Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/03/2023

Vite vendute (1953) di Henri-Georges Clouzot - Minirece

Francia - La Cassazione chiude alla vendetta sugli esuli italiani

La Cassazione francese ha confermato la decisione già presa dalla Corte d’Appello di Parigi di negare l’estradizione in Italia dei dieci ex militanti dell’estrema sinistra che nell’aprile 2021 erano stati arrestati su richiesta del “partito della vendetta”, e successivamente liberati. Il parere negativo della Cassazione sulle richieste di estradizione è dunque definitivo.

Le estradizioni erano state richieste dal governo italiano nel 2021: riguardavano Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori del movimento Lotta Continua; gli ex brigatisti Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio ed Enzo Calvitti; l’ex militante di Autonomia Operaia Raffaele Ventura; Luigi Bergamin dei Proletari Armati per il Comunismo e Narciso Manenti dei Nuclei armati per il Contropotere Territoriale.

Hanno tra i 62 e i 79 anni e vivono in Francia da almeno venticinque anni.

“È un immenso sollievo, sono veramente molto emozionata. Questa decisione della Corte di Cassazione rappresenta la vittoria del diritto a cui ho sempre creduto contro gli smarrimenti politici“. Ad affermarlo all’Adnkronos è Irene Terrel, l’avvocata francese di sette dei dieci ex militanti italiani fermati in Francia nell’ambito della cosiddetta operazione ‘Ombre rosse’ del 2021 commentando la decisione della Corte di Cassazione che respinge la richiesta di estradizione degli esuli politici italiani rifigiati in Francia.

“Questa decisione definitiva – sottolinea Terrel – si basa sul merito e sul fondo. Riconosce che il procedimento in contumacia come previsto in Italia viola l’articolo 6 e dall’altro perché viene violato l’articolo 8 sul diritto alla vita privata e famigliare, i principi fondamentali previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo come aveva affermato la Corte di Appello di Parigi. E’ la consacrazione giudiziaria del diritto di asilo e chiude un capitolo lungo 40 anni“, conclude Terrel.

“Cosa dovevano fare? Portare in Italia una persona di 75 anni per rieducarla? Una persona che da 50 anni vive in Francia e che conduce una vita del tutto diversa”, commenta l’avvocato Giovanni Ceola, legale italiano di Luigi Bergamin, uno dei dieci ex militante delle Pac per i quali la Cassazione francese ha confermato il rifiuto all’estradizione.

“Valuto positivamente questa decisione – ha aggiunto il legale, parlando con l’ANSA – ce l’aspettavamo, è un esito scontato. Lo stesso procuratore generale aveva chiesto il rigetto di un ricorso che era stato fatto solo perché chiesto dal presidente della Repubblica francese”. Quello di oggi, ha concluso, “è un verdetto che si basa sui principi della Corte europea”.

Alla base della decisione dei giudici francesi il fatto che molti degli arrestati erano stati giudicati in Italia in loro assenza, e non avrebbero avuto la possibilità di difendersi in un nuovo processo poiché la legge italiana non offre questa garanzia. Poi il tribunale ricordava ai colleghi italiani che i rifugiati vivevano in Francia da ormai 25-40 anni.

Questo significava una vita nuova familiare, sociale e lavorativa rompendo qualsiasi legame con l’Italia e la vecchia vita. Dunque per i giudici francesi la loro estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare. Tutte motivazioni già espresse nel giugno 2022 e che la Corte di cassazione considera oggi sufficienti e respinge quindi il ricorso.

*****

Fin qui la cronaca, riassunta da Osservatorio Repressione. Due considerazioni politiche vanno però a questo punto fatte.

Questa sentenza è un cazzotto in faccia a chi due anni fa ha voluto a tutti i costi “una retata nelle Rsa” (data l’età degli estradandi) pur di procurarsi una facile passerella televisiva in cui mostrare la propria ridicola “fermezza”. In primo luogo, dunque, a Mario Draghi e Marta Cartabia, protagonisti – non solitari – di questo naufragio giuridico. Nonché a Macron, che aveva azzardato un’inversione di rotta rispetto agli ultimi 40 anni.

Ma lo è anche per l’intera magistratura italiana, ormai da decenni formata sui binari dell'”emergenza” e quindi complessivamente priva di qualsiasi “sensibilità giuridica”, o attenzione alla sostenibilità logica delle norme in un quadro di “Stato di diritto”.

La “legge”, nell’interpretazione italiota del termine, coincide ormai di fatto con “la volontà del governante di turno”, in un delirio continuo di “strette” approntate ad hoc per dare lustro momentaneo ai ministri in carica, ma che poi restano a corrodere come un cancro ciò che resta dell’antica “civiltà giuridica” italiana.

Si possono fare decine di esempi, ma quello più chiaro riguarda Alfredo Cospito, rinchiuso in regime di 41bis – su decisione ancora una volta di Cartabia e del governo Draghi (Pd protagonista, insomma) – perché una Procura ha pensato bene di contestargli la “strage politica contro la personalità dello Stato” per un episodio (una bomba esplosa nella notte, vicino Cuneo, senza neanche un ferito e danni trascurabili) che in qualsiasi codice penale europeo viene trattato alla stregua di un reato minore.

Si segnala che la “strage politica”, che prevede come unica pena l’ergastolo “ostativo” (su cui peraltro pende un giudizio di incostituzionalità, visto che la pena dovrebbe mirare al “recupero del condannato”), non era mai stata contestata, neanche per Piazza Fontana, la Stazione di Bologna o le stragi di mafia. Che certo ebbero qualche “rilievo politico” più consistente dell’innocuo “petardone” di Fossano…

Va sottolineato inoltre che per l’unico “reato di sangue” per cui è stato condannato – il ferimento di un dirigente dell’Ansaldo Nucleare – Cospito ha già scontato per intero la pena. E probabilmente proprio la coincidenza temporale con il suo caso ha contribuito a convincere la Cassazione francese che i colleghi italiani siano ormai fuori dalla logica e dalla pratica giuridica, persi negli astratti furori della vendetta desiderata da politici senza altra qualità.

Del resto, la critica – francese ed europea – al modo italico di “fare le leggi” risale per l’appunto ad oltre 40 anni fa. Ricordiamo infatti che i combattenti della lotta armata espatriati in Francia vennero accolti proprio per due “consuetudini” dei giudici italiani che risultavano abnormi rispetto ai codici d’Oltralpe.

Il primo era il “concorso morale”, escamotage sbrigativo con cui qualsiasi azione armata poteva essere contestata a qualsiasi membro di una certa organizzazione, anche se non era presente o addirittura ne ignorava la preparazione. Con questo trucchetto da azzeccagarbugli in questo paese sono state condannate anche venti o trenta persone per qualcosa compiuto da quattro o cinque…

Il secondo, più formale, riguarda le condanne emesse in contumacia, ovvero al termine di processi in cui l’imputato non era presente (perché ancora non arrestato). E non sembra davvero un cavillo la considerazione per cui un imputato assente “si difende” decisamente peggio di uno presente...

In più possiamo aggiungere proprio la considerazione sulla “funzione della pena”. In ogni Costituzione democratica, e dunque anche nel codice penale nonché in quello carcerario, una condanna punta a “recuperare socialmente il reo”, chiunque esso sia (e non mancano certo alla magistratura gli strumenti per valutare questo processo nel corso di tutto il periodo di detenzione...).

Un “recupero” che nel caso degli esuli da 40 anni in Francia è ampiamente dimostrato dai fatti e che dunque rende “socialmente inutile” il rinchiuderli in carcere in attesa della morte.

Stando così le cose, la Cassazione francese ha semplicemente confermato la differenza fondamentale tra uno Stato di diritto e “la vendetta del governo”, considerando dunque l’attuale “cultura giuridica” italiana semplicemente irricevibile in un contesto civile.

E non stiamo certo parlando di uno stato “tenero” con gli oppositori politici. basta guardare come agisce la polizia nelle strade francesi, in questi giorni. Ma se c’è una possibilità di essere peggiori di tutti, non manca mai un governo italiano capace di cogliere l’occasione...

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Israele - La piazza ferma la riforma, Ben Gvir ottiene la sua milizia

Gerusalemme. Bibi perdente, Bibi ridimensionato, Bibi sempre più dipendente dalla destra estrema. La sospensione della seconda e terza lettura alla Knesset della riforma della giustizia per dare «tempo» a un esame allargato volto a «raggiungere un’intesa» annunciata ieri sera in diretta tv è per il premier e leader della destra israeliana una chiara sconfitta politica.

Appena qualche giorno fa Netanyahu escludeva di poter fermare l’iter avviato in parlamento nonostante le contestazioni dei partiti dell’opposizione e di una buona porzione di popolazione israeliana schierata contro il tentativo di ridimensionare il ruolo della Corte suprema. E aveva cacciato dal governo il ministro della difesa e suo compagno di partito (Likud) Yoav Gallant, colpevole di aver chiesto lo stop della riforma di fronte alle proteste emerse anche nelle Forze armate.

Poi dopo una notte, quella di domenica, di tensioni, blocchi stradali e scontri violenti tra dimostranti e polizia senza precedenti nella storia di Israele e al dissenso emerso nel Likud, Netanyahu ha dovuto fare marcia indietro e congelare la riforma. Ora maggioranza e opposizione sono chiamate a intavolare una trattativa per trovare un compromesso sulla giustizia accettabile dalle due parti. Non ci sono garanzie sul risultato.

Pronunciando in diretta tv alle 19:05 italiane un discorso atteso sin dal mattino, Netanyahu ha preso a prestito la Bibbia per citare le due mamme che rivendicano davanti Re Salomone lo stesso figlio e la scelta di una di loro che non vuole fare a pezzi il bambino. «E io non voglio fare a pezzi il popolo» ha detto per accreditare il suo presunto «senso di responsabilità nazionale».

«Non ci troviamo di fronte a nemici ma a fratelli. Non ci deve essere guerra civile» ha aggiunto non mancando poi di attaccare quella che ha definito «una minoranza di estremisti pronta a lacerare il paese, che usa violenza, appicca il fuoco, fomenta la guerra civile e fa appello alla disobbedienza».

Quindi, confermando che a condizionare la sua decisione più di ogni altra cosa è stata la disobbedienza annunciata da tanti militari, il premier ha proclamato che «Israele non può esistere senza esercito, la disobbedienza – ha sottolineato – è la fine del nostro Stato».

Infine, ha aperto al dialogo. «Ieri ho letto la lettera di (uno leader dell’opposizione) Benny Gantz che si impegna in un dialogo e lo faccio anch’io. C’è la possibilità di prendere tempo. Offro l’occasione per un dialogo, vogliamo fare gli aggiustamenti necessari».

L’ex premier centrista Yair Lapid si è dichiarato pronto a «dialogare» se, ha aggiunto, esso sarà «sincero e non ci saranno sorprese». Soddisfazione da parte del capo dello Stato Isaac Herzog che nelle settimane passate, per porre fine alla crisi e al caos, ha offerto formule di compromesso che la maggioranza ha sempre respinto.

Protestavano e allo stesso tempo festeggiavano ieri pomeriggio a Gerusalemme gli 80mila, giunti anche da Tel Aviv e altre città, che hanno occupato l’area intorno alla Knesset. I media al mattino avevano anticipato che Netanyahu avrebbe annunciato il congelamento della riforma e la contestazione si è trasformata nel raduno della vittoria.

Un successo reso più ampio dalla decisione dei vertici del sindacato Histadrut di proclamare uno sciopero generale che ha bloccato l’intero paese, incluse sanità, scuole e università. Paralizzato in parte l’aeroporto internazionale Ben Gurion dal quale per alcune ore non sono decollati aerei.

Su un palco improvvisato si sono alternati i principali leader dell’opposizione fra cui Lapid, Gantz e anche Avigdor Lieberman, leader dell’estrema destra laica da anni nemico giurato di Netanyahu. Due manifestanti antiriforma sono riusciti ad entrare alla Knesset e hanno urlato «Dimettiti, dimettiti» al ministro dell’istruzione Yoav Kish prima di essere bloccati e allontanati dalla sicurezza.

«Non ci fidiamo di Netanyahu e del suo governo. Siamo pronti a rilanciare le manifestazioni se (il premier) ripresenterà la sua riforma. La Corte suprema non si tocca» ci diceva ieri Ariela, una insegnante armata come gran parte dei manifestanti di una bandiera israeliana.

Per Shiri, una attivista ebrea dei diritti dei palestinesi «Sarebbe un errore grave considerare finita la crisi. Non può esserci democrazia senza la fine dell’occupazione militare e la libertà dei palestinesi» ci ha spiegato ribadendo lo slogan scritto sui cartelli esposti dai suoi compagni, una cinquantina, che sventolavano bandiere palestinesi.

Verso sera i sostenitori dell’estrema destra e del governo Netanyahu hanno preso il posto dei contestatori della riforma. Un fiume umano affluito in gran parte dalle colonie israeliane nella Cisgiordania palestinese occupata a bordo di decine di autobus. Il primo ministro ha atteso il dispiegamento delle sue truppe per pronunciare il discorso atteso per ore da tutto il paese.

Ma i giovani con il tipico look da khaluz (pioniere) dei coloni non erano lì per puntellare Netanyahu. Mai come ieri il premier è apparso così fragile, sconfitto dalla protesta contro la riforma e indebolito dalle imposizioni dell’estrema destra.

Il ministro della sicurezza nazionale, il suprematista Itamar Ben Gvir (Potere ebraico), ha minacciato ripetutamente di mettere fine al governo nato a fine dicembre. Netanyahu, che era riuscito a strappare al mattino il sì alla sospensione della riforma al ministro della giustizia Yariv Levin (del Likud, contrario allo stop), è stato poi impegnato per ore a placare Ben Gvir.

E pur di non veder crollare la maggioranza che dovrà salvarlo dai suoi guai con la giustizia, il primo ministro ha promesso al leader di Potere ebraico che il governo esaminerà al più presto la creazione di una Guardia Nazionale. La guida di questo nuovo corpo di sicurezza sarà affidata allo stesso Ben Gvir che oltre a comandare la polizia avrà sotto il suo controllo quella che deve considerarsi una milizia.

«Ben Gvir ha formato una milizia privata. Siamo alla trasformazione di Israele in una dittatura» ha commentato l’ex capo della polizia Moshe Karadi.

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[Contributo al dibattito] - Cosa c’è in ballo nello scontro tra Cina e Stati Uniti

di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios Editore, Trieste 2022, pp. 352, € 29,00

Lo scontro tra Cina è Stati Uniti è solo all’inizio. Si tratta di una complessa e inevitabile sfida sistemica dagli esiti quanto mai incerti. La Cina, per quanto rapidamente ascesa al rango di potenza mondiale, è ben consapevole di essere più debole del suo avversario e per questo non può e non vuole sfidare l’egemonia americana a livello planetario, per quanto essa risulti indebolita. E questo sia detto con buona pace degli antimperialisti d’antan, quelli che mai hanno elaborato fino in fondo il lutto per la scomparsa della vecchia Unione Sovietica e per questo immaginano un mondo multipolare in cui possa risplendere la stella del nuovo stato guida socialista. Ciò detto l’imperialismo è una questione quanto mai seria e gli esiti dello scontro tra Cina e USA saranno fondamentali per le sorti dell’umanità intera. Con buona pace, questa volta, dei puristi della lotta di classe per i quali l’unica cosa importante è lo scontro diretto tra borghesia e proletariato, concepito in una sorta di vuoto geopolitico generalmente privo di riferimenti alla dimensione bellica.

Questo è solo un piccolo assaggio, con l’aggiunta da parte nostra di un pizzico di pepe polemico, dal ricco ed elaborato piatto rappresentato dall’ultimo libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Si tratta di un testo in cui la geopolitica non è considerata come mero scontro tra potenze statuali ma è concepita come “economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo”, capace di tenere insieme contraddizioni inter-borghesi e di classe, competizione inter-capitalistica e crisi socio-politica. Strutture, strategie, contingenze è il sottotitolo del libro che esprime il tentativo di dare conto sia degli ineludibili meccanismi oggettivi che governano il nostro mondo a livello planetario sia delle istanze progettuali collettive che cercano di modificare il contesto di riferimento. Il tutto nell’ambito di un processo che rimane aperto a differenti esiti, benché essi non risultino certamente infiniti e indefiniti.

Partiamo dalle strutture.
Il sistema dollaro-centrico è in prima istanza una struttura costituitasi e consolidata nei decenni tra dinamiche concorrenziali inter-capitalistiche e lotte di classe nel quadro dell’egemonia mondiale statunitense. Serve a oliare e a “chiudere” il circuito internazionale della produzione di valore; non è dunque una pura escrescenza monetaria e finanziaria così come l’economia statunitense non è “vuota” di attività produttive detenendo ancora la leadership in molti settori a tecnologia avanzata, intrecciati alla ricerca e produzione di guerra, dall’informatica alle tecnologie della comunicazione, dall’industria della salute all’agro-industriale, ai brevetti e ai diritti di proprietà intellettuale. Siamo, piuttosto, di fronte alla forma assunta dalla riproduzione del capitale sociale complessivo nel quadro del passaggio alla sussunzione reale del lavoro1.
La centralità degli Stati Uniti assicura oggi la tenuta della riproduzione del sistema capitalistico a livello mondiale. La loro funzione è nel breve-medio periodo insostituibile secondo Sciortino. La cosiddetta globalizzazione, di cui gli Stati Uniti sono il perno, è la configurazione raggiunta dal mercato mondiale che rappresenta l’arena cruciale per l’estrazione e la realizzazione del plusvalore. Non si tratta di una semplice politica che si possa impunemente dismettere, con buona pace delle illusioni “sovraniste” di restaurare mercati autosufficienti a livello nazionale o regionale.

Il problema nasce dal fatto che l’attuale configurazione del sistema capitalistico non può prescindere neanche dalla Cina che negli anni si è ritagliata il ruolo di fabbrica del mondo con un bacino di forza-lavoro enorme e a basso prezzo. Le catene globali del valore, vera novità della globalizzazione di fine Novecento, passavano per la Cina, importatrice di semilavorati e assemblatrice di prodotti finali da rivendere sui mercati mondiali, principalmente nord-occidentali.

Questa struttura è in primo luogo minata da un’accumulazione sempre più asfittica su scala mondiale con la crisi storica della profittabilità nel ruolo di “variabile indipendente”. La globalizzazione è al palo con gli investimenti diretti esteri che da un decennio mostrano un trend discendente. Le catene globali del valore, dopo anni di tumultuosa crescita, sono in fase stagnazione e di riorganizzazione, con la tendenza a regionalizzarsi intorno ai tre hub statunitense, tedesco e cinese.

In questo contesto cresce l’insofferenza di attori rilevanti del sistema internazionale verso il prelievo operato dagli Stati Uniti sulle catene del valore globale. Prelievo sempre più oneroso e destabilizzante per il capitale nel suo insieme e per quello cinese in particolare. Tutto ciò acuisce la contraddizione tra l’ascesa dell’economia cinese, che ha fatto emergere una spinta in loco alla crescita dei salari e al reinvestimento dei profitti, e la dinamica della profittabilità nell’Occidente imperialista.

Come reagiscono Stati Uniti e Cina di fronte a questa impasse strutturale? E siamo così giunti alle strategie. In estrema sintesi la Cina si propone di risalire le catene del valore, posizionandosi su produzioni tecnologicamente più avanzate e più profittevoli, gli USA cercano di impedirglielo. Per gli Stati Uniti l’obiettivo è quello di
affrontare la Cina ma da posizioni di forza, giocando contestualmente su almeno tre piani: tecnologico (dalla guerra prevalentemente commerciale alla guerra tecnologica), strategico-militare (quadrante dell’Indo-Pacifico), diplomatico (nuove alleanze in funzione del contenimento anti-cinese)2.
Da un punto di vista economico non si tratta di rinunciare alla globalizzazione in nome di un rimpatrio massiccio di produzione in precedenza internazionalizzate. Strategia strombazzata dal presidente Donald Trump e sostanzialmente fallita nella sua versione massimalista, ma ancora perseguita nella sua forma limitata con riferimento a settori strategici come quello dei semiconduttori. Si tratta in sostanza di perseguire un decoupling selettivo della Cina e cioè “un disaccoppiamento relativo all’innovazione tecnologica, in particolare digitale, agli standard, all’accesso a dati e conoscenze, all’afflusso di capitali nei settori sensibili”3 con l’obiettivo di bloccare la rincorsa cinese e cristallizzare la vigente divisione internazionale del lavoro, ribadendo la dipendenza cinese contro ogni tentativo di sganciamento dal dollaro e dalla finanza statunitense.

La strategia cinese, come anticipato, mira a una risalita nelle catene del valore.
Quindi, in prospettiva, non più solo merci cinesi esportate, per lo più a contenuto tecnologico medio-basso, ma penetrazione lungo le reti commerciali (accordi regionali di libero scambio, in primis in Asia orientale), infrastrutturali (Nuove Vie della Seta), tecnologiche (reti 5G, Via della Seta Digitale), finanziarie e monetarie (internazionalizzazione del renminbi yuan, moneta digitale, futures sulle materie prime), nonché politiche e militari4.
Il governo cinese, valutando i rapporti di forza, non punta in questa fase a un decoupling di marca cinese, ma a ricavare, fino a quando sarà possibile, margini maggiori di azione su tutti i piani perché la sua strategia prioritaria finalizzata al recupero del ritardo tecnologico impone di non farsi escludere dal mercato mondiale. La Cina, insomma, è ancora in mezzo al guado, perché deve sciogliere nodi tutt’altro che secondari come la produttività calante, l’indebitamento crescente, la bolla immobiliare e il difficile accesso alle tecnologie più avanzate. Si pensi, solo per prendere uno dei tanti esempi contenuti nel libro di Sciortino, al già citato settore dei semiconduttori, comparto al centro dell’innovazione digitale nell’hardware e cuore della produzione odierna sia dei mezzi di produzione sia dei beni di consumo, rispetto al quale la Cina soffre un ritardo calcolato in una decina di anni.

Il quadro sommariamente descritto deve tener conto di un’altra variabile fondamentale e cioè la tenuta del fronte interno di entrambi i contendenti. Bisogna, in altri termini, considerare la lotta di classe, latente o esplicita che sia. Sciortino sostiene che la Cina dell’ultimo decennio si è riproposta come la patria della lotta di classe in una fase storica in cui questa è quasi scomparsa nella sua forma manifesta nel resto del mondo e in particolare in Occidente.

La Cina post-rivoluzionaria era un paese prevalentemente contadino che, a partire dalle riforme di Deng Xiao Ping, ha registrato un massiccio afflusso di manodopera nelle città industriali. Ciò si è dato in un primo momento nella forma della semi-proletarizzazione dei contadini, caratterizzata da una divisione di genere e generazionale all’interno delle famiglie dei piccoli coltivatori, con donne non sposate e giovani a lavorare nelle fabbriche e genitori di mezza età impegnati nelle coltivazioni. Questo ha determinato un sorta di ammortizzatore sociale per il nuovo proletariato e al tempo stesso ha contribuito a mantenere basso il costo del lavoro. Un meccanismo sempre meno efficace con il passare delle generazioni. La conflittualità operaia (e non solo) è alla fine esplosa. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, dal 2006 al 2017 la Cina è il paese che ha avuto il più rapido incremento salariale al mondo.

Ma non è tutto. Abbiamo assistito alla classica dialettica tra lotte operaie e sviluppo capitalistico, oramai scomparsa nel mondo nord-occidentale. Insomma, il conflitto di classe è stato uno degli elementi determinanti che ha spinto la dirigenza cinese a perseguire una sorta di compromesso socialdemocratico che, per essere sostenibile, necessita di quella risalita nelle catene del valore di cui abbiamo già parlato. Si tratta dell’unica strategia in grado di catturare una quota maggiore di plusvalore prodotto, da sottrarre alle corporation economico-finanziarie imperialistiche e da redistribuire almeno parzialmente, per esempio creando forme di moderno welfare state, senza bloccare l’accumulazione del capitale cinese. Se questa strategia fallisce è la stessa tenuta sociale della società cinese a essere messa in serio pericolo. Per questo il paese asiatico sta affrontando una sfida esistenziale da cui non si può sottrarre.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti siamo lontani anni luce dalla coesione sociale alla base del consenso pro Guerra Fredda, incrinato ma non rotto dalla vicenda Vietnam e dai conflitti sociali di quegli anni e poi ricostituitosi in nuove forme nel decennio reaganiano. Essendo il cuore di quel consenso, pur percorso da forti conflitti, la prospettiva di ascesa sociale delle classi lavoratrici e medie. Proprio il fattore oggi latitante negli States – scossi da una polarizzazione sociale non facilmente ricomponibile5.
Negli Stati Uniti negli ultimi anni la lotta di classe è stata surrogata dalla mobilitazione neopopulista in cui i ceti medi in declino hanno preso parola al posto del proletariato, ma con una significativa partecipazione di quest’ultimo. Con una nuova crisi economica che si affaccia le due classi potranno tornare a divaricarsi e i temi più squisitamente sociali verranno in primo piano. Le dinamiche che si annunciano saranno tutt’altro che lineari, ma di certo stanno venendo meno due condizioni che hanno fatto da calmiere sociale rispetto al giro di vite sul salario causato dalle delocalizzazioni avviate alla fine degli anni Settanta: il minor costo delle merci di largo consumo prodotte in Cina e il denaro facile che, grazie alla finanziarizzazione, ha consentito di aggirare momentaneamente la caduta degli stipendi. Insomma, anche negli Stati Uniti la tenuta sociale non può essere data per scontata, soprattutto se venisse meno il prelievo forzoso di valore che il sistema dollaro-centrico della globalizzazione gli assicura.

Per tutti i motivi qui brevemente riassunti, ma esposti con dovizia di particolari nel testo di Sciortino, la conflittualità tra Cina e Stati Uniti è destinata ad acuirsi e può portare fino a uno scontro bellico. La guerra in Ucraina può essere considerata già una prima fase di questa escalation per altro già evidente nel caos geopolitico ingenerato dagli Stati Uniti ovunque si estendono le Vie della Seta. Ma la vera linea rossa è rappresentata da Taiwan cui la Cina non può rinunciare sia per ragioni ideologiche sia per motivi strettamente materiali:
dal Mar Cinese Orientale a quello Meridionale, in mezzo Taiwan – Washington di fatto circonda l’avversario con un dispositivo militare variegato e potente, da un lato, e con un consolidato sistema di alleanze che risale al secondo dopoguerra, dall’altro … [I]l punto critico per Pechino è il rischio di un blocco dei colli di bottiglia nel Mar Cinese Meridionale – ricco di risorse energetiche e del 10% del pescato mondiale – dove transitano un terzo del commercio marittimo mondiale, due terzi degli scambi Cina-mondo e un terzo delle forniture di greggio alla Cina6.
L’eventuale proclamazione dell’indipendenza di Taiwan, fomentata dagli Stati Uniti, porterebbe inevitabilmente ad un intervento cinese. Si tratterebbe di una replica della provocazione ucraina nei confronti della Russia, con conseguenze davvero imprevedibili.

Quali sono, in conclusione, i possibili esiti dello scontro sino-americano? Il libro recensito ne elenca tre. O forse sarebbe il caso di dire due, perché il primo menzionato da Sciortino, il multipolarismo, può rappresentare a suo giudizio al massimo una fase transitoria, come storicamente è sempre stato nel modo di produzione capitalistico, annuncio di un’aspra competizione inter-capitalistica. Una seconda possibilità è quella di un crollo della Cina che potrebbe anche portare, come esito estremo, al suo smantellamento come stato unitario. Si tratterebbe per Sciortino dello scenario peggiore perché darebbe fiato ad ulteriori decenni di dominio imperialista.

Su questo punto occorre essere chiari e ribadire quanto già accennato nell’apertura di questa recensione. A partire dalla valutazione appena riportata, infatti, qualcuno potrebbe avere la tentazione di utilizzare alcune delle analisi contenute nel testo di Sciortino per sostenere una sorta di frontismo filocinese. Ma non è questa la posizione dell’autore che non crede né alla via cinese al socialismo né alla sua possibile vittoria. La Cina altro non è che un capitalismo più debole nei confronti del suo antagonista statunitense, costretto a lottare per non soccombere. Dati i rapporti di forza, è questo il punto dirimente, il gigante asiatico “non può vincere, ma può resistendo contribuire all’approfondimento delle contraddizioni sistemiche (il che peraltro non è certo nelle intenzioni di Pechino, a scanso di fraintendimenti filocinesi)”7.

E così arriviamo al terzo scenario.
Quello di un lungo processo di disarticolazione sistemica che condurrebbe o verso una situazione di caos e “barbarie” dai contorni oggi difficilmente immaginabili, ma potrebbe altresì porre le basi per una fase di transizione a un’organizzazione sociale non capitalistica tra crisi, guerre, rivoluzioni, nella quale si giocheranno le alternative di fondo, a questo tornante della storia, non tanto per questa o quella comunità nazionale (del capitale) quanto per la presenza della comunità umana nel mondo8.
A tal fine l’approfondimento della crisi globale è una condizione necessaria ma non sufficiente perché occorrerebbe mettere in campo forze collettive con adeguate volontà e strategie. Ma qui è la contingenza, apparentemente poco propizia, a farla da padrona.
Qui l’impasse della soggettività è tutta da rielaborare. E richiederebbe ... un bilancio del movimento storico del lavoro salariato nei suoi tentativi di emanciparsi dall’abbraccio del capitale, e dunque da sé stesso, che riallacciando il filo del tempo all’altezza degli attuali nodi possa aiutare a chiarire la posta in palio delle lotte a venire (forse meno lontane di quanto si creda)9.
La questione su quale sia il tipo di soggettività all’altezza dei tempi è appena accennata in queste righe conclusive del volume. Emerge comunque l’esigenza di uno scarto significativo rispetto ai soggetti collettivi che si sono affacciati fin qui sul proscenio della storia, ancora troppo legati al proprio ruolo nell’ambito della produzione e riproduzione capitalistica, quasi che il comunismo potesse essere concepito come una generalizzazione democratica ed egualitaria del lavoro salariato. Mentre, verrebbe da dire utilizzando un linguaggio alquanto enfatico, avremmo forse bisogno di soggettività apocalittiche, in grado di negare sé stesse e nascere a nuova vita attraversando le rovine del nostro mondo. Tornando a toni più prosaici, si può affermare che non sarà il Partito Comunista Cinese a salvarci dalla catastrofe perché esso, nelle condizioni date, ha tutto sommato il ruolo di garantire un esito progressivo alla dialettica tra capitale e lavoro. Un tipo di dialettica che, se sono corrette le analisi di Sciortino, risulta oramai sfiancata a livelle planetario. E che, anche in Cina, inizia ad avere il fiato corto.

Note

1) Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios Editore, Trieste 2022, p. 29.

2) Ivi, p. 88.

3) Ivi, p. 90.

4) Ivi, 224.

5) Ivi, p. 80.

6) Ivi, p. 318.

7) Ivi, p. 441.

8) Ivi, p. 348.

9) Ivi, p. 350.

Fonte

La memoria del lato cattivo

di Luca Cangianti

Filippo Kalomenìdis, Collettivo Eutopia, Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno. Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi, D.E.A., 2022, pp. 212, € 20,00.

Nel giugno del 1945, a un paio di mesi dalla Liberazione, comparve un opuscolo intitolato I nostri martiri. Si trattava di una pubblicazione del Movimento comunista d’Italia, una formazione partigiana eretica, esterna al Comitato di liberazione nazionale, nota anche con il nome di Bandiera Rossa, la testata del proprio giornale. Nonostante questi partigiani costituissero il gruppo armato più numeroso della Resistenza romana, il Partito comunista li definiva «delinquenti», «trotskisti» e addirittura «oggettivamente» collusi con il nazifascismo. Il motivo? Bandiera Rossa utilizzava la pratica dell’esproprio ai danni dei fascisti e dei borsari neri, e si batteva per instaurare un comunismo dai tratti consiliari, piuttosto che una democrazia borghese rispettosa delle sfere d’influenza alleate e sovietiche. I suoi militanti inoltre non erano intellettuali crociani come molti esponenti del Pci, ma semplici proletari di borgata, cui era spesso capitato di salire i famosi gradini del carcere di Regina Coeli.

Nell’introduzione a quelle pagine si affermava che la pubblicazione non voleva “essere né un necrologio né un banchetto funebre” e che il martirio dei compagni nei mesi di lotta al nazifascismo “non è il principio di una fine ma assume per noi l’inizio di una realtà avvenire”. Insomma, la memoria era al servizio della speranza e della lotta per un mondo migliore.

Leggendo Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno di Filippo Kalomenìdis e del Collettivo Eutopia, mi è tornato in mente quell’umile e folgorante libretto partigiano, pieno di sangue e di sofferenza, ma scevro da ogni vittimismo. Gli autori e le autrici di Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno, infatti, danno voce a cinquanta “devianti”: militanti rivoluzionari, combattenti armati, migranti, omosessuali, transessuali, reclusi di carceri, lager psichiatrici e per stranieri. Si inizia nel 1969 con il “malore attivo” del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, accusato della strage del 12 dicembre cui risulterà assolutamente estraneo. Si continua con gli immigrati uccisi da sicari ingaggiati da imprenditori agricoli, abbattuti dalle forze dell’ordine, trucidati da “normali” cittadini italiani o da un macchinario industriale. Viene poi il turno dei militanti politici, armati o meno che fossero, anarchici, comunisti o semplicemente presenti a una manifestazione: «Sono morta a diciott’anni / ma sono viva, / la festa deve ancora cominciare», recitano i versi dedicati a Giorgiana Masi. Sfilano a seguire le vittime del patriarcato: donne incendiate dai propri compagni, sparate dai propri padri. E infine transessuali, tossicodipendenti, matti e suicidi. È un’umanità che soffre, che ha subito violenze indicibili, ma che non viene mai privata della propria soggettività, vittimizzata. Gli autori e le autrici del testo restituiscono dignità a queste vite, senza abiure e dichiarazioni d’innocenza. Gli strumenti utilizzati sono quelli della poesia, della prosa poetica e del racconto. Perfino le note biografiche sono pienamente interne al progetto artistico brillando di spunti epifanici e lirici.

Émile Durkheim affermava che la devianza è un’anticipazione della morale dell’avvenire. Nel caso delle cinquanta vite che Kalomenìdis e il Collettivo Eutopia offrono alla nostra lettura, si tratta di un estratto della storia oscura e rimossa di questo paese. Si tratta di una guerra agli ultimi, fatta di massacri, di tortura e di repressione. Solo assorbendo empaticamente tutto questo dolore – aprendo cuori e menti – potremo aspirare a un avvenire di riscatto e di giustizia. In fondo, come notò anche Marx, “È, il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia”.

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TikTok e la guerra USA alla Cina a colpi di Santa Inquisizione

Bloccata la nave di Banksy: “salva troppe vite!”

Un governo reazionario non necessariamente deve essere anche stupido. Ma quando lo è, incontrovertibilmente, la realtà si incarica di mostrarne – moltiplicata – la miseria agli occhi di tutto il mondo.

Nel bel mezzo di una autentica ondata di barchini e gommoni stracarichi di migranti in fuga da tutto (guerre, siccità, desertificazione, fame, vessazioni, ecc.), con i mezzi della Guardia Costiera e della Marina Militare in seria difficoltà davanti al numero di salvataggi da effettuare su un vasto braccio di mare, “autorità italiane” non meglio specificate hanno bloccato una nave ong nel porticciolo di Lampedusa perché avrebbe operato “salvataggi multipli”.

Il riferimento – di sedicente “legalità” – è alla recente norma approvata dal governo Meloni che obbliga le navi civili ad operare un solo salvataggio alla volta, dirigendosi poi nel “porto sicuro” indicato dalle stesse “autorità italiane” e quasi sempre collocato a centinaia di chilometri dal Canale di Sicilia o dalle coste calabresi.

Un modo neanche troppo nascosto di scoraggiare l’attività di salvataggio, costringendo queste navi a lunghi ed inutili viaggi, con aumento dei costi per gli armatori e dello stress per i naufraghi.

Per sovrapprezzo, ritenendo forse l’accusa di “salvataggi multipli” troppo impresentabile agli occhi di persone dotate di senno, le “autorità” hanno pensato bene di aggiungerci quella di complicare il coordinamento dei soccorsi “sovraccaricando le linee telefoniche del Centro nazionale di coordinamento”.

Fa un po’ ridere, e anche incazzare, in pieno terzo millennio, l’immagine di coordinatori alle prese con “linee telefoniche sovraccariche” come forse avveniva ai tempi in cui il collegamento al numero chiamato veniva fatto manualmente dalle centraliniste...

E giustamente l’equipaggio di una seconda nave “sotto osservazione” – la Ocean Viking, di Sos Mediterranée – ironizza ricordando che questo stesso presunto “eccesso di comunicazione” veniva pochi anni fa considerato un merito, perché consentiva di ridurre al minimo i tempi dei soccorsi.

Ma veniamo alla nave bloccata a Lampedusa. Perché qui cade qualsiasi “narrazione coatta” dei pifferai di governo.

Per somma sfortuna di Meloni & co. si tratta della Louise Michel, finanziata ed istoriata da Banksy, l’ignoto artista “di strada” che tutto il mondo conosce e apprezza, disputandosi le sue opere “trasportabili” a suon di milioni...

Dunque tutto il mondo, analfabeti inclusi, sa a questo punto che l’Italia è governata da un gruppo di reazionari che considera un “reato” – o comunque un’infrazione grave “alle regole” – salvare troppa gente in mare.

Normalmente, per questo, dovunque si dà un premio sia pure simbolico come una medaglia. Qui ti intimano di non lasciare il porto fin quando le “autorità” non ti daranno il permesso, magari consigliandoti di “non provarci più”.

La “regola” inventata dai furbissimi legislatori improvvisati per diradare la presenza di navi “indesiderate” si ritorce insomma contro i suoi inventori. Come fai a spiegare al mondo che “salvare troppe vite” non va bene? Come fai a presentarti come un campione e giudice di “diritti umani”?

È come ammettere – nemmeno troppo indirettamente – che tu ti muovi intenzionalmente perché di vite se ne salvino un po’ di meno. Ossia che ci siano più morti, tra quei disgraziati che sono stati costretti a scegliere tra una morte probabile in mare e una pressoché certa nel luogo da cui sono partiti.

Insomma, alla domanda che Giorgia Meloni aveva coattescamente posto ai suoi critici in Parlamento – «volete dire che ci sono uomini delle forze dell’ordine che non salverebbero bambini perché avrebbero queste indicazioni dal governo?» – le “autorità italiane” che hanno bloccato la Louise Michel in porto hanno risposto con i fatti: “sì, è proprio così, non vogliamo che ne vengano salvati troppi”.

Perché queste sono “le indicazioni del governo”, addirittura scritte in alcune “leggi”.

Un governo reazionario non deve necessariamente essere anche stupido. Ma siamo costretti a ricordare che il partito di Giorgia Meloni, e lei stessa più di altri, quando stavano alla (finta) opposizione proponevano come soluzione all’immigrazione disperata (“clandestina” non ci viene proprio...) “il blocco navale”.

In sei mesi di governo deve aver intuito che non è possibile fare qualcosa che almeno lontanamente ci somigli. A meno di non mitragliare direttamente barchini e gommoni... Insomma, era una chiacchiera da osteria, buona per acchiappare voti alticci, non una cosa seria...

E così si sta dimostrando per l’altro grande tormentone che sgorga dalle gole di governo: “impedire le partenze”.

Siete il governo, avete tutti gli strumenti. Provateci...

Cosa fate? Andate a Tunisi a impedire, voi (la guardia costiera o la marina militare italiana), che quelle bagnarole bucate prendano il mare? Ah, non si può, è uno stato sovrano...

Andate a Tripoli a fare qualcosa di simile? Ah, non si può, c’è un accordo (e un finanziamento, oltre all’invio di navi) col governo locale riconosciuto dall’Unione Europea. E poi il capo della guardia costiera libica – Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija – è anche il capo degli scafisti, e di solito lo ospitiamo nelle nostre basi militari...

Allora si potrebbe andare nell’altra mezza Libia, quella di Bengasi. Ah, non si può fare, con Haftar stanno i francesi, i russi e chissà chi altro. Meglio non sfruculiare...

Resta ancora l’Egitto... Ma, ah, non si può fare. Stiamo trattando con Al Sisi un bel po’ di gas, tanto che neanche gli chiediamo più degli assassini di Giulio Regeni...

Finito il giro resterebbe la Turchia. Ma che scherziamo! È membro della Nato e insieme all’Unione Europea gli diamo 3 miliardi di euro l’anno perché si tenga – o provi a farlo – centinaia di migliaia di profughi provocati dalle “nostre” (euro-atlantiche) guerre in Siria, Afghanistan, Iraq, ecc. Rischiamo che Erdogan apra completamente i rubinetti...

Questo fa di un governo reazionario un governo senza cervello e perciò pericoloso.

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“Se Cospito vuole morire allo Stato va bene così”

Il tribunale di sorveglianza di Milano ha rigettato l’istanza della difesa di Alfredo Cospito e dunque il militante anarchico resta al 41 bis nel reparto protetto del San Paolo di Milano.

Nel provvedimento i giudici di sorveglianza rigettano l’istanza “di differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare”, presentata dalla difesa, “e quella di collocazione permanente nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo di Milano“, proposta invece dalla Procura generale.

Anche per il Tribunale di sorveglianza di Sassari Alfredo Cospito deve restare al 41 bis nel reparto protetto del San Paolo di Milano.

I giudici hanno respinto la richiesta di differimento pena in arresti domiciliari presentata per gravi motivi di salute dagli avvocati difensori, Maria Teresa Pintus e Flavio Rossi Albertini.

Le due decisioni – di fatto identiche – non sono peraltro sorprendenti. La “sorveglianza” è il gradino più basso nella gerarchia della magistratura italiana, e sarebbe stato davvero sorprendente che fosse questo livello a mettere in discussione le sentenze già emesse dalla Cassazione, nonché la decisione del ministro della giustizia, che avevano confermato il 41bis per l’anarchico.

Dunque Alfredo resta per ora in ospedale, ma pur sempre in regime di 41bis (insomma: senza colloqui, senza libri, senza nulla, ecc).

Non è infatti sorpreso l’avvocato Flavio Rossi Albertini, che aveva presentato l’istanza. «La cosa che lo fa più arrabbiare è relativa alla consegna dei libri sono tre settimane che ha chiesto un libro di Borges e ancora non glielo hanno dato. Al 41 bis la cosa che è meno salvaguardata è il diritto allo studio, alla lettura, alla crescita morale e culturale del detenuto».

Definisce l’esito «scontato» e «un passaggio obbligato», «non confidavamo in alcun modo in questa iniziativa», ma questa sentenza fornisce l’occasione per il ricorso alla Corte europea dei diritti umani.

Da questo punto di vista la sentenza della sorveglianza di Milano offre probabilmente argomenti insperati.

I magistrati hanno voluto infatti stigmatizzare “la strumentalità della condotta che ha dato corso alle patologie oggi presenti” che sarebbe “assolutamente certa“.

Peggio ancora: per la condizione sanitaria di Cospito “non si palesa neppure astrattamente confliggente con il senso di umanità della pena, avuto riguardo alle condizioni oggettive del detenuto“.

Condizioni “che, certamente precarie e a grave rischio, sono il frutto di una deliberata e consapevole scelta e attraverso l’ubicazione nel reparto ospedaliero dove si trova possono essere monitorate nel modo più attento“.

Alfredo Cospito “è continuamente informato dai sanitari degli elevati rischi per la propria salute“ a quali “si espone nel proseguire l’attuale regime dietetico; inoltre quotidianamente e reiteratamente i sanitari gli propongono un protocollo di rialimentazione dopo il digiuno prolungato che però egli, altrettanto reiteratamente, rifiuta coscientemente“.

In pratica, è come se il Tribunale di Sorveglianza dicesse: “se vuole morire, che muoia pure; lo sciopero della fame non è che un ricatto strumentale per ottenere decisioni diverse da parte dello Stato”.

Un argomentare che può sembrare sensato a qualche fascista ubriaco, ma che va contro la storia di una forma di lotta pacifica che ha segnato la storia mondiale del dopoguerra.

Anche senza ricordare l’uso fattone dal Mahatma Gandhi – perché la Gran Bretagna se ne andasse dall’India, cosa che certamente il governo di Elisabetta II “non voleva” – basterebbe probabilmente ricordare la lunghissima sequenza di (semi-finti) scioperi della fame di Marco Pannella e dei radicali per supportare le battaglie per il divorzio e l’aborto (che certo i governi democristiani “non volevano”). Oppure per ottenere spazi mediatici, soprattutto televisivi, decisamente sproporzionati alla loro consistenza organizzativa ed elettorale.

Ogni volta che qualcuno ricorre allo sciopero della fame (o ad altre forme di lotta) cerca di ottenere qualcosa che la controparte non vuole concedere.

I magistrati, invece, tendono a qualificare lo sciopero della fame come una forma di “estorsione”, un voler forzare la decisione politica “sovrana” dell’esecutivo e delle istituzioni.

Sembrano perciò ignorare i fondamenti stessi della democrazia parlamentare borghese, che formalmente riconosce il diritto a far pesare interessi e posizioni diverse da quelle della maggioranza, purché espresse in forme “pacifiche”.

E più innocuo dello sciopero della fame, davvero, non c’è nulla. Il “contrastante” lo Stato, infatti, fa del male soltanto a se stesso, ovviamente per ottenere un’attenzione – e decisioni – che altrimenti non verrebbero fuori.

È la normalità della differenza sociale, insomma. Ma a questi magistrati – come all’attuale governo (e a quello Draghi, che aveva deciso il 41bis per Cospito) – sembra “intollerabile” e quindi meritevole della morte.

Non c’è dubbio che la Corte Europea avrà molto materiale su cui esercitare la propria attenzione...

Sempre che una sua decisione arrivi in tempo. Alfredo è in sciopero della fame ormai da 20 ottobre scorso. E per quanto grande possa essere la sua capacità di tenuta fisica, siamo ormai da tempo in zona rischio...

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