Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/07/2013

Dietro l’«Africa Trip» di Obama

Il viaggio africano di Obama: retorica dei diritti umani e concretissima competizione con la Cina, i cui investimenti sono molto più redditizi (per gli africani) di quelli Usa.


Si è fatto fotografare nella Casa degli schiavi, sull’isola di Gorée in Senegal, mentre guarda pensoso l’Atlantico attraverso cui milioni di africani furono trasportati in catene nelle Americhe. Si è detto ispirato, come «Presidente afro-americano», da questo luogo che «mi dà motivazioni ancora più grandi per difendere i diritti umani in tutto il mondo». Con questi toni il presidente Obama ha iniziato il suo viaggio in Africa.
Ma, in Sudafrica, è stato accolto da migliaia di lavoratori e studenti che lo hanno definito «schiavista», accusandolo di tradimento delle promesse elettorali e di crimini di guerra. Obama non è neppure riuscito a farsi fotografare al capezzale di Nelson Mandela, immagine-simbolo a cui tanto teneva.
Non tutto quindi è andato per il verso giusto nell’«Africa Trip 2013». Giro di propaganda costato un centinaio di milioni di dollari: al seguito del Presidente sono arrivati dagli Usa centinaia di agenti dei servizi segreti, con 56 veicoli speciali tra cui 14 limousine corazzate e tre camion carichi di vetri antiproiettile, e una portaerei i cui caccia hanno preso il controllo dello spazio aereo lungo il percorso presidenziale.
La vera ragione del viaggio è venuta alla luce quando Obama ha dichiarato che «la Cina rivolge molta attenzione all’Africa» e che è «interesse degli Stati Uniti approfondire e allargare le partenership con i paesi africani». C’è però un problema: gli Usa non riescono a competere economicamente con la Cina, i cui investimenti sono per i paesi africani molto più utili e vantaggiosi a confronto di quelli statunitensi, che puntano al massimo profitto concentrandosi nello sfruttamento delle risorse energetiche e minerali. Per contrastare l’influenza cinese e rafforzare quella statunitense in Africa, l’amministrazione Obama ricorre soprattutto a strumenti politici e militari.
Tra questi, «l’Iniziativa per i giovani leader africani», il cui scopo è «sviluppare una prestigiosa rete di giovani leader in settori fondamentali e cementare legami ancora più forti con gli Stati Uniti». Attraverso «forum di alto profilo» e oltre 2mila «programmi per la gioventù» finanziati con milioni di dollari, Washington cerca di creare in Africa nuove élite dirigenti filo-Usa.
Contemporaneamente, attraverso il Comando Africa, rafforza la presenza militare Usa nel continente. La principale base per tale operazione è Sigonella. Qui è stata dispiegata la Special-Purpose Marine Air-Ground Task Force (Magtf) del Corpo dei Marines, che, dotata di convertiplani MV-22 Ospreys e aerei-cisterna C-130, invia a rotazione squadre in Africa. Da gennaio ad oggi, partendo da Sigonella, ha addestrato forze speciali africane in Uganda, Burundi, Camerun, Ghana, Burkina Faso, Seicelle, Mozambico, Tanzania, Senegal e Liberia.
La task force di Sigonella collabora anche al Military Intelligence Basic Officer Course-Africa, attraverso cui vengono formati ufficiali dei servizi segreti africani in Kenya, Etiopia, Sud Sudan, Nigeria e altri paesi. Il corso Miboc-A viene definito «una delle centinaia di attività per la sicurezza svolte dai militari Usa in Africa».
Si estende così sull’Africa la rete militare Usa, che attraverso molteplici legami recluta ufficiali e forze speciali locali. Operazione diretta dal Comando Africa, che pochi giorni fa ha installato, presso la Task force congiunta per il Corno d’Africa a Gibuti, il suo primo «posto di comando avanzato» nel continente.
Nuova versione dei vecchi strumenti di dominio coloniale. Stia però attento Obama: come ha detto lui stesso, «l’Africa si sta sollevando».

di Manilo Dinucci da il manifesto, 2 luglio 2013

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Cha paraculo sto Obama 

Hello Vietnam


Preposterous, and full of war propaganda -- not the movie, the SONG

Verissimo, non a caso il film si apre con questo brano.

Farmaci antitumorali a pagamento. Il primo passo

Il 27 maggio l'Agenzia italiana per il farmaco ha autorizzato due farmaci antitumorali, il Pertuzumab (Roche) e l'Afibercept (Sanofi-Aventis). Il costo del loro acquisto, in attesa del rimborso, sarà però a totale carico del malato. Un norma ereditata dal governo Monti, l'esecutivo del "dovete morire prima". Farmaci anticancro solo a pagamento: i più poveri possono morire. Applicata una norma del governo Monti e calpestata la Costituzione. Il 27 maggio scorso, l'Agenzia italiana per il farmaco ha autorizzato due farmaci antitumorali, il Pertuzumab (Roche) e l'Afibercept (Sanofi-Aventis). Il costo del loro acquisto però, come rivela un'esclusiva di "l'Espresso" firmata da Daniela Minerva, sarà a totale carico del malato. Chi vuole curarsi con questi farmaci dovrà sborsare 6000 euro per quello della Roche per le prime due somministrazioni e poi 3000 euro ogni 21 giorni; per quello Sanofi Aventis 4000 euro ogni tre settimane. La contrattazione tra Ministero della Sanità e multinazionali farmaceutiche dovrebbe poi portare ad un rimborso, ma su questo, appunto, c'è una contrattazione. È la prima volta che in Italia farmaci oncologici sono messi in vendita solo a pagamento.
Dal 1 luglio 2013, dunque e per la prima volta nel nostro Paese, le autorità sanitarie hanno deciso che ci sono malati di tumore ricchi che potranno avere accesso a due farmaci oncologici, e quelli poveri che o troveranno non si da dove e subito i soldi, oppure dovranno fare senza.
E' accaduto infatti che il Pertuzumab (Roche) e l'Afibercept (Sanofi-Aventis) siano stati autorizzati dall'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco), che ha agito secondo le regole, il 27 maggio scorso e quindi ammessi in farmacia, ma a totale carico del malato. Non era mai successo per gli anticancro salvavita.
Il malato di cancro dovrà quindi pagare per il farmaco Roche 6.000 euro per le prime due somministrazioni e poi 3.000 euro ogni 21 giorni; e per quello Sanofi Aventis 4.000 euro ogni tre settimane.
La norma è passata praticamente sotto silenzio se non fosse stata portata alla luce da un articolo de L'Espresso. La norma è quella con la quale l'ex ministro Renato Balduzzi, oggi deputato montiano, aveva deciso, nel novembre del 2012, che i farmaci non ancora ammessi al rimborso del Ssn ma verificati come efficaci dalle autorità sanitarie potessero essere venduti in farmacia a chi ha i soldi per comprarseli.


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Israele ha comprato 100 tonnellate di uranio in Argentina

Tra il 1963 e il 1964 Israele ha acquistato in Argentina tra 80 e 100 tonnellate di uranio del tipo yellowcake destinate al reattore nucleare di Dimona e alla produzione dell’arma atomica. È quanto si evince da documenti divulgati dall’organizzazione indipendente National Security Archive. Dell’acquisto il governo USA sarebbe stato informato dai servizi di spionaggio canadesi ed avrebbe poi ottenuto conferme attraverso la propria ambasciata a Buenos Aires.
Il governo israeliano avrebbe invece sempre rifiutato di ammettere i fatti e sia i documenti israeliani sia quelli argentini sui fatti sarebbero ancora coperti da segreto. Gli USA erano informati fin dal 1960 della volontà israeliana di sviluppare un programma nucleare con l’aiuto della Francia che avrebbe materialmente progettato l’istallazione nucleare di Dimona (foto) dove nel corso del tempo sarebbero state prodotte fino a 200 testate nucleari. Gli avvenimenti in questione nella storia argentina si inseriscono tra la fine della dittatura civico-militare instaurata il 29 marzo 1962 e il governo del radicale Illia che entra in carica nell’ottobre 1963. Fino ad ora la connessione più importante nota del governo israeliano con l’Argentina di quegli anni, dove viveva la più importante comunità ebraica della regione, era la cattura di Adolf Eichmann nel 1960, poi giustiziato in Israele dove fino al ’63 governò Ben Gurion e poi il compagno di partito socialista Eshkol. Con quest’ultimo, sul merito di Dimona, e contemporaneamente agli acquisti di uranio argentino, ci sono tracce del conflitto con John F. Kennedy, fino a poche settimane dalla morte di quest’ultimo. Più info qui.

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02/07/2013

"Ciclo di Frenkel" o di Frankenstein?

Ma non sarà che la crisi dell'eurozona è stata "causata" dal debito privato, anziché da quello pubblico? Il dubbio avanza, anche tra gli imprenditori e i loro media.

Il problema dell'euro esce di nuovo fuori con prepotenza. Ed esce sui media mainstream, non sui siterelli complottistici o – più seriamente – nelle pubblicazioni (online o cartacee) che da molto tempo criticano radicalmente l'impianto stesso della moneta unica. Noi tra questi, notoriamente.
La natura del problema è nello squilibrio di partenza tra “aree monetarie nazionali” che rappresentavano un determinato equilibrio proprio di ogni paese, pur in una diversità notevole sul piano continentale. La decisione di passare ad un'”area monetaria” unica – per giunta in completa assenza di un potere politico equivalente e legittimato dal voto popolare, e con una Banca centrale con caratteristiche uniche al mondo come l'indipendenza da un potere politico peraltro inesistente – non poteva che stravolgere i diversi equilibri “locali”.

L'idea di partenza – rivelatasi completamente falsa – era che il nuovo equilibrio avrebbe permesso una crescita accelerata, a partire proprio da quei paesi che presentavano livelli di sviluppo inferiori. L'idea era falsa giù sul piano storico, perché mai era avvenuto che un'unificazione sotto la stessa divisa (in ambiente capitalistico, naturalmente; in ambiente "socialista" può avvenire tranquillamente l'opposto) si rivelasse positiva per le aree più arretrate. Basterebbe guardare l'evoluzione della nostra più che centenaria “questione meridionale” per essere illuminati in proposito.

Quest'idea è peraltro alla base dell'altrettanto fasulla teoria economica chiamata “austerità espansiva” (elaborata da Rogoff e Reinhart, divulgata e resa senso comune da Giavazzi, Alesina e compagnia sui principali media), dimostrata falsa da studi accademici recentissimi ma non per questo abbandonata dai centri decisionali a-democratici che governano i 28 paesi dell'Unione europea (Bce, Fmi e la stessa Ue; la Troika, insomma).

Ora però siamo arrivati a un punto di svolta. È chiaro agli operatori economici “reali” (imprese “nazionali”, principalmente) che questa strada è fallimentare, sta distruggendo la stessa possibilità di “fare impresa” nei paesi più deboli.

E quindi viene pubblicamente posta la domanda: ma la crisi dell'eurozona dipende dall'eccessivo debito pubblico o, al contrario, dalle dimensioni abnormi di quello privato?

La gestione della crisi fin qui ha favorito i capitali finanziari privati, responsabili unici della creazione di un insostenibile “effetto leva” (prestiti di gran lunga superiori alle proprie disponibilità), poi esploso nel 2007-2008 e fin qui tamponato solo dal dissanguamento dei bilanci pubblici nazionali e dalle successive “iniezioni di liquidità” delle principali banche centrali del pianeta.

Si “scopre” perciò all'improvviso l'utilità anche empirica del “ciclo di Frenkel” (risultato degli studi dell'economista argentino Roberto Frenkel sugli effetti catastrofici della “dollarizzazione” del suo paese sotto Menem) e la sua straordinaria coincidenza con la crisi dei paesi Piigs europei all'interno dell'euro.

IlSole24Ore di oggi propone un'eccellente illustrazione del problema-euro da questo punto di vista, e vi proponiamo qui di seguito l'articolo e le schede curate da Vito Lops.

Da parte nostra, però, vogliamo fare un passo avanti. In questi mesi sta arrivando a conclusione un negoziato tra Ue ed Usa per la creazione di un “mercato unico transatlantico”, con caratteristiche molto simili a quelle del mercato unico europeo prima della creazione dell'euro. Lasciamo da parte per il momento le rivelazioni “spionistiche” che vedono gli Stati Uniti nel ruolo di “vampiro delle informazioni rilevanti”, non solo a fini militari ma anche commerciali (lo spionaggio industriale e sull'evoluzione delle strategie commerciali o monetarie rientrano in questo range), che comunque dimostrano che la "competizione" non diminuisce neanche tra alleati "squlibrati".

Invitiamo invece a riflettere sul fatto che si stanno ponendo le basi per ripetere un gioco folle e catastrofico su scala planetaria. È scontato, più che ovvio, che il “mercato unico transatlantico” metta insieme due “aree monetarie” profondamente differenti e con squilibri di potenza enormi. Citiamo per elencazione, senza entrare troppo nei dettagli:

  • gli Stati Uniti hanno una moneta che è contemporaneamente: unità di misura del valore delle merci sia all'interno che su scala globale, mezzo di pagamento globale, principale moneta di riserva degli altri paesi. Al contrario dell'euro, che ha funzione di unità di misura quasi esclusivamente sul mercato “interno”, una dimensione minore come mezzo di pagamento internazionale e una presenza solo discreta nelle riserve monetarie delle principali nazioni del mondo.
  • Gli Stati Uniti dal 1971 “stampano dollari” in quantità inconcepibili, obbedendo a criteri puramente “nazionalistici” (la Federal Reserve deve tener d'occhio il tasso di inflazione e quello di disoccupazione interni); mentre la Bce – che ha per statuto il solo compito di tener bassa l'inflazione – mantiene un controllo molto rigido sull'espansione della massa monetaria. Attraverso la "stampa libera" di dollari, gli Usa hanno scaricato per 40 anni i propri problemi economici sul resto del mondo (sono l'unico paese al mondo che possa dare "carta" di dubbio valore in cambio di merci fisiche e "immateriali")
  • Gli Stati Uniti sono la potenza militare dominante e usano questa potenza non solo per conquistare parti del mondo “strategiche” (i paesi con le maggiori riserve di idrocarburi o da cui poter esercitare pressione militare sui potenziali nemici), ma soprattutto per tenere alto il livello di “credibilità” della propria moneta. Come recita il vecchio detto inglese, “la moneta serve a costruire le navi e le navi servono a sostenere la fiducia nella moneta”. Tradotto in volgare: tutti accettano e usano i dollari di carta perché dietro la carta ci sono corazzate, droni e missili intercontinentali.
Il mismatch è evidente già così. È facile prevedere – se l'evoluzione della crisi globale non creerà molto prima inciampi decisivi – che l'effetto di medio-lungo periodo non potrà che essere la dollarizzazione dell'Europa. Con tutte le conseguenze che il “ciclo di Frenkel” e la parabola argentina illustrano con agghiacciante chiarezza.

Quando, anche da parte nostra, si pone la necessità e urgenza di un'uscita dall'euro dell'Italia e degli altri Piigs, si pone la condizione minima - ancorché difficilissima da realizzare - per far sì che questi paesi sopravvivano come centri produttivi e luoghi di civilizzazione. Preferibilmente insieme, con una moneta diversa dall'euro. E a maggior ragione dal dollaro.

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La crisi dell'Eurozona è un problema di debito pubblico o privato? Per chi segue il ciclo di Frenkel non ci sono più dubbi
di Vito Lops

Nel 2013 il Pil dell'Italia (e non solo) è visto ancora in decrescita. Allo stesso tempo a giugno il tasso di disoccupazione è balzato al 12,2%, il livello più elevato dal 1977. Fa da contraltare il buon dato recente sulla produzione manifatturiera, sintetizzata dall'indice Pmi che è cresciuto a quota 49,1. Il dato, pur in aumento, resta sotto quota 50, che è considerata la soglia minima di espansione di un Paese. Insomma, non si può dire, dopo oltre cinque anni, di essersi messi alle spalle la crisi. Se poi si guarda al tasso di disoccupazione di Spagna (+28%) e Grecia (+27%) con quelli giovanili che superano il 50% il quadro né nel breve né nel medio-lungo periodo sembra incoraggiante.

In questo contesto poco confortante c'è chi comincia a mettere in dubbio le politiche sinora adottate dalle autorità per uscire dalla crisi, volte all'applicazione di misure di austerità, chiedendosi: la crisi dell'Eurozona è un problema di debito pubblico o di debito privato? Stando alle misure fiscali che vengono chieste ai Paesi, e non importa se questi siano o meno in recessione, pare che i vertici europei credano più alla prima che alla seconda ipotesi.

Ma le contraddizioni restano, e sono profonde dato che i numeri dimostrano che i 17 Paesi che utilizzano l'euro negli ultimi sei anni di crisi sembrano entrati in una sorta di loop. Tra gli stessi vertici c'è chi come Vítor Constâncio, vice-presidente della Banca centrale europea, ha recentemente dichiarato nel corso di un convegno ad Atene: «Penso che, per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori. Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi sette anni dell'euro del 27%. L'aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d'altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. Nel corso di quattro anni, i livelli del debito pubblico sono aumentati di cinque volte in Irlanda e di tre in Spagna».

Si tratta di una dichiarazione molto forte. In cui il vice-presidente della Bce ribalta le cause della crisi che hanno finora guidato gran parte delle scelte istituzionali volte a risolverla. Il debito pubblico dei Paesi della periferia - preso sotto attacco fino allo scorso luglio dai mercati finanziari e in ogni caso che oggi paga rendimenti decisamente più alti rispetto a quelli dell'Europa del Nord - non sarebbe stato la causa della crisi dell'Eurozona. «Infatti, in certi Paesi il debito pubblico è decresciuto, e in qualcuno è diminuito sostanzialmente. Per esempio, tra il 1999 e il 2007, il debito pubblico spagnolo è passato dal 62,4% del Pil al 36,3% del Pil. In Irlanda, nello stesso periodo, è diminuito dal 47% al 25% del Pil. Per quanto a livelli relativamente alti, il debito pubblico è diminuito anche in Italia (dal 113% al 103,3% del Pil) ed è aumentato solo di poco in Grecia. Comunque, negli ultimi due casi, il livello era già in effetti molto superiore al 60% fissato dal Patto di stabilità e crescita.

Viceversa l'aumento del debito pubblico sarebbe una conseguenza dell'esplosione di una bolla del debito privato, gonfiata dai crediti che le banche del Nord Europa hanno fatto alle banche del Sud e, di conseguenza, a famiglie e imprese della "periferia", forti di un grande surplus favorito anche dagli squilibri commerciali tra i Paesi dell'area euro, a sua volta accentuati da differenti dinamiche di inflazione.

Continua Constâncio: «Da dove venivano i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Un aspetto particolare del processo di integrazione finanziaria europea dopo l'introduzione dell'euro è stato un deciso incremento nelle attività bancarie tra paesi. L'esposizione delle banche dei Paesi del centro verso i paesi della periferia è più che quintuplicata tra l'introduzione dell'euro e l'inizio della crisi finanziaria».

A conti fatti, quindi, Constâncio sembra dar indirettamente ragione all'economista argentino Roberto Frenkel che, analizzando quanto accaduto in Argentina fino al 2001, quando in preda a una forte crisi fu costretta a sganciarsi dall'unione valutaria con il dollaro. Questo economista spiega in sette passi quello che accade ai Paesi più deboli quando ancorano la loro valuta a una valuta più forte, in concomitanza di uno scenario di liberalizzazione del mercato dei capitali e di mancanza di compensazione degli squilibri. Pertanto, la grande domanda del momento, che divide europeisti ed euroscettici è: nell'area euro sta accadendo la stessa cosa?

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Vediamo quali sono le sette fasi del ciclo di Frenkel.

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Il ciclo di Frenkel può spiegare la crisi dell'Eurozona?

Prima fase: liberalizzazione di capitali
All'interno di un'area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali. In questo modo non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli Paesi. Quale è il quadro in Europa? Una direttiva europea del 1988 ha enunciato il principio della libera circolazione dei capitali fatte alcune eccezioni (fatte salve alcune prerogative degli Stati membri in materia tributaria, fiscale). Dal 1999 con l'introduzione dell'euro queste restrizioni (clausole di salvaguardia) sono state abolite.

Seconda fase: inizia l'afflusso di capitali esteri verso i Paesi periferici
Una volta che i capitali sono liberalizzati inizia un afflusso di capitali dai Paesi del "centro" verso quelli della "periferia". I Paesi del "centro" (quelli più forti che hanno svalutato il cambio entrando nell'unione valutaria) trovano vantaggioso questo processo perché i tassi nella "periferia" (quelli dalle economie più fragili che hanno "rivalutato" il cambio entrando nell'area valutaria comune) sono un po' più alti e, in ogni caso, si tratta di prestiti privi di rischio cambio (perché il cambio dell'area valutaria è rigido).

Terza fase: aumenta il Pil e diminuisce il debito nei Paesi della "periferia"
L'afflusso di prestiti alimenta la domanda di famiglie e imprese della "periferia" generando una crescita dei consumi e degli investimenti e, di conseguenza, del Prodotto interno lordo. Allo stesso tempo migliorano i conti pubblici in quanto aumenta anche il gettito fiscale collegato all'espansione economica.

Quarta fase: cresce l'inflazione nella "periferia"
L'aumento di consumi e investimenti favorisce sì una crescita del Pil ma anche dell'inflazione. L'economia della periferia è in espansione e quindi sale anche il livello dei prezzi. Ma l'espansione resta legata all'afflusso di capitali stranieri, facilmente riscontrabile dall'aumento del debito privato che cresce molto più velocemente rispetto al debito pubblico che, come visto nella terza fase, tende a decrescere.

Quinta fase: uno shock (interno o esterno) fa scoppiare la bolla del debito privato
A questo punto accade un evento traumatico che spinge i creditori del "centro" a chiudere i rubinetti verso la "periferia". Gli euroscettici che sposano la teoria del ciclo di Frenkel attribuiscono, per quanto riguarda l'area euro, questo evento alla crisi dei derivati subprime culminato con il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008.


Sesta fase: si innesta un circolo vizioso recessivo che fa peggiorare il debito pubblico
A questo punto, venendo a mancare la liquidità straniera, si innesta un circolo vizioso per cui i Paesi della "periferia" entrano in recessione. Il debito pubblico aumenta è allo stesso tempo calano consumi e investimenti che fanno calare il Pil. Di conseguenza il rapporto debito/Pil peggiora e continua a peggiorare perché i Paesi della "periferia" sono costretti ad attuare misure di restrizione fiscale (tagli alla spesa pubblica o aumento delle tasse) che peggiorano ulteriormente il circolo vizioso

Settima fase: la situazione diventa insostenibile e la "periferia" si sgancia dall'area valutaria
L'austerity e il circolo vizioso sui conti pubblici rendono la situazione insostenibile per la "periferia" che non ha alternative allo sganciarsi dall'unione valutaria. Secondo Frenkel è quello che è successo in Argentina. Lo stesso copione si sarebbe già visto anche in altri Paesi dell'America Latina e dell'Asia. Secondo alcuni economisti di stampo keynesiano l'Italia non sarebbe nuova a questo schema avendolo già sperimentato in parte quando, nel 1992, un mese dopo l'Inghilterra, abbandonò lo Sme (Sistema monetario europeo).

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Morsi: "Non mi dimetto"

Il presidente egiziano dice che vuole proseguire sulla strada della "riconciliazione nazionale" ma e' sempre più solo ed isolato. Le opposizioni escludono un compromesso.

Anche il ministro degli Esteri Kamel Amr ha offerto le proprie dimissioni, unendosi ai colleghi che nei giorni scorsi avevano scelto di lasciare il governo.

Mohammed Morsi perciò è sempre più solo ma non cede, resta al suo posto. Il presidente, contestato da milioni di egiziani mobilitati dal movimento Tamarod, ha respinto il comunicato con il quale le Forze Armate ieri gli hanno concesso solo 48 ore per risolvere la crisi. E non ha nessuna intenzione di rispettare l'ultimatum fissato per le 17 di oggi dai manifestanti che invocano le sue dimissioni, altrimenti proclameranno la disobbedienza civile.

Piuttosto Morsi ha fatto sapere di voler proseguire su quella che ha definito la strada della riconciliazione nazionale. In suo sostegno migliaia di attivisti del movimento dei Fratelli Musulmani si sono riversati nel centro del Cairo e a suo favore si è schierata anche l'Alleanza dei Gruppi Islamici che accusano l'Esercito di voler delegittimare un presidente eletto democraticamente.

Morsi però appare sempre più debole, con i capi delle opposizioni che escludono di poter partecipare a un futuro negoziato. Qualche ora fa ha avuto un colloquio con il presidente americano Barack Obama che, secondo indiscrezioni, gli avrebbe suggerito di considerare la strada delle elezioni anticipate.

Una soluzione che convince anche i partiti religiosi salafiti, un tempo alleati dei Fratelli Musulmani e che ora provano a trarre vantaggio dalle contestazioni popolari al movimento islamista al potere.

A schierarsi contro Morsi è anche la magistratura: questa mattina la Corte di Appello del Cairo ha ordinato che il procuratore generale Abdel Meguid Mahmud, cacciato a novembre dal presidente Morsi, sia reintegrato nelle sue funzioni. Una sentenza che isola ulteriormente Morsi che aveva destituito Mahmoud con il famigerato decreto presidenziale con il quale si autoattribuiva poteri speciali e che avevano provocato all'epoca durissime proteste da parte della magistratura e delle opposizioni.

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La disoccupazione vola al 12,2%

Cinque anni di governi che hanno smantellato tutele sociali e welfare per "aumentare l'occupazione, soprattutto giovanile", e questi sono i risultati: i disoccupati ufficiali superano ora il 12,2%.

A maggio 2013 gli occupati sono 22 milioni 576 mila, in diminuzione dello 0,1% rispetto ad aprile (-27 mila) e dell'1,7% (-387 mila) su base annua.

Il tasso di occupazione, riferisce l'Istat, è pari al 56,0%, diminuisce di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale e di 1,0 punti rispetto a dodici mesi prima.

Il numero di disoccupati arriva ormai a 3 milioni, il risultato - diciamo così - delle politiche seguite finora.

Il tasso di disoccupazione si attesta dunque al 12,2%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a aprile e di 1,8 punti nei dodici mesi precedenti. Cifre che da sole dovrebbero illuminare sull'"efficacia" delle politiche adottate finora. Illuminazione che evidentemente non può raggiungere né l'attuale esecutivo né le forze politiche che lo sostengono sul piano parlamentare.

Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 647 mila e rappresentano il 10,7% della popolazione in questa fascia d'età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 38,5%, in diminuzione di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale. Quindi un mini-risultato c'è: l'occupazione giovanile diminuisce leggermente, mentre esplode quella generale. Un classico caso di "sostituzione di manodopera" fatta totalmente in perdita: escono moltissimi lavoratri dal processo produttivo e vengono sostituiti da molti meno "ragazzi", con uno stipendio molto più basso.
La prova sta nel dato sugli occupati: diminuiscono di quasi 400.000 unità in un anno, nonostante il numero delle persone che va in pensione sia superiore a quello dei giovani che entrano - anagraficamente, almeno - nell'età lavorativa censita dalle statistiche.

IL rapporto completo dell'Istat pdfOccupati_e_disoccupati_mensili_-_01_lug_2013_-_Testo_integrale.pdf245.63 KB

Le serie storiche sulla disoccupazione xls201305_serie_storiche.xls203 KB

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La strada segnata è chiara, progressiva debilitazione 2generale" fino all'implosione senza soluzione di continuità. A quel punto i capitali faranno fagotto e al Paese resterà la desertificazione umana e produttiva.

Anche lo Stato comincia a licenziare: 7.800 "esuberi"

Partono le conseguenze "umane" dell'astratta "spending review". Inps e ministeri al centro del terremoto, per ora. Poi toccherà agli enti locali.

Anche la Pubblica amministrazione comincia a buttar fuori il personale "in eccesso". E' la logica assassina dei "tagli", che non prende in considerazione né le necessità funzionali del servizio né, tantomeno, quelle dei lavoratori che avevano messo la propria forza lavoro al servizio di un "bene comune" che avrebbe dovuto essere considerato "primario": il funzionamento dello Stato, da Palazzo Chigi fino all'ultimo ufficio territoriale.
Entro fine mese, i ministeri e altri rami della pubblica amministrazione "centrale" dovranno decidere la sorte delle circa 7.800 «eccedenze» (7.400 dipendenti, solo 400 i dirigenti) saltati fuori con il monitoraggio imposto dalla spending review. Nelle bozze del decreto «Iva-lavoro» era stata inserita una proroga, ma deve esser satata considerata "buonista". E' quindi eliminata dal testo su cui il governo Letta-Napolitano-Berlusconi ha posto la fiducia.

3.314 degli "eliminandi" si concentrano nell'Inps. Concorrono due fattori: il progetto generale di eliminazione del sistema pensionistico (non dichiarato, ma praticato ormai da quasi 20 anni) e la recente  fusione con l'Inpdap (l'istituto previdenziale dei dipendenti pubblici, peraltro senza portare in cassa i Tfr degli statali) ed Enpals (spettacolo e sport). La riorganizzazione farà quindi strage di dipendenti.
Altrettanti o quasi (3.236) dovranno andarsene dai ministeri, mentre una quota per ora minore riguarda gli "enti pubblici non economici" (Aci, Istat, ecc) o in quelli di ricerca. Pochissimi andranno via anche dall'Enac, l'ente nazionale dell'aviazione civile. Così per rendere più sicuri ed "efficienti" anche i cieli italiani.

L'unica forma di "atterraggio morbido" prevista è una selezione del personale da espellere in base ai requisiti previdenziali: chi raggiungerà entro la fine dell'anno quelli previsti prima della riforma Fornero potrà usufruire ancora delle forme di pre-pensionamento. Per gli altri, invece, si cercherà una ricollocazione (molto problematica) verso gli enti che hanno invece meno personale del richiesto in pianta organica.
Il problema è che questa "mobilità" - peraltro prevista da molti anni nell'ordinamento - non ha mai funzionato nella pratica. La ragione è semplice: erano i dipendenti a dover chiedere il trasferimento (spesso, infatti, il posto di lavoro si trova in una città diversa). Ora invece sarà obbligatorio. Si può facilmente immaginare quali problemi dovrà affrontare chi si troverà a dover "scegliere" tra cambiare città, insieme alla famiglia o senza, oppure perdere il lavoro... Chi non accetterà il trasferimento si vedrà corrispondere appena l'80% dello stipendio tabellare (escluse tutte le voci aggiuntive in busta paga, che hanno rappresentato da decenni l'unica voce "aumentabile" in sede contrattuale): il taglio effettivo può arrivare anche al 50% dello stipendio. Ma soltanto per due anni, trascorsi i quali o il dipendente pubblico accetta il trasferimento, oppure va per strada.

Il ministro della Funzione pubblica Gianpiero D'Alia ha deciso di accelerare avvalendosi dei una "collaborazione" indispensabile: «Stiamo lavorando con i sindacati per trovare criteri condivisi - ha spiegato al Messaggero - ma poi bisogna decidere». Senza complici, una manovra del genere avrebbe comunque vita difficile.

Subito dopo dovrebbe toccare anche alle pubbliche amministrazioni territoriali (Regioni, Province e Comuni). Qui le cose sono complicate dalla "legislazione concorrente" e dal fatto che nessuno ha calcolato le "medie" dimensionali tra i doversi enti. Quindi non è ancora possibile vedere in quali comuni o province supera del 40% il rapporto medio fra dipendenti e popolazione. Ovvero la "soglia" che obbliga a mettere in azione i tagli al personale.

A questo livello, peraltro, si colloca la quantità maggiore degli "esuberi" che ogni governo sogna di realizzare.

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S'inizia a profilare anche per l'Italia il calvario greco...