Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/09/2023

A touch of zen (1971) di King Hu - Minirece

Vivere e morire a Los Angeles - 1985 - di William Friedkin

Classe 1935, William Friedkin è stato uno dei protagonisti della Nuova Hollywood negli anni '70. Nato a Chicago da una famiglia di origini ucraine, la sua infanzia e giovinezza le trascorre tra disagi economici che lo costringono ad abbandonare gli studi e farsi assumere come apprendista presso una televisione locale. Come altri colleghi (ad esempio, Sydney Pollack e Sam Peckinpah), il regista americano compie una lunga e faticosa gavetta, dirigendo documentari che ne influenzano lo stile.

Autore delle due pietre miliari “Il braccio violento della legge” (1971) e “L’esorcista” (1973), rinnova i generi thriller e horror e crea un cinema metropolitano dove gli spazi urbani tratteggiano ambienti naturalistici, in cui i confini tra Bene e Male si sovrappongono e si confondono in una zona d’ombra che vede la violenza e la sopraffazione fisica e morale un esercizio quotidiano degli individui.

Dopo il successo di critica e pubblico di quella stagione, negli anni seguenti è estromesso dagli studios che riprendono il potere a Hollywood. Dopo l’originale e controverso “Cruising” (1980) con Al Pacino, precursore di film sui serial killer, William Friedkin ritorna con “Vivere e morire a Los Angeles” al genere a lui più congeniale: con una produzione indipendente e un cast con attori poco noti all’epoca, rielabora i topoi del thriller e continua l’analisi della società americana.

Il denaro come divinità distruttrice

Il tema esplicito di “Vivere e morire a Los Angeles” è il potere dei soldi come elemento generante i destini degli uomini e, di conseguenza, l’intera società in cui agiscono.

Dopo un lungo incipit, in cui vediamo in azione l’agente Chance del Secret Service, che si sta occupando della sicurezza del Presidente in visita nella città, i titoli di testa sono un montaggio sincopato di inquadrature dove si scorge il passaggio di banconote da un indivduo a un altro.

Il Secret Service statunitense è un’agenzia federale le cui uniche finalità sono la protezione del Presidente degli Stati Uniti e dei membri del governo federale e la lotta contro lo spaccio di denaro falso. L’agente Richard Chance (William Petersen) si mette alla caccia del falsario e artista Eric Masters (Willem Dafoe) uno dei più bravi e spietati dell’area metropolitana. La spinta di Chance è data soprattutto dal fatto che Masters, insieme al suo braccio destro, abbia assassinato l'anziano collega, con cui faceva coppia, a pochi giorni dalla pensione.

I soldi sono inquadrati in dettaglio da Friedkin più volte durante la pellicola, in modo ossessivo, permanenti e permeanti nella società contemporanea. Mai come in questa occasione il dollaro è assunto come divinità distruttrice e falsificatrice che, come un virus, provoca la morte di chiunque venga in contatto con esso. Oltre al vecchio collega di Chance, nel susseguirsi della narrazione Friedkin inanella, in modo ritmato, una serie di omicidi: un avvocato che ha ingannato Masters; un agente del FBI sotto copertura, a cui Chance, insieme al nuovo compagno John Vukovich (John Pankow), sottrae una somma in modo illecito; lo stesso Chance e il braccio destro di Masters nel prefinale, nel momento dell’acquisto dei soldi falsi durante il tentativo di arresto; e infine, Masters ucciso da Vukovich nell’autodafé conclusivo. Pure Vukovich in un certo qual modo “muore”: unico soggetto con un’etica, che si pone dubbi sulla correttezza delle azioni in cui è coinvolto. Sarà, alla fine, il solo sopravvissuto sulla scena, ma come corpo, perché si assiste alla mutazione della sua psicologia e la vecchia natura lascerà il posto a una nuova, priva di scrupoli come quella degli altri personaggi.

Gli uomini in “Vivere e morire a Los Angeles” sono sempre uccisi con colpi in faccia, distruggendone l’identità, coperti dal rosso vivido del sangue. Lo stesso colore che Masters usa come base per produrre i dollari falsi, in una continuità tra produttività e morte, come se ogni banconota contraffatta fosse una pallottola.

In questo senso, un’altra sequenza simbolo è la messa in scena del lavoro di creazione dei dollari falsi. In un montaggio composto da brevi inquadrature su primi piani di Masters, i dettagli delle macchine da stampa e della miscela dei colori e i particolari delle mani del protagonista, Friedkin raffigura in modo scientifico il lavoro del falsario come un artigiano-artista. A mostrare una società che si fonda su un’economia corrotta e gonfiata, che non si regge su una ricchezza reale, ma sulla surroga di essa. Il dollaro si erge, dunque, a metafora della malattia della Reaganomics, la politica economica del presidente Ronald Reagan, imperante negli anni '80, in cui i soldi diventano prova di condanna per l’intera società consumistica americana.

Tra falsificazioni e duplicazioni

“Vivere e morire a Los Angeles” però parla di altro in modo più profondo. Il denaro, quello vero e quello falso – e il suo uso smodato – è una derivazione dell’adulterazione dei personaggi.

Nessuno in “Vivere e morire a Los Angeles” è innocente: ognuno, per perseguire i propri scopi, è disposto a tradire sentimenti, giustizia e morale. Chance non ha scrupoli a sfruttare l’informatrice Ruth Lanier (Darlanne Fluegel), usando il sesso come leva di possesso e minacciandola di continuo di portarla in prigione, così come a compiere dei reati (la rapina al compratore di diamanti, che si rivela un agente sotto copertura) e a plagiare Vukovich. Non esiste confine tra Bene e Male perché non ci sono buoni o cattivi, ma tutti agiscono per sopraffare l’altro, in una gara al più forte dove i sentimenti sono sostituiti dalla ricerca adrenalinica dell’emozione estrema fine a se stessa. Il film si trasforma da subito in una caccia continua, dove il ruolo di cacciatore e preda tra Chance e Masters è intercambiabile, in una lotta senza sosta per il predominio del singolo. Chance appare un “falso” agente, così come Masters è un “falso” pittore; entrambi sono spietati e sanguinari animali che combattono per il controllo del territorio metropolitano. Alla profonda distorsione dell'etica individuale – e per sineddoche a quella sociale, con una visione nichilista che Friedkin ha dei rapporti umani – fa da contraltare la contraffazione della realtà nella messa in scena della sua duplicazione.

Il termine “gemello” usato dagli agenti federali, riferito al proprio collega, è determinante nella definizione della geminazione dell’individuo. Come in una partenogenesi, il male si moltiplica, espresso dalla funzione scopica dello sguardo. In questo senso, Masters è più volte inquadrato con degli specchi alle spalle – mentre, ad esempio, è nella sua villa insieme all’amante Bianca Torres (Debra Feuer) – o attraverso il vetro di finestre, in cui abbiamo un raddoppio della figura in un doppelgänger insito in se stesso. Così come, allo stesso tempo, Chance e Masters lo sono uno dell’altro a prefigurare il presagio di morte di cui saranno entrambi vittime. Perfino Chance è ripreso attraverso i vetri delle finestre o, in particolare, quando va a trovare Ruth nel club dove lavora come cassiera. In questa scena, Chance e Ruth sono inquadrati in modo tale che si parlano attraverso il gabbiotto dove si trova la donna, circondata da una vetrata. Abbiamo così sia un raddoppio di Chance riflesso, sia una duplice gabbia in cui i due sono rinchiusi: Ruth fisicamente, mentre Chance risulta imprigionato metafisicamente, in preda alle sue ossessioni che porta ovunque con sé.

Un altro esempio del sistema scopico dei rapporti individuali lo abbiamo quando Masters riprende gli incontri sessuali tra lei e Bianca attraverso una telecamera. Si ha il suo raddoppio, attraverso il rapporto lesbico con un'amica, promosso da Masters che poi vede la ripresa attraverso il televisore. Si compie, in questo modo, una mise en abyme visiva tra lo sguardo di Friedkin e quello di Masters e il ruolo del regista si trasforma a sua volta in quello di un falsario della realtà.

Del resto, Friedkin ha avviato la sua carriera come documentarista e se le sue pellicole di fiction hanno una messa in scena realistica, lo stesso regista ha più volte affermato che la realtà non può essere ripresa in quanto tale perché già lo sguardo della macchina da presa compie una limitazione data dall’inquadratura, in una sorta di mistificazione di quello che si sta osservando. Così in questa foresta segnica, è emblematica la mutazione di Vukovich che – visivamente – prende il posto di Chance nel finale di “Vivere e morire a Los Angeles” in una transustanziazione morale e fisica negli ultimi 13’ della pellicola.

Dopo lo scontro a fuoco che ha luogo al 103’ in cui Chance muore, Vukovich insegue Masters fino a una rimessa dove nasconde il denaro e le sue opere. Qui, il falsario sta dando fuoco a tutto e in una colluttazione l’agente sopprime Masters come avrebbe voluto Chance. Subito dopo vediamo Vukovich che si veste nello stesso modo del collega defunto, guida la medesima auto, si reca presso la casa di Ruth e prende il suo posto nel rapporto con lei, dicendole chiaramente che adesso deve rispondere a lui. Le ultime inquadrature sono un primissimo piano su Vukovich e subito dopo un altro su Chance – il suo fantasma – in una esplicita messa in linea tra i due sguardi che sentenziano la sostituzione de facto di Vukovich con Chance, ovvero il raddoppio di quest’ultimo, dove il primo diventa la copia del secondo, in un parallelismo tra denaro vero e quello contraffatto che raffigura una riproduzione di senso della superficie della visione, portando con sé l’assenza di contenuti esistenziali.

Geometrie metropolitane

Friedkin compie un’operazione estetica di ampia composizione nella messa in scena e messa in quadro in “Vivere e morire a Los Angeles”. La cifra stilistica del regista è formalizzata fin dalla prima sequenza. Il dettaglio delle bandiere che sventolano sull’auto presidenziale e il corteo ripreso dall’alto che arriva davanti a un albergo, danno immediatamente il senso di una ricerca geometrica scarna ed essenziale in cui i protagonisti si muoveranno per lo spazio filmico.

Il regista americano effettua uno scarto visivo di grande efficacia rispetto al cinema degli anni '80, e del genere thriller in particolare, abbandonando gli effetti glamour delle scenografie urbane imperanti, che mettono in risalto la ricchezza e la bellezza, la fotografia con effetti flou e colori pastello, l’armonia superficiale delle inquadrature in totale e delle figure intere.

L’autore di Chicago sceglie una Los Angeles poco vista nel cinema dell’epoca, riprendendo le periferie portuali irte di gru, le lunghe e intasate freeway che circondano la metropoli, i quartieri spogli e fatiscenti in cui si nota l’assenza dell’umanità. Non c’è Beverly Hills, non ci sono i negozi di Rodeo Drive, non ci sono le ville di Mulholland Drive, ma le case fatiscenti della prima collina della città. Gli esterni sono sempre ripresi in campo lungo e inquadrati dall’alto in cui le linee di fuga compongono la scena, dando il senso di infinitezza. Gli individui si vedono appena, schiacciati dallo e nello spazio, soli e isolati, come manichini senza fili che corrono disperati alla ricerca del dio-dollaro, di chi lo possiede – e ne è posseduto – e di chi lo produce.

Friedkin contrasta la superficialità spirituale dei personaggi con una continua profondità di campo negli interni, siano essi il bar dove discutono Chance e Vukovich sull’andamento delle indagini, oppure l’aeroporto dove i due agenti catturano un corriere di Masters (un John Turturro debuttante al cinema), dove l’inquadratura sugli attori è talmente profonda da racchiudere l’intero mondo intorno a loro. La villa di Masters ha un’estetica di essenziale eleganza tra scale che uniscono le varie stanze, dando un senso di verticalità in un effetto geometrico che ricorda i disegni di Maurits Cornelis Escher, evidenziando il labirinto senza fine in un lemnisco sensoriale che correla i protagonisti della narrazione e li fonde tra loro. Del resto, questa associazione visiva è presentata fin dall’incipit.

Infatti, nelle prime sequenze, prima dei titoli di testa, quando Chance sventa un attentato contro il Presidente, sale sul tetto dell’albergo e punta la pistola contro il terrorista. È inquadrato il poliziotto, ma in primo piano abbiamo la canna dell’arma ripresa dalla soggettiva dell’attentatore. La medesima costruzione dell’inquadratura è ripetuta quando Masters ammazza l’avvocato Waxman nel suo studio perché lo ha truffato e poi quando Vukovich elimina nel finale Masters: sempre in primo piano la canna dell’arma in soggettiva della vittima, come a mostrare visivamente la sovrapposizione psicologica dei tre protagonisti in un, appunto, lemnisco ottico.

Friedkin utilizza poi delle lunghe carrellate – laterali e a seguire – per riprendere gli inseguimenti, come quella in aeroporto, quando Chance cattura il corriere di Masters. La ripresa non è solo un virtuosismo tecnico, ma rafforza la cinestetica dell’azione e il movimento della macchina da presa raddoppia la profondità di campo delle inquadrature fisse, producendo le geometrie binarie in cui agiscono i personaggi e rendendo tridimensionale la complessità scopica.

Alla fotografia dai colori saturi e una luce nitida è contrapposta una scenografia urbana sporca, industriale, liminare in cui si muovono gli uomini e le donne al ritmo di una colonna sonora con un tema composto dal gruppo inglese Wang Chung, creando, con la loro musica new wave, un’impalcatura sonora che innerva e potenzia le sequenze di azione.

Unica eccezione – in cui il tappeto sonoro è fatto dello stridere delle gomme, lo schianto delle lamiere delle auto e il fischio delle pallottole – l’abbiamo nella lunga sequenza dell’inseguimento in auto sulla tangenziale di Los Angeles dove fuggono Chance e Vukovich dopo aver rapinato il corriere di diamanti e infiltrato del FBI.

Il segmento comincia al 76’ con Chance che cattura il corriere e lo porta nell’auto guidata da Vukovich. Sono sotto un cavalcavia e, mentre lo spogliano alla ricerca del denaro, l’uomo viene ucciso accidentalmente dai colleghi a copertura che sparano contro i due agenti del Secret Service. Inizia il tallonamento in una sequenza parossistica della durata di sette minuti, dall’81’ all’88’, in cui Friedkin non si limita ad autocitare l’altra famosa sequenza di “Il braccio violento della legge”, ma la rielabora. Questa parte è emblematica della confusione etica: una sparatoria che esplode tra due agenzie federali, ognuna all’oscuro dell’altra, e con scopi diversi. Anche qui abbiamo una duplicazione e una falsificazione. La prima è lo scontro a fuoco che si verifica tra uomini di legge che si comportano come delinquenti. La seconda è espressa dagli agenti del FBI che svolgono un’operazione sotto copertura e da Chance e Vukovich che compiono una rapina per avere i fondi per proseguire nella loro indagine. Ciò è rafforzato dalla corsa automobilistica contromano che, metaforicamente, rispecchia il flusso contrario alla legalità, diffondendo caos e morte intorno a loro e dove Chance coglie solo l’aspetto adrenalinico della situazione, quello a livello dell’amigdala cioè del cervello primitivo. La metropoli appare così uno scenario razionale dove si muovono irrazionalmente i personaggi spinti solo da istinti basilari e ferini.

A distanza di decenni, l’opera di Friedkin si rivela un thriller moderno che scardina l’estetica degli anni '80 e va controcorrente per i temi trattati e i personaggi raffigurati. Tardo capolavoro di un autore che ha avuto il coraggio di essere contro il sistema e di perseguire un’idea di cinema in cui la finzione della messa in scena interpreta in modo personale la realtà, mettendo a nudo le radici nichiliste della società contemporanea.

Fonte

Guerra in Ucraina - La controffensiva in replay

di Francesco Dall'Aglio

La meritoria (a volte) funzione “ricordi” di Facebook mi ricorda, appunto, che un anno fa si discuteva di una offensiva ucraina, all’epoca nella regione di Cherson, in apparenza molto simile a quella che stiamo vedendo adesso.

Dopo un periodo di tempo relativamente lungo passato a cercare di infrangere le difese russe, si era aperta una prima breccia molto piccola e in apparenza poco promettente, continuamente battuta dall’artiglieria russa (vedi la mia carta allegata, appunto di un anno fa).

Le differenze, però, finiscono qui, e non solo perché le truppe ucraine ci hanno messo molto meno tempo a riprendere la regione, cosa che invece al momento non appare prossima.

Soprattutto, non è stata la breccia nei campi di Suhi Stavok a provocare, alla fine, la ritirata russa da Cherson, ma una decisione del comando russo non motivata da una minaccia immediata, ma dalla percezione (del tutto corretta) che le cose avrebbero potuto sensibilmente peggiorare fino al disastro vista la situazione di inferiorità numerica abbastanza marcata e, soprattutto, le difficoltà logistiche di approvvigionare un contingente tramite solo due ponti su Dneper costantemente battuti dall’artiglieria e dai missili nemici.

Questo, unito all’ancor più precipitosa ritirata dal fronte di Kharkiv a settembre, causata da motivazioni ancora differenti (scarsità numerica, scarsa qualità di molti dei reparti schierati, mancanza di un piano di difesa organizzato, carenze serissime nella catena di comando) ha diffuso la percezione che le truppe russe, qualora messe alla prova da un assalto concentrato, non sono in grado di resistere e devono inevitabilmente ritirarsi.

Questa percezione è del tutto errata, ma forse spiega come mai le FFAA ucraine e i loro handler NATO stanno insistendo da quasi tre mesi nel tentativo di replicare, con più forze, lo stesso schema di Cherson, e come mai prima ancora che l’offensiva iniziasse il clima generale era di entusiasmo assoluto.

Se si sono ritirati da Cherson e da Kharkiv a causa di un’offensiva sì massiccia, ma condotta con meno uomini e mezzi di questa e senza le superarmi occidentali, a maggior ragione si ritireranno ora, devono aver pensato, e hanno agito e stanno agendo di conseguenza.

“Di conseguenza”, però, al loro ragionamento, non alla realtà dei fatti.

Il problema, appunto, è che le truppe russe non si sono ritirate da quei due settori perché non hanno retto il colpo.

A Cherson hanno retto benissimo e inflitto perdite pesanti finché non è stata la costrizione logistica a farli ritirare, non la rottura del fronte o un crollo del morale. A Kharkiv invece hanno girato le spalle non appena hanno capito che la situazione era seria, sapendo di non avere i mezzi per resistere efficacemente.

Qui però hanno sia i mezzi per resistere che il numero che il morale, e soprattutto linee logistiche stabili (un’altra percezione errata dovuta alla campagna di Cherson: le linee logistiche russe sono fragili, non ci vuole niente a metterle in crisi tra HIMARS e droni.

Non è così, mi pare sia ormai chiaro, e infatti l’offensiva non avanza. Replicare sempre lo stesso schema perché una volta ti è andata bene non è, purtroppo, una ricetta valida per il successo, come gli eventi di questi mesi stanno dimostrando.

C’è da chiedersi, volendo fare un po’ di storia controfattuale, cosa sarebbe successo se i russi NON si fossero ritirati da Cherson e avessero continuato a resistere, scommettendo di poter mantenere funzionanti le linee logistiche. Ma la storia controfattuale non ci interessa, se non per esercizio intellettuale.

Ci interessa quella che vediamo svolgersi nella realtà, e quella ci dice che anche se probabilmente qualcuno ha pensato fossero la stessa cosa, si tratta di due controffensive radicalmente diverse e non solo per i risultati finora raggiunti.

Fonte

L’aria che tira

La Rai ha prodotto “Il comandante”, film di apertura della 80ª Mostra del cinema di Venezia, che celebra un “eroe” della X Mas, Salvatore Todaro (interpretato da Pierfrancesco Favino) il quale, nel 1940, al comando del sommergibile “Cappellini”, salvò i nemici dal naufragio. Poi, nel novembre del 1941, Todaro passò nella “X flottiglia mas”.

La X Mas fu una formazione militare inquadrata nell’esercito ma agli ordini diretti prima di Benito Mussolini, poi solo del suo comandante, Junio Valerio Borghese, conosciuto come il “principe nero”.

La X Mas si schierò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, al fianco delle truppe naziste in Italia e fu responsabile di torture, fucilazioni, rastrellamenti, furti e saccheggi.

Peraltro, a novembre dell’anno scorso la Rai aveva cacciato Enrico Montesano perché, durante una trasmissione di intrattenimento, indossava una maglietta con il motto della X mas “Memento Audere Semper” (“Ricordati di osare sempre”), frase ideata da Gabriele D’Annunzio e che si rifaceva all’acronimo MAS – Motoscafo Armato Silurante, una piccola e veloce imbarcazione munita di siluri.

Certo, il paese, in questo momento, aveva un estremo bisogno che qualcuno gli rammentasse che “il fascismo ha fatto anche cose buone” e che gli italiani, in fondo, sono sempre stati “brava gente”, soprattutto se in divisa militare.

Fonte

Disertare Cernobbio per andare a Caivano: la patetica sceneggiata di Giorgia Meroloni

Cina - “Otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna”

Traduciamo questo articolo apparso il 16 agosto su 学习时报 Study Times, il giornale ufficiale della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese.

Mentre i dati sul rallentamento economico cinese facevano discutere tutto il mondo, sono state lanciate varie proposte per gestire l’annoso problema dei consumi interni, in crescita da decenni ma comunque molto squilibrati rispetto alla crescita degli investimenti.

Come segnala la newsletter Pekingnology che ha tradotto l’articolo per prima in inglese, la firma dell’articolo è di Chen Long, che risulta essere ricercatore della Chinese Academy of Financial Sciences, ma anche un nome maschile talmente comune da poter essere considerato un nom de plume usato per porre il punto di quello che l’apparato statale pensa sul dibattito attorno allo stimolo dei consumi.

Aldilà di considerare popolari o impopolari i giudizi di Chen Long, di considerarli giusti o sbagliati, ne pubblichiamo la traduzione per dare un mezzo per capire quale sia il tipo di dibattito interno alla Cina in questo momento e per quali motivi le autorità di Beijing non stiano attuando determinati “suggerimenti” che arrivano dall’estero.

*****

Svelare otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna

Nella prima metà del 2023, la performance economica cinese generale è stata positiva, l’innovazione ha continuato a guadagnare forza. Rimangono in ogni caso sfide e pressione sul raggiungimento dello sviluppo di alta qualità a causa di complessi fattori domestici e internazionali. La contraddizione principale dell’attuali meccanismo macroeconomico cinese è l’insufficiente domanda interna.

Il 24 luglio, la riunione dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha sottolineato la necessità di “espandere attivamente la domanda interna e aumentare il ruolo fondamentale dei consumi nella crescita economica. Aumentando i redditi personali per espandere i consumi, stimolando l’offerta effettiva attraverso la domanda dei consumatori, l’attuazione delle strategie di espansione della domanda interna dovrà essere organicamente integrata con l’approfondimento delle riforme strutturali supply-side.”

Per migliorare ulteriormente gli effetti dell’espansione della domanda interna e per promuovere la crescita economica sia quantitativa sia qualitativa, è imperativo discutere otto idee sbagliate e ottimizzare l’approccio e le misure per espandere la domanda interna.

Le idee sbagliate di affidarsi solo a modelli di sviluppi trainati dagli investimenti o dai consumi

Per molto tempo il dibattito accademico si è concentrato sulla contrapposizione tra modelli di sviluppo “trainati dagli investimenti” o “trainati dai consumi”, in particolare negli ultimi anni qualcuno si è espresso per un modello di sviluppo guidato principalmente dai consumi. La base teorica di queste visioni è la teoria della crescita “a tre motori”, secondo cui gli investimenti, i consumi e import/export con l’estero sono i tre maggiori fattori di crescita economica.

Ma questi sono solo tre componenti del PIL misurato attraverso “l’approccio alla spesa”. Il loro ruolo è differente in termini di crescita economica e non portano necessariamente alla crescita economica.

Il Comitato Centrale del PCC ha chiaramente indicato la necessità di “concentrarsi sull’espansione della domanda interna e usare al massimo il ruolo fondamentale dei consumi e il ruolo critico degli investimenti.”

I consumi giocano un ruolo fondamentale nella crescita economica, influenzando direttamente la qualità della circolazione economica. Gli investimenti non formano solo domanda a breve termine, ma sono anche la reale forza motrice dietro la crescita, sono le fondamenta per l’avanzamento tecnologico e il miglioramento della struttura industriale, determinano il tasso, la qualità e il livello di offerta della crescita economica e, di contro, i redditi delle persone e la capacità di acquisto.

È quindi necessario abbandonare l’idea sbagliata di basarsi solo su “modelli di sviluppo guidato dagli investimenti o dai consumi”. La loro relazione deve essere vista dalla prospettiva del flusso circolare e non in isolamento.

La crescita della capacità di spesa delle persone e l’espansione della domanda dei consumatori sono, per una determinata quota, dipendenti dalla crescita degli investimenti e sono prodotto di questi investimenti. Sulla base delle condizioni macroeconomiche, in particolare i cambiamenti nella domanda aggregata, un pacchetto di misure dettagliate dovrà essere attuato per promuovere sia gli investimenti sia i consumi.

Solo integrando efficacemente i due si potrà realizzare la strategia di espandere la domanda interna.

Le idee sbagliate di “sovra investimento e sotto consumo”

La combinazione di investimenti eccessivi con bassi consumi è spesso percepita con un segno significativo dello sbilanciamento strutturale dell’economica cinese. Secondo questa linea di pensiero, sottovalutare o ridurre gli investimenti potrebbe portare a un grosso impatto negativo sullo sviluppo socio economico cinese, impedendo vari obiettivi di sviluppo.

L’alta quota di investimenti in Cina è determinata dal suo stadio di sviluppo, dai suoi compiti di sviluppo e dall’alto tasso di risparmio personale. La crescita rapida degli investimenti è stato un fattore cruciale dietro al rapido sviluppo economico cinese nei decenni precedenti, come evidenziato dal tasso di crescita annuale del 25,6% in investimenti fixed-asset tra il 2003 e il 2011.

Se il sovra investimento esiste o no, dipende dagli obiettivi e dai compiti di sviluppo, dalle condizioni delle risorse, dalle performance macroeconomiche, piuttosto che da un semplice paragone tra paesi.

C’è inoltre la questione della sottostima dei consumi e della sovra stima degli investimenti a causa delle disparità dei calibri statistici.

È vero che i consumi deboli, che sono diventati un fattore critico che colpisce la qualità e la vitalità del flusso circolare, sono un problema. Affrontarlo richiede sforzi per aumentare la capacità d’acquisto dei consumatori e la volontà di pagare, piuttosto che restringere gli investimenti.

Espandere gli investimenti è, essenzialmente, un prerequisito e il fondamento per aumentare la domanda dei consumi e migliorare i livelli di vita.

Nel 2022 il PIL pro capite della Cina era solo circa il 16,7% di quello americano. Sia che si parli di far avanzare lo sviluppo di alta qualità, di promuovere la trasformazione e il miglioramento industriale o di migliorare i livelli di vita delle persone per raggiungere la prosperità comune, bisogna sottolineare il ruolo critico degli investimenti, in particolare il ruolo guida degli investimenti governativi.

L’idea sbagliata della bassa efficacia degli investimenti

La “bassa efficacia degli investimenti” emerge frequentemente come un importante pericolo insito nella crescita economica cinese. Il tasso di incremental capital output (cioè, la relazione tra il livello di investimento e la conseguente crescita del PIL) mostra che l’output marginale per unità di capitale sta gradualmente declinando.

Questa tendenza corrisponde alla continua crescita del capitale cinese e si allinea agli andamenti dello sviluppo economico. In ogni caso, questo non implica necessariamente un problema di efficienza all’interno degli investimenti cinesi.

Secondo le misure, l’efficienza cinese è relativamente alta a confronti di quella di altre nazioni allo stesso stadio di sviluppo. Gli investimenti necessari per ogni unità di crescita del PIL non sono solo significativamente inferiori a quelli degli USA, del Giappone e dell’Europa occidentale, ma anche meno rispetto ad altre nazioni che sono a un simile stadio di sviluppo.

Per espandere la domanda interna ed assicurare una crescita continua, è vitale che si continui a raffinare il mix e l’approccio degli investimenti cinesi, ad aumentare gli investimenti in linea con le direzioni e le tendenze di sviluppo industriale e quindi migliorare l’effetto degli investimenti.

Nel contempo, è cruciale equilibrare il principio di “le case sono per vivere, non per speculare” mantenendo stabili gli investimenti immobiliari.

Negli ultimi anni la Cina si è mossa sul principio “le case sono per vivere, non per speculare” ed ha marcatamente ridotto la dipendenza sull’immobiliare, un traguardo raggiunto con fatica. Sul medio-lungo termine, il mercato immobiliare mantiene il potenziale per uno sviluppo sano.

Nel futuro sarà essenziale mantenere una dimensione e un tasso di crescita degli investimenti immobiliare ragionevole, promuovendo attivamente gli investimenti per la ricostruzione dei quartieri poveri e le infrastrutture pubbliche “doppio uso per la normalità e le emergenze”.

(Le linee guide per le infrastrutture “doppio uso” sono state approvate per la costruzione di infrastrutture pubbliche sia per l’uso normale sia per quello di emergenza nelle megalopoli, come parte dello sforzo per sostenere l’economia e per far fronte alle future emergenze sanitarie).

Le idee sbagliate di “Sovracapacità infrastrutturale e spazio limitato”

Per smentire idee come “la sovracapacità infrastrutturale è uno spreco”, “promuovere le infrastrutture equivale a prendere la vecchia via incompatibile con lo sviluppo di alta qualità” e “spazio limitato”, è cruciale capire a fondo il ruolo degli investimenti infrastrutturali dalla prospettiva olistica dello sviluppo economico nazionale.

Gli investimenti infrastrutturali non interagiscono solo con l’espansione della domanda aggregata per stabilizzare le operazioni economiche, migliorano anche l’efficienza macroeconomica, migliorano le condizioni di vita delle persone e sostengono fortemente lo sviluppo ad alta qualità.

Nel complesso, non vi è alcun problema di sovracapacità infrastrutturale. Ci sono, anzi, aree che ostacolano l’efficienza dell’economia nazionale e il miglioramento degli standard di vita delle persone.

Lo stock di capitale infrastrutturale pro capite della Cina rappresenta solo il 20-30% di quello dei paesi sviluppati, e gli investimenti in strutture pubbliche per residente rurale sono solo circa un quinto di quelli per abitante urbano, indicando quindi un potenziale di investimento.

Aumentare gli sforzi negli investimenti infrastrutturali non è solo uno strumento temporaneo e a breve termine per la gestione della domanda, ma è una misura chiave che dovrebbe essere applicata durante tutta la realizzazione del Secondo Obiettivo del Centenario del PCC [trasformare la Cina in un grande paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti].

Inoltre, la connotazione della costruzione di infrastrutture varia a seconda delle fasi, non c’è quindi bisogno di sottolineare eccessivamente la distinzione tra vecchio e nuovo.

Tuttavia, il contenuto delle infrastrutture necessita di adeguamenti tempestivi basati sulle esigenze di sviluppo e sugli stili di vita in evoluzione delle persone. Attualmente, la maggior parte dei nuovi progetti infrastrutturali ricade nella categoria degli investimenti industriali. È quindi essenziale bilanciare il rapporto di investimento tra progetti infrastrutturali tradizionali e nuovi.

L’idea sbagliata de “Gli investimenti pubblici spiazzano gli investimenti privati”

Nella teoria economica esiste il concetto di “effetto spiazzamento” secondo cui l’aumento della spesa del settore pubblico riduce o addirittura elimina la spesa di quello privato. È tuttavia fondamentale riconoscere che questo concetto si basa su presupposti e condizioni specifiche ed è inoltre strettamente correlato agli orientamenti di investimento del governo e alle circostanze specifiche.

In Cina, l’obiettivo principale degli investimenti pubblici è lo sviluppo delle infrastrutture che genera notevoli esternalità positive. In assenza di impulso e volontà di investire da parte di privati, non si verifica alcun effetto di spiazzamento, ma si possono osservare effetti compensativi e indotti. (Gli ‘effetti indotti’ misurano il valore delle richieste economiche aggiuntive che le imprese o le istituzioni pongono alle industrie fornitrici della regione.)

Da una parte, questo compensa il divario di investimenti causato dall’insufficienza degli investimenti delle imprese private, affrontando aree come il benessere delle persone e la creazione di un ambiente favorevole per le imprese private, garantendo una domanda di investimenti ragionevole.

Dall’altra parte, aumenta indirettamente il tasso di rendimento degli investimenti per il capitale non pubblico, attirando più investimenti non pubblici e stimolando la domanda aggregata.

Naturalmente è fondamentale sostenere il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse. La direzione degli investimenti pubblici deve essere quella di fornire principalmente supporto fondamentale e strategico e guida per lo sviluppo economico e sociale, evitando i conflitti tra investimenti pubblici e interessi privati.

L’idea sbagliata di “Separare i consumi delle famiglie e quelli pubblici”

Quando si discute l’espansione della domanda dei consumatori, molti punti di vista si concentrano sui consumi familiari o individuali, che sono innegabilmente un aspetto significativo ma concentrarsi solo su questi potrebbe ostacolare l’obiettivo finale. L’economia è un sistema, i consumi non dovrebbero essere frammentati.

In generale, i consumi includono sia quelli delle famiglie sia quelli pubblici. I consumi pubblici includono non solo i servizi pubblici di base (come educazione, sanità, welfare) ma anche l’uso di proprietà statali tangibili, come le infrastrutture. Gli investimenti infrastrutturali preparano la via per futuri consumi pubblici che influenzano il potere d’acquisto e la volontà di consumare delle famiglie.

Quindi, per ampliare gli effetti dell’aumento dei consumi, dobbiamo fare di più per aumentare i consumi reali degli individui. È anche essenziale migliorare l’ambiente dei consumi, eliminare i colli di bottiglia dei consumi, aumentare la volontà e abilità dei residenti di consumare, aumentare i consumi delle famiglie accelerando lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi pubblici.

L’idea sbagliata di “Dare soldi per aumentare i consumi”

Alcuni sostengono che la Cina dovrebbe dare direttamente soldi per stimolare la domanda dei consumatori, come fatto da altri paesi. Questo approccio potrebbe avere i suoi benefici, ma i costi sono esorbitanti, rendendolo insostenibile nel contesto cinese.

Lo schema dei consumi e dei risparmi, il livello di sviluppo in Cina differiscono significativamente da quelli dei paesi avanzati come gli Stati Uniti. Per esempio, un sussidio diretto di 1000 yuan per persona richiederebbe circa 1,4 triliardi di Yuan, ma quale impatto pratico avrebbe questo nello stimolare i consumi?

Questa strategia non solo imporrebbe un grosso peso fiscale, ma avrebbe anche effetti limitati sulle abitudini di consumo, sullo schema dei consumi e sulla volontà di consumare.

In particolare, la pandemia ha accentuato i motivi per agire con precauzione e ha fatto crescere comportamenti di consumo più conservatori. Questo porterebbe inevitabilmente a un uso inefficiente di preziose risorse fiscali.

In effetti, l’attuazione nei paesi stranieri di questo metodo ha avuto problemi di costi alti, inefficienze e gravi sprechi. Per elevare davvero l’efficienza dell’uso delle risorse fiscali e incoraggiare la spesa in consumi, il focus dovrebbe essere il rafforzamento del sistema di welfare.

Fornendo aspettative stabili al pubblico e gestendo questioni fondamentali come la casa, la pensione, l’educazione e la sanità, si potrà meglio elevare la volontà e la possibilità delle famiglie di consumare.

L’idea sbagliata di “Nessun spazio per le politiche”

Recentemente, un sentimento prevalente suggerisce che a causa della grande pressione fiscale e della necessità di espandere la domanda intera, non ci sia “nessuno spazio per le politiche”. Mentre la grande discrepanza tra le entrate e le spese pubbliche, e il debito dei governi locali, stanno sollevando preoccupazioni, rimane immutato il focus sul miglioramento dell’intensità e dell’efficacia delle politiche fiscali.

La Cina ha ancora lo spazio per politiche di stimolo alla domanda interna. Certamente alcune province della Cina hanno problemi strutturali col debito locale. In ogni caso, questi non sono ai primi posti tra contraddizioni e preoccupazioni economiche.

Il rischio più significativo da cui la Cina deve guardarsi è l’assenza di crescita o la crescita bassa. In pratica, certi spazi per le politiche possono essere sbloccati ottimizzando le politiche fiscali e raggruppando le risorse, attuando pacchetti di misure dettagliate per risolvere il debito.

In teoria, si deve considerare la libertà fiscale dalla prospettiva a tutto tondo dello sviluppo economico nazionale.

Il punto cruciale dei deficit fiscali e del debito pubblico risiede nell’equilibrio tra crescita e rischio. Il fattore determinante del rischio da debito ruota attorno alla direzione e all’efficienza dell’utilizzo dei fondi di debito.

Finché il capitale di debito potrà contribuire alla ripresa economica o elevare il potenziale livello di crescita, non emergeranno rischi da debito significativi perché la base delle entrate sarà stata rafforzata.

Detto questo, è imperativo anche affrontare e mitigare i rischi di liquidità associati ai debiti locali in regioni specifiche.

Fonte

TIM/KKR. Privatizzazioni e deficit di strategia industriale

Una notizia non di ordinaria amministrazione.
“Nel Consiglio dei ministri di lunedì 28 agosto il governo ha approvato due decreti con cui autorizza l’acquisto di una parte della rete infrastrutturale di Tim, la principale società di telefonia italiana, insieme al fondo statunitense KKR, che ormai da settimane ne sta trattando l’acquisto con Tim.

L’accordo fra governo e KKR per un’offerta comune era stato trovato due settimane fa, ma prima di essere ufficializzato doveva passare dal Consiglio dei ministri.

Il governo acquisterà il 20 per cento della rete di Tim con un investimento che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha quantificato in un massimo di 2,2 miliardi di euro. Con uno dei decreti approvati oggi, il governo ha formalizzato l’accordo con KKR. Con l’altro ha stanziato i fondi necessari per l’offerta.”
Siamo di fronte all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.

L’operazione TIM/KKR è un “unicum” in Europa: separazione della rete fisica dai servizi e privatizzazione.

Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l’occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.

Ne avevamo già accennato a febbraio di quest’anno quando era apparsa la notizia dell’avvio della trattativa in questione: senza alcuna concessione “sovranista”, così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche (intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani “capitani coraggiosi”, discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell’IRI).

Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa).

L’opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente, tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.

Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale. Limiti del resto non affrontati neppure nella “possibile”(?) occasione fornita dal PNRR.

Fonte

Gabon, le ragioni della fine di un regime

Il generale Brice Oligui Nguema è stato designato all’unanimità «presidente del Comitato per la transizione e la restaurazione delle istituzioni (CRTI)».

Nguema, è un ufficiale di una famiglia di militari formatosi all’Accademia reale militare di Mecknés in Marocco, a “aiutante di campo” del vecchio presidente Omar Bongo.

È stato nominato nel 2020 a capo della guardia repubblicana, corpo d’élite che svolge – o meglio svolgeva – una funzione pretoriana e a cui è destinata una parte importante del budget della difesa.

Dalla creazione della Guardia repubblicana nel 1964 – in seguito al tentativo di un colpo di Stato ai danni di Léon Mba, primo presidente gabonese dal 1961 al 1967 – fino al 2019, alla sua testa vi era un membro della famiglia Bongo.

È interessante notare che grazie agli accordi di cooperazione tra il paese africano e la Francia, è Parigi (De Gualle e Foccart) che nel 1964 lo rimette manu militari al potere ai danni dell’opposizione democratica, guidata da Jean-Hilaire Aubame, passando di fatto sotto tutela diretta della Francia dopo esserne stati uno degli alleati più affidabili.

Una impronta che manterrà, di fatto, fino ad oggi.

L’annuncio della nomina di Nguema è stato dato da un portavoce dell’organismo che ha preso il potere alla catena televisiva Gabon 24.

Tra i militari figurano membri della guardia repubblicana (GR), dell’esercito e della polizia.

Nguema ha ordinato la riattivazione di internet e la riapertura delle emittenti radio-televisive internazionali, dopo il black out informativo imposto per 3 giorni, insieme al coprifuoco, nel lungo week end elettorale, dall’allora presidente in carica Ali Bongo.

Ali Bongo Ondimba ha governato il paese per 14 anni, ed è figlio del presidente precedente – Omar Bongo Ondimba – che aveva dominato la scena politica per 41 anni, dal 1967 fino all’anno della sua morte nel 2009.

Ali Bongo aveva annunciato la sua candidatura per il suo terzo mandato consecutivo, il 9 luglio scorso.

Anche questa volta – stando al contestato processo elettorale e ai risultati attribuiti ai brogli – sarebbe stato rieletto, dopo che anche le elezioni precedenti, nel 2009 e soprattutto nel 2016, avevano portato a moti popolari repressi nel sangue.

Bisogna inoltre ricordare un tentativo abortito di colpo di Stato, il 7 gennaio del 2019.

Nel 2016 aveva vinto di misura su Jean Ping, per appena 5.500 voti, in una elezione che lo sfidante aveva definito truccata, come poi hanno messo in luce l’analisi di vari esperti e la stessa Unione Europea, che non aveva potuto chiudere gli occhi sui brogli palesi.

A Libreville, la capitale, erano scoppiate violenze che avevano causato 5 morti, secondo il governo, ma almeno una trentina, secondo l’opposizione. Tutte uccise dalle pallottole della polizia.

Bongo, il 25 ottobre del 2018, aveva avuto un arresto cardiaco che ne ha minato le facoltà fisiche e mentali, ed aveva trascorso una lunga degenza in Marocco.

Ora sembra definitivamente uscito di scena. Nel 2009 era stato lo stesso presidente francese, Sarkozy, a sostenerlo nella sua ascesa al potere. Ed aveva sempre trovato nel Marocco – dai tempi di Mohamed VI – un alleato.

La tenuta delle elezioni non poteva certo dirsi cristallina.

In questa tornata elettorale “ad alta tensione” nessuno osservatore straniero è stato accreditato, ed alcun giornalista ha ottenuto i permessi per assistervi. I media FRANCE 24, RFI, TV5 Monde, molto seguiti nel Paese, avevano dovuto sospendere le trasmissioni.

Rispetto a quest’isolamento imposto, Parigi non aveva reagito in alcun modo. Così come l’ONU ed i partner principale del paese, sperando forse che il passaggio per il terzo mandato sarebbe stato indolore, o che eventuali proteste – come nel 2016 – sarebbero state ben presto dimenticate dall’opinione pubblica occidentale, solitamente poco informata su ciò che avviene nelle autocrazie africane fedeli all’Occidente.

Come ha dichiarato l’analista Mays Moussi, che all’inizio di quest’anno ha pubblicato un attento bilancio delle politiche economiche dell’ex-presidente, «Alcuni paesi hanno deciso di chiudere gli occhi di fronte a questo regime che non si mantiene se non con la forza, rende perenne una gestione patrimoniale dello Stato e favorisce l’arricchimento di un piccolo gruppo a detrimento dei più. La democrazia è divenuta accessoria».

Poco dopo l’annuncio dei contestati risultati elettorali i miliari, in un comunicato televisivo, avevano annunciato l’annullamento delle elezioni, la dissoluzione delle istituzioni e la fine del «regime». Un termine su cui è difficile dissentire.

Il leader della piattaforma elettorale dell’opposizione Alternace 2023, Albert Ondo Ossa, non ha preso ufficialmente posizione, dopo aver comunque contestato la modalità di svolgimento delle elezioni già da sabato mattina. Ma il direttore della sua campagna elettorale, Mike Joctane, ha spiegato in mattinata – senza condannare o approvare l’entrata in scena dei militari – che «una parte dell’esercito ha preso le sue responsabilità», lasciando di fatto intravedere il suo parere.

Le stime di voto, da un conteggio parallelo su un migliaio di sedi, davano Ossa al 68% dei suffragi, a differenza dei risultati “ufficiali” trasmessi alle 4 di notte, molto in sordina.

Ossa, 69enne ed ex ministro dell’educazione, con una importante carriera accademica alle spalle, era stato scelto consensualmente venerdì 18 agosto come candidato della piattaforma politico-elettorale Alternance 2023, nata a gennaio e raggruppante 6 candidati dell’opposizione, contro il potente Partito Democratico Gabonese (PDG) del presidente in carica.

Un compromesso importante da parte dell’opposizione, che aveva invertito il processo di “balcanizzazione” al suo interno.

L’ex-presidente è stato posto in «residenza sorvegliata», mentre uno dei suoi figli sarebbe stato arrestato per «alto tradimento», così come la stretta cerchia del suo entourage.

Vi è stata una «ferma condanna» del colpo di Stato da parte della Francia, così come dell’Unione Africana, generando inquietudine nella cosiddetta “comunità internazionale”, le cui cancellerie seguono con forte preoccupazione l’evolversi degli eventi, almeno stando alle prime reazioni ufficiali.

Il Gabon infatti è un paese importante nella regione, tra i più ricchi per PIL pro capite. È un paese strategico per l’estrazione mineraria. Ha un quarto delle riserve stimate di manganese (componente fondamentale per le batterie elettriche, per esempio) di cui è il 4° produttore al mondo ed in cui opera la società mineraria francese Eramet.

È un membro dell’OPEC, da cui si estraggono 200 mila barili al giorno di petrolio, settore in cui operano la francese TotalEnergies e l’anglo-francese Perenco – con il 40% circa della produzione – oltre ad essere un importante esportatore di legno, la cui produzione è raddoppiata negli ultimi 10 anni.

Nel 2018 è stato al centro di uno dei più grossi scandali del settore, per l’esportazione illegale di un legno pregiatissimo (il kevazingo), tagliato illegalmente.

Eramet ha raggiunto dei record di produzione sul continente grazie all’estrazione di manganese, nickel e sabbie mineralizzate, il cui giro d’affari è aumentato del 37% l’ultimo anno.

Più di un terzo del PIL del Gabon è dovuto all’oro nero, che costituisce il 70% del valore delle sue esportazioni ed è foriero di veri e propri disastri naturali, “coperti” però con operazioni di greenwashing franco-gabonesi. Come peraltro dettaglia un’inchiesta di Investigate Europe del giugno di quest’anno sul gigante energetico anglo-francese Perenco, che aveva forti entrature con l’élite politica al potere.

Nonostante questo, l’accaparramento delle ricchezze naturali da parte di multinazionali straniere connesse con le élite politiche locali – che non si sono mai realmente impegnate in una politica di sviluppo – fa sì che 1/3 della popolazione viva sotto la soglia di povertà, e la disoccupazione tocchi circa il 40% dei giovani.

La stessa Banca Mondiale scriveva nell’aprile del 2003 che «malgrado il suo potenziale economico, il paese stenta a tradurre la ricchezza delle sue risorse in una crescita durevole ed inclusiva».

In una intervista ad Al Jazeera Moussi ha affermato che Ali Bongo «ha mantenuto solo il 12% delle sue promesse (…) La qualità della vita è deteriorata (…) Povertà e disoccupazione sono cresciute di 3-4 punti percentuali tra le precedenti elezioni e queste».

La maggioranza degli abitanti – il 70% – vive in una decina di città dove non sono stati sviluppati servizi sufficienti a creare una fascia di popolazione in un relativo benessere.

Sostiene infatti Moussi, in una intervista a La Tribune Afrique di alcuni mesi fa, che «l’accesso ai servizi di base come l’acqua e l’elettricità si è degradato, compreso nella capitale, dove bisogna a volte attendere più di un anno per avere un semplice contatore elettrico».

Dal punto di vista militare la Francia ha una base militare con 400 soldati con funzioni di addestramento. A differenza, per esempio, di alcuni paesi limitrofi, non vi è alcuna insorgenza jihadista.

In conclusione.

Sebbene non si possa prefigurare quello che sarà lo scenario dopo questo colpo di Stato, appare per ora chiaro un certo appoggio da parte della popolazione. Del resto, i militari hanno destituito l’espressione di un sistema di sfruttamento neocoloniale delle risorse, dal pesante impatto ambientale e senza reali cadute occupazionali, che aveva garantito finora una rendita politica semi-dinastica alla famiglia Bongo ed al suo entourage con una repressione politica feroce, su cui l’Occidente ha sempre chiuso entrambi gli occhi.

Ci sia permessa una battuta. Quando il presidente Macron ha dichiarato in buona sostanza che i tempi dell’“Africa francese” erano finiti, probabilmente non pensava che le popolazioni africane lo prendessero così in parola.

Fonte