Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/10/2016

Dal campo di Makhmur. Enclave curda nel cuore del deserto

Case basse in zona desertica, ai piedi di montagne rocciose. Questa è l'immagine in lontananza del più importante campo di profughi kurdi del Bashur. Mossul sullo sfondo, a circa 30 km, importante città ancora in mano a Daesh. Tutto intorno i guerriglieri del Pkk in difesa del suo popolo. Una difesa concentrica totalmente organizzata dai guerriglieri del Pkk dopo l'abbandono, con enorme pericolo per donne e bambini presenti nel campo, dei militari peshmerga, difronte all'attacco di Daesh.

Risale al 1993 l'anno della fuga dei kurdi dalla Turchia e molte sono state le peripezie e le repressioni che hanno subito prima di insediarsi definitivamente, nel 1998, in questo luogo.

Dalla fame, alla sete; dalla lotta con serpenti a sonagli e scorpioni alla persecuzione e l'isolamento per molto tempo, non riconosciuta nemmeno dall'ONU.

Oggi il campo ospita 13.000 persone. Uomini, donne e bambini che qui hanno cercato con fierezza di difendersi e costruire una nuova vita. Kurdi, che non hanno esitato ad organizzarsi socialmente ed istituzionalmente per cercare di sopperire ai bisogni con una società attenta al rispetto e alla partecipazione di tutti.

Dopo aver superato i ferrei controlli di sicurezza dei guerriglieri nei corpi di guardia del campo, incontriamo l'attuale co-sindaco sig. Mehmet, l'ex sindaco Polat, Zeinet responsabile internazionale del campo, sig.ra Kashar resp. sanità e il co-sindaco Haci dell'Assemblea del Popolo. Dopo i rituali saluti, il co-sindaco ci informa che esistono contrasti con il governo federale di Barzani (kurdistan nord Iraq) perché i rifugiati sono vicini alle posizioni del PKK.

“Il campo in questo momento è in sofferenza – ci comunica il co-sindaco Mehemet – perché molti lavori sono stati bloccati e il campo è stato sottoposto ad embargo di aiuti”. Sono, infatti, molte le azioni intraprese dal governo Barzani, per mettere in difficoltà i kurdi di questo campo. Esempio sono il licenziamento di tutti i giovani che lavoravano ad Erbil; l'impossibilità di uscire dal campo perché non sono stati più rilasciati i permessi di soggiorno; sono stati bloccati i permessi di guida con la conseguenza che molti mezzi non possono circolare; 2000 nuovi bambini non sono stati più registrati. Anche per quanto riguarda il loro sostentamento e cura, il grano per il pane viene venduto a prezzo contenuto solo dal governo centrale dell'Iraq e l'ambulatorio UNHCR, prima gestito da loro funzionari, ora è gestito dai giovani medici del campo.

“Per il momento riusciamo ugualmente a mantenerci – ci dicono – con le sole risorse del campo ma siamo preoccupati per il futuro”. Ci illustrano poi il sistema del Confederalismo Democratico applicato nel campo come nel resto del Rojava.

Nel campo, operano due Assemblee istituzionali: una Popolare e una delle Donne. Ogni organo del campo, esempio scuola, l'ospedale o quartiere, ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha, a sua volta, una sua assemblea dove elabora le richieste da presentare all'Assemblea Popolare. L'Assemblea Popolare viene convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere, una volta alla settimana. Il campo è stato diviso in 5 zone e ogni zona ha 4 quartieri. I problemi vengono generalmente risolti, nelle assemblee di quartiere ma, se il problema non è risolvibile, viene ridiscusso durante l'Assemblea Popolare. Ogni due anni, c'è il Congresso del campo.

Anche per l'Assemblea delle Donne valgono le medesime modalità con la differenza che, mentre nell'Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti: uno uomo e una donna, nell'Assemblea delle Donne il Presidente è uno solo.

Si parla poi del sistema scolastico: gli studenti sono circa 3000 divisi in 5 asili, 4 scuole elementari, 2 medie, 1 liceo e un'Accademia (Università). La prima scuola è stata formata nel 1994 quando i profughi non erano ancora a Makhmur. Nell'Accademia ci sono corsi di giurisprudenza, medicina, storia e altre materie. Per il momento, c'è anche la possibilità di andare a studiare in altre università, ad esempio ad Erbil. I libri di testo vengono redatti dagli insegnati del campo e poi sono distribuiti in fotocopie a tutti gli studenti. Viene rilasciato, al termine del percorso di formazione, un diploma o laurea definito, da parte dell'ONU, “diploma dei rifugiati”. Vengono insegnate due lingue: il kurdo kurmangi (caratteri latini) e l'Inglese, dalla 4° elementare, come seconda lingua. L'ultimo anno di liceo, lo studente può scegliere la lingua kurda sorani in modo da non riscontrare difficoltà se deciderà di andare all'università di Erbil.

Durante l'incontro, ci viene comunicato che è urgente un sostegno economico, data la situazione di guerra esistente, per l'acquisto di medicinali e kit sanitari.

Riguardo al problema dell'amministrazione della giustizia, ci riferiscono che ogni quartiere ha un suo comitato e che il principio, che regola il sistema giudiziario, è quello di recuperare coloro che “sbagliano”. Per la comunità, non si tratta di un reato ma di uno “sbaglio”, richiamando il concetto di responsabilità collettiva e non individuale. Per questo non hanno un sistema carcerario e se il quartiere non riesce a decidere in merito, si va alla decisione nell'Assemblea Generale che isola il soggetto senza però incarcerarlo. Nei casi più gravi, come l'omicidio, la persona viene isolata dalla comunità per un periodo di tempo in modo che l'Assemblea trovi una soluzione con la famiglia dell'ucciso. La questione è molto più complicata ma il principio è quello di cercare di rieducare e non incarcerare. Solo in zone di guerra come il Rojava sono previste “zone di sicurezza” per i nemici di Daesh e per gli stupratori.

Nel primo pomeriggio ci rechiamo all'Accademia delle Donne dove si tengono corsi di vario tipo: sociologia, filosofia, gineologia (scienza delle donne: un insieme di sociologia, di filosofia e antropologia). Si tengono anche corsi per gli anziani di alfabetizzazione. L'accademia delle donne ha contatti con altre organizzazioni europee. Si producono anche testi scritti che vengono poi pubblicati. L'obiettivo di questa accademia è quella di creare un cambiamento culturale nella società. Nella società kurda, infatti, si vive ancora come nella società patriarcale anche se nel campo di Makhmur, questo problema è stato superato. Si sfiora anche il problema del divorzio che viene discusso e risolto nel Comitato di Giustizia.

Una donna del campo può abortire liberamente ma tecnicamente è costretta ad andare all'ospedale di Erbil per mancanza di strutture.

Nel pomeriggio visitiamo la “Casa dei Feriti”. In genere provengono dal Rojava per essere seguiti per la riabilitazione. I casi più gravi, vanno all'ospedale di Sulemania.

“Quello che mi rattristisce di più – ci comunica un guerrigliero – è il non poter più combattere anche se so che la mia lontananza è solo momentanea. Sono consapevole che quello per cui lottiamo nel Rojava, è una battaglia che può aiutare tutti i popoli di questa zona, per la costruzione di un processo democratico”

Prima di lasciare il campo, ci accompagnano in auto sulla montagna lungo le linee di difesa che controllano il campo di Makhmur. Prima di arrivare ci fermiamo presso un avamposto dove incontriamo Gigdem comandante delle YJA STAR, (milizie femminili) di Makmur e Kirkuk, nel movimento da ben 23 anni. La comandante è una donna turca di Sivas. Saliamo poi all'avamposto più alto ove incontriamo guerriglieri uomini e donne giovanissimi. Tra le rocce, un campo da pallavolo allieta momenti di riposo. In lontananza i villaggi e il fumo dei pozzi in fiamme ad opera di Daesh.

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Brasile: sconfitta elettorale del PT alle comunali

Pesante sconfitta del Partito dei lavoratori al primo turno delle elezioni amministrative che si sono tenute ieri in Brasile, considerate un test importanti dopo la destituzione della presidente petista Dilma Rousseff e la formazione di un governo liberista.

Contro ogni previsione, il partito ha perso al primo turno San Paolo, la città più grande e capitale economica del Paese, con 12 milioni di abitanti: il candidato del Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB, di centrodestra), Joao Doria, ha ottenuto il 53,3% contro il 16,7% nel sindaco uscente Fernando Haddad, eletto nel 2012 con il sostegno dell'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, fondatore del Partito dei lavoratori che per 13 anni è stato alla guida del Paese.

Il Partito dei lavoratori ha subito pesanti sconfitte anche in alcune delle sue tradizionali roccaforti: i suoi candidati sono infatti arrivati solo terzi a Sao Caetano, Guarulhos e San Bernardo, storico bastione di Lula. Nei 18 capoluoghi dove ha presentato un proprio candidato, il partito di Lula e Rousseff è arrivato in testa solo a Rio Branco (capitale dello Stato di Acre). Nello stato chiave di Minas Gerais (sud-est) dove governa, il candidato sindaco di Belo Horizonte è stato eliminato, arrivando solo quarto.

La formazione di centrosinistra dovrà giocarsi il ballottaggio in posizione di svantaggio a Recife, capitale del Pernambuco dove il suo candidato, Joao Paulo, è arrivato secondo col 23,76% contro il socialista Geraldo Julio, che ha preso il 49,34%.

E in quattro capoluoghi di regione, tra cui Rio de Janeiro e Salvador de Bahia (la seconda e terza città del paese) dove il Partito dei lavoratori non aveva presentato un proprio candidato, quelli dei partiti alleati che aveva sostenuto sono stati eliminati e non andranno al ballottaggio.

Anche a Porto Alegre, tradizionale bastione della sinistra, al ballottaggio andranno due rappresentanti della destra: Nelson Marchezan Jr (Partito della Socialdemocrazia Brasiliana) e Sebastião Melo (Partito del Movimento Democratico del Brasile).

La debàcle del Partito dei Lavoratori ha favorito i partiti di centrodestra e di destra che a livello nazionale formano la maggioranza di destra del nuovo presidente Michel Temer, subentrato lo scorso agosto a Rousseff dopo una destituzione frutto di un vero e proprio golpe istituzionale.

Il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb) di Temer non è però riuscito a imporsi a Rio de Janeiro, dove il primo turno è stato vinto dal candidato del Partito repubblicano brasiliano, considerato il braccio politico della ricca chiesa evangelica, che si dovrà scontrare con un candidato della sinistra radicale membro del 'Partito Socialismo e Libertà'.

Sono stati oltre 144 milioni gli elettori chiamati ieri alle urne per eleggere sindaci e consiglieri di 5.568 comuni in un Paese che conta 206 milioni di abitanti. Il secondo turno è in programma il prossimo 30 ottobre.

Il PT aveva conquistato nove capitali statali nel 2004, cinque nel 2008 e solo quattro nel 2012. Questa volta dovrà accontentatsi di uno, massimo due.

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Riunione di emergenza al ministero Economia. Comincia l’autunno caldo delle banche italiane

La notizia è di un gruppo di siti scollegati tra loro (Rai news, La Nazione, Il Messaggero) ma che si occupano regolarmente di informare, ognuno con la propria impostazione, su questi temi. Lunedì 3 ottobre è il giorno della riunione di emergenza, convocata dal ministro Padoan presso il ministero dell’economia, sulla questione della tenuta del sistema bancario. Una cosetta da nulla, rispetto all’attenzione dei media per ogni piroetta recitata dal presidente del consiglio, con la presenza anche del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, con i vertici di Unicredit, Intesa e Ubi, e quelli dell'Abi, l'associazione bancaria italiana, del fondo Atlante e delle casse di risparmio legate all’Acri.

La notizia, naturalmente, è molto più importante della solita bassa macelleria che è l’offerta di notiziabilità politica quotidiana ma, il più possibile, passerà in secondo piano per una serie di motivi.

Il primo, intuibile, è il legame tra notizie, loro collocazione e andamento dei titoli in borsa. Nonostante il mercato lo facciano le persone (assieme ai software) comunque informate, e poco inclini a credere ai titoli cubitali, se una notizia si diffonde ben oltre il pubblico specialistico un titolo comincia a oscillare in modo pauroso. Figuriamoci un intero settore, come quello bancario italiano, il cui valore è stato dimezzato dall’inizio dell’anno. O su banche, come MPS, il cui titolo ha perso il 99 per cento di valore dall’inizio della crisi.

Il secondo è che la politica (o meglio ciò che impropriamente è considerata tale) ha bisogno di una forte presenza spettacolare nell’informazione, per ovviare alla crisi di legittimità e per regolare conflitti, e in questo modo toglie spazio al resto delle notizie.

Il terzo è che probabilmente è presto per pompare adrenalina nel sistema dei media su questo genere di notizie. La crisi delle banche europee è destinata a continuare, nonostante i maggiori istituti bancari continentali siano progressivamente passati sotto il controllo della Bce, cominciare a immettere adesso adrenalina nel circuito mediale significa arrivare al livello panico negli eventuali momenti topici della crisi. Panico sia finanziario che politico. Per questo, nonostante i media non abbiano un vero governo centrale, per adesso la notizia è rimasta circoscritta alla platea, professionale e non, dei diretti interessati.

Importante diventa quindi focalizzare i temi principali di questa riunione. Ne fissiamo tre, i più conosciuti. Tenendo conto che, nel complesso, la discrezione sugli esiti della riunione finirà per prevalere fino a quando le esigenze dell’informazione avranno, in un modo o in un altro, bucato una parte significativa del riserbo.

I temi ineludibili sono tre: fase finale del salvataggio banche oggetto del famoso intervento legislativo dello scorso anno (quello a favore della Banca del padre della ministro Boschi, per capirsi), questione del bail-in banche italiane, situazione di Deutsche Bank.

Sulla questione del salvataggio delle (ormai) famose quattro banche, con ministro Boschi a fare da brand all’intera vicenda e i risparmiatori a fare da corollario di spine, da tempo era calato il silenzio. Invece la normativa comunitaria, recepita dall’intervento del governo della fine dello scorso anno, recitava chiaramente: le banche vanno salvate per essere poi vendute. Ecco quindi, ed è parte della storia di oggi, che Ubi Banca si presenta per acquisirne tre (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti).

Tutto bene? Mica tanto, visto che la scadenza per l’acquisto delle tre banche, da parte di Ubi è stata prorogata. Come mai? Per due motivi seri, segnalati, una volta tanto, dalla stampa mainstream. Il primo, segnalato dal Sole 24 ore qualche giorno fa, riguarda le modalità di acquisizione delle banche da parte di Ubi. Modalità che apparivano, e appaiono tali, da sottovalutare il rischio sistemico oggi rappresentato da un’altra banca: MPS. In parole molto povere il modo con il quale Ubi acquisirebbe le tre banche metterebbe in difficoltà Mps.

Come? Ce l’ha spiegato Milano Finanza. Usiamo un linguaggio meno gergale e meno tecnico possibile: i fondi speculativi sono pronti a distruggere l’aumento di capitale di Ubi, necessario per acquisire le tre banche salvate lo scorso anno. Se questa situazione non si stempera, inevitabilmente, anche Mps sarà coinvolta in un generale ribasso azionario dei già martoriati titoli bancari italiani. In poche parole, una parte significativa delle banche italiane è sotto scopa: da una parte le regole della Bce, che sta monitorando l’operazione Ubi, dall’altra, vedi sempre Ubi, la fame di speculazione dei mercati.

Ecco un primo motivo, non banale, per fare un summit tra ministero, banche, fondo di salvataggio e azioni bancarie. Il secondo motivo è legato quindi a quello che possiamo chiamare salvataggio, risanamento a seconda dell’abbellimento retorico che si preferisce: insomma come verrà puntellato il sistema bancario italiano per provare ad uscire dalla crisi. E qui una notizia, di quasi due settimane fa, riportata da Wall Street Italia ha proprietà davvero esplosive.

Infatti, lo SRB è l’autorità dell’Unione Europea chiamata ad attivare le procedure di bail-in (il salvataggio attivato direttamente attingendo su risparmiatori e imprese) che vigila su 142 banche europee, tra cui Deutsche Bank e BNP Paribas. Ora la numero uno della SRB, Elke Koenig ha detto praticamente che le banche dell’Unione Europea – dunque non solo dell’Eurozona, il cui sistema ha ricevuto liquidità da Draghi – potrebbero aver bisogno di un capitale doppio rispetto ai requisiti minimi stabiliti dalla Bce.

In poche parole, se le banche italiane finissero in quelle procedure di “salvataggio”, e fino ad oggi diverse si stanno dirigendo verso quell’esito, il capitale necessario per “salvarle” secondo la Ue sarebbe doppio. Un rischio piuttosto serio visto lo scenario. Ma, e questo spiega la recente crisi del titolo in questione, ciò varrebbe anche per Deutsche Bank, la madre di tutte le crisi delle banche europee, dalla cui risoluzione o meno dipende il futuro del credito bancario in Europa. Ecco quindi la seconda, ineludibile, questione al summit di emergenza: norme più stringenti per un eventuale bail-in, strumento che, come sappiamo il governo vuol evitare. Sperando che un eventuale bailout di Deutsche Bank, un salvataggio direttamente pagato dalle casse pubbliche tedesche, apra la possibilità di una simile soluzione in Italia.

Arriviamo così al terzo punto della riunione: la situazione di Deutsche Bank. Madre di tutte le crisi che, come abbiamo visto, è questione calda anche a Roma non solo a Berlino. Anzi, per dirla tutta, a Berlino sono più frequenti gli attacchi alla Deutsche Bank piuttosto che la sua difesa. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel ha dichiarato, alle agenzie di stampa tedesche, che “chi ha fatto speculazione ieri non può lamentarsi della speculazione oggi”. Facendo intendere che il salvataggio di Deutsche Bank, in qualsiasi modo venga eventualmente approntato, sarà comunque un percorso costellato di spine. La Frankfurter Allgemeine, dal canto suo, dopo essersi lamentata (30 settembre) della troppa attenzione italiana su Deutsche Bank (causa desideri di bailout) ha espresso un corsivo chiaro. Differente ma in linea con le ipotesi di ridimensionamento dell’istituto bancario già fatte intravedere, qualche giorno prima, dalla Süddeutsche Zeitung: si tratta di dire la verità sul disastro Deutsche Bank, poi procedere a soluzioni dolorose. Niente di buono per il sistema bancario italiano: se non ci saranno sconti a Berlino figuriamoci a Roma. Per questo, assieme agli altri due motivi (questione Ubi e modalità di eventuale bail-in sistemico) proprio a Roma ci si riunisce d’urgenza.

Certo, la crisi della banche italiane sta dentro, in una modalità tutta propria, la crisi della banche europee. La quale, come in una matrioska, è contenuta dentro la crisi di produzione di valore nei sistemi bancari. Aggrediti anche da nuove modalità di credito e dall'emergere potente di nuove tecnologie. Certo, la crisi italiana è anche quella di un ceto politico-manageriale di tipo liberista-feudale che vive in un mondo a parte. Come dimostra questo articolo di linkerblog che dimostra come la crisi dei crediti deteriorati, degli scorsi anni, sia anche frutto di una visione banale, povera delle scelte strategiche dei mandarini degli istituti bancari. Come dice l’autore dell’articolo, a partire dal 2007-2008 “le banche italiane hanno sottovalutato del tutto le componenti strutturali e la durata della crisi e hanno sbagliato la politica del credito”. Ma non si lasci le banche da sole in questa galleria degli orrori, che costerà parecchio a questo paese.

Negli stessi anni prima il centrosinistra, con Prodi che favoleggiava di una crisi americana compensata dalla crescita cinese, poi il centrodestra, che sostanzialmente si è incartato sia nei rapporti con Bruxelles sia attorno ai problemi del presidente dell’azienda leader della coalizione, hanno altrettanto sottovalutato la portata della crisi. Per non parlare della opinione pubblica che, drogata dalla denunce sugli sprechi, si è focalizzata sulla liceità degli scontrini di questa o quella assemblea legislativa. A dimostrazione che opinione pubblica e società civile possono avere la stessa vista corta della politica istituzionale. Ma rimaniamo all’oggi, con la nostra riunione d’emergenza: l’autunno caldo delle banche è quindi cominciato.

Redazione, 4 ottobre 2016

Caro Zagrebelsky, governo Renzi e controriforma sono la stessa cosa

Non è decisivo sapere chi sia stato più efficace in tv tra Renzi e Zagrebelsky. Non è neppure sicuro che il successo, decretato dai commentatori, delle capacità di televendita del presidente del consiglio infranga il suo alone di sfacciata e respingente arroganza.

Ciò che mi ha invece negativamente colpito è un limite politico delle pur rigorosissime esposizioni del costituzionalista del NO. Un limite che a mio parere dà un vantaggio, televisivo e non, a Renzi. Un vantaggio che chi difende la Costituzione dal suo stravolgimento non può concedere.

Zagrebelsky avrebbe semplicemente dovuto chiedere a Renzi perché fosse lì. Perché il capo del governo stia in campagna elettorale da gennaio per sostenere la sua riforma costituzionale.

Perché la risposta alla domanda su dove fosse il pericolo autoritario, domanda con la quale Renzi ha incalzato Zagrebelsky, stava proprio lì nello studio televisivo. Stava in un capo del governo che vuole riscrivere la Costituzione del suo paese, come avviene in ogni regime autoritario.

Su consiglio stringente di Giorgio Napolitano ora Matteo Renzi spiega che non bisogna personalizzare il referendum. Lo afferma ventiquattro ore su ventiquattro, mentre imperversa su tutti mass media. Ridicolo. Questa è la costituzione del governo Renzi e chi la respinge ne mette in discussione anche gli autori.

Certo, tra chi fa campagna per il No ci sono anche esponenti del partito democratico che invece dichiarano di non voler colpire il governo. È legittimo, ma insostenibile. Perché il governo della Repubblica ha deciso di riscrivere la Costituzione della Repubblica imponendo il continuo ricorso al voto di fiducia. Fiducia chiesta ad un parlamento dichiarato incostituzionale e quindi sicuramente privo della legittimità necessaria a cambiare la nostra Carta, di cui rappresenta invece una palese violazione.

La deriva autoritaria sta prima di tutto nel modo stesso in cui la pessima riforma è stata imposta e il governo e chi lo sostiene, a partire da Giorgio Napolitano, ne sono pienamente responsabili.

È stato lo stesso Zagrebelsky a sostenere che le costituzioni non si cambiano a colpi di maggioranza, ma poi si è fermato sulla soglia delle responsabilità del governo attuale.

Che invece usa spudoratamente le sua riforma su tutti i tavoli politici nazionali ed internazionali per ottenere vantaggi. Dateci un po' di flessibilità voi di Bruxelles, abbiamo cambiato la Costituzione, ha detto Renzi a Bratislava senza molto successo.

E la Banca Morgan che non sopporta le costituzioni antifasciste perché frenano le politiche liberiste, e le multinazionali, i poteri economici, le burocrazie finanziarie e le ambasciate, come si fa a non parlarne?

Di fronte alla denuncia di Zagrebelsky sul potere oligarchico che scaturirebbe dalla costituzione renziana, Eugenio Scalfari ha risposto che le oligarchie ci sono sempre state. Ma non scherziamo, un conto sono i gruppi dirigenti politici e sindacali che nel passato hanno guidato la costruzione della nostra democrazia e la partecipazione di massa, un conto le élites finanziarie che vogliono comandare oggi su tutto e su tutti. Confondere gli uni con gli altri è malafede intellettuale e costituzionale

Bisogna dare una spiegazione alle cose. il Jobsact, la legge Fornero, la Buona scuola, il decreto sulle trivelle e quello sulle privatizzazioni, il decreto Ilva già fatto e quello per il Ponte sullo Stretto in preparazione, tutte queste sono leggi che già smantellano i diritti della prima parte della Costituzione. La controriforma della sua seconda parte serve a chiudere il cerchio.

Chi non arriva alla fine del mese è il primo interessato a fermare la deriva autoritaria voluta dal governo per conto dei poteri forti, delle oligarchie economiche. Se loro perderanno il referendum, non saranno riusciti a consolidare costituzionalmente il potere acquisito nella economia e nella società, e la lotta per i diritti e la giustizia potrà riprendere.

Renzi non merita e non ha bisogno di vantaggi. Lui ed i poteri economici che ci dominano hanno voluto stravolgere la Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo. È sacrosanto che il NO alla controriforma li coinvolga appieno. Perché il governo Renzi e la controriforma costituzionale sono la stessa cosa.

Per questo il 22 ottobre manifesteremo coerentemente per il No alla controriforma e per il No a Renzi.

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03/10/2016

La lezione di Deutsche Bank

di Pasquale Cicalese per Marx21.it

“Era inevitabile, il titolo ha perso il 78% in due anni e mezzo, c’è ovviamente del fumo, e dove c’è del fumo c’è del fuoco” Kenneth Polcari, O’ Niel Securities, in “Va evitata un’altra Lehman, è troppo grande per fallire” La stampa, 1 ottobre 2016.

“Beneficiando di una eccezionale e generosissima solidarietà europea in occasione della Riunificazione, e poi con l’euro, la Germania è diventata sempre più grande e più forte. L’Unione non è riuscita ad europeizzare la Germania; si è trasformata nel guscio rotto dell’aquila tedesca: grande e forte, ma anche terribilmente sola. Ha negato solidarietà a chiunque, e verrà ripagata con la stessa moneta”. Guido Salerno Aletta, Le ceneri di Angela, Milano Finanza 1 ottobre 2016.

Certo, agli americani non vanno giù il gasdotto russo-tedesco North Stream, le timide aperture verso la fine delle sanzioni a Mosca, il dialogo commerciale fortissimo e solidissimo Berlino - Pechino. Così come l’amministrazione Usa vuole che finisca l’austerity in Europa perché l’America, così come tutto il mondo, sta importando dall’eurozona una terribile deflazione, e non le va giù quell’incredibile 8,7% del surplus tedesco delle partite correnti. E ancora, ci sta tutta la guerra finanziaria: le grandi banche americane, dopo essere state salvate con denaro pubblico per circa 700 miliardi di dollari, hanno ripreso lo scettro mondiale dell’equity e delle funzioni di investment banking (fusioni e acquisizioni, collocamenti azionari, private placement, ma anche riacquisto di azioni), facendo letteralmente fuori le europee.

Ma c’è da dire che le multe le hanno sonoramente subite anche le banche americane, inglesi e svizzere. La guerra finanziaria non spiega tutto, a meno di voler ipotizzare che, a distanza di 42 anni dal Piano Werner, qualcuno negli Usa stia pensando bene di far saltare in aria l’euro. Perché questo provocherebbe l'esplosione di DB, la fine dell’eurozona.

O ancora, costringere la Merkel ad intervenire su DB in modo che altri paesi siano legittimati a loro volta ad aiutare i loro sistemi bancari, cosa non più possibile dal 2013 in base alla normativa del bail in. E’ quello che si aspetta, forse con ingenuità, Renzi, che intanto se la gode.

Ma la vicenda di Deutsche Bank ha a che fare essenzialmente con il modello tedesco, da noi importato a partire dai governi tecnici Monti-Letta-Renzi. E’ il modello export-led basato sulla deflazione salariale interna.

Questo modello implica la distruzione della domanda interna per avere moderazione salariale e da qui aumentare enormemente le esportazioni, con surplus commerciali sempre più crescenti. L’export in Germania arriva alla sbalorditiva cifra del 51% sul pil, contro il 29% nostro e il 21% cinese (quello americano non arriva al 19%...).

Stroncando la domanda interna, i capitali tedeschi hanno sempre più bisogno di lidi dove allocarli per avere decenti rendimenti. In un contesto di bassi interessi mondiali, la ricerca del rendimento è fatta non ponderando i rischi e quel che è successo negli ultimi dieci anni (subprime, Irlanda, Spagna, Grecia, cantieristica navale, noli marittimi) ci fa capire che di finanza i tedeschi non ne masticano molto, arrischiandosi in avventure finanziarie dove hanno sempre perso.

La Grecia è tutta qui, credito franco - tedesco arrischiato, pagato dai contribuenti europei e dal popolo greco. I creditori non hanno perso nulla.

In Usa DB ha perso parecchio e dal 2007 non si è mai ripresa. Non si sa bene come vengano valutati i circa 55 mila miliardi di euro di derivati in pancia a DB, né la Bafin, prima, cioè l’organo di vigilanza tedesca, né la Vigilanza Europea della Bce, dopo, hanno mai scoperto la pentola.

Se dieci fondi speculativi americani hanno dismesso soldi da DB per decine di miliardi di dollari vuole dire che se c’è fumo, c’è del fuoco. DB è il simbolo del fallimento della Vigilanza Europea, quella che alle banche italiane, specializzate nelle funzioni di credito commerciale, ha fatto il pelo nuovo, mentre ometteva di intervenire su Commerzbank, su DB e sulle stesse Landesbanken, tra l’altro non soggette a vigilanza comunitaria, ma nazionale.

Lo stato tedesco è intervenuto a suo tempo con circa 300 miliardi di euro di aiuto al sistema finanziario del Paese, ma tutti sono dell’idea che tuttora quello germanico rimane il sistema più fragile. Troppe operazioni corsare andate a male in giro per il mondo, troppa finanza speculativa che ha presentato il conto. Il risparmio tedesco, che non trova allocazione sul piano interno, andato in fumo nella roulette finanziaria globale.

La posizione finanziaria netta tedesca è positiva per la bellezza di 1548 miliardi di euro, capitali allocati all’estero perché la domanda interna è sacrificata. Dalla crisi dell’eurozona i capitali italiani ed europei si sono spostati in Germania finanziando il debito pubblico con rendimenti zero se non negativi, a tal punto che 1123 miliardi di euro di capitali europei finanziano a costo zero il debito tedesco. Per contro, i capitali tedeschi vanno nell’area del dollaro con modalità di finanza altamente speculativa, logico che ci lascino le penne.

Inoltre, nella guerra finanziaria si inserisce la Brexit: la situazione di DB dimostra che i tedeschi sono poco adatti all’investment banking per l’eurozona. Logica vuole che nei prossimi anni tale funzione per il continente europeo l’avrà la City londinese, collegata agli hub finanziari asiatici, Mumbay, Singapore, Hong Kong e Shanghai.

Renzi potrà pure godere di questa situazione, ma lui ha adottato il modello tedesco, a partire dal Jobs Act. Vale a dire domanda interna stroncata, bassa natalità per via dei bassi salari e per la disoccupazione mantenuta volutamente alta (in Germania è al 6,1% ma solo perché ci sono 5,5 milioni di mini job), export come volano di crescita, surplus delle partite correnti (quest’anno arriviamo al 3%...), predominanza del risparmio sugli investimenti, capitali che vengono allocati all’estero perché non ci sono occasioni d’affari nel paese. DB è la chiara dimostrazione che quel modello è fallimentare. Renzi potrà pure avere la schadenfreude, ma a pagare è il proletariato tedesco e italiano.

Le “riforme strutturali” presentano il conto: in Italia con l’esplosione dei crediti deteriorati, in Germania mandando in fumo nella finanza speculativa il risparmio tedesco. Il falò delle vanità. Ora i “fratelli europei” hanno la schadenfreude per DB e Commerzbank, segno di quanto la moneta unica ha portato la fratellanza nel continente europeo...

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Libera evasione fiscale!

È ufficiale: per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più, si può commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni.

Sono questi gli esiti concreti della politica economica portata avanti da quel governo Renzi che, adottato il “Modello Marchionne” nell’ambito delle relazioni di lavoro, spregiando la programmazione della politica industriale (la dizione politica industriale non compare nel nuovo articolo 117 della Costituzione modificata), mancata la presa d’atto del fallimento del jobs act e dell’intensificazione dello sfruttamento e della precarietà da esso provocato, costretti i pensionandi ad indebitarsi fin oltre gli ottant’anni di età, apre le porte definitivamente all’evasione fiscale.

Questa novità, della cancellazione della black list dei paesi di evasione (provvedimento voluto dagli sceicchi dell’Oman) proveniente dalla legge di stabilità 2016 si inquadra in questa situazione di fatto.

Partiamo dal rapporto 2016 dell’istituto di ricerca di Eurispes. In base alle stime del report, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi. Una cifra enorme se si tiene conto che il PIL ufficiale ammonta invece a 1.500 miliardi di euro. Da sottolineare che ai 540 miliardi ne vanno aggiunti ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale. 740 miliardi in tutto dunque nell’ambito dei quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale (da sola) vale 270 miliardi. Fare due conti a questo punto è abbastanza semplice. Secondo i calcoli di Eurispes l’evasione fiscale in Italia varrebbe il 18% del PIL. Se si tiene conto del sommerso in generale si sale invece al 35%. Un dato molto più elevato rispetto a quello pubblicato dall’Istat, secondo la quale, l’economia sommersa in Italia, vale a dire l'insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al PIL ufficialmente osservato, ma che non sono né registrate né tassate equivarrebbe a circa il 17-18 per cento del PIL.

Secondo il Rapporto sull’evasione fiscale 2014 pubblicato ministero dell’Economia basato su dati Istat, l’entità del sommerso nazionale nel 2008 oscillava tra i 255 e i 275 miliardi di euro, cifre che in percentuali rappresentano il 16,3% e il 17,5% del PIL.

Peggiori i dati di Bankitalia secondo cui nel quadriennio 2005-2008 il sommerso ammontava al 16,5%, una percentuale cui occorre sommare un 10,9% derivante dall’economia illegale (totale 27,4%). Parlando del solo 2008 invece, i tecnici della banca d’Italia registravano un’economia non osservata pari al 31,1% (18,5% relativo di economia sommersa e 12,6% legato alle attività criminali).

I dati della Corte dei Conti (periodo di riferimento 2010-2013) parlano più nel dettaglio di 34-38 di pagamenti occultati ogni 100 euro fatturati o dichiarati.

Gli ultimi dati pubblicati appartengono a Confindustria che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122,2 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del PIL. Al fisco vengono sottratti quasi 40 miliardi di IVA, 23,4 di IRPEF, 5,2 di IRES, 3,0 di IRAP, 16,3 di altre imposte indirette, cui si aggiungo 34,4 di contributi previdenziali. Cifre che non corrispondono ai calcoli del nostro Governo che nel DEF parla di 91,4 miliardi di media nel periodo 2007-2013.

Nel 2013, secondo gli ultimi “dati ufficiali” pubblicati, su un Prodotto Interno Lordo di 1.600 miliardi, l’evasione ammontava a 180 miliardi (10%). Oggi, secondo Eurispes, la cifra sarebbe salita di ulteriori 90 miliardi su un PIL che invece è sceso a 1.500 miliardi e dunque saremmo saliti al 18%.

Una situazione che si somma alla crisi bancaria dovuta in gran parte alla costruzione di un debito enorme dovuto all’elargizione di mutui non risolti in situazioni dichiaratamente non solvibili ma rivolti agli “amici degli amici” di varia natura, com’è accaduto in maniera particolarmente evidente con MPS (il cui salvataggio è stato demandato a quella JP Morgan, i cui vertici sono i principali ispiratori della deformazione costituzionale in senso autoritario che sarà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre) e CARIGE : un esempio, da questo punto di vista, riguardante la situazione locale savonese è quella dei 91 milioni di fidi senza garanzie elargiti agli Orsero ,mentre si negano i 5000 euro al piccolo artigiano che intende rinnovare il proprio laboratorio.

Sono queste le cose concrete, dall’evasione fiscale alle malversazioni bancarie, che disegnano il quadro dell’economia italiana.

In barba ai contenuti dei contenuti del titolo III della Costituzione.

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Madrid: la destra sfascia il Partito Socialista. Rajoy ed UE gongolano

Colpo di scena nella assai impantanata scena politica spagnola. Mentre il numero due di Podemos, Pablo Echenique, faceva autocritica affermando che nelle trattative con i socialisti per il governo la sua formazione era stata nei mesi scorsi troppo intransigente, andava in scena l’esplosione del Psoe.
Al termine di un comitato federale al quale, dopo le sconfitte elettorali di pochi giorni prima in Galizia e Comunità Autonoma basca, aveva chiesto la rapida convocazione di un congresso straordinario e di un referendum interno alla militanza sulla formazione di un governo alternativo alla destra, il segretario del Partito Socialista Operaio (!) Spagnolo Pedro Sanchez ha rassegnato le sue dimissioni.

La decisione è arrivata sabato in prima serata, a pochi minuti dall’esito di una votazione – finita 133 a 107 – che ha bocciato le proposte del segretario e che ha segnato un decisivo punto a favore dei ras locali di un Partito Socialista ormai squassato da una guerra per bande senza precedenti. Una guerra fratricida che potrebbe portare addirittura alla scissione in due di una delle due formazioni, insieme al Partito Popolare, su cui si è fondato dall’inizio degli anni ’80 un sistema politico blindato uscito dall’autoriforma del franchismo.

A guidare la guerra contro il giovane e finora rampante Pedro Sánchez sono stati i baroni locali del Psoe, a partire dalla potente Susana Diaz, presidente della più grande comunità autonoma dello stato, l’Andalusia. Sindaci, governatori, ras locali non ne vogliono sapere di una eventuale alleanza tra i socialisti, usciti sconfitti da tutte le ultime tornate elettorali, e Podemos, che nonostante l’arretramento degli ultimi mesi continua a sottrarre una parte consistente dell’elettorato all’ex polo di centrosinistra. Quella del Psoe non è solo una spaccatura rispetto alle prospettive del governo tra chi sostiene la necessità, dopo un anno di blocco istituzionale, di astenersi e di permettere così la nascita di un governo di minoranza del Partito Popolare evitando così le terze elezioni in un anno e chi invece sarebbe disponibile ad una convergenza con i ‘morados’ del sempre più moderato Pablo Iglesias. Nel tutti contro tutti che rischia di far esplodere il Psoe contro il segretario si sono schierati anche personaggi come Ximo Puig, presidente dell’importante Comunidad Autonoma Valenciana dove pure i socialisti governano proprio con Podemos ed altre realtà politiche locali autonomiste e di centro-sinistra. Quello in corso nel partito socialista non è solo uno scontro politico, ma anche e soprattutto un conflitto all’ultimo sangue per il potere.

Una brama che ha fatto saltare ogni parvenza di rigore democratico e di correttezza trasformando la riunione di sabato del Comitato Federale in una lunghissima rissa con l’urna elettorale che ad un certo punto sparisce e i membri del fronte anti Sanchez che gridano al golpe, votazioni e documenti invalidati dall’ufficio di presidente controllato dal fronte pro segretario e così via. Fino ad un definitivo voto palese che mette in minoranza Pedro Sánchez costretto a quel punto, visto che lo aveva promesso, a dimettersi dopo essere stato sconfessato.

Il Partito Popolare, che fino a pochi mesi fa era dato per spacciato e che invece nelle ultime elezioni di giugno ha guadagnato terreno e influenza, restando al centro della scena politica ed arrivando addirittura a mandare in crisi i tradizionali avversari socialisti, ovviamente gongola. Nel caos in cui è precipitato il Psoe una pattuglia di deputati socialisti più o meno consistente potrebbe ora decidere di astenersi in occasione del voto di fiducia nei confronti di un governo formato dal PP e forse da qualche forza regionalista di centrodestra. Una prospettiva che potrebbe convincere, obtorto collo, anche la cosiddetta ‘sinistra’ del Psoe, quella appunto rappresentata da Sánchez, a rimuovere il veto nei confronti di una eventuale collaborazione di governo con Mariano Rajoy.

E' esattamente ciò che gli apparati dell’Unione Europea, la Confindustria e altri influenti ambienti padronali interni ed internazionali chiedono da tempo ai socialisti, un governo di 'grande coalizione': l’elenco di ‘riforme’ che Bruxelles, la Banca Centrale e gli imprenditori chiedono di applicare in fretta è davvero lunga, e quasi un anno di assenza di un governo legittimato dalle urne – anche se a gestire la ordinaria amministrazione ci ha pensato Rajoy – ha già fatto perdere ai poteri forti ed ai mercati fin troppo tempo.

A tentare di guidare un Psoe a pezzi sarà ora un comitato direttivo plurale presieduto dal presidente della Comunità Autonoma delle Asturie, Javier Fernández, al quale è stato affidato il compito di traghettare il partito ad un congresso e all'elezione di una nuova direzione. Ci riuscirà?

Nel frattempo la sindaca di Santa Coloma de Gramenet e aspirante leader del Partito Socialista Catalano – o almeno di ciò che ne resta dopo le varie scissioni realizzate dai settori di "sinistra" e sovranisti – ha affermato che i deputati della federazione catalana dovrebbero "rompere la disciplina di partito" nel caso in cui il Psoe decidesse di permettere l'investitura a capo del governo di Mariano Rajoy.

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Scalfarotto invita gli investimenti esteri esaltando i bassi salari


In un opuscolo del governo per attrarre gli investimenti esteri il Ministero dello Sviluppo Economico “confessa” il vero effetto di vent'anni di riforme del lavoro: salari bassi e che crescono meno della media europea.

“Se Scalfarotto fosse stato leader del movimento di liberazione dei neri invece di quello LGBT, oggi sarebbero ancora a raccogliere il cotone, ma con l'iPhone”.

Questa battuta di qualche tempo fa raccoglieva l'efficacia del politico PD nel promuovere e difendere i diritti della comunità di cui si era fatto in qualche modo portavoce all'interno delle istituzioni, durante la discussione sui matrimoni omosessuali che con gran squilli di trombe diventò la simbolica Unione Civile, con molta soddisfazione di Scalfarotto che definiva la legge l'unica cosa che si potesse fare al momento, e che quindi bisognasse accontentarsi. Forse però la battuta era riduttiva, perché a leggere l'opuscolo pubblicato sul neo-portale www.investinitaly.com si potrebbe pensare che Scalfarotto avrebbe potuto avere una parte ben più attiva nella compravendita di schiavi, esaltando la forza e l'economicità della merce lavoro in vendita.

Se infatti si sfoglia la brochure, dopo il solito elenco di motivi per cui le aziende straniere dovrebbero venire a investire i loro soldi da noi, tra cui le “eccellenze italiane” e gli incentivi fiscali, si arriva alla sezione HUMAN CAPITAL & TALENT, in cui non si esalta tanto l'alta specializzazione dei lavoratori qualificati italiani, ma il loro basso costo, o meglio proprio il rapporto costo/qualità.

“L'Italia offre un livello salariale competitivo (che cresce meno che nel resto della UE) e una forza lavoro altamente qualificata”. Così recita il sottotitolo. Un esempio? “Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario annuale di 38.500 €, mentre negli altri paesi europei lo stesso profilo guadagna in media 48.500 € all'anno”. Investitori, guardate qua! I nostri ingegneri costano 10.000 euro all'anno meno di quegli altri!

Ma non è finita: con tanto di grafici vengono presentati altri due dati, che possono apparire esaltanti o deprimenti a seconda che voi siate il Ministro per lo Sviluppo o un giovane laureato in cerca di lavoro: non solo la media dei salari è più bassa, ma cresce anche meno che negli altri paesi (+1,18% dal 2011 al 2014 contro il +1,69% inglese o il +2,32% tedesco), mentre un raffronto fra veri settori mostri che i salari italiani sono più bassi nel Chimico, nel Civile, nell'Elettronico e anche nel Meccanico. “Il costo del lavoro è ben al di sotto di economie simili come la Germania e la Francia” chiude trionfale il capitolo. Poi Renzi fa gli spot per il referendum costituzionale con il bambino che vuole fare “l'inventore” ma non vuole emigrare, come se la ragione del “furto di cervelli” da parte degli Stati centrali della UE (già da tempo abbiamo rifiutato la visione di una spontanea “fuga” visto che come dimostrano anche i dati c'è un disegno criminale per fare sì che i lavoratori più qualificati se ne vadano) sia dato dalla struttura istituzionale piuttosto che da quella del mercato del lavoro.

Al di là dell'effetto comunicativo che può fare storcere il naso anche ad alcuni liberali, perché certe cose è meglio farle ma non dirle, il governo ha ben ragione di festeggiare questo risultato. Il Jobs Act insieme all'introduzione del sistema di sfruttamento legalizzato dei Voucher si sono inseriti perfettamente in un percorso di smantellamento dei diritti del lavoro e degli stipendi iniziato nel 1997 con il Pacchetto Treu e perfezionato dalle varie leggi Brunetta e Fornero, fino a quelle ultime. Queste riforme pubblicizzate anche dalla maggior parte dell'informazione nazionale come necessarie per rendere il mondo del lavoro più “dinamico”, però, finalmente mostrano il loro vero volto. Non erano certo bastati decine e decine di articoli scientifici su tutte le riviste economiche mondiali che dicevano che la liberalizzazione del mondo del lavoro ha come primo obiettivo ed effetto la riduzione del potere contrattuale e quindi dei salari. Ecco, ora lo dice anche il Governo: siamo a tutti gli effetti i più competitivi di tutta Europa. Evviva!

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