Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/07/2021

Viaggio senza vento (1993) - Timoria - Minirece

Nuovo e odioso aumento delle bollette di luce e gas

Da ieri, 1° luglio 2021, scattano i nuovi aumenti per le bollette di luce e gas. E sono aumenti salati: del 15,3% sul gas e del 9,9% sull’energia elettrica. Questo è il risultato del nuovo aggiornamento trimestrale dei prezzi deciso dall’Arera (l’Authority di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ndr).

Eppure le tariffe di gas e luce erano già aumentate ad aprile scorso, rispettivamente del 3,9% in più per la luce e il 3,8% in più per il gas.

L’aumento così elevato delle tariffe per Nomisma dipenderebbe da un forte sprint del tasso di inflazione nei prossimi mesi.

Per una famiglia tipo (consumo annuo luce 2700 kWh e gas 1400 smc), secondo l’analisi di alcuni osservatori, l’incremento potrebbe arrivare fino a 300 euro l’anno.

Le motivazioni di questi aumenti sulle bollette sono da ricercare nella lenta ripresa economica prevista per i prossimi mesi. La risalita dei prezzi delle materie prime è stata immediatamente scaricata dalla logica di mercato su un aumento dei prezzi al consumo dell’energia.

In una situazione in cui centinaia di migliaia di famiglie si trovano a fare i conti con una drastica riduzione dei redditi da lavoro (quasi 50 miliardi in meno) e del potere d’acquisto, aver liberalizzato le tariffe dei servizi produce questo effetto perverso e antipopolare contro cui le direttive europee e le leggi di mercato impediscono ogni intervento regolatore.

Fino agli anni Ottanta di fronte a questi scatti in avanti del carovita e delle tariffe, i sindacati avrebbero fermato il paese e le strade dei quartieri popolari sarebbero ribollite di assemblee furibonde e blocchi stradali.

Per ora assistiamo al silenzio più totale. Ma non è detto che questo silenzio sia destinato a durare ancora a lungo. L’accanimento con cui le classi dominanti e i loro istituti continuano a rovinare la vita di milioni di persone non è sopportabile all’infinito.

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30 giugno 2021. Grande corteo a Genova. L’intervento di Genova City Strike

Ieri, con partenza dalle ore 18,30 in Piazza Alimonda, e arrivando a De Ferrari si è tenuto il corteo organizzato da Genova Antifascista. E’ stato un bellissimo corteo, antifascista e anticapitalista con una nutrita presenza di giovani militanti. Siamo intervenuti durante il corteo come Genova City Strike. Di seguito il nostro intervento.

Alcune foto le trovate qui e qui.

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Il razzismo è la faccia brutale delle nostre democrazie

Mentre in Italia si discetta se i calciatori si debbano, o meno, inginocchiare prima delle partite agli europei, nel mar Mediterraneo si contano a migliaia i morti annegati mentre cercavano di raggiungere le nostre coste. Nel 2021, il ritmo dei naufragi è circa il triplo rispetto agli anni precedenti. A differenza di quanto accadeva fino a poco tempo fa, l'ex ministro dell’interno Salvini non si può vantare di quanto sia assassina e criminale questa politica. Chi l’ha sostituito, anche in nome di un presunto antirazzismo, ovviamente tace. Come tacciono i giornali e i media.

Basta questo per farla finita con una retorica ammorbante per la quale in Italia si scontrerebbero due civiltà contrapposte. Da un lato una destra razzista e xenofoba, dall’altro un centro sinistra che si dice democratico, aperto e tollerante.

L’immigrazione è uno dei temi in cui misurare il grado di crisi sistemica, di ipocrisia, di falsa coscienza di chi ci governa. Apparentemente tutti dicono cose diverse. C’è chi parla di preferenze nazionali, c’è chi straparla di accoglienza in virtù del fatto che all’Italia, tradotto ai padroni e agli sfruttatori, servono braccia. Ma in realtà i risultati sono gli stessi. Cioè un massacro.

Ma pensandoci bene, l’alternativa non esiste neppure in teoria. Lo scontro infatti è tra coloro che applicano una sorta di razzismo biologico e coloro che propongono lo schiavismo. Per tutti e due, gli immigrati sono forza lavoro da spremere, sfruttare e poi far morire nei campi o investiti da qualche crumiro nei picchetti in caso di ribellioni a condizioni degradanti.

Le migrazioni sono un effetto degli squilibri creati dal capitalismo. Il nostro paese, ne sa qualcosa, perché su quello squilibrio crea profitti, ovviamente per i padroni. Gli immigrati scappano da guerre, devastazioni ambientali, carestie. Noi esportiamo in questi paesi multinazionali che devastano, sfruttano, depredano risorse. Noi esportiamo in quei paesi armi e ordigni di guerra. Quando decidiamo di esportare democrazia esportiamo il fascismo sostenendo golpe militari, presidenti autoproclamati, sanzioni economiche ed embarghi.

Ovviamente dovremo fare il contrario. Se le navi trasportassero vaccini, giochi per bambini, libri, materiale scolastico, generi alimentari, a nessuno verrebbe in mente di bloccare le navi. Invece esportiamo armi. E chi si ribella, viene indagato per associazione a delinquere. In buona compagnia visto che la stessa sorte capita a coloro che provano ad evitare la strage nel mediterraneo.

Per chi fa il padrone, per chi sfrutta, per chi governa in nome di questi interessi il gioco è vincente. Si sfrutta dove si può, si creano migrazioni bibliche, si regolano i flussi facendo morire donne e bambini durante le traversate, si lasciano migliaia di lavoratori sotto ricatto senza documenti, senza diritti, per poter sfruttare meglio tutti.

Per chi lavora invece non è così. Per chi lavora invece i diritti non ci sono, la precarietà dilaga, i soldi non arrivano. E quando non servi più ti licenziano. E poi, arriva qualche fascista, che ti spiega che la colpa è degli immigrati.

In Novecento di Bernardo Bertolucci, viene recitato un monologo, in cui si spiega che i fascisti non nascono come i funghi. I fascisti li creano i padroni. Da noi i padroni sono talmente furbi e potenti che creano il fascismo ma pure il finto antifascismo che vediamo ogni giorno.

Non abbiamo alternative. Siamo deboli, siamo divisi, abbiamo però una forza immensa che è il loro incubo. Se rimaniamo uniti, siamo la maggioranza.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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Gli Usa arruolano Giappone e Francia nelle manovre militari contro Cina e Russia

In una intervista al quotidiano giapponese Nikkei Andrew Winternitz, direttore delle politiche per l’Europa e la Nato presso il Dipartimento della Difesa Usa, ha fatto sapere che gli USA intendono coinvolgere anche i partner europei e dell’Indo-Pacifico in una serie di manovre militari “per rispondere in maniera più coordinata ed efficace alle minacce poste da Cina e Russia”. La notizia è stata ripresa in Italia dall’agenzia Nova.

La sicurezza informatica, lo spazio e la non proliferazione sono aree nelle quali “la Nato affronta sfide alla sicurezza comuni” a Giappone, Australia e Corea del Sud, ha spiegato il funzionario del Pentagono.

Winternitz fa riferimento al comunicato diffuso dalla Nato a margine del summit del mese scorso, nel quale si riconosce che le “ambizioni espresse dalla Cina e il suo atteggiamento assertivo presentano sfide sistemiche all’ordine internazionale basato sulle regole e ad aree rilevanti per la sicurezza dell’alleanza”.

“Anche se non direi che la Nato considera (la Cina) una minaccia militare diretta, molte delle sue azioni nel contesto del sistema internazionale e le modalità di partecipazione all’ordine internazionale costituiscono una minaccia ai nostri valori”, ha dichiarato Winternitz.

Nell’intervista il funzionario Usa ha sottolineato in particolare un progressivo mutamento nell’atteggiamento dei membri europei della Nato che prima tentavano di consolidare una relazione di amicizia con la Cina per coglierne le opportunità economiche.

“Penso che i Paesi europei siano sempre più consapevoli delle politiche prevaricatorie della Cina nei confronti dei Paesi più piccoli e meno sviluppati“.

Alla luce di queste considerazioni, “la Nato vuol fare di più con i nostri partner nell’Indo-Pacifico”, sostiene il funzionario del Pentagono, che ha menzionato come modello una esercitazione navale congiunta effettuata da Stati Uniti, Giappone e Francia al largo del Kyushu, nell’arcipelago giapponese.

“Si è trattato di qualcosa di inedito, che ha però evidenziato la capacità di condurre quel tipo di cooperazione”.

Nel frattempo, Pechino e Mosca hanno intensificato la cooperazione militare ed economica con l’obiettivo di contrastare gli Stati Uniti, in quelle che Winternitz ha definito “partnership di convenienza”, ma che gli Usa temono fortemente.

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La polizia della storia

Prima puntata – Il pm Eugenio Albamonte ha finalmente depositato una parte delle carte dell’inchiesta che ha portato al sequestro del mio archivio storico e dei miei strumenti di lavoro. Al centro delle accuse c’è il lavoro preparatorio condotto per la redazione del volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera“

di Paolo Persichetti

In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia. Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti, intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in una sorta di scenario orwelliano si erge a ministero della verità e con il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere, recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori. Decide insomma come e chi può scrivere la storia. Questo nuovo organismo si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2/18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito ad una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore ed intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 ad oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra intimità.

L’irruzione nel passato

Questi nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme, soprattutto ad interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni, gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da mostrare in manette ad una conferenza stampa con tanto di selfie. E con queste aspettative che il nuovo ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «Peraltro – scrivono nella loro informativa – Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia”. Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per esempio a pagina 9, dove si legge testualmente “… Ciò che preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza interna ed esterna delle loro asserzioni”».

Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.

Una ricostruzione veritiera

«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016». Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché «La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata“ […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».

Non un ricercatore ma un favoreggiatore

Talmente veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in realtà sarebbe stato più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sarei macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br». Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).

È un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente» (tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «generale opera di rivisitazione del ruolo [dei brigatisti latitanti – anche se Loiacono è cittadino svizzero ed ha scontato per intero la condanna] nell’azione di via Fani, assumendo anche i margini di una possibile forma di favoreggiamento».

Un lavoro rigoroso

Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).

Il suggeritore

Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al Pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata.

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Cingolani superTav. Vuole andare a Chiomonte a giocare con la “talpa”

Quale fosse l’idea di “transizione ecologica” che aveva in testa Roberto Cingolani si poteva capire da subito.

Già direttore del ben poco ecologico Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia (NNL), già capo dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) – organismo incensato da tutti gli economisti neo-liberisti italiani, opaco, stra-pagato con soldi pubblici ma con Confindustria nel CDA – poi Responsabile dell’innovazione per l’azienda di armamenti Leonardo, è infine approdato al ministero fortemente voluto dal M5S come garanzia per entrare nel governo Draghi (addirittura Grillo si presentò con Cingolani ai deputati per convincerli a votare la fiducia).

Quali sono le sue idee di “green”, il ministro l’ha poi chiarito subito coi fatti: autorizzazione di nuove trivelle, apertura verso il ritorno del nucleare in Italia (nonostante l’ipotesi sia stata chiusa da un movimento decennale e due referendum), allentamento dei vincoli ambientali per i parchi foto-voltaici ed eolici, simpatia per gli inceneritori, dichiarazioni contro il divieto della plastica mono-uso...

Sono solo alcune delle perle che ci ha regalato in appena qualche mese colui che dovrebbe rappresentare le istanze ambientaliste in seno al governo “dei migliori”.

Anche su chi dovrebbe pagare il conto della transizione verso un’economia verde il ministro non ha dubbi. Non certo le multinazionali, che hanno accumulato profitti giganteschi devastando il pianeta, ma i cittadini “ad esempio sulla bolletta elettrica”.

Mercoledì, se mai servisse, è arrivata la definitiva conferma della stoffa del ministro porta-bandiera dei grillini. A Torino, durante l’evento ‘La trasformazione ecologica del Piemonte’, Cingolani si è espresso senza riserve a favore del raddoppio della linea Torino-Lione, “parte della trasformazione assolutamente necessaria”.

Addirittura invitato a visitare il cantiere di Chiomonte, risponde beato che “verrà volentieri” anche perché è “incuriosito” da “queste mega talpe al lavoro” che hanno già cominciato a devastare la Val Clarea.

Il ministro ha poi continuato con il grossolano mix di ignoranza e malafede che caratterizza tutti i si tav col cerone verde, dichiarando che il TAV servirà a diminuire “il traffico privato e il piccolo trasporto”.

Peccato che una linea AV tra Torino e Lione sia in servizio da 20 anni, e la già esigua riduzione dei tempi annunciata in pompa magna dai promotori sfumerà definitivamente vista la variante di progetto sulla quale si sta orientando la Francia.

Quanto al “trasporto merci” che il ministro desidera mettere su rotaia, nessuno più di chi vive in Val di Susa sa quanto la diminuzione del numero di camion sia importante. Peccato che una linea alta capacità sia già in esercizio, è stata rinnovata nel 2011 ed è usata a meno del 20% delle sue capacità vista la mancanza di volontà dello stato italiano di usare incentivi fiscali adeguati per scoraggiare il trasporto su gomma, che andrebbero a intaccare i profitti dei soliti noti.

Su una cosa però siamo completamente d’accordo col ministro, come Cingolani crediamo che “le ideologie sono le peggiori nemiche del futuro dei nostri figli”.

Quella del PIL prima della salute, del cemento ad ogni costo e delle valli alpine ridotte a corridoi logistici è certamente quella che sta facendo i danni peggiori. Venire in Val Susa per credere.

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Stanislav Tomas. Morto soffocato come George Floyd

“Lo stanno soffocando”. Come avvenuto per George Floyd. Un uomo è morto soffocato dopo essere stato bloccato dai poliziotti, ma il fatto questa volta è avvenuto nella città di Teplice (Repubblica Ceca) e a morire non è stato un nero ma il cittadino rom ceco Stanislav Tomas.

Ben presto il video che ritrae la scena è diventato virale sui social, proprio perché a molti ha ricordato la morte dell’afroamericano rimasto ucciso durante un violento fermo di polizia a Minneapolis nel 2020.

La vicenda sta facendo discutere, anche per i suoi punti ancora oscuri, ma che per gli attivisti sarebbe l’ennesima dimostrazione del razzismo sistemico che la comunità rom affronta quotidianamente nella Repubblica Ceca.

Un portavoce della polizia ceca ha detto che gli agenti sono intervenuti in seguito a una segnalazione su due uomini che in strada litigavano e danneggiavano auto in sosta e una volta sul posto si sono trovati di fronte un uomo ferito e seminudo che si è ribellato agli agenti in maniera aggressiva, costringendoli ad usare “misure coercitive”.

La versione ufficiale delle polizia è che la morte dell’uomo, che secondo la polizia faceva uso di droghe, non sarebbe collegata all’intervento dei poliziotti.

Per la polizia quindi nessun parallelismo con George Floyd, ma per la comunità rom la morte di Stanislav Tomas ha un altro significato. “Se era già stato arrestato e aveva le mani ammanettate dietro la schiena, perché si sono inginocchiati su di lui per i successivi tre minuti? È qualcosa che non capisco“, riporta il quotidiano Today.it facendo parlare Michael Miko, un attivista dell’associazione Romanonet.

Nella strada dove è morto Stanislav Tomas sono comparse nei giorni scorse candele, striscioni e omaggi. Qualcuno ha lasciato un nastro nero con la scritta “Na romských životech záleží” (ossia “Le vite dei rom contano”) mentre sabato prossimo è in programma una manifestazione a Teplice.

A Roma nel pomeriggio di ieri si è tenuta una manifestazione di protesta per la morte di Stanislav Tomas sotto l’ambasciata della Repubblica Ceca organizzata dall’associazione Kethane. Tra i manifestanti l’unico esponente politico italiano era Lisa Canitano, la candidata sindaca di Potere al Popolo, reduce dallo sgombero avvenuto in mattinata del campo rom alla Monachina.

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Repressione e lotte sociali: intervista con Eddy

Incontriamo Eduardo Sorge (Eddy), compagno napoletano del quartiere Bagnoli, oltre che attivista del Movimento Disoccupati “7 Novembre” e dirigente del SiCobas.

Da tempo, Eddy, è un collezionista di denunce, ossia – in virtù della sua attività sociale nel quartiere flegreo e nella città di Napoli – è costantemente sotto tiro della Digos, la quale perseguita il compagno con denunce continue, perquisizioni, convocazioni in Questura e tutta l’abituale sequenza di provvedimenti – formali ed informali – con cui vengono criminalizzati i protagonisti del conflitto sociale.

Una condizione materiale – quella di Eddy – assimilabile a quella di tanti attivisti, napoletani e non solo, i quali quotidianamente – nei picchetti anti/sfratto, negli scioperi e nei quartieri popolari – alimentano la mobilitazione ed il possibile rilancio del conflitto politico e sociale nel nostro paese.

In questi giorni, però, si è appreso che alle denunce che periodicamente vengono recapitate ad Eddy si starebbe aggiungendo una accusa di “Associazione a Delinquere” (articolo 416 del Codice Penale).

Se tale notizia dovesse concretizzarsi in un atto formale saremmo di fronte alla formulazione di un “reato associativo” che si sommerebbe ai tanti “reati specifici” ascritti a Eddy configurando la possibilità di una inchiesta che per tempi, modalità e pene previste sancirebbe una pericolosa quanto preoccupante escalation penale e repressiva.

Inoltre la scelta del reato (l’Associazione a Delinquere), particolarmente nell’area metropolitana napoletana, di solito utilizzato dalle Procure per il contrasto giudiziario alla grandi organizzazioni criminali suona come una autentica offesa alle ragioni sociali delle lotte a cui Eddy partecipa e rappresenta un grave atto di opacizzazione e mistificazione autoritaria delle variegate forme del conflitto.

Vuoi sintetizzarci il percorso di lotte che hai intrapreso negli ultimi anni e l’inevitabile impatto con l’insieme dei dispositivi repressivi e criminalizzanti che gli apparati dello stato hanno messo in essere a Napoli e nel paese?

Negli ultimi anni, proseguendo il lavoro politico con il Laboratorio Politico Iskra di Napoli, ho concentrato l’impegno nel contributo sindacale, con l’esperienza dell’organizzazione sindacale SiCobas, per allargare la conflittualità e la lotta operaia espressa nel settore della logistica in altri settori e categorie del mondo del lavoro, per migliorare le condizioni di vita, di salario, di dignità e per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e non quelli del profitto.

In particolare a Napoli, invece, sostenendo e promuovendo la costruzione e la lotta del Movimento dei disoccupati – 7 Novembre, che ha praticamente riempito tutti i giorni le piazze con iniziative di lotta per un salario garantito, un lavoro utile e dignitoso.

La mole accumulata di procedimenti e processi che coinvolgono lavoratori, disoccupati, compagni ed operatori sindacali è ovviamente difficile da sintetizzare: fogli di via, multe, fermi, arresti preventivi ai sindacalisti, processi, provocazioni fino all’invenzione di castelli giudiziari.

Insomma ogni iniziativa di lotta è trasformata in problema di ordine pubblico. È il clima di escalation repressiva che fa il paio con quanto viviamo all’interno dei luoghi di lavoro (con l’utilizzo di polizia e guardie private contro chi sciopera fino agli omicidi come quello di Adil a Novara), con la finalità di frenare qualsiasi tentativo di ricomposizione di classe su un terreno di lotta e di conflittualità.

Più che “elencare” la repressione bisogna trasformarla in uno dei terreni di ricomposizione: dalle lotte nella logistica, a quelle dei disoccupati organizzati e di altre categorie (pensiamo ai portuali), fino ai movimenti di resistenza territoriali (NoTav) o per il diritto all’abitare, per costruire una prospettiva politica anticapitalista contro il corso disastro degli eventi.

Il Governo Draghi e la cosiddetta “uscita capitalistica dalla fase acuta della crisi pandemica” stanno avviando la ripresa dell’offensiva padronale nei posti di lavoro, con misure antipopolari (dallo Sblocco dei Licenziamenti al varo del famigerato Codice degli Appalti, fino al rincaro di prezzi e tariffe). Tutto nel quadro del PNRR il quale, al di là della fuffa propagandistica, si configura come un gigantesco piano di centralizzazione e di riorganizzazione del capitalismo su scala continentale. In tale contesto la repressione interviene – spesso anche preventivamente – per impedire l’articolazione e la possibile generalizzazione di vertenze, lotte e conflitti che minerebbero la pace sociale e l’Union Sacrè parlamentare.

A tuo parere come è possibile costruire un deciso stop a questo corso antisociale e come possiamo determinare un argine culturale e politico a tale linea di condotta criminalizzante?


Innanzitutto con il massimo sforzo delle organizzazioni sindacali per una stagione di sciopero generale unitario contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano. Al fronte unico dei padroni ed all’unione sacra del capitale opporre un fronte unico di classe: questo è l’unico modo superando divisioni ed orticelli.

Non possiamo che unirci attorno ad un programma politico che faccia da ponte tra le rivendicazioni immediate e la prospettiva rivoluzionaria anticapitalista, tra le emergenze ed esigenze sociali e l’ottica di trasformazione della società, tra la redistribuzione della ricchezza e la messa in discussione di come la si produce, tra noi e l’orizzonte internazionalista.

Un programma di mobilitazione che parli a chi ancora non è organizzato con noi ma sta pagando il costo della crisi capitalistica, un programma che metta al centro la parola d’ordine “Espropriare gli Espropriatori”: prelievo forzoso del 10% sul 10% più ricco, tagli delle spese militari, delle grandi opere, delle pensioni d’oro, del clero, requisizione delle strutture e cliniche private per la medicina di base e del lavoro, un piano straordinario per il lavoro per il riassetto idrogeologico, per il diritto alla casa, le bonifiche dei territori, la messa in sicurezza ed i servizi alle persone, il rinnovo dei Ccnl, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la cancellazione dei decreti sicurezza, un serio programma ecologico altro che “finzione ecologica” ecc.

In questo percorso rafforzare gli strumenti collettivi (autodifesa operaia, cassa di resistenza unitaria, intervento coordinato legale, ecc.) contro la repressione che avanzerà all’avanzare della crisi e della ristrutturazione capitalistica contro chi sarà considerato “il nemico” delle esigenze del mercato.

Proprio in questi giorni, oltre che a Napoli, in città come Livorno, Genova, Roma e in tanti centri grandi e piccoli, decine di attivisti sono raggiunti da provvedimenti giudiziari (spesso si tratta dell’odioso strumento delle Sanzioni Amministrative) che, di fatto, limitano l’agibilità e la libertà di lotta e di organizzazione. Parimenti, nella società e nei posti di lavoro, avanzano forme di disciplinamento sociale (vedi le periodiche campagne anti/immigrati) che puntano a rinfocolare ulteriormente la frantumazione sociale e la desolidarizzazione.

Ritieni drammaticamente matura la necessità di una larga e sistematica campagna di controinformazione e di lotta sui temi delle agibilità politiche e sindacali, dell’abolizione del Pacchetto Sicurezza e della depenalizzazione dell’insieme dei reati ascrivibili alle lotte sociali?


Ritengo oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.

Una risposta necessaria è urgente.

Da un lato la massima convergenza per una campagna di controinformazione e di lotta per i diritti sindacali partendo dall’abolizione dei Decreti Sicurezza (Minniti e Salvini) e totale depenalizzazione dei reati di natura sociale e politica, dall’altro la convergenza di tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale per una stagione di Sciopero Generale Nazionale Unitario, che sia capace di iniziare a rispondere in maniera unitaria a quanto sta avvenendo dentro e fuori i luoghi di lavoro, contro la complicità dei sindacati confederali con i piani padronali, contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano.

Se le organizzazioni cosiddette confederali, la Cgil e Landini piangono inginocchiati davanti a Bonomi e Confindustria, dicendosi preoccupati di uno scenario da esplosione sociale, noi diciamo che guardiamo esattamente a questo scenario come possibili protagonisti.

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