Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/02/2024

Guerra in Ucraina - Nuovi sviluppi nella lotta di potere in corso a Kiev

di Francesco Dall'Aglio

Zalužnyj resta il Comandante in Capo delle FFAA ucraine, ma quello che è successo davvero tra lui e Zelensky non lo sappiamo e probabilmente ci vorrà un bel po' prima di avere qualche certezza. La versione che si considera più accreditata è che al generale sia stato proposto di dimettersi, per motivi non chiari: richiesta evidentemente respinta dall'interessato, al quale pare non sia stato prospettato alcun incarico sostitutivo (ieri si parlava di un posto da ambasciatore, ma col passare delle ore questa versione è venuta meno).

Oliver Carroll, il corrispondente da Kiev dell'Economist (non esattamente un foglio filoputiniano) mantiene il punto e viene per questo accusato da quello che resta dell'invincibile armata dei NAFO di essere al soldo della Russia (vedi qui). Mantiene il punto anche ZN, che continua a pubblicare nuovi dettagli sulla vicenda.

Che la notizia sia vera o sia falsa, è interessante che sia venuta fuori - paradossalmente, più interessante se fosse falsa - così come è interessante che l'Economist la sostenga: perché non scredita Zalužnyj, che ha incassato la solidarietà di buona parte dell'opinione pubblica, ma Zelensky. Se il presidente voleva tentare un colpo di mano contro il generale, non solo non c'è riuscito ma ha messo a rischio eventuali tentativi futuri. Ma poi perché proporgli le dimissioni, e proprio ora?

C'entra forse l'ondata di arresti appena effettuata dall'SBU per un caso molto eclatante di corruzione ai vertici dell'esercito (Zalužnyj non è minimamente implicato), accusati di avere intascato cifre pari a 40 milioni di $ (non mi pare da noi se ne sia parlato, qui l'articolo della Reuters)?

O forse, più probabilmente, l'arrivo proprio ieri a Kiev di tre ispettori statunitensi, uno del Dipartimento di Stato, uno del Dipartimento della Difesa e uno dell'USAID, per verificare che fine sta facendo l'assistenza degli Stati Uniti (qui ne da notizia l'ambasciatore USA a Kiev)?

Dal canto suo, Zalužnyj non ha commentato la vicenda, limitandosi a postare ieri su Facebook questa foto insieme al capo di Stato maggiore Sergii Šaptala, a riprova ulteriore del fatto che l'esercito è con lui e che se glielo vogliono levare di mano dovranno lavorare parecchio. Inutile dire che a Mosca non sono affatto dispiaciuti di tutto questo clamore.

Fonte

01/02/2024

Valzer con Bashir (2008) di Ari Folman - Minirece

I quattro cavalieri dell’apocalisse di Gaza

La cerchia ristretta di strateghi di Joe Biden per il Medio Oriente – Antony Blinken, Jake Sullivan e Brett McGurk – ha una scarsa conoscenza del mondo musulmano e un profondo astio nei confronti dei movimenti di resistenza islamici.

Vedono l’Europa, gli Stati Uniti e Israele come coinvolti in uno scontro di civiltà tra l’Occidente illuminato e un Medio Oriente barbaro. Credono che la violenza possa piegare i palestinesi e gli altri arabi alla loro volontà.

Sostengono che la schiacciante potenza di fuoco delle forze armate statunitensi e israeliane sia la chiave della stabilità regionale – un’illusione che alimenta le fiamme della guerra regionale e perpetua il genocidio a Gaza.

Biden è sempre stato un ardente militarista – chiedeva la guerra con l’Iraq cinque anni prima dell’invasione degli Stati Uniti. Ha costruito la sua carriera politica assecondando l’avversione della classe media bianca per i movimenti popolari, compresi quelli contro la guerra e per i diritti civili, che hanno sconvolto il Paese negli anni Sessanta e Settanta.

È un repubblicano mascherato da democratico. Si è unito ai segregazionisti del Sud per opporsi all’inserimento di studenti neri in scuole per soli bianchi. Si è opposto ai finanziamenti federali per gli aborti e ha sostenuto un emendamento costituzionale che permetteva agli Stati di limitare gli aborti.

Nel 1989 ha attaccato il presidente George H. W. Bush per essere stato troppo morbido nella “guerra alla droga”. È stato uno degli artefici della legge sul crimine del 1994 e di una serie di altre leggi draconiane che hanno più che raddoppiato la popolazione carceraria degli Stati Uniti, militarizzato la polizia e fatto approvare leggi sulla droga che prevedevano l’incarcerazione a vita senza condizionale.

Ha sostenuto l’accordo di libero scambio nordamericano, il più grande tradimento della classe operaia dopo la legge Taft-Hartley del 1947. È sempre stato uno strenuo difensore di Israele, vantandosi di aver raccolto più fondi per l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) di qualsiasi altro senatore.

“Come molti di voi mi hanno già sentito dire, se non ci fosse Israele, l’America dovrebbe inventarne uno. Dovremmo inventarne uno perché... voi proteggete i nostri interessi come noi proteggiamo i vostri”, ha detto Biden nel 2015, davanti a un pubblico che comprendeva anche l’ambasciatore israeliano, in occasione della 67a celebrazione annuale della Giornata dell’Indipendenza israeliana a Washington D.C..

Durante lo stesso discorso ha detto: “La verità è che abbiamo bisogno di voi. Il mondo ha bisogno di voi. Immaginate cosa direbbe dell’umanità e del futuro del XXI secolo se Israele non fosse sostenuto, vibrante e libero”.

Pur ripudiando Donald Trump e la sua amministrazione, Biden non ha annullato l’abrogazione da parte di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano negoziato da Barack Obama, né le sanzioni di Trump contro l’Iran.

Ha abbracciato gli stretti legami di Trump con l’Arabia Saudita, compresa la riabilitazione del principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman, dopo l’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel 2017 nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul.

Non è intervenuto per frenare gli attacchi israeliani ai palestinesi e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Non ha annullato lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme deciso da Trump, sebbene l’ambasciata comprenda terre colonizzate illegalmente da Israele dopo aver invaso la Cisgiordania e Gaza nel 1967.

Come senatore del Delaware per sette mandati, Biden ha ricevuto più sostegno finanziario da donatori pro-Israele di qualsiasi altro senatore, dal 1990. Biden mantiene questo primato nonostante la sua carriera senatoriale sia terminata nel 2009, quando è diventato vicepresidente di Obama. Biden spiega il suo impegno verso Israele come “personale” e “politico”.

Ha ripetuto a pappagallo la propaganda israeliana – comprese le falsificazioni sui bambini decapitati e sugli stupri diffusi di donne israeliane da parte dei combattenti di Hamas – e ha chiesto al Congresso di fornire 14 miliardi di dollari di aiuti aggiuntivi a Israele dopo l’attacco del 7 ottobre.

Ha aggirato due volte il Congresso per fornire a Israele migliaia di bombe e munizioni, tra cui almeno 100 bombe da 2.000 libbre, utilizzate nella campagna di ‘terra bruciata’ a Gaza.

Blinken è stato il principale consigliere di Biden per la politica estera quando Biden era il democratico più importante della commissione per le relazioni estere. Insieme a Biden, ha esercitato pressioni per l’invasione dell’Iraq.

Quando era vice consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, ha sostenuto il rovesciamento di Muammar Gheddafi in Libia nel 2011. Si è opposto al ritiro delle forze statunitensi dalla Siria. Ha lavorato al disastroso Piano Biden per dividere l’Iraq secondo linee etniche.

“All’interno della Casa Bianca di Obama, Blinken ha svolto un ruolo influente nell’imposizione di sanzioni contro la Russia per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale nel 2014, e successivamente ha guidato, senza successo, gli appelli agli Stati Uniti affinché armassero l’Ucraina“, secondo l’Atlantic Council, think tank non ufficiale della NATO.

Quando Blinken è atterrato in Israele in seguito agli attacchi di Hamas e di altri gruppi di resistenza il 7 ottobre, ha annunciato in una conferenza stampa con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu: “Mi presento a voi non solo come Segretario di Stato degli Stati Uniti, ma anche come ebreo”.

Ha tentato, a nome di Israele, di fare pressione sui leader arabi affinché accettassero i 2,3 milioni di rifugiati palestinesi che Israele intende ripulire etnicamente da Gaza, una richiesta che ha suscitato l’indignazione dei leader arabi.

Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, e McGurk, sono opportunisti consumati, burocrati machiavellici che si rivolgono ai centri di potere in carica, compresa la lobby di Israele.

Sullivan è stato il principale artefice del pivot asiatico di Hillary Clinton. Ha sostenuto l’accordo di partenariato trans-pacifico sui diritti delle imprese e degli investitori, venduto come un aiuto per gli Stati Uniti a contenere la Cina.

Alla fine, Trump ha bocciato l’accordo commerciale di fronte all’opposizione di massa dell’opinione pubblica statunitense. Il suo obiettivo è contrastare una Cina in ascesa, anche attraverso l’espansione dell’esercito americano.

Anche se non si concentra sul Medio Oriente, Sullivan è un falco della politica estera che abbraccia la forza per plasmare il mondo in base alle richieste degli Stati Uniti. Abbraccia il keynesismo militare, sostenendo che la massiccia spesa governativa per l’industria delle armi va a vantaggio dell’economia nazionale.

In un saggio di 7.000 parole per la rivista Foreign Affairs, pubblicato cinque giorni prima degli attacchi del 7 ottobre, che hanno provocato la morte di circa 1.200 israeliani, Sullivan ha rivelato la sua mancanza di comprensione delle dinamiche del Medio Oriente.

“Sebbene il Medio Oriente rimanga afflitto da sfide perenni”, scrive nella versione originale del saggio, “la regione è più tranquilla di quanto non lo sia stata per decenni”, aggiungendo che a fronte di attriti “gravi“, “abbiamo attenuato le crisi a Gaza”.

McGurk, vice assistente del presidente Biden e coordinatore per il Medio Oriente e il Nord Africa presso il Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, è stato uno dei principali artefici dell’”impennata” di Bush in Iraq, che ha accelerato lo spargimento di sangue.

Ha lavorato come consulente legale per l’Autorità Provvisoria della Coalizione e per l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad. Poi è diventato lo zar anti-Isis di Trump.

Non parla arabo – nessuno dei quattro uomini lo parla – ed è venuto in Iraq senza alcuna conoscenza della sua storia, dei suoi popoli o della sua cultura. Tuttavia, ha contribuito alla stesura della costituzione provvisoria dell’Iraq e ha supervisionato la transizione legale dall’autorità provvisoria della coalizione a un governo iracheno ad interim guidato dal primo ministro Ayad Allawi.

McGurk è stato uno dei primi sostenitori di Nouri al-Maliki, che è stato primo ministro iracheno tra il 2006 e il 2014. Al-Maliki ha costruito uno stato settario controllato dagli sciiti che ha profondamente alienato gli arabi sunniti e i curdi.

Nel 2005, McGurk si è trasferito al Consiglio di sicurezza nazionale (NSC), dove ha ricoperto il ruolo di direttore per l’Iraq, e successivamente come assistente speciale del presidente e direttore senior per Iraq e Afghanistan.

Ha prestato servizio nello staff dell’NSC dal 2005 al 2009. Nel 2015 è stato nominato inviato presidenziale speciale di Obama per la coalizione globale per contrastare l’ISIS. È stato mantenuto da Trump fino alle sue dimissioni nel dicembre 2018.

Al-Maliki è stata la conseguenza di due errori degli Stati Uniti. Quanto McGurk abbia avuto a che fare con loro resta in discussione.

Il primo errore è stato la “soluzione dell’80%” per governare l’Iraq. Gli arabi sunniti stavano organizzando una sanguinosa insurrezione, ma erano solo il 20% della popolazione. La teoria era che si potesse governare l’Iraq con i curdi e gli sciiti.

Il secondo errore è stato quello di identificare gli sciiti con partiti religiosi intransigenti sostenuti dall’Iran. Ne ha beneficiato Al-Maliki, membro del partito religioso Da’wa.

Fonte

Il massacro di Beit Lahia, crimine di guerra israeliano

Una dichiarazione rilasciata dal Comitato dei Prigionieri Palestinesi in risposta al crimine di Beit Lahia che ha rivelato i corpi di martiri ammanettati e bendati.

Nuova conferma delle esecuzioni sul campo effettuate dall’esercito di occupazione contro i detenuti di Gaza.

Il Comitato dei Prigionieri Palestinesi ha dichiarato che, alla luce del crimine accertato ieri a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, ossia il ritrovamento dei corpi di 30 martiri all’interno di una delle scuole assediate dall’occupazione, e considerando che è stato osservato dai presenti sul luogo che i martiri erano ammanettati e bendati, cioè erano in stato di arresto, se ne deduce chiaramente che l’occupazione ha eseguito un crimine di esecuzione sul campo contro di loro.

Il Comitato dei Prigionieri ha aggiunto che i dati riguardanti l’esecuzione di detenuti di Gaza stanno aumentando alla luce del genocidio in corso a Gaza, insieme alla continuazione del crimine di sparizione forzata contro i detenuti di Gaza dopo 117 giorni di aggressione, oltre all’aumentare delle testimonianze dei detenuti rilasciati nell’ultimo periodo riguardo a torture, abusi e umiliazioni, comprese le testimonianze da parte di donne e bambini.

Il Comitato dei Prigionieri riafferma che l’insistenza dell’occupazione nel mantenere i detenuti di Gaza sotto sparizione forzata porta ad un’interpretazione, cioè che vi sia la decisione di isolarli, con l’obiettivo di commettere ulteriori crimini contro di loro in segreto, laddove l’occupazione si rifiuta di fornire assistenza da parte delle istituzioni per i diritti umani, comprese quelle internazionali e palestinesi specializzate, oltre a tutti i dati riguardanti il loro destino e i luoghi di detenzione fino ad oggi, compresi il numero e l’identità dei martiri tra i detenuti di Gaza.

Fonte

Il “magnifico ritorno al medioevo” di Aleksandr Dugin

Il calo della popolazione è una questione che preoccupa un po’ tutti i paesi. Secondo le previsioni ONU sulla diminuzione della popolazione mondiale tra il 2020 e il 2050, il primo posto di questa classifica negativa spetta alla Bulgaria, in cui è previsto un calo del 22,5%, seguita da diversi paesi est-europei, con l’Ucraina in quarta posizione (-19,5%).

Ma anche il Giappone non se la passa tanto bene (9° posto, con -16,3%), mentre l’Italia si attesterebbe in ventesima posizione, col -10,10%.

Sebbene la Russia non sia tra i primi venti paesi di tale classifica negativa, anche Mosca è abbastanza preoccupata per la tendenza, tanto che, specialmente negli ultimi tempi, si sono fatti più frequenti provvedimenti a vari livelli per incentivare le nascite, con contributi di maternità decretati dallo stesso Vladimir Putin.

Sul tema ha detto la sua anche Aleksandr Dugin, il cui intervento riportiamo sotto.

Secondo l’istituto statistico ufficiale Rosstat, da qui al 2045, Mosca e la regione di Mosca guideranno la classifica negativa del decremento di popolazione, con un calo complessivo di circa 700.000 persone (31.000 l’anno) e anche “Piter” vedrà una diminuzione di 466.000 anime.

Leader assoluto, invece, per la crescita nei prossimi vent’anni nella Federazione Russa, sarà la Cecenia, con un +600.000 abitanti.

Rosstat certifica che, nell’anno passato, la popolazione russa si è ridotta complessivamente dello 0,17%, fermandosi a 146,2 milioni di abitanti. L’agenzia di statistiche nota che il calo naturale annuo della popolazione, grazie anche all’aumento del tasso di natalità, da ora al 2045 diminuirà di quasi una volta e mezzo, attestandosi a 402.000 persone.

Per una comparazione più generale, The World Factbook della CIA prende in considerazione 229 paesi e piazza l’Ucraina al primo posto per tasso di mortalità ogni 1.000 abitanti, con 19,8 decessi, in una poco invidiabile classifica che vede gran parte dei paesi UE nelle prime posizioni (Lituania, Serbia, Ungheria, Romania, Lettonia, Moldavia, Bulgaria: con medie da 15 al 14 ogni mille abitanti), seguiti da Russia (14,1), Germania (12) e anche Italia, “buona” ventiquattresima, con una media di 11,3.

All’altro estremo, per tasso di natalità, troviamo ancora l’Ucraina, ma all’ultimo posto, il duecentoventottesimo, con 5,8 nascite ogni mille abitanti.

Anche in questo caso, non è che l’Italia se la passi tanto meglio, piazzandosi al 222° posto, con una media di 7 nascite, mentre troviamo poco più avanti la Russia, al duecentoundicesimo posto, con una media di 8,5 ogni mille abitanti.

La CIA calcola anche il tasso di crescita della popolazione, comparandone la variazione percentuale media annua, che risulta da un surplus (o deficit) di nascite rispetto alle morti e dal saldo migratorio.

Ora, stante le precedenti comparazioni, appare quantomeno singolare che la CIA pronosticasse il 30° posto per l’Ucraina, nel 2023, con un +2,33% – considerati i morti in guerra – le decine di migliaia di persone in età da richiamo che hanno lasciato il paese ultimamente per non essere arruolate e i milioni che erano già emigrati (la stessa CIA, nel tasso di migrazione, piazza l’Ucraina al 2° posto mondiale, con 37,3 ogni mille abitanti) negli anni precedenti, per sfuggire all’affamamento imposto dai nazigolpisti al soldo di FMI, USA e NATO.

In ogni caso, la CIA pronosticava, per il 2023, percentuali negative per Estonia , Romania, Lettonia, Georgia, Bulgaria, Grecia, Giappone, Germania, Russia (da -1.13 a -0.12), fino all’Italia, prevista al 202° posto con un -0.11 di crescita.

È questa la situazione generale che ci sembrava opportuno riportare per sommi capi, introducendo l’intervento con cui Aleksandr Dugin fornisce la propria, molto discutibile, visione di una possibile uscita dal problema del calo demografico. Ora, considerata la summenzionata previsione del Rosstat, su un calo di popolazione russa più sensibile nei grandi centri urbani, la “soluzione” prospettata da Dugin parrebbe paradossalmente avere un suo senso. Perverso.

Per parte nostra, riportiamo la traduzione del suo intervento senza alcun commento, lasciando al lettore ogni personale considerazione. Ci limitiamo a una sola osservazione: Aleksandr Dugin non è né il “filosofo di Putin”, né “l’ideologo di Putin”, come recita il ritornello ormai vieto dei media nostrani.

I riferimenti di Putin, certo non meno reazionari, sono altri; ma, si sa, quando un ritornello è nell’aria, è più comodo affidarsi a quello.

Nello specifico (senza addentrarci nell’oscena visione duginiana dei rapporti tra comunisti e famiglia), osserviamo come ciò che sostiene Dugin si differenzi solo formalmente dalle manfrine di moda nell’area liberal nostrana, anche nella sua ala più “tradizionalista”, allorché si invocano i “ritorni alle origini”, “il buon tempo che fu” o “il sentire di una volta”, quali mezzi per arrotondare gli angoli più acuti del capitalismo, ma – dio ce ne scampi! – senza mettere in discussione né il capitalismo, né i suoi governi borghesi, che non fanno altro che aggravare le ragioni economico-sociali anche del calo della natalità.

*****

Avanti – verso un nuovo medioevo!

Il 2024 è stato proclamato in Russia ‘Anno della famiglia’. È evidente che, in questo campo, la situazione è oltremodo problematica. Un numero pazzesco di divorzi, aborti e calo della natalità, rappresentano una catastrofe di scala nazionale.

Se vogliamo considerare seriamente l’Anno della famiglia, allora, basandoci sui classici (ma non quelli liberali e nemmeno quelli comunisti, dato che essi non possono che consigliare qualcosa che non farà altro che accelerare la disgregazione della famiglia), dovremmo contemporaneamente ritornare alle radici e fare un passo in avanti.

Da un punto di vista storico-sociologico e antropologico, il concetto di famiglia è indissolubilmente legato a quello del contadino. Per “famiglia”, in senso stretto, nella società russa, si deve intendere innanzitutto la famiglia contadina, tenuta unita dal matrimonio, con il battesimo d’obbligo dei figli e la gestione della comune economia domestica.

Nella famiglia era compreso anche il piccolo (a volte quello grande) bestiame, la casa, il campo, l’orto, attrezzi per la coltivazione della terra e altri bisogni, come pure i lavoratori (le parole “bambino” e “schiavo” hanno la stessa radice [rispettivamente: rebënok” e “rab”; ndt] e significavano “lavoratori minori” [o “subalterni”; ndt]: quindi chi non aiuta mamma e babbo non è un bambino).

C’erano delle differenze, naturalmente, tra i popoli nomadi, ed erano legate al fatto che alla famiglia non era legato alcun territorio. Quantunque, nel caso di tribù, genti e clan, i territori per il pascolo del bestiame fossero distribuiti in modo abbastanza fisso; da qui, i tamgà, che separavano i pascoli dei clan delle steppe eurasiatiche.

È il caso di prestare attenzione al fatto che, nelle caste militare e sacerdotale, la famiglia aveva una struttura diversa. La realtà dei militari e dei preti era meno legata alla terra. Un guerriero vive per la guerra e la morte (e anche per la difesa dalla guerra e dalla morte). Il prete, il religioso, sono rivolti a Dio e al cielo.

Così che, la logica stessa e la struttura della famiglia tra i ceti superiori – ecclesiastici e aristocrazia – era diversa. Ad esempio, i bambini non erano considerati “ragazzi” [“rebjata”; ndt], cioè “rebënki”, poiché non lavoravano, ma studiavano l’arte militare o i testi dei libri sacri.

Le ragazze, semplicemente, aspettavano il matrimonio, e per di più il codice morale nei ceti superiori (soprattutto per le ragazze) era molto più severo che in quelli inferiori (sebbene anche in questi fosse abbastanza severo).

Un caso speciale era costituito dalle famiglie nelle città. I piccoli artigiani e commercianti provenivano spesso da famiglie contadine e trasferivano in città il modello della famiglia contadina. Anche qui i bambini erano “bambini”, cioè “lavoratori” [“rabotniki”; ndt], ma venivano formati all’artigianato o al commercio.

In termini di struttura morale, la famiglia urbana tradizionale di tipo artigianale o mercantile era attratta per lo più verso il codice dei ceti superiori, cioè verso l’osservanza rigorosa e senza compromessi delle regole morali.

Ma tutto questo era tipico della società tradizionale.

I Tempi nuovi, il capitalismo e l’urbanizzazione segnano l’inizio della disgregazione della famiglia. Il liberalismo moderno e il comunismo ortodosso portano la negazione della famiglia al suo estremo logico. Per il liberale, la famiglia è un contratto; per il comunista, è un relitto del sistema borghese.

Hegel sottolinea come la stessa società civile, in cui ognuno è per se stesso, costituisca l’istituto della distruzione della famiglia. Vede in ciò un momento dialettico nello sviluppo storico, che deve essere superato col passaggio dalla società civile allo Stato, il quale solo è capace di salvare la famiglia e di proteggerne le strutture dall’individualismo tossico.

Il sociologo tedesco Werner Sombart osservava che le condizioni borghesi della città e l’industrializzazione avevano creato sin dall’inizio il terreno per la disgregazione della famiglia. Credeva che il semi-riconosciuto istituto delle ‘amanti urbane’ costituisse il motore del capitalismo e del liberalismo nell’Europa urbana dei Tempi nuovi.

Nel villaggio, era problematico per il normale contadino sostenere ancora qualcun’altro, oltre la famiglia. L’aumento delle risorse individuali e lo stile di vita urbano della borghesia contribuirono all’emergere dell’istituto delle mantenute parassitarie.

Secondo Sombart, esse, avanzando in modo vampiresco pretese sempre maggiori, sono state un fattore importante nella capitalizzazione e modernizzazione della società europea, il che ha contribuito al progresso tecnico, all’innovazione e all’imprenditorialità, distruggendo però la morale.

In questa situazione, per la Russia, tornare alle proprie radici, ma trovandosi allo stesso tempo in una nuova fase di sviluppo, significa procedere a un reinsediamento di massa delle megalopoli e a un programma statale di organizzazione della vita delle persone nelle campagne, nei sobborghi e nei villaggi.

Il motto potrebbe essere “Alla terra natale!”. Se i contadini sono la matrice storica di una famiglia pienamente salda (nei villaggi è difficile fuggire da qualche parte) e numerosa, allora è impossibile far rinascere l’una senza gli altri.

Così che, anche le costruzioni dovrebbero essere di pochi piani e svilupparsi orizzontalmente. Abbiamo potuto convincerci a cosa portino gli alveari verticali durante le gelate di Capodanno. La Russia deve crescere per estensione, non in altezza. Il numero massimo di abitanti di una città non deve superare il milione, nel caso delle capitali. I restanti, torneranno alla terra.

Ecco, è questo l’Anno della famiglia, quale dovrebbe essere: rafforzamento dell’ideologia di stato e ritorno alla terra.

Vi chiederete: e allora, l’industria e la tecnologia?

Per prima cosa, di programmazione e di scoperte ci si può occupare da casa propria, connessa a internet. Aria pura e una famiglia amorevole stimolano la riflessione.

In secondo luogo, in città si può lavorare a turni, come al Nord. Arriva un gruppo di tecnici, vive nelle tremende condizioni della città, e poi indietro, alla terra.

Tutti sanno che Berdjaev aveva parlato di un “Nuovo medioevo”. Ma pochi comprendono quanto sia magnifico.

Fonte

La “versione di Burns” e la miopia dei media italiani sulla Cia

In questi giorni sui principali quotidiani italiani sono usciti molti commenti e articoli dedicati ad un lungo saggio che il capo della Cia – William Burns – ha pubblicato su Foreign Affairs.

Con una evidente e disarmante miopia, i giornali italiani si sono limitati a cogliere di tutto il corposo saggio di Burns solo il passaggio in cui afferma che cessare gli aiuti militari all’Ucraina sarebbe un boomerang. Insomma una sintesi da addetti alla spesa al mercato piuttosto che da giornalisti o analisti.

In realtà Burns dice molto di più su molti aspetti strategici e conferma come il vero problema per la supremazia statunitense continua ad essere la Cina e non la Russia. Insomma “tanta roba”, ma la vista corta dell’informazione in Italia ha ripulito il tutto limitandosi a riprendere solo quello che può vendere sulla bancarella del mercato.

Diversamente, noi abbiamo provato a decostruire e sintetizzare il saggio di Burns per offrire ai lettori di Contropiano qualche informazione e chiave di lettura in più.

La Cina è il rivale strategico degli Stati Uniti

“L’ascesa della Cina e il revanscismo della Russia pongono sfide geopolitiche scoraggianti in un mondo di intensa competizione strategica, in cui gli Stati Uniti non godono più di un primato incontrastato e in cui si moltiplicano le minacce climatiche esistenziali”, scrive Burns.

“Se la Russia può rappresentare la sfida più immediata, la Cina è la minaccia più grande a lungo termine e negli ultimi due anni la CIA si è riorganizzata per riflettere questa priorità. Abbiamo iniziato riconoscendo un fatto organizzativo che ho imparato molto tempo fa: le priorità non sono reali se i bilanci non le riflettono.

Di conseguenza, la CIA ha impegnato molte più risorse per la raccolta, le operazioni e l’analisi dell’intelligence relativa alla Cina in tutto il mondo – più che raddoppiando la percentuale del nostro bilancio complessivo dedicato alla Cina negli ultimi due anni”
.

Per Burns il lavoro di intelligence – dunque spionaggio e controspionaggio – consegna alla Cia un ruolo strategico in una fase storica radicalmente mutata rispetto al passato.

“Questo è un periodo di sfide storiche per la CIA e per l’intera professione dell’intelligence, con cambiamenti geopolitici e tecnologici che rappresentano una prova mai affrontata prima. Il successo dipenderà dalla fusione dell’intelligence umana tradizionale con le tecnologie emergenti in modi creativi. In altre parole, sarà necessario adattarsi a un mondo in cui l’unica previsione sicura sul cambiamento è che esso accelererà”.

Scontro totale con la Russia

“L’era post-Guerra Fredda si è conclusa definitivamente nel momento in cui la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022. Le ambizioni smisurate di Putin si sono ritorte contro anche in un altro modo: hanno spinto la NATO a diventare più grande e più forte”.

È evidente come Burns sia ascrivibile al circolo di dirigenti dell’amministrazione Biden più convinti della guerra contro la Russia sul fronte ucraino.

“La chiave del successo sta nel preservare gli aiuti occidentali all’Ucraina. Con meno del cinque per cento del bilancio della difesa degli Stati Uniti, si tratta di un investimento relativamente modesto, con importanti ritorni geopolitici per gli Stati Uniti e notevoli ritorni per l’industria americana. Mantenere il flusso di armi metterà l’Ucraina in una posizione più forte se dovesse emergere un’opportunità di negoziati seri”.

È l’ammissione diretta che l’Ucraina “serve” agli Stati Uniti come belligerante conto terzi, anche sul piano economico. Non c’è alcun “aiuto disinteressato” nei confronti di una “democrazia aggredita”...

“Offre la possibilità di assicurare una vittoria a lungo termine per l’Ucraina e una perdita strategica per la Russia; l’Ucraina potrebbe salvaguardare la propria sovranità e ricostruirsi, mentre la Russia sarebbe lasciata a fare i conti con i costi duraturi della follia di Putin. Per gli Stati Uniti abbandonare il conflitto in questo momento cruciale e interrompere il sostegno all’Ucraina sarebbe un autogol di proporzioni storiche”.

Ma per Burns, e quindi per la Cia, l’obiettivo non è solo quello di fermare la Russia in Ucraina, bensì quello di indebolirla e disgregarla, evocando apertamente anche le opportunità di reclutamento tra gli scontenti della guerra.

“La disaffezione nei confronti della guerra continua a rosicchiare la leadership e il popolo russo, sotto la spessa superficie della propaganda e della repressione di Stato. Questa corrente di disaffezione sta creando un’opportunità di reclutamento unica per la CIA. Non la lasceremo andare sprecata”.

Non solo. Burns auspica anche una maggiore capacità dell’Ucraina – e della Nato – di colpire più in profondità il territorio russo, innescando quindi quella escalation che tanti affermano di voler evitare mentre in realtà agiscono per accentuarla.

“Mentre Putin rigenera la produzione di difesa della Russia – con componenti critici provenienti dalla Cina, nonché armi e munizioni dall’Iran e dalla Corea del Nord – continua a scommettere che il tempo è dalla sua parte, che può ridurre l’Ucraina e logorare i suoi sostenitori occidentali.

La sfida dell’Ucraina è quella di scalfire l’arroganza di Putin e dimostrare l’alto costo per la Russia di un conflitto continuo, non solo facendo progressi in prima linea, ma anche lanciando attacchi più profondi alle sue spalle e guadagnando costantemente terreno nel Mar Nero”
.

Colpire la Russia perché la Cina intenda

La Cina, secondo il direttore della Cia Burns, rimane “l’unico rivale degli Stati Uniti con l’intenzione di rimodellare l’ordine internazionale e con il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per farlo”.

“Uno dei modi più sicuri per riaccendere la percezione cinese dell’incoscienza americana e fomentare l’aggressività cinese sarebbe quello di abbandonare il sostegno all’Ucraina”.

“È probabile che un numero maggiore di Paesi sia attratto da uno status di relazione geopolitica “aperta” (o almeno “complicata”), seguendo la guida degli Stati Uniti su alcune questioni e coltivando al contempo le relazioni con la Cina. E se il passato è un precedente, Washington dovrebbe essere attenta alle rivalità tra il crescente numero di medie potenze, che storicamente hanno contribuito a innescare le collisioni tra quelle maggiori”.

Un mondo “diabolicamente complicato”

Appare infine emblematico come il capo della Cia sia costretto ad ammettere che sulla situazione mediorientale non ci siano soluzioni a portata di mano. “Ho trascorso gran parte degli ultimi quarant’anni lavorando in e sul Medio Oriente, e raramente l’ho visto più intricato o esplosivo”.

“La competizione e l’incertezza geopolitica, per non parlare delle sfide comuni come il cambiamento climatico e i progressi tecnologici senza precedenti come l’intelligenza artificiale, rendono il panorama internazionale diabolicamente complicato”.

Il saggio di Burns appare un misto di nostalgia per i fasti della Cia quando poteva esercitare la sua supremazia mondiale anche nel mondo dell’intelligence e la presa d’atto che il mondo di oggi è diventato più complesso di quello, tutto sommato semplice, della Guerra Fredda.

Fonte

Ferrovie: nostri gli uccisi sul lavoro, loro i profitti! Sciopero il 12 febbraio

La notte scorsa Rolando Lima, un operaio di 51 anni originario del Portogallo e dipendente dell’impresa Rebaioli, appaltatrice di Rete Ferroviaria Italiana, è rimasto ucciso sul lavoro, travolto da un treno alta velocità dell’impresa ferroviaria NTV a Chiari sulla linea Milano-Brescia.

Ancora un omicidio sul lavoro nella più grande impresa di servizio pubblico del Paese, la stessa in cui lo scorso agosto, a Brandizzo, è avvenuta una delle più atroci stragi della storia di lavoratori ferroviari: 5 operai travolti e straziati da un treno in transito mentre facevano manutenzione ai binari.

Ancora una volta le dichiarazioni delle imprese coinvolte sono di immediata discolpa, nel tentativo di trasferire sul lavoratore la responsabilità della sua uccisione. Così RFI e Terna dichiarano che l’incidente è avvenuto prima che vi fosse l’interruzione della circolazione dei treni, lasciando intendere un incauto e improprio comportamento del lavoratore.

Abbiamo, ormai, imparato a resistere ai conati di rigetto di fronte a tanta ipocrisia: abbiamo presente lo stato dell’arte delle condizioni di lavoro nel settore della manutenzione infrastrutture di RFI. Queste sono scaturite dalle scellerate politiche di privatizzazione che hanno favorito il rafforzamento del sistema degli appalti e l’instaurazione della logica del profitto a scapito della salute, della sicurezza e della dignità professionale e economica dei lavoratori.

Una logica che vede una insana frammentazione di riferimenti contrattuali e un gioco al ribasso delle tutele tra ferrovieri e maestranze delle imprese d’appalto, dove regna una strisciante deregolamentazione normativa e procedurale, rispetto a un quadro specifico di rischi sul lavoro di livello elevatissimo. La stessa deregolamentazione che in più occasioni è stata sancita e “regolarizzata” da un sistema di rapporti sindacali che ha prodotto, nell’ultimo decennio, rinnovi contrattuali e accordi al ribasso su tutele e diritti acquisiti dai lavoratori del settore.

Sistema che ha confermato la sua funzione di attacco alle condizioni di lavoro con l’accordo nazionale di riorganizzazione della manutenzione infrastrutture di RFI firmato lo scorso 10 gennaio da Cgil, Cisl, Uil, Fast, OrSA e UGL in cui, con la scusa dei finanziamenti del cosiddetto PNRR, viene sancita la piena libertà aziendale di programmare prestazioni di lavoro 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. In questo modo si va ad incidere pesantemente sui cardini principali delle tutele contrattuali per la salute e la sicurezza, che sono gli orari di lavoro e i riposi. Un accordo fortemente avversato dai lavoratori interessati, che lo ritengono catastrofico anche in relazione all’impatto che potrà avere sulla gestione della loro vita privata, e contro cui USB ha indetto un primo sciopero di 8 ore per il prossimo 12 febbraio (in concomitanza di quello già indetto per un giusto rinnovo contrattuale anche insieme a altre sigle del sindacalismo di base), durante il quale si terrà una presidio di protesta davanti la sede centrale del Gruppo Ferrovie Italiane a Roma, che sarà anche l’occasione per rimettere al centro della denuncia i nostri uccisi sul lavoro.

Riteniamo questa ennesima vittima del lavoro nelle ferrovie potenzialmente correlata alle politiche di speculazione del padronato organizzato e del management del settore, così come alle politiche di complicità dei sindacati firmatari di contratti e accordi a perdere.

Ancora una volta si dimostra l’urgente necessità di dare immediato corso al varo di una legge che aggiunga aggravanti per i datori di lavoro che non attuano tutte le misure di salvaguardia per la salute e la sicurezza dei lavoratori, stabilendo la fattispecie di reato di “omicidio sul lavoro” su cui USB sta portando a termine in questi giorni una raccolta firme per l’adozione di una Legge di Iniziativa Popolare che verranno consegnate al legislatore nel mese di febbraio.

Esprimiamo il massimo cordoglio ai familiari e ai colleghi del lavoratore Rolando Lima.

Basta con la strage di lavoratori! Basta con l’impunità dei padroni!

Fonte

Nel Sahel va in frantumi la “gabbia” neo-coloniale

In un messaggio televisivo, diffuso il 28 gennaio, il Mali, insieme a Burkina Faso e Niger, ha annunciato la propria uscita unilaterale dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, CEDEAO nell’acronimo francese, ECOWAS in quello inglese.

La decisione, per i te leader africani, ha effetto immediato.

Nel comunicato congiunto i militari hanno usato parole molto dure definendo la CEDEAO: «una minaccia per i suoi stati membri e per le sue popolazioni», perché agisce «sotto l’influenza delle potenze straniere».

È il punto di arrivo di un mese di tensioni conclusosi con il viaggio inconcludente di una delegazione dell’organizzazione sub-regionale a Niamey in Niger, questo 25 gennaio.

Abdoulaye Seydou, coordinatore del M62, un movimento della società civile nigerina ha affermato: «è assolutamente normale che i dirigenti abbiano preso questa decisione che, al netto delle difficoltà che si possono immaginare, trova il consenso delle popolazioni».

È un rafforzamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) firmata il 16 dicembre scorso tra Bamako, Ouagadougou e Niamey, che va oltre la semplice alleanza militare anti-jihadista per dar vita ad una cooperazione di stampo diplomatico, politico ed economico che va prendendo forma.

Come dimostra anche l’annuncio congiunto dei tre Primi Ministri a Niamey, a fine dicembre, di voler procedere verso progetti comuni nel campo delle infrastrutture stradali e ferroviarie. L’aeroporto della capitale del Mali, si “vocifera” , potrebbe divenire un hub per i tre paesi dell’Alleanza.

È un vero e proprio terremoto per gli assetti neo-coloniali del Sahel, l’ennesimo schiaffo alla Francia e all’imperialismo dell’Unione Europea in genere.

La CEDEAO, che è una cornice politico-economica con un profilo militare, fondata nel 1975, ne esce con le ossa rotte, riducendosi dai 15 Stati – 16, prima dell’uscita della Mauritania nel 2000 – agli attuali 13.

Dopo l’annunciato e mai realizzato intervento militare congiunto che doveva concretizzarsi ai danni del Niger in seguito al “Colpo di Stato patriottico” della scorsa estate, è l’ennesimo schiaffo a questo traballante strumento della cosiddetta FrançeAfrique.

Le sospensioni e le sanzioni che hanno colpito questi tre Stati non solo non hanno portato a più miti consigli i “militari patriottici” che ne guidano il nuovo corso politico, ma li hanno spinti da un lato a relazioni reciproche più strette, nonché ad un maggiore sganciamento dall’Occidente e dai suoi protegé locali con il crescente consenso delle popolazioni.

Questa rottura potrebbe logicamente andare ancora oltre, lasciando l’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale, e “rinunciando” – per così dire – al franco CFA, la moneta degli otto paesi membri della UEMOA: odiato simbolo della servitù economico-militare all’Euro oggi ed al Franco francese prima.

Come ha ricordato il ricercatore Fahiraman Rodrigue Koné, in una intervista al quotidiano francese Le Monde, i tre leader africani hanno descritto tale valuta: «una moneta di servitù neo-coloniale che impedisce lo sviluppo economico dei loro paesi».

Il primo paese ad essere sospeso e sanzionato è stato il Mali quando, nel 2020, una giunta militare ha destituito Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dopo che mobilitazioni popolari – fortemente represse nel sangue – ne avevano chiesto le dimissioni.

Nel 2021 un altro colpo di mano militare dava vita ad un governo di transizione militare con il sostegno popolare, un supporto che si è consolidato con la decisione di Goita di ordinare alle truppe francesi di lasciare il territorio nazionale, nel febbraio del 2022.

Nel gennaio del 2022, con una dinamica simile, veniva deposto Roch Marc Christian Kaboré nel vicino Burkina Faso. Subito seguita da un’azione manu militari del capitano Ibrahim Traore, che nel settembre formava un governo di transizione militare con un forte sostegno popolare.

Anche qui, nel gennaio dello scorso anno, veniva imposta la partenza delle truppe militari francesi, completata nel febbraio del 2023.

Il 26 luglio dello scorso anno, in Niger, il presidente Mohamed Bazoum veniva a sua volta deposto dal generale Abdourahmane Tchiani.

La CEDEAO questa volta non si era accontentata della sospensione e delle sanzioni ma aveva minacciato l’intervento militare, e la Francia aveva iniziato un vero e proprio “braccio di ferro” che ha però visto Parigi perdere.

La Francia si era infatti rifiutata di riconoscere la nuova autorità, non voleva che il suo ambasciatore – dichiarata persona non grata – lasciasse il paese e non voleva far partire il proprio contingente militare.

Il 3 agosto migliaia di persone scendevano nelle strade del Niger in sostegno alla richiesta della giunta militare alla Francia di ritirare le sue truppe.

L’annunciato intervento militare della CEDEAO – anche se fortemente sostenuta da Parigi – ne ha dimostrato la natura di “tigre di carta”, con il Senato della Nigeria che ha bocciato l’ipotesi di azione militare esterna, al pari dell’Unione Africana.

Ma soprattutto dava impulso alla creazione di un’alleanza militare tra i 3 paesi – con Mali e Burkina Faso – che erano dichiaratamente pronti ad intervenire a fianco del Niger in caso di un’azione di forza della CEDEAO.

L’Alleanza degli Stati del Sahel è stata poi formalizzata, come abbiamo ricordato, a metà settembre.

La Francia completerà le operazioni di partenza dal Niger a fine dicembre, mese in cui anche il Burkina Faso ed il Niger hanno deciso di lasciare il G5 del Sahel, di fatto provocando la “dissoluzione” di quest’altro strumento neo-coloniale francese.

Il 6 dicembre i due paesi rimanenti, che non sono tra l’altro membri della CEDEAO – cioè Mauritania e Ciad – hanno formalmente sciolto il G5.

Il 2023 è stato l’anno della fuga di Parigi dal Sahel, dove nel picco delle sue operazioni militari aveva raggiunto le 5.500 unità. Un migliaio sono ora di stanza nel Ciad.

La loro cacciata è un fatto storico che permette a quei paesi di riprendere quel corso politico interrotto ben presto, e non per tutti, con la conquista della loro libertà formale, con la sola parziale eccezione dell’esperienza del Burkina Faso di Thomas Sankara.

Il combinato disposto neo-coloniale di occupazione militare, dominazione politica, sfruttamento economico ed assoggettamento culturale con cui l’Unione Europea, attraverso la Francia, ha imposto la propria supremazia al Sahel, è così definitivamente al tramonto.

E la strategia di de-connessione scelta dai tre paesi del Sahel conferma la cesura geo-strategica che si sta disegnando in Africa occidentale, dentro un mercato mondiale sempre più frammentato.

La formidabile intuizione di Samir Amin – il de-linking – diviene lo sbocco politico pratico dei paesi che riaffermano la propria sovranità popolare.

Fonte