Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/05/2021

Giochi nell'acqua (1988) di Peter Greenaway - Minirece

Madrid a tutta destra, Iglesias si ritira

Le elezioni della “città metropolitana” di Madrid fotografano un terremoto politico che non riguarda solo la Spagna. Perché arriva al termine di una lunga crisi della “politica”, lì ed altrove, che la pandemia ha fatto esplodere in maniera incontrollata.

Partiamo dai dati. La partecipazione è stata record (+11% rispetto al 2019), segno di una volontà generale di “cambiamento” (una delle parole più vuote di contenuto che si conoscano, in politica, al pari di “riforme”).

E ha trionfato la vecchia destra, quella post-franchista del Partito Popolare (che in Europa sta con Merkel, Berlusconi, ecc.). Un successo arrivato però adottando tutti i tic della destra fascista vera e propria – dal rifiuto dei lockdown all’esaltazione di una idea individualistica e irresponsabile di “libertà”, con più di un occhio strizzato ai “no vax” – e scegliendo una front runner da manuale della comunicazione politica: donna, giovane, priva di scrupoli, “che parla come mangia”. Anzi, come parla “il popolo”.

Isabel Diaz Ayuso, potrebbe addirittura tornare a governare Madrid da sola e avrebbe bisogno solo dell’astensione di neo-vetero-fascisti di Vox per rimanere in sella. Come se avesse vinto un Salvini spalleggiato da Meloni...

Il Pp, che ha raddoppiato i consensi, ottiene infatti fino a 65 seggi, più della somma di tutti i partiti di sinistra (tra 62 e 65 seggi), a soli quattro seggi della maggioranza assoluta (69), più del doppio delle elezioni del 2019.

Tutta la campagna elettorale della Ayuso ha avuto come cuore la critica feroce della gestione della pandemia da parte del governo centrale (Partito Socialista e Unidos Podemos, con poco più del 40% dei voti), formato “per obbligo” dopo due elezioni politiche a distanza di sei mesi che non avevano permesso di individuare una maggioranza politica stabile.

In pratica, la destra – che già governava la città metropolitana – era riuscita a fare di Madrid l’unica grande capitale europea che ha tenuto aperti bar, ristoranti e teatri dal giugno 2020. Nei mesi della pandemia, la Ayuso ha guidato il fronte delle regioni che hanno contestato la linea dura sulle chiusure voluta dal governo. Chiedeva infatti di riaprire tutte le attività, eliminare ogni lockdown e restrizione alla circolazione (neanche in Spagna sono state mai fermate le attività economiche principali, ma solo quelle legate a ristorazione, turismo, tempo libero).

La Ayuso aveva giocato una carta rischiosa, con un coprifuoco fissato prima alle 21 e poi spostato alle 23, ma è stata baciata dalla fortuna (e dall’osservanza spontanea di molte procedure di sicurezza). Madrid è stata così la regione spagnola con meno restrizioni, ma l’incidenza del contagio non è ora il più alto del paese (lo era stato a lungo) e il numero di nuovi casi e decessi è lontano dal picco di gennaio.

Una dinamica politica nazionale simil-italiana, che ha portato la Spagna pagare un prezzo altissimo (3,5 milioni di contagiati e quasi 80.000 morti per Covid) e a perdere comunque una quota rilevante di Pil (11%).

Il Psoe di Pedro Sanchez incassa il peggior risultato di sempre, scendendo al 17% dei voti. Alla pari con Mas Madrid (la scissione ultramoderata di Podemos guidata da Errejon, che nella capitale ha il suo punto di forza). Seguono Vox (9%) e Podemos (7,25). Scompare la meteora “populista di centro” di Ciudadanos, che con poco più del 3% non raggiunge il limite per entrare nel consiglio comunale.

Due sono però le conseguenze rilevanti di questo voto.

La prima e più certa il ritiro del fondatore di Unidas Podemos, Pablo Iglesias. Nella notte ha annunciato che lascerà tutti i suoi incarichi istituzionali e l’attività politica.

Iglesias, come si dice, su queste elezioni “ci aveva messo la faccia”. Aveva infatti lasciato la vicepresidenza del governo per candidarsi a presidente della comunità autonoma di Madrid e rivitalizzare la sezione regionale del partito, molto in sofferenza. Ma non è riuscito nello scopo. Ha aumentato un po’ i voti del movimento, ma molto al di sotto dello sperato.

Il suo ritiro, comunque, non è semplicemente la presa d’atto di una sconfitta “tattica”, ma del fallimento di un progetto, di un’idea di “riforma della politica” che non faceva i conti con la realtà.

Questa decisione segna la crisi probabilmente definitiva del “populismo di sinistra”, caratterizzato da grandi “innovazioni di linguaggio”, priorità alla “comunicazione”, assoluta vaghezza programmatica, grande risalto ai temi dei diritti civili e silenziamento sulle questioni più “classiche” della sinistra (lavoro, occupazione, welfare, ecc.).

Sembrava la mossa decisiva per rivitalizzare una “sinistra” che in tutta Europa è stata divorata dal “riformismo senza progetto”, praticando un frenetico attivismo tattico mai supportato da progetti certi. E una volta arrivato a co-governare il Paese, tutto quel castello “discorsivo” e agitatorio si è tradotto in poco o nulla.

Da questa angolatura, insomma, Podemos ha replicato in Spagna la parabola dei Cinque Stelle in Italia. Con la differenza che Iglesias e il suo movimento sono comunque esplicitamente una “novità di sinistra”, mentre i grillini, come ben sappiamo, certamente no.

L’altro elemento evidenziato da queste elezioni, per i temi posti al centro, è l’irrazionalità elevata a fenomeno di massa. Quella sul lockdown, il rifiuto delle vaccinazioni e delle misure di prevenzione, è una patologia grave, dimostrata dalle statistiche mostruose dei Paesi in cui la “sottovalutazione” della pandemia ha moltiplicato le dimensioni della strage.

Gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Gran Bretagna del “Johnson primo” (quello che ancora non era finito intubato per il Covid), l’India di Modi e tanti altri esempi stanno lì, davanti agli occhi di tutti.

Ma nella testa della “gente” vivono e si ingigantiscono spezzoni di menzogne ben cucinate, un’idea folle e irresponsabile di “libertà individuale” che somiglia da vicino a certi stati di coscienza procurati dagli allucinogeni. Come se la realtà fisica non potesse e soprattutto non dovesse costituire un limite ai comportamenti individuali “desideranti”.

Un esempio può aiutare. Si può essere convinti, se molto ubriachi e gonfi di pasticche di ogni tipo, di poter volare. Ma la legge di gravitazione universale, proprio come i virus, se ne fotte delle nostre convinzioni temporanee. Vi sembra assurdo? Chiedete a Robert Wyatt, ex batterista dei Soft Machine, che il 1° giugno 1973, in piena notte, si mise a camminare nell’aria fuori dal balcone dell’albergo...

Se quello stato di allucinazione riguarda un individuo, si fa male lui. Ma se una società intera viene “drogata” intenzionalmente per oltre un trentennio, allora si preparano disastri pesanti.

L’uscita a destra dalla pandemia – volendo mantenere la finzione “democratica” delle elezioni – non sarà, come con il fascismo “storico” di un secolo fa, una “modernizzazione reazionaria” guidata dal capitale trionfante, che riprende ad accumulare profitti e a dare forma al mondo.

La barbarie è dietro l’angolo, come accade quando gli imperi vanno in sfacelo... Ci sarà tempo per approfondire...

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La passione di Renzi per i servizi segreti

La passione di Renzi per le relazioni “particolari” con il mondo dei servizi segreti, è tornata in auge per il servizio di Report sul suo incontro in un autogrill con un noto dirigente dei servizi di intelligence dalla carriera piuttosto movimentata.

Replicando alle domande di Sigfrido Ranucci, Renzi ha detto un paio di cose che meritano qualche domande e, da parte sua, qualche risposta. Anzi, non sarebbe male se qualche interrogazione parlamentare chiedesse conto al senatore Renzi di questa sua particolare passione.

Il leader di Italia Viva ha affermato: “Io sulle nomine dei servizi non ho mai messo bocca da un giorno specifico, che è il giorno 4 dicembre 2016”, ossia dal giorno delle sue dimissioni da premier dopo la sconfitta nel referendum costituzionale.

In realtà a gennaio del 2021 nella lettera pubblica inviata all’allora premier Conte, Renzi scriveva: “L’intelligence appartiene a tutti, non è la struttura privata di qualcuno: per questo Ti chiediamo di indicare un nome autorevole per gestire questo settore. Io mi sono avvalso della collaborazione istituzionale di Minniti, Monti ha lavorato con De Gennaro, Berlusconi con Letta: tu non puoi lavorare con te stesso anche in questo settore”.

In una intervista al Corriere della Sera, proprio sul tema della nomina alla delega di Palazzo Chigi sui servizi segreti Renzi ha affermato: “La situazione internazionale richiederebbe ben altra professionalità rispetto a chi invia la geolocalizzazione degli incontri segreti in Libia come ha fatto per mera visibilità il portavoce di Palazzo Chigi o passerelle mediatiche quando si liberano – con metodi notoriamente non convenzionali – ostaggi provati da lunghe prigionie”.

Insomma nelle settimane di tiro al bersaglio contro Conte e il suo governo, Renzi ha sempre tirato dentro la questione di chi avrebbe dovuto controllare i servizi segreti per conto di Palazzo Chigi.

È bene ricordare che quando Renzi era Presidente del Consiglio, il progetto di metterci un suo amico – quel Carrai con le mani in pasta nelle società di cybersicurezza ed ottime relazioni nel Mossad israeliano – vide proprio i vertici dei servizi segreti insorgere per sbarrargli la strada.

Ma nella trasmissione Report Renzi ha detto testualmente anche un’altra cosa, piuttosto inquietante e che meriterebbe una risposta pubblica:

“Marco Mancini è uno dei dirigenti dei servizi segreti con cui ho avuto incontri riservati. Penso di averlo visto anche all’autogrill, quindi figuriamoci. Se lei fa riferimento al fatto che io l’ho incontrato nel mese di dicembre all’Autogrill, assolutamente sì, l’ho incontrato qui”, ha detto Renzi intervenendo nella trasmissione e indicando il suo studio da senatore a Palazzo Giustiniani, “come ho incontrato tanti altri dirigenti”.

La nostra domanda è semplice: perché mai un uomo politico che dal 2016 non ha incarichi di governo dovrebbe incontrare tanti dirigenti dei servizi segreti nel suo studio da senatore o in altri luoghi riservati?

Sarebbe interessante a questo punto verificare il via via di “barbe finte” nello studio di Renzi a Palazzo Giustiniani. E non dovrebbe essere neanche troppo difficile, visto che è uno dei luoghi istituzionali più discretamente ma intensamente controllato di cui si abbia conoscenza.

Ma ci ha colpito anche l’interlocutore dell’incontro galeotto di Renzi all’autogrill di Fiano. Si tratta infatti di Marco Mancini, dirigente dei servizi segreti e con almeno due incidenti di percorso noti nella sua carriera in cui è stato salvato dall’imposizione del segreto di Stato.

La foto pubblica di Mancini più nota è quella che lo vede accogliere all’aeroporto la giornalista Giuliana Sgrena, ferita e di ritorno in Italia dopo il suo sequestro in Iraq che costò la vita al dirigente dei servizi segreti Nicola Calipari (ucciso da un marines statunitense ad un check point).

I guai pubblici di Mancini iniziano poco dopo. Al processo di Milano per il sequestro dell’imam Abu Omar – un caso di sequestro illegale di un presunto terrorista islamico nelle strade di Milano che vide accusati 26 agenti della Cia e alcuni dirigenti dei servizi segreti italiani –il pm Spataro chiese una condanna a 10 anni per Mancini. La sentenza di primo grado (4 novembre 2009) deciderà invece il non luogo a procedere, invocando il segreto di Stato, per il capo del Sismi Niccolò Pollari e per il dirigente del Sismi Marco Mancini. In appello (15 dicembre 2010) viene confermato il proscioglimento per segreto di Stato dei due dirigenti dei servizi segreti italiani.

Ma in Cassazione (19 settembre 2012) il proscioglimento viene annullato, perché il segreto di Stato non può mai coprire un fatto-reato. Così si arriva ad nuovo processo d’appello (13 febbraio 2013) che condanna Mancini a 9 anni di reclusione e Pollari a 10.

Il segreto di Stato sul caso Abu Omar sarà confermato da tutti i governi che si succedono dal 2009 in poi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), aprendo conflitti d’attribuzione tra i vari poteri dello Stato, anche ricorrendo alla Corte Costituzionale contro i pm e giudici dei processi per il sequestro di Abu Omar. Quindi i dirigenti dei servizi segreti processati e condannati si salvano.

Ma per Marco Mancini le disavventure giudiziarie non sono affatto finite. Il 12 dicembre 2006, viene arrestato con l’accusa di essere coinvolto nei dossieraggi illegali realizzati dalla struttura di security della Pirelli-Telecom Italia, diretta da Giuliano Tavaroli, un collega di Mancini ai tempi dell’antiterrorismo. Secondo i pm, i due avevano messo in piedi una sorta di servizio segreto parallelo, pubblico-privato, che spiava e raccoglieva materiale riservato su centinaia di persone, imprenditori, politici, calciatori.

All’udienza preliminare (ottobre 2009), Mancini invoca di nuovo il segreto di Stato sui rapporti tra Sismi e Telecom. Il gup accoglie la sua richiesta e lo proscioglie, in parte per non aver commesso il fatto, in parte dichiarando di non doversi procedere per segreto di Stato. La Cassazione nel 2013 conferma le motivazioni del proscioglimento, ma in questo modo conferma che dentro la vicenda dello spionaggio Telecom a danno di cittadini agivano anche “interessi dello Stato”.

La vicenda della joint venture spionistica tra Telecom e servizi segreti, vedrà il 13 febbraio del 2013, la Corte d’Assise di Milano condannare l’ex collaboratore del Sisde, Marco Bernardini, a 7 anni e mezzo di reclusione, l’ex investigatore privato Emanuele Cipriani a 5 anni e mezzo, il giornalista Guglielmo Sasinini a 3 anni e mezzo. Gli altri protagonisti della vicenda se l’erano invece cavata giocandosi la causa in proprio. Il capo del security della Telecom Giuliano Tavaroli aveva patteggiato 4 anni e 6 mesi. Mentre l’ex numero due del Sismi, Marco Mancini come abbiamo visto se l’era cavata grazie al “segreto di Stato”.

Sullo sfondo della vicenda dello spionaggio/dossieraggio tramite le utenze Telecom, si apre però una partita strategica: quella del cyberspionaggio e della cybersicurezza. Su questo capitolo vengono ormai stanziati finanziamenti rilevanti e, se andate a vedere, il tema della cybersecurity è ormai prevalente e dominante anche nella relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento. Sulla destinazione dei fondi e sulle gerarchie di comando e controllo del settore si consumano, dentro i servizi segreti e tra i terminali politici delle varie componenti, scontri durissimi e assai poco visibili all’opinione pubblica e allo stesso Parlamento.

Lo stesso Copasir (il comitato di controllo parlamentare sui servizi) sembra più impegnato a fungere da ring per schermaglie parlamentari che a istituzione chiamata proprio a rendere trasparenti e costituzionali attività necessariamente riservate per natura della loro dimensione operativa, ma che devono comunque corrispondere agli assetti democratici di una repubblica costituzionale.

E forse questa mission è l’unica che non interessa veramente a Renzi, che appare appassionato al mondo delle “barbe finte” perché da lì pervengono informazioni riservate e utili alle sue ambizioni politiche.

Ormai sono in tanti a chiedersi come possa essere così influente e potente il leader di un partito piccolissimo. E non c’è solo la spregiudicatezza personale che lo rende inviso alla gran parte del paese. Insomma, almeno in Senato qualche domanda a Renzi su questa sua particolare passione andrebbe posta.

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Amazon in Europa. Fatturato e utili stellari... ma zero tasse pagate

La notizia è clamorosa, ma non certo sorprendente. Il giornale britannico The Guardian ha rivelato che la componente europea della multinazionale Amazon – registrata fiscalmente in Lussemburgo – nel 2020 ha raccolto in Europa un fatturato record da vendite per 44 miliardi di euro (38 miliardi di sterline), ma non ha dovuto pagare alcuna imposta sulla società al paese che la ospita fiscalmente, ossia il Granducato del Lussemburgo.

I conti di Amazon Europe, attraverso il quale si vendono prodotti a centinaia di milioni di famiglie in Gran Bretagna e in tutta Europa, mostrano che nonostante abbia raccolto un fatturato record, la filiale lussemburghese ha subito una perdita di 1,2 miliardi di euro e quindi non ha pagato tasse. Anzi.

Alla filiale lussemburghese infatti, sono stati concessi 56 milioni di euro di crediti d’imposta da utilizzare per compensare eventuali future imposte in caso di utile. La società afferma di aver accumulato perdite riportabili per un valore di 2,7 miliardi di euro, utilizzabili a fronte di eventuali imposte dovute sui profitti futuri.

La filiale lussemburghese – che gestisce le vendite in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Svezia – impiega solo 5.262 dipendenti, il che significa che il fatturato per impiegato ammonta a 8,4 milioni di euro.

Margaret Hodge, una parlamentare laburista che da tempo conduce una campagna contro l’elusione fiscale, ha dichiarato: “Sembra che la campagna incessante di Amazon di spaventosa elusione fiscale continui“.

“Le entrate di Amazon sono aumentate vertiginosamente sotto la pandemia mentre le nostre casse si svuotano, eppure continua a spostare i suoi profitti verso paradisi fiscali come il Lussemburgo per evitare di pagare la sua giusta quota di tasse”, sostiene la Hodge. “Tutte queste grandi aziende digitali fanno affidamento sui nostri servizi pubblici, sulle nostre infrastrutture e sulla nostra forza lavoro istruita e sana. Ma a differenza delle piccole imprese e dei contribuenti laboriosi, i giganti della tecnologia non riescono a pagare equamente nel piatto comune per il bene comune”.

“Il presidente Biden ha proposto un nuovo sistema più equo per tassare le grandi società e le società digitali, ma il Regno Unito non si è pronunciato a sostegno delle riforme. Il silenzio è assordante. Il governo deve agire e aiutare a cogliere questa opportunità unica nella generazione di bandire l’elusione dell’imposta sulle società a un ricordo del passato“.

Ma il regalo fiscale ad Amazon, non è una novità di quest’anno.

Anche l’anno scorso, infatti, Amazon ha ricevuto 294 milioni di euro di crediti d’imposta che ha potuto detrarre dalle future fatture per la sua attività europea, poiché i ricavi della multinazionale erano aumentati in modo significativo a 32 miliardi di euro.

La società ha dichiarato di aver ricevuto i crediti d’imposta perché “ha registrato una perdita l’anno scorso a causa del suo programma di investimenti e dell’ambiente di vendita al dettaglio, altamente competitivo in Europa e nel Regno Unito“.

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Colombia - Massacro contro la popolazione, silenzio delle istituzioni internazionali

Da cinque giorni, tra scioperi e mobilitazioni nelle piazze, il popolo colombiano si oppone alla riforma fiscale neoliberista del governo, benedetta come sempre dal FMI. Il livello di conflitto sociale ha innescato una repressione brutale e violenta da parte della polizia e dell’esercito, in un paese già segnato profondamente dalle uccisioni di sindaclisti, attivisti per i diritti umani ed ex-combattenti delle FARC.

La Temblores ONG ha documentato e denunciato la violenza di Stato in #Colombia; queste le cifre relative a cinque giorni di mobilitazione (da mercoledì 28 aprile):

– 1.118 casi di violenze poliziesche

– 26 civili uccisi dalle forze dell’ordine

– 9 vittime di violenze sessuali da parte delle forze dell’ordine

– 761 detenzioni arbitrarie di manifestanti

– 17 persone che riportano gravi ferite agli occhi

– 216 interventi violenti delle forze dell’ordine

– 56 denunce di “sparizione” durante le manifestazioni

Il silenzio dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e degli organismi internazionali come l’OSA di Luis Almagro di fronte al massacro del popolo colombiano da parte del governo di Iván Duque, evidenziano la complicità delle forze imperialiste nel sostenere un fedele servitore dei loro interessi economici nella regione.

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Blinken e Nuland a Kiev per sostenere “l’avamposto dell’Europa”

È verosimile supporre che, nei giorni scorsi, Vladimir Zelenskij abbia convocato i notabili ucraini, per annunci urgenti. Ma, a differenza del Sindaco Skvoznik-Dmukhanovskij, invece di comunicar loro “una notizia oltremodo spiacevole: sta per venire da noi un revisore”, abbia dato l’annuncio con gioia.

È infatti atteso per oggi a Kiev il Segretario di stato USA Antony Blinken e, con lui, una delle protagoniste più disgustose del majdan neo-nazista, quella Victoria-FucktheEU-Nuland, confermata alla carica di vice di Blinken per le questioni politiche. E se, a differenza di quello gogoliano, il “revisore” d’oltreoceano non è affatto in incognito, è però improbabile che non porti ordini segreti. Le settimane seguenti ci diranno probabilmente quali.

D’altronde, non è escluso che anche Zelenskij, alla maniera di Svkoznik-spiffero, abbia avuto incubi notturni alla notizia dell’arrivo, se si pensa che i recentissimi ricambi ai vertici di “Naftogaz”, Ministero delle finanze e Consiglio di sicurezza sono visti – in particolare da FMI, Dipartimento di stato e Paesi del G7 – come anti-occidentali e, in questo senso, potrebbero nascondere alcuni do-ut-des di Kiev con Mosca.

In generale, Washington giudica la squadra di Zelenskij non del tutto affidabile: proprio i forti legami con l’oligarca Igor Kolomojskij (a suo tempo acerrimo nemico di Petro Porošenko) potrebbero aver portato la junta a imporre proprie figure ai vertici di società statali, normalmente controllate da “Consigli di vigilanza indipendenti”, in cui siedono manager imposti dalle capitali euro-atlantiche: uno sgarro davvero imperdonabile.

Comunque, gas a parte (ma nemmeno tanto: grazie agli ambientalisti tedeschi del NABU, che hanno intentato una causa contro il Bundesamt für Seeschifffahrt und Hydrographie, Washington può rallegrarsi dell’interruzione dei lavori al “North stream 2” fino a fine di maggio), tema principale della visita di Blinken è sicuramente il Donbass.

Qui, anche martedì, sulla direttrice di Donetsk, le forze ucraine hanno martellato l’area attorno a Veseloe con mortai da 120 mm, lanciagranate e mitragliatrici pesanti; sulla direttrice di Mariupol, mortai da 120 mm hanno colpito l’area di Sakhanka. Più tragicamente, colpi sparati da cecchini ucraini sono stati esplosi contro l’area di Kominternovo, uccidendo un miliziano della DNR.

Oltre al tema del Donbass, Kiev si attende anche rassicurazioni yankee, in vista del possibile prossimo incontro Biden-Putin. Tra tali assicurazioni, un posto centrale è quello di nuove forniture di armi, concessione di fondi per la guerra a est, sostegno alla “Piattaforma crimeana” di Kiev e, soprattutto, appoggio ai propositi ucraini per una road map di adesione alla NATO. Tema che dovrebbe essere affrontato al vertice di giugno dell’Alleanza atlantica, quantomeno per concedere a Kiev lo status di “major non-NATO ally”, nonostante la contrarietà di vari Paesi.

Intanto, anche senza il consenso (?) di Kiev, proseguono i voli di aerei-spia e droni USA e NATO sulla linea del fronte, attorno alla Crimea e ai confini meridionali della Russia.

E, in attesa di Blinken-Khlestakov, ecco che Vladimir Zelenskij ha raccolto qualche sostegno (almeno verbale) dai vicini settentrionali: il 3 maggio, in visita a Varsavia per i 230 anni della Costituzione polacca, si è incontrato con Andrzej Duda e i Presidenti dei tre Paesi baltici, coi quali ha sottoscritto una dichiarazione di «fiducia che il successo del nostro patrimonio comune e della nostra casa comune, le cui radici stanno nella civiltà europea, richieda che l’Europa sia costruita su valori e principi fondamentali»; questo perché «l’Europa, che unisce, deve essere aperta a tutti i Paesi e popoli che ne condividono i valori».

Di sicuro, scrivendo di valori, i cinque Presidenti avevano in mente le sfilate di veterani SS, marce di ex polizei e komplizen, meeting sanfedisti e galere per i comunisti, cui i loro Paesi si attengono scrupolosamente.

Un incontro, quello di Varsavia, che ha visto i cinque Presidenti divisi per status: Duda e il lituano Gitanas Nauseda in qualità di esponenti principali, quali eredi di quella Rzeczpospolita Obojga Narodow (Repubblica delle due nazioni: regno di Polonia e granducato di Lituania) che, tra il 1569 e il 1795, includeva anche tutto o parte degli altri tre stati.

Così che, mentre Duda e Nauseda sono intervenuti di fronte ai due parlamenti riuniti, il lettone Egils Levitis, la estone Kersti Kaljulaid e Vladimir Zelenskij hanno preso parte alla cerimonia al castello reale, in cui il 3 maggio 1791 era stata adottata la Costituzione, in base alla quale solo la Szlachta (nobiltà) godeva di ogni diritto, la borghesia di alcuni e i contadini di nessun diritto.

In qualche modo, comunque, Zelenskij può dirsi soddisfatto che Duda gli abbia promesso di appoggiare l’adesione ucraina alla NATO al vertice di Bruxelles. D’altra parte, nonostante Zelenskij abbia espresso l’auspicio di risolvere presto le controversie storiche tra Ucraina e Polonia, gli osservatori dubitano che i due Presidenti abbiano affrontato la questione che al momento sta più a cuore a Varsavia: l’impossibilità di riesumare le tombe delle vittime dei massacri della Volynia del 1943, nonostante che, proprio per questo, ultimamente Varsavia abbia ridotto drasticamente la retorica anti-Bandera e abbia addirittura restaurato, con fondi statali, le tombe dei membri del UPA in Polonia.

È invece probabile che Duda abbia chiesto a Zelenskij di richiamare all’ordine i capi di Pravyj Sektor e Corpo nazionale di L’vov, che di recente hanno minacciato il locale vescovo di quella Chiesa cattolica, notoriamente braccio “spirituale” di Varsavia.

In cambio, il Presidente polacco ha promesso di appoggiare l’aspirazione ucraina all’integrazione nella UE, tanto più che Zelenskij ha tenuto a sottolineare come «già da sette anni l’Ucraina rimanga un autentico e non metaforico avamposto dell’Europa»: la marcia del 28 aprile a Kiev in onore della Divisione SS “Galičina”, e quella del 2 maggio a Odessa, per inneggiare agli assassini dei 48 antifascisti ammazzati alla Casa dei sindacati, stanno lì a ricordarcelo.

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Un modo di produzione che genera morti e orfani di guerra non dichiarata

Ascoltiamo ancora una volta le frasi rituali del “giorno dopo”... Nell’era della industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi, dello smart working, della robotica e delle nanoparticelle si muore ancora come ai primi del Novecento, per infortuni “facilmente” prevenibili. Mentre si deve ancora fare un discorso realistico sui morti sul lavoro per covid che stanno facendo superare gli indici di infortuni mortali degli anni precedenti all’epidemia.

Alcune questioni sono chiare.

Tanto più si affermano condizioni di vulnerabilità dei lavoratori tanto più occorre incrementare la attività di vigilanza ispettiva per supportare chi è esposto a rischi.

Nonostante le dichiarazioni di buoni princìpi, gli inviti a valutare i “near miss” (i quasi incidenti, suscettibili di ri-accadere con conseguenze mortali) dietro ogni infortunio c’è una valutazione del rischio lacunosa e/o rimasta solo sulla carta: nessun incidente si può spiegare con le categorie mentali della fatalità o dell’errore umano.

Il momento è tuttavia dei peggiori in quanto l’epidemia ha distratto risorse importanti impegnando gli operatori della prevenzione nei luoghi di lavoro in attività di tracciamento dei contatti, importantissime ma a cui dovevano essere destinate risorse ad hoc con assunzioni adeguate di personale. In corso di epidemia le attività di vigilanza si sono attenuate o, per usare un sofisma istituzionale, sono state “rimodulate”: questo è stato candidamente e sinceramente ammesso da diverse Regioni.

Eppure l’esperienza dimostra, proprio e anche a Prato – luogo oggi drammaticamente rappresentativo della drammaticità dello scontro fra capitale e lavoro – che è necessario ma anche possibile potenziare le attività ispettive con l’assunzione di personale ad hoc come nel progetto speciale della Regione Toscana che nacque dopo il famoso incendio in una fabbrica tessile “cino-pratese” qualche anno fa; quell’esperienza anzi ci indusse a proporre, assieme all’associazione Salute Pubblica, l’adozione della stessa procedura anche in altre Regioni (in particolare in Puglia); quello che dobbiamo constatare purtroppo è che nel nostro Paese c’è qualche sintomo di risveglio solo DOPO LUTTI E STRAGI MAI IL GIORNO Prima.

Siamo consapevoli che la questione più importante per la prevenzione degli infortuni e della malattie professionali sia la forza di lavoratori e lavoratrici ma che forza potevano esprimere Luana a 22 anni e il suo bambino che l’aspettava a casa ogni sera, in questa guerra quotidiana non dichiarata contro le lavoratrici e i lavoratori in nome del profitto ?

Siamo e saremo vicini ai familiari, seguiremo l’inchiesta penale doverosamente avviata e diamo da subito la nostra disponibilità alle eventuali costituzioni di parte civile.

Vogliamo giustizia e speranza di un mondo migliore.

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Tu stai con il “sistema” o contro?

Partiamo da una constatazione: la partecipazione della “compagneria” alla discussione pubblica, su fatti posti al centro dell’attenzione di tutti, è profondamente deludente. Il minimo che si possa dire è che non si notano affatto valori comuni, un briciolo di metodo condiviso, tanto meno “una visione” che consenta di ordinare gli argomenti, i giudizi di valore, il grado di importanza di ogni elemento.

Sui social, poi, si è accettata da decenni la logica del “gioco della torre”, imposto dai “grandi intellettuali” di Repubblica (giornale Fiat, vorremmo segnalare) e del sistema dei media.

Cosa vuol dire? Che tutto si riduce a “prender parte” schierandosi pro o contro il personaggio (non l’argomento) del giorno. Si prendono le biografie, i contratti, le cazzate dette in altre occasioni, si shekera il tutto e l’argomento sparisce.

Eppure tutti sanno, e ripetono, che “la realtà è complessa”, che molti fattori differenti concorrono a determinare ogni singolo problema; e che le figure sociali sono ormai “liquide”, alternabili, sovrapponibili nella stessa persona nell’arco di una sola giornata (ben oltre il classico scindersi in lavoratore/consumatore/cittadino/pedone/automobilista/ciclista ecc.). Insomma, che qualsiasi individuo può dire scemenze clamorose e cose interessanti nell’arco della stessa giornata, o dello stesso discorso.

Però, quando si prende parola (più spesso tastiera) per dire cosa si pensa su un fatto pubblico, le parti ammesse in commedia sono soltanto due: pro o contro. Spesso senza neanche essersi informati un minimo sui termini reali del problema.

Chiaro, secondo noi, che questo pensiero non pensante discende da una crisi intellettuale di massa nell’Occidente neoliberista, dalla devastazione apportata alla scuola e alle università, dalla riduzione del sapere a banali competenze che non reggono all’aggiornamento tecnologico più di qualche anno, all’ancor più generale crisi del modo di produzione capitalistico, che ha cancellato il futuro dal proprio orizzonte e si propone di eternare il presente, non avendo idea di come evolvere (si tagliano le spese, ma non ci sono “progetti” di lungo respiro, tantomeno nel PNRR di Draghi e dei suoi colleghi europei).

Ma dirsi questo non basta, perché è come dire che di notte tutte le vacche sono nere...

Eppure la situazione generale evolve (negativamente, certo) a grande velocità. Richiederebbe attenzione, lucidità, capacità di distinguere, per poter azzardare mosse, prendere iniziativa, cercare alleati temporanei (che erano magari nemici ieri e lo saranno stasera), farsi forti delle debolezze dell’avversario (almeno quanto lui si fa forte delle nostre divisioni e stupidaggini). Provare a pareggiare, almeno, se vi fa paura pensare a vincere...

Invece no, prevale l’isolamento solipsistico, l’insorgenza individuale, la differenziazione assoluta, la confortevole “certezza” dell’autoripetizione che non dice niente a nessun altro se non a se stessi (piccoli circoli, al massimo).

Prendiamo un esempio concreto di questi giorni, per uscire dall’astratto.

Tutti, ma proprio tutti, hanno dovuto/voluto dire la proprio sul caso Fedez/Rai. Fino alla noia...

Quasi nessuno, “a sinistra”, si è messo a ragionare sull’evidente “maggiore complessità” del problema, che investe – come minimo – le tre confederazioni sindacali “complici”, una multinazionale che sponsorizza il “concerto dei lavoratori”, il primo maggio e il suo immaginario, i problemi concreti del lavoro dipendente in ogni forma contrattuale, le regole del sistema mediatico (che la stessa dirigente Rai, Ilaria Capitani, ha chiamato “sistema”), ecc.

Abbiamo assistito sconsolati a una pletora di “io sto con Fedez”, osteggiati da una serie altrettanto poco variegata di “Fedez mi fa schifo”. Come se tutta la complessità del tema (la libertà di parola e/o di informazione) fosse riducibile a un personaggio e alla sua mini-biografia.

Un cantante-influencer alquanto attratto dai soldi, del resto, presenta innumerevoli profili criticabili, e non solo dal punto di vista “comunista”. Stiamo parlando di uno che ha scritto cose come “Comunisti col Rolex” per fare rumore e allargare la sua “base imponibile”, guadagnandosi anche simpatie a destra. Uno che fa il testimonial per Amazon e che perciò, dal palco della “festa dei lavoratori” avrebbe potuto anche dire due parole a favore di chi lavora in quell’inferno. E invece si è occupato di uno scontato diritto civile che, in quanto tale, non ha particolati connotazioni di classe e non disturba (ufficialmente) nessuna azienda.

E si potrebbe andare avanti a lungo, come si fa con i personaggi pubblici che traggono il loro “peso” da questo saper occupare la scena.

Ma proprio l’immergersi nei dettagli del personaggio fa perdere di vista “il sistema”, e dunque accettare la realtà passivamente.

Dal nostro punto di vista la cosa da discutere è l’involuzione della libertà di informazione nel mondo occidentale, che pure si autoproclama graniticamente a favore di questa libertà. Anche perché, nonostante il “regime capitalistico” sia attivo oggi come 50 anni fa, l’informazione è notevolmente peggiorata.

Da questa angolatura, lo scontro Fedez/Rai è un sintomo caratteristico di un regime talmente sicuro di sé che ormai non esercita il suo potere soltanto sulle classi popolari, ma anche all’interno della “propria classe”.

Ognuno di noi sa che nessuna lotta o manifestazione viene più neanche “notiziata”, a meno che non ci siano cariche di polizia immediatamente classificate come “scontri” (dove di solito ci si mena reciprocamente, cosa che non avviene più da decenni). E non ci si stupisce più, lo si considera “normale”. E magari ci si interroga pensosamente su come “bucare” il muro alzato dai media mainstream...

Ma se c’è un muro bisogna cercare di allargare le crepe – che esistono sempre – intanto individuandole.

E allora bisogna mettere in fila 1.000 casi di “censura”, per gente ignota e qualche “famoso”, per creare una massa critica in grado di sfondare o allargare quelle crepe. E non saranno certo solo le nostre lagnanze, per fatti che riguardano noi (le lotte ignorate, le manifestazioni criminalizzate, ecc.), a “commuovere” e smuovere quel muro.

Lasciamo da parte Fedez, altrimenti si resta impigliati in una discussione priva di sbocco. Prendiamo un altro caso che sta scuotendo la Rai dall’interno, ma di cui non si vede traccia su nessun media rilevante (o almeno non con la stessa evidenza).

Angelo Figorilli, capo redattore degli esteri al Tg1, è finito sotto istruttoria per alcune sue affermazioni fatte sui social. Ossia fuori dall’esercizio della sua professione e fuori da ogni legame contrattuale; come un qualsiasi libero cittadino.

A promuovere l’azione è direttamente l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, che ha risposto così alle sollecitazione della destra fascista, in specifico del noto Maurizio Gasparri.

Cosa ha combinato il povero Figorilli? Da qualche parte (Facebook, Twitter o chissà dove) ha definito l’arresto di Pietrostefani a Parigi una “vendetta”, invece che “l’affermazione della giustizia”. Attenzione! Solo il caso di Pietrostefani, ex dirigente di Lotta Continua, non tutti e dieci gli esuli della “grande operazione”.

Non sappiamo come gli sia nata quella definizione in mente (la stessa che abbiamo dato noi, riferendola però a tutti gli arrestati). Forse per l’età (78 anni), forse per il quadro clinico problematico, forse perché non era tra gli “esecutori materiali” della morte del commissario Calabresi, forse...

L’episodio è assolutamente identico a quello dell’operaio dell’ArcelorMittal di Taranto, Riccardo Cristello, licenziato per aver commentato su Facebook un serial televisivo (Svegliati amore mio) con un “sembra Taranto...”. Con qualche “aggravante”, visto che Figorilli è un professionista dell’informazione nel “sistema”, non un estraneo o un “dipendente” di ultima fila.

Ora a noi sembra ovvio che il capo redattore esteri del Tg1 non possa essere considerato un campione dell’internazionalismo proletario, visto che dal Tg1 non è mai arrivato un solo servizio minimamente critico verso gli Usa (per lo meno dagli anni della guerra in Vietnam) o la politica estera di Italia ed Unione Europea. Dunque ne discutiamo non per dare una non richiesta solidarietà, ma per mettere in evidenza come “il sistema” funziona in questo momento.

Dice una banalità inutile chi sostiene “è sempre stato così”.

In primo luogo perché non è vero. Ogni tempo ha una sua cultura egemone, campi di valori condivisi in parti sociali anche molto diverse. C’è stato – qui, in questa disgraziata Italia – un tempo in cui i conservatori si scandalizzavano per gli “eskimo in redazione”, quando accanto a un Montanelli poteva lavorare un “sincero democratico” che scriveva articoli a favore di operai e studenti, tra una lotta e uno scontro vero, non un pestaggio di polizia.

Oggi domina il pensiero unico fascio-liberale. Quel “modo di pensare” e “adeguarsi al sistema” che a parole sbandiera i diritti civili (mentre contribuisce a cancellare quelli sociali, dal lavoro al salario, dal contratto alla sicurezza di non morire lavorando), nei fatti silenzia qualsiasi espressione reale di quegli stessi diritti. Di fatto, libertà per le imprese, divieti per tutti gli altri.

Il “sistema” – con Fedez e Figorilli, che ne fanno certamente parte – mostra una contraddizione interna, un eccesso di “vigilanza” che ne rivela la fragilità. Una contraddizione che può e deve essere sfruttata per aprire più ampi spazi al conflitto sociale e politico.

Evidenzia una crepa che va allargata. E chi scrolla le spalle, invitando a non occuparsene, contribuisce a richiuderla. Nel loro linguaggio, chi fa questo sta con il sistema.

Noi no.

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