Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2019

Tirreno Power (Vado Ligure) - Chi sono gli assassini?

Nel 2014, la centrale Tirreno Power (situata a cavallo dei comuni di Vado Ligure e Quiliano, a pochissimi chilometri da Savona) è stata sequestrata dalla magistratura che ha messo sotto indagine per omicidio colposo, disastro ambientale e abuso d’ufficio i vertici dell’azienda, gli amministratori regionali e comunali. La chiusura degli impianti ha lasciato a casa circa 500 lavoratori compreso l’indotto.

Secondo uno studio recentemente pubblicato, nella zona della Provincia di Savona intorno alla centrale elettrica di Vado Ligure la mortalità è aumentata del 49% negli anni compresi tra il 2001 e il 2013.

Per il management di Tirreno Power questi ultimi dati sono in realtà vecchi, riciclati e già contestati da altri studi. Per i magistrati, invece, gli studi che escludevano i pericoli non erano eseguiti secondo le regole e gli amministratori risulterebbero complici di alterazione dei dati, negligenze e omissioni.

Qualche anno fa Tirreno Power aveva chiesto l’autorizzazione per aprire un nuovo bruciatore a carbone. Nella certificazione richiesta venivano concesse l’apertura del nuovo impianto e, contemporaneamente, la proroga dei vecchi impianti risalenti agli anni ‘70. Proroga che veniva più volte reiterata, fino al 2014.

Quella della Tirreno Power è una storia emblematica. Nata come centrale di Stato, viene privatizzata e da Enel passa a Sorgenia del gruppo De Benedetti (l’editore del gruppo mediatico Repubblica-l’Espresso, l’uomo che vive in Svizzera per sfuggire alla magistratura, colui che si vantava di essere la tessera numero 1 del neonato PD) che la gestisce in quota con una azienda francese.

È situata in una valle in cui, dal dopoguerra in poi, si alternavano ciminiere, orti e frutteti. Il tutto in un’area urbana estesa che comprende i comuni di Vado e Quiliano ma lambisce il Comune di Savona, la cui propaggine ovest si trova a meno di un chilometro dal sito della centrale.

Il carbone era l’elemento caratteristico di tutto il sito industriale. Scaricato dalle navi nel Porto di Vado, veniva instradato su nastri trasportatori che lo dividevano tra la cokeria (chiusa da anni) e la centrale. I depositi erano all’aria aperta e il carbone ridisegnava un paesaggio in cui le facciate dei palazzi erano nere di fuliggine così come i vestiti degli operai, gli occhi e le narici delle migliaia di chi, con il carbone, lavorava quotidianamente. Era una filiera ben congegnata: le gru asportavano il carbone dalle stive delle navi, gli operai della cokeria lo inserivano nei forni dove usciva il coke (che per lunghi anni veniva usato nelle acciaierie ILVA di Savona e Cornigliano) e una serie di sottoprodotti (idrocarburi aromatici) che venivano inviati alle industrie farmaceutiche e chimiche. Ma i nastri scaricavano anche nella centrale, dove i massi e la polvere nera venivano lasciati in un piazzale scoperto per poi essere bruciati e produrre energia.

L’insostenibilità ambientale di un tale modo di produrre era nota a tutti fino dagli anni ‘70. Soprattutto agli operai che, per anni, avevano costruito dure lotte per l’ammodernamento degli impianti e per la salvaguardia della salute. A cominciare dalle cose più banali, come un tetto o una copertura che impedisse alla polvere di carbone di volare via o una serie di pompe idrauliche per bagnare i depositi ed evitare il mulinio delle polveri.

La crisi industriale ha fatto chiudere la cokeria, ma il rispetto dell’ambiente, di cui molti allora si riempivano la bocca, non c’entrava nulla. In quel caso c’era da passare a una diversa fonte di profitto per gli speculatori, c’era da trasformare una zona industriale in una città in preda alla speculazione edilizia. Gli operai e i residenti prima sono stati avvelenati e poi sono stati lasciati senza lavoro. La centrale ha continuato a macinare profitti nonostante la continua diminuzione dei dipendenti e in quel caso le condizioni ambientali non erano più una priorità per nessuno.

Negli anni ‘80 a Savona il pH medio delle piogge era di circa 3 unità, molto più acido del dovuto. La CO2 usciva dai camini, ma il problema andava ben oltre l’effetto serra, perché dalle ciminiere uscivano anche ossidi di azoto e soprattutto di zolfo che, mescolati con l’acqua formano acido nitrico e acido solforico, molto più acidi dell’acido carbonico.

Nessuno ha mai pensato di riconvertire le produzioni e salvare il tessuto industriale. Nessuno ha mai pensato di sostituire il carbone, nessuno ha pensato di chiedere conto a Sorgenia dei lavori di ammodernamento ambientale mai realizzati, nonostante le promesse utili solo a ottenere nuove proroghe.

L’area di Savona è da anni un deserto industriale. Per questo, a parole, i governanti si trincerano dietro la sorte di qualche centinaio di lavoratori e si ricordano dell’elevatissimo tasso di disoccupazione della regione per giustificare omissioni e reati di complicità nel nascondere il disastro ambientale. Nelle intercettazioni dei giudici, i politici e i vertici di Tirreno Power studiano il modo per non fare sequestrare la centrale. I dirigenti negano ancora oggi i dati del disastro e l’azienda (che si fa pubblicità vantando l’uso di fonti rinnovabili e tingendo i propri abiti straparlando di green economy) si indebita con le banche proponendo astrusi piani industriali.

Nel frattempo, gli ultimi dati confermano ciò che cittadini, attivisti, medici ed ex lavoratori sostenevano da anni: nella zona non si vive e si rischia di morire per malattie respiratorie, cardiocircolatorie e tumori con una incidenza nettamente superiore alla media.

Ma i cittadini che hanno vissuto per anni in una zona ad elevatissimo rischio, gli operai che ci hanno faticato una vita contraendo malattie gravi, gli agricoltori che hanno visto distruggere i loro terreni non sono stati uccisi dal carbone, bensì con l’uso del carbone, esattamente come i soldati in guerra non sono stati uccisi da un fucile o da una pistola ma da un soldato nemico e da chi li ha mandati al fronte. E quel nemico è il capitalismo, la ricerca del profitto a tutti i costi, sono i politici corrotti al soldo degli inquinatori e dei devastatori ambientali.

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29/12/2016

Chi sono quelli che non restituiscono i prestiti al Mps?

Perché una banca può andare a rotoli? Perché i soldi che ha prestato non sono tornati indietro e sono diventati “sofferenze bancarie”, ossia crediti quasi inesigibili che probabilmente non rientreranno tutti o non rientreranno mai. Ma chi sono i furbetti che hanno preso i soldi in prestito dalla banca e poi non riescono o non intendono restituirli? E’ il sig. Mario che ha fatto un mutuo ma poi è stato licenziato e non riesce più a pagare le rate per la casa? Robetta!! E’ la sig.ra Maria che ha chiesto un prestito per pagare il rifacimento della facciata del palazzo e sta saltando le rate? Bazzecole!! A mettere in crisi le banche sono soggetti che somigliano molto ai banchieri e spesso ci vanno a cena insieme: i prenditori.

Una analisi dei debitori del Monte dei Paschi di Siena, porta alla luce tanti nomi della imprenditoria italiana ai quali la banca ha prestato soldi e che da tempo non sono rientrati.

Fra i clienti che non hanno rimborsato il Mps troviamo ad esempio la Sorgenia della famiglia De Benedetti che ha lasciato un buco di 600 milioni e poi Don Verzè fondatore del l'ospedale San Raffaele portato al dissesto con un buco di duecento milioni. Fino all'anno scorso, risulta poi una fidejussione di 8,3 milioni di Berlusconi a favore della ex cognata Antonella Costanza, prima moglie del fratello Paolo. La signora Costanza aveva acquistato, per nove milioni, una villa sfarzosa in Costa Azzurra e aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n'erano certo pentiti.

Ma Mps opera anche attraverso altre banche come la Banca Agricola Mantovana in stretti rapporti d'affari con il gruppo Marcegaglia che ha accumulato un'esposizione verso la banca di 1,6 miliardi.

Insomma da un primo screening viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti superiori ai 500mila euro, dunque molto ma molto di più del sig. Mario o della sig.ra Maria. In totale si tratta di 9.300 posizioni debitorie in cui il tasso di insolvenza cresce all'aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Si è scoperto poi che gran parte parte dei problemi nasce dopo l'acquisizione della banca Antonveneta da parte del Mps. I prestiti concessi nel 2008 sono diventati sofferenza nel 2014.

Dunque la crisi del Mps, per la quale lo Stato ha trovato subito e stanziato 8 miliardi di euro, dipende soprattutto dalla stessa classe alla quale appartengono i banchieri. E' questo il motivo per cui chi sostiene che anche questa volta ci troviamo di fronte ad una "socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti", ha ragioni da vendere. Una volta che si è deciso di intervenire con fondi pubblici, sarebbe meglio una nazionalizzazione della banca stessa, e non per restituirla ai banditi di sempre dopo aver risanato i conti, ma per metterla a disposizione del paese e non dei soliti noti.

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23/07/2014

Emilio Fede non si fida?

Una registrazione di una conversazione che finisce agli atti di due tribunali. Con Emilio Fede che parla dei soldi di Berlusconi. Soldi che provengono dalla mafia. E poi Mangano, Dell'Utri, Ruby, la Santanchè. Tutti corrotti, legati alla mafia e ad un gioco di ricatti.

Sembra un'immaginazione che emerge da una chiacchierata al bar, all'ora del cappuccino. Del genere "ma te lo immagini se uscisse fuori..". Il punto, come sempre in questo paese, è che è uscito davvero come vediamo da un servizio de La 7.
In effetti, in materia di rivelazioni, è uscito molto di più. Come le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul rapporto tra la cosca dei Graviano, implicata nella stagione delle stragi mafiose tra il '92 e il '93, Berlusconi e Dell'Utri. E come per le dichiarazioni di Spatuzza, ottime per la trama di un vero Goodfellas di Scorsese all'italiana, anche per Fede ci sono le prime pagine ma con il minore impatto possibile. Roba più da siti dei giornali mainstream che da salotto buono dei titoli delle edizioni cartacee del mattino. Quelle che fanno la linea della politica istituzionale assieme ad un pugno di titoli di Tg. Guarda te il caso i titoli importanti sono dedicati alle riforme istituzionali, Lsd politico da almeno un ventennio, e soprattutto a non rovinare l'intesa cordiale Pd-Berlusconi proprio sulla ristrutturazione della politica istituzionale.

E' evidente che se le nuove prove sul rapporto tra Berlusconi e la mafia si fermano a queste dichiarazioni niente verrà interrotto. L'effetto notizia, come se i media funzionassero ancora come venti anni fa con i cori ad effetto su qualsiasi cosa uscisse dalle procure, su questi temi è di molto attenuato. Come è evidente, e lo si è capito alla commemorazione di Borsellino, che in chi si è occupato del torbido piano dei rapporti tra mafia e livelli istituzionali, per come emerge dai primi anni '90, ci sarebbe la tentazione, o il desiderio, di sparare qualche ultima cartuccia. Ma le munizioni, nel caso, devono essere di quelle buone.

Il cerchio Pd-Berlusconi, nel pieno sonno dell'elettorato di centrosinistra ipnotizzato dal mito degli 80 euro (il cambio attuale per trenta denari), si sta per chiudere. E il rapporto politica-affari rimane, come al solito, altamente discrezionale a favore dei salotti buoni. Come dimostra la recente visita del vicepremier Del Rio a casa di De Benedetti. "Cosa ci è andato a fare?" si sono chiesti i giornalisti. Detto fatto: il salvataggio dell'operazione fallimentare Sorgenia (gruppo De Benedetti) grazie a MPS (area Pd), dimostra che la visita non è stata solo thè e pasticcini. E che il conto è stato pagato duramente da un paese che sosterrà il costo di una banca zombie che salva i vertici, mica i lavoratori, di una azienda decotta che ha fatto una speculazione sbagliata. A livello di cifre, e non solo, Fiorito era un dilettante. Ma non lo era, e non lo è, uno dei suoi capipartito, Marcello Dell'Utri. Il quale avrà decodificato bene il messaggio arrivato dalla deposizione della registrazione di Fede.

La telenovela affari-mafia-potere continua. Magari con meno spettatori ma con il suo specifico interesse.

Redazione, 23 luglio 2014

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26/06/2014

De Benedetti, fustigatore del "pubblico" e "locusta" in privato

Se uno vuol capire bene cos'è il governo Renzi, il "sistema Pd", il senso comune "contro il pubblico" e altre stronzate di successo di questi tempi, è bene che guardi a Carlo De Benedetti, proprietario del gruppo Repubblica-L'Espresso, ovvero il primo caso di "partito-azienda" in questo paese (proprio così: è arrivato prima di Berlusconi, anche se ha "vinto" soltanto ora, dopo aver sponsorizzato e bruciato decine di aspiranti "salvatori della patria": De Mita, Craxi, Segni, Rutelli, D'Alema, Veltroni, Bersani, ecc). Curiosità: anche lui, come Sergio Marchionne, ha preferito farsi "naturalizzare" come cittadino svizzero, chissà perché...

Un esempio solare viene dalla vicenda Sorgenia, società controllata dalla Cir (finanziaria della famiglia De Benedetti) fino a pochissimo tempo fa. Quando, cioè, le perdite sono diventate tali da convincere il boss di Repubblica e tessera n. 1 del Pd a mollare tutto nelle mani delle banche creditrici. Le quali ora si ritrovano a gestire 1,8 miliardi di "sofferenze" (l'eufemismo con cui definiscono i prestiti che non rientreranno mai più in cassa) e a dover trovare qualcuno - nessuno - che acquisti una società ormai valutata zero euro.

Perché è illuminante (al di là delle facili battute sul fatto che Sorgenia si occupa di forniture elettriche)? Perché il comportamento delle banche è stato paradigmatico: in piena crisi finanziaria, mente chiudevano i rubinetti del credito sia a piccole e medie imprese sia alle famiglie, mentre chiedevano "rientri" anche di pochi euro a clienti giudicati "non solidi"... continuavano a prestare centinaia di milioni a De Benedetti, per una società che non ha mai fatto un euro di guadagno e accumulava decine di milioni di perdite l'anno. Evidentemente, nella valutazione sulla solidità delle "garanzie" offerte da Cir, c'era non soltanto la grande ricchezza della famiglia, ma anche il "peso politico" da questa esercitato tramite i media e il Pd.

Se tutto fosse limitato o limitabile a questi soli aspetti, potremmo chiuderla qui e definire De Benedetti un pessimo imprenditore (basterà ricordare la distruzione della Olivetti, da lui comprata quando era ancora un'azienda all'avanguardia in campo informatico), con il pallino della politica.

Purtroppo la sua golden share sul Pd (su Renzi, in questo momento) e il controllo di un gruppo mediatico che "fa opinione" nella parte (poco) progressista del paese ci obbliga a mettere a confronto la "locusta" De Benedetti (la definizione è de IlSole24Ore, girate lì la querela per diffamazione!) con il "fustigatore" De Benedetti.

Sul suo giornale - "suo" in senso stretto, proprietario - ma anche sul foglio di Confindustria (IlSole24Ore) si esercita spesso in infuocati editoriali contro la pubblica amministrazione, l'invasività dello Stato (in toni non molto dissimili da Libero o Il Giornale, peraltro), la fannullaggine dei lavoratori pubblici (che licenzierebbe tutti volentieri, polizie a parte), indicando cosa va cambiato in Italia e come. A suo insindacabile parere.

Ecco, i due ruoli ("locusta" e "moralizzatore") a noi sembrano decisamente incompatibili. Qualcosa che trova un paragone calzante solo con i numerosi "conflitti di interesse" berlusconiani. Ma di questo maleodorante impasto sembra fatta la classe dirigente italica. Tutta intera.

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Il disastro Sorgenia, la Cir liquida e la lezione amara per i banchi

Fabio Pavesi

E’ andata alla fine come doveva andare. La disastrata Sorgenia, la società elettrica del gruppo Cir della famiglia De Benedetti che detiene, o meglio deteneva il 53% del capitale , passerà a giorni sotto il controllo delle banche creditrici esposte sulla società per 1,8 miliardi di euro. Sorgenia come business di fatto è fallita.

Le perdite

Non perchè non faccia ricavi, ma perchè continua a macinare perdite. Ai 196 milioni del 2012 si sono aggiunti i 783 milioni del 2013. Un’emorragia che rischia di non esaurirsi presto. C’è troppa sovracapacità produttiva e ci sono i legacci dei rigidi contratti di approvvigionamento che tengono alti i costi. Dopo l’altro socio, l’austriaca Verbund che aveva portato a zero già mesi addietro il patrimonio di Sorgenia, anche Cir nell’ultimo bilancio del 2013 ha azzerato la sua partecipazione. Sorgenia era iscritta ancora nel 2012 nel bilancio Cir per 500 milioni, oggi vale zero. Una debaclè pagata cara e che ha pesato suoi conti della holding dei De Benedetti che ha chiuso il 2013 in rosso per 270 milioni, in gran parte provocati dalle svalutazioni sulla società elettrica. Ora però se la Cir si è svincolata dalla infelice avventura nel business dell’energia, la patata bollente rimane in mano alle banche. Che  convertendo i debiti in azioni, diventano i nuovi soci forti di Sorgenia. Non c’era altra strada, si dirà.

La montagna di debiti

Se Sorgenia fosse stata lasciata fallire le banche avrebbero trasformato in perdite gli 1,8 miliardi concessi negli anni a Sorgenia. Ora quei soldi sono per ora sofferenze nei bilanci delle banche. Non ce n’era bisogno in questa fase. La speranza è che le banche trovino un compratore o finiscano per vendere a pezzi la società per rientrare dai crediti. Ma per ora al rischio credito si aggiunge il rischio capitale. Un doppio rischio che rivela tutta la miopia dei banchieri italiani. Sorgenia infatti non è affondata di colpo. La genesi del cattivo andamento è da porre già nel 2009, quando i debiti bancari superavano di 10 volte il margine operativo lordo. La società cominciava già allora a perdere marginalità. E cosa hanno fatto le banche, in pieno credit crunch (per tutti gli altri evidentemente)? Non solo non si sono cautelate chiedendo allora alla famiglia De Benedetti di riequilbrare con nuovi capitali la società, ma hanno aumentato del 50% la loro esposizione portando i crediti concessi da 1,3 miliardi a 1,9 miliardi.

La famiglia si defila

E  allo scoppio della crisi finanziaria di fine dell’anno scorso, quando Sorgenia non ha pagato gli interessi sui debiti, si sono sentiti dire dalla famiglia che Cir era disposta a mettere non più di 100 milioni per salvare la società, anzichè i 150 milioni chiesti dalle banche. Un gran rifiuto, segno che per Cir era più comodo e meno oneroso uscire del tutto dal business, consegnando la rovine alle banche. Del resto gli analisti finanziari suggerivano nei loro report che per Cir era meglio lasciar perdere, per evitare nuovi bagni di sangue. E non è casuale che sulle notizie che neo mesi scorsi davano le banche come nuovi azionisti il titolo Cir volava verso l’alto. Del resto non ci vuole un genio per capire che vista la situazione di Sorgenia, ogni nuovo impegno di capitale aggiuntivo rischiava di venire bruciato. Meglio lasciar perdere e lasciare il nodo dolente alle banche. L’indizio della non volontà del gruppo Cir a proseguire nell’avventura sta nei conti.

La liquidità in pancia a Cir

I soldi, volendo, cioè i 150 milioni chiesti dalle banche c’erano in pancia alla Cir. Che a fine 2013 ha visto la sua liquidità disponibile salire da 33 milioni a 538 milioni. E ironia della sorte, buona parte di quel cash viene dall’incasso di oltre 300 milioni dalla contesa vinta sul lodo Mondadori con l’odiata Fininvest di Sivio Berlusconi. Un tocco beffardo a una storia emblematica sul rapporto tra banche e poteri forti. Dove il merito di credito e la sana e prudente gestione dello stesso non si sono viste dalle parti della famiglia De Benedetti. Non si spiega altrimenti perchè pur con un quadro deteriorato i banchieri hanno continuato dal 2009 in poi a foraggiare a piene mani Sorgenia, quando a molti piccoli imprenditori quel credito veniva o revocato o negato.   Si vedrà più avanti quanto sarà costata ai bilanci delle banche tanta munificenza ingiustificata.

dal blog su IlSole24Ore online

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