvolge alcuni degli stessi paesi (Corea del Sud, Giappone, Vietnam, Nuova Zelanda, Australia) che partecipano anche al Rcep. Ma la sua composizione è anche la dimostrazione che i trattati commerciali sono assai meno vincolanti di quelli politico-economici (se ne possono firmare diversi, per ogni paese).
Per la Gran Bretagna è un passaggio necessario dopo la Brexit. E proprio l’uscita dall’Unione Europea – per quanto “laterale” e borbottosa fosse la partecipazione britannica – ha reso possibile questa adesione. Tra le altre cose (su tutte i vincoli alle politiche di bilancio, che inchiodano tutti gli Stati a politiche di austerità, qualunque sia il ciclo economico da affrontare), l’Unione Europea impedisce infatti ai singoli stati di concludere accordi commerciali esterni, essendo questa materia esclusiva di Bruxelles.
Se si mettono insieme già questi due elementi (politiche di bilancio bloccate e impossibilità di accordi strategici extra-Ue) si comincia a percepire cosa sia “la gabbia” disegnata a Bruxelles. Quella che ha macinato in questi anni anche le due forze sedicenti “euroscettiche” che avevano trionfato alle lezioni del 2018 (M5S e Lega).
Di nuovo qualcuno, ingenuamente, potrebbe chiedere: e a noi che ce ne importa? Beh, noi consigliamo di ricordarvi sempre della Grecia del 2015, guidata da un governo di sinistra, con un premier che veniva dal movimento no global, che stava a Genova nel 2001, e con un ministro dell’economia scelto tra le menti più fini del “pensiero economico non ortodosso” (ossia non neoliberista).
Quel governo, che tanto aveva fatto sperare, rimase inchiodato dentro la gabbia anche perché non aveva alcuna possibilità di fare accordi alternativi con altri paesi o gruppi di paesi. Strozzato dalla Troika e senza via di fuga...
Siete ancora sicuri che il mondo intorno a voi non sia importante per la politichetta di casa nostra?
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