Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/05/2025
Pechino sostiene Gaza ma è prudente con Israele
Pechino ha ribadito attraverso il suo ministero degli esteri il pieno sostegno ai palestinesi di Gaza e riaffermato l’appartenenza della Striscia al territorio della Palestina.
Allo stesso tempo la Cina evita di andare allo scontro frontale con Israele per interessi economici e strategici. Ce lo spiega nella sua corrispondenza da Shanghai l’analista e giornalista Michelangelo Cocco, collaboratore di Pagine Esteri.
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Venezuela - Vince il chavismo, per la destra “ha vinto l’astensione”
“Ganó la paz”. Ha vinto la pace. Più che uno slogan, un sospiro di sollievo, e i polmoni che si riempiono – di impegno e di allegria – prima di riprendere la corsa: verso una nuova tappa da raggiungere per consolidare un progetto di paese che dura da 26 anni. Oggi più che mai, per il chavismo, in Venezuela, le elezioni non sono solo un esercizio democratico – della democrazia partecipata e protagonista definita dalla costituzione bolivariana del 1999 – ma un atto di “autodeterminazione e resistenza”. E i risultati di queste ultime – parlamentari, regionali e dei consigli legislativi regionali – che si sono svolte il 25 maggio, e che hanno dipinto di rosso la quasi totalità della cartina geografica, sono la conferma che il popolo venezuelano non vuole cedere ai ricatti e alle imposizioni dell’imperialismo e continua a costruire il proprio destino, nel segno del socialismo del secolo XXI.
Dando al governo di Nicolas Maduro, al PSUV e all’alleanza del Gran Polo Patriottico un mandato pieno e rinnovato, questo voto è una forte indicazione politica e simbolica: mostra la volontà di approfondire le conquiste sociali, rafforzare l’indipendenza economica e consolidare il potere popolare; dice al mondo che un’alternativa all’egemonia capitalista è possibile e necessaria, e che la speranza risiede nella resistenza dei popoli. In questo senso, il Venezuela si può considerare “una minaccia inusuale e straordinaria”, da distorcere e sanzionare.
“Siamo gente che risolve”, è stato il fortunato slogan di campagna, ideato dal PSUV e dai partiti del Gran Polo Patriottico: più che un semplice cartello elettorale, un’alleanza tattica, che dà per scontata la ricerca di unità nella diversità. Gente semplice, in camicia rossa, di quella che è facile guardare con sufficienza come si guarda passare tutti i treni, ma “gente che risolve”, come ha “risolto” a suo favore la contesa con l’opposizione, conquistando 23 dei 24 stati del paese.
Lo Stato di Cojedes, dove ha vinto un leader dell’opposizione, è rimasto un puntino solitario nella cartina tinta di rosso. Subito, però il presidente Maduro ha telefonato per congratularsi e per offrire collaborazione, come aveva fatto dopo le elezioni del 2021 con i governatori che avevano vinto a Barinas, Nueva Esparta e Zulia, oggi riconquistate. Si è tinta di rosso anche la Guayana Essequiba, il nuovo stato la cui esistenza è stata approvata con referendum l’anno passato, e che ora ha il suo governatore chavista e 8 deputati. Un’usurpazione, secondo gli Stati Uniti e i loro alleati che sostengono, in un inedito quanto peloso afflato “anticolonialista” il governo di Guyana, che ha permesso alle sue multinazionali di perforare la zona contesa con il Venezuela, e al Comando Sur di penetrare per proteggerle con la sua flotta. Una disputa secolare che il governo bolivariano tenta da anni di risolvere appellandosi al diritto internazionale basato sulla Carta di Ginevra, ma che non ha peso di fronte ai mastodontici interessi che si trovano in questa zona ricchissima di risorse.
Il numero di parlamentari ottenuto a livello nazionale – 256 sui complessivi 285 – consente al chavismo il raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea nazionale (AN), e spiana la strada alle trasformazioni progettate. Il capitolo più importante riguarda la proposta di riforma costituzionale, che verrà presentata all’apertura dei lavori della nuova AN, che si installerà il 5 gennaio del 2026.
Forte anche il voto femminile, che riflette la massiccia presenza delle donne alla direzione di tutti gli organismi popolari. A loro, e alle 5 governatrici elette, ha reso omaggio il capitano Diosdado Cabello, vicepresidente del PSUV, a nome del presidente della repubblica, durante la conferenza stampa settimanale di bilancio del partito.
In quasi tutti gli stati, il chavismo ha aumentato il numero di voti, per un totale di oltre 5 milioni, oltre un milione e trecentomila voti in più del 2021. La percentuale si è ridotta solo negli Stati di Barinas, Carabobo, Merida e Tachira, dove comunque l’opposizione resta forte e i conflitti per il controllo del territorio, accesi. Un numero che potrebbe comunque aumentare, considerando che manca ancora il voto delle popolazioni indigene che andranno alle urne, secondo le proprie norme, il 1° di giugno.
All’appuntamento elettorale del 25 maggio, si sono presentati oltre 6.000 candidati, appartenenti ai 54 partiti politici di ogni orientamento, per occupare i previsti seggi dell’Assemblea Nazionale (più gli 8 dell’Essequibo), oltre ai 24 governatori e ai legislatori regionali. A destra, sono state due le coalizioni principali a presentarsi, Alianza Democrática e UNT-UPV, insieme con la Red Decide de Henrique Capriles. Tuttavia, era presente anche un’ampia offerta di candidature indipendenti che non si identificavano nelle coalizioni principali e che hanno ulteriormente frammentato il quadro politico dell’opposizione.
Chi invece ha immediatamente preso a cantare vittoria è l’estrema destra di Maria Corina Machado, che ha fatto campagna per il boicottaggio elettorale, e che ora pretende avocare a sé una presunta vittoria dell’astensionismo, dichiarando che “oltre l’85% dei venezuelani ha disobbedito al regime e ha detto no”. Numeri che stridono rispetto agli stessi dati usati come argomento contro il governo. Primo fra tutti, quello dell’immigrazione che, se si prende per buona l’assenza di 4 milioni di persone dal registro elettorale, incide sulle cifre proclamate, peraltro senza considerare né il tasso di astensione “fisiologica” esistente in questo tipo di elezione non presidenziale, né la semplice disaffezione alla politica, né altri fattori di ordine concreto, come un trasferimento di residenza non registrato, tutt’altro che rari in Venezuela.
La partecipazione al voto è stata di quasi il 43% degli avanti diritto, circa 21 milioni su una popolazione di oltre 29 milioni. Di certo, come ha dimostrato il secondo posto ottenuto dal candidato-fantoccio di Machado alle elezioni presidenziali del 28 luglio, l’estrema destra ha guadagnato terreno in quella zona grigia, indifferente o delusa, riflesso di un’egemonia che impera a livello globale e che attecchisce anche nei settori popolari.
Ma è altrettanto evidente che il chavismo non solo resiste nel suo zoccolo duro, ma guadagna terreno anche fra i più giovani, grazie a una politica intelligente e dinamica di articolazione con nuovi movimenti popolari, come il Movimento Futuro o il Movimento Verde, e grazie alle sue incursioni “gramsciane” (non sempre gradite ai militanti più radicali) nei settori di classe media, imprenditoriali o in quelli religiosi. Dopo 26 anni di piazze e di governo, la presenza del chavismo come sperimentata forza nazionale, popolare e fuori dagli schemi, è indubbia.
È altrettanto indubbio che, a differenza dell’estrema destra, che ripete le peggiori ricette neoliberiste in base al dettato dei propri padrini occidentali, il socialismo bolivariano ha un piano di governo, sia a livello territoriale che nazionale, e si presenta unito malgrado il dibattito, anche acceso, che anima le sue sedi politiche a tutti i livelli. E se i problemi da risolvere sono tanti, anche l’aspettativa dopo queste elezioni è tanta. Dove andrà a parare con i suoi “esperimenti” il laboratorio bolivariano? Per capirlo non servono i paraocchi occidentali, né inventarsi uno schemino appena adattabile ai mal di pancia di casa nostra.
Intanto, questa vittoria non è il risultato del boicottaggio dell’estrema destra, maestra a ogni latitudine nel costruire trappole e boomerang, ma di poco costrutto. È il frutto di un lungo lavoro e di una direzione politica che si è trasferita nelle strade e nelle piazze per accelerare la “nuova epoca di transizione al socialismo”: con oltre 100.000 assemblee popolari, con un parlamentarismo di strada che ha prodotto 94 leggi nel periodo legislativo che si conclude quest’anno in un parlamento a maggioranza chavista, e con un piano concreto di governo presentato da ogni singolo candidato.
Un piano organizzativo preparato da un profondo dibattito di stampo gramsciano nel quadro del Blocco Storico, che ha convocato tutte le forze per valutare e attualizzare gli strumenti politici e teorici della rivoluzione. Una strategia organizzativa efficace e capillare, basata sul “5×5”. Se, infatti, finora il PSUV e i suoi alleati hanno potuto vincere 30 elezioni su 32, questo si deve, per metà almeno, all’organizzazione capillare e unitaria del partito maggioritario e dei suoi alleati storici con più radici: dal Partito comunista (quello maggioritario che ha conservato la sigla, non l’altro che da qualche anno ha deciso di allearsi con l’estrema destra), ai Tupamaros, da Patria para todos, all’Upv (il partito della dirigente “extralegale”, Lina Ron).
Per il 25 maggio, questa strategia si è strutturata su 5 fronti, cinque pilastri fondamentali, ciascuno moltiplicato per 5 (5×5, appunto): l’organizzazione dei dirigenti e delle dirigenti di strada e di comunità, che hanno agito all’interno delle Unità di Battaglia Bolívar e Chávez (UBCH); l’organizzazione delle strutture sociali, rappresentata dai Circuiti Comunali; la direzione nei Comitati di produzione e approvvigionamento, composta dai e dalle leader dei Comitati locali di fornitura e produzione (CLAP); l’organizzazione dei difensori della sovranità nazionale, impegnati nella protezione e nella stabilità del Paese in quello che per Ho Chi Minh era l’esercito del popolo e per la rivoluzione bolivariana è l’unione popolare fra civili e militari; le Missioni e Grandi Missioni, insieme al Gran Polo Patriottico (GPPSB) che hanno costituito la spina dorsale della mobilitazione negli 88 distretti elettorali.
Tutti hanno “lavorato per vincere” nel quadro delle 7T. Nella rivoluzione bolivariana non è raro associare numeri e sigle a concetti più articolati. In questo caso, 7T sta per Sette grandi trasformazioni corrispondenti ad altrettanti settori portanti della società venezuelana, normati dal parlamento in base a una Legge organica di sviluppo 2025-2031.
Un piano strategico proposto da Maduro ed elaborato mediante un ampio processo di consultazione e dibattito popolare in tutto il paese, con l’obiettivo di consolidare il processo della Rivoluzione Bolivariana e affrontare le sfide economiche, sociali e politiche in campo. Un progetto orientato a definire e consolidare la “nuova epoca di transizione al socialismo”.
A preparare la vittoria del 27 maggio hanno concorso anche altri processi partecipativi come l’elezione dei giudici comunali di pace e le tre consultazioni popolari, precedenti alle due che ancora si devono svolgere nel 3° e 4° trimestre dell’anno.
Punti cardini di quella che dovrà essere la prossima riforma costituzionale, tesa ad adeguare la normativa al livello di sviluppo della società venezuelana e alle sfide poste dalle nuove tecnologie e dal contesto internazionale. Maduro ha già annunciato che i primi 10 circuiti comunali che hanno totalizzato il maggior numero di voti riceveranno un finanziamento diretto da parte del Plan Juntos Todo es Posible. Il Plan costituisce una iniziativa strategica del governo bolivariano per potenziare la gestione diretta delle risorse e l’esecuzione di progetti a livello comunitari, che sono già stati votati nelle prime tornate elettorale delle consultazioni popolari. Un meccanismo per centralizzare la gestione delle risorse a livello nazionale, ma per decentralizzarne l’esecuzione e la decisione a livello di base, rafforzando il modello di governo comunitario e territoriale e il potere popolare.
Un progetto che ha fatto andare fuori dai gangheri i candidati della destra, come Henrique Capriles, che ha agitato lo spettro della distruzione dello stato. Che le risorse siano gestite direttamente da chi le produce con il proprio lavoro non viene visto, ovviamente di buon occhio, da chi con la democrazia borghese se n’è appropriato senza conseguenze.
E, infatti, uno dei principali cavalli di battaglia di quell’estrema destra che ha chiesto e continua a chiedere sempre più “sanzioni” e pressioni è la privatizzazione delle risorse e la richiesta a Trump di una maggior rappresentatività politica in cambio di potervi mettere ampiamente la mano. Un incarico di governo (esterno), per quanto virtuale com’è accaduto con l’autoproclamazione di Guaidó e come continua a essere con il suo cadaverico “parlamento in esilio”, è servito e serve ancora a gonfiare il portafogli di una banda di lestofanti, che si è intascata l’oro del Venezuela e ha incamerato e distrutto la raffineria Citgo.
Per questo, il popolo venezuelano sta celebrando i risultati del 25 maggio non come una semplice vittoria elettorale, ma per il suo significato storico e simbolico, basato sulle idee di Bolivar e di Chávez in merito all’indipendenza e alla sovranità nazionale, come indica la seconda delle 7 trasformazioni: Espandere la dottrina bolivariana in tutte le sue dimensioni – politica, scientifica, culturale, educativa e tecnologica – per rafforzare la sovranità nazionale e la difesa del paese contro le minacce esterne, compresa la protezione della Guayana Essequiba.
La prima T, riguarda la Pace, la sicurezza e l’integrità territoriale, ed è orientata a perfezionare il modello di convivenza cittadina, garantire la giustizia, il godimento dei diritti umani e la difesa della pace sociale e territoriale. In questo senso, acquista maggior forza simbolica dire: “Ganó la paz”, ha vinto la pace. Non solo perché, grazie alla vigilanza popolare e militare, non c’è stato “neanche uno spintone” durante la giornata elettorale, come ha sottolineato il ministro degli Interni Giustizia e Pace, Diosdado Cabello, ma anche perché il risultato elettorale ha inteso chiudere la porta alla violenza propugnata dal fascismo venezuelano e da quello che lo sostiene a livello internazionale.
Impossibile non notare la distanza siderale che esiste con paesi come l’Ecuador che, dall’essere un modello di sicurezza quand’erano governati a sinistra, sono diventati un baratro infernale in cui candidarsi significa spesso mettere a rischio la vita. Impossibile non paragonare l’atteggiamento di Bukele in Salvador, che ha reso il paese un inferno per i migranti e una prigione a cielo aperto, con quello del governo bolivariano che, ogni giorno, manda a prendere, riceve e accoglie centinaia di suoi cittadini “deportati”.
Il 25 maggio, l’unico lutto che si è pianto durante la giornata elettorale si è dovuto a eventi naturali che hanno colpito il generoso impegno di un poliziotto e di due militari che cercavano di portare oltre la corrente il materiale elettorale. L’incidente si è verificato nello stato di Apure, una regione situata nel sud-ovest del Venezuela, al confine con la Colombia.
Dunque, ha vinto la pace. Da una parte i fedeli esecutori di un modello imperialista che solo può imporre sofferenza e guerra. Dall’altro, un progetto di paese basato sulla democrazia diretta e sul potere popolare, quello di una rivoluzione che non intende essere “né calco, né copia, ma creazione eroica”. E che, per questo, a modo suo, sta facendo storia.
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India - Sciopero generale il 9 luglio
Lo sciopero (organizzato ogni anno dall’emanazione delle riforme in questione ma quest’anno apparentemente più partecipato) è stato l’occasione per migliaia di lavoratrici e lavoratori di scendere in piazza nelle principali città e nei maggiori centri industriali del Paese per chiedere il ritiro dei quattro codici del lavoro emanati tra il 2019 e il 2020 dal governo nazionalista di estrema destra guidato dal Primo Ministro Modi (Code on Wages, Industrial Relations Code, Occupational Safety, Health and Working Conditions Code e Social Security Code), giustamente definiti dai sindacati “pro-corporate”, cioè che favoriscono le élite imprenditoriali vicine al BJP a scapito dei lavoratori.
Sinteticamente queste riforme, sbandierate da Modi come atto di modernizzazione necessaria per attrarre investimenti e creare posti di lavoro, prevedono la flessibilizzazione dei licenziamenti, l’aumento dell’orario lavorativo, la riduzione delle tutele sulla sicurezza e la limitazione del diritto di sciopero.
Per fare solo alcuni esempi più specifici: l’Industrial Relations Code alza da cento a trecento il numero di dipendenti oltre il quale un’azienda deve chiedere permessi governativi per licenziamenti o chiusure, aumentando la precarietà e facilitando i licenziamenti, con conseguenze terribili in termini di povertà in un Paese, com’è l’India, con un debole sistema di protezione sociale.
L’Occupational Safety, Health and Working Conditions Code, invece, alza a dodici le ore lavorative giornaliere (quattro di straordinario), che in un Paese con un tasso di sindacalizzazione minimo (solo il 6% di chi lavora è oggi sindacalizzato) e con solo un ispettore del lavoro ogni 10.000 lavoratori aumenta notevolmente il lavoro non retribuito.
L’Industrial Relations Code a sua volta introduce requisiti più stringenti per organizzare scioperi (come preavvisi di 14 giorni e maggioranze del 75% dei lavoratori per proclamarli), limitando il numero di sindacati riconosciuti per azienda e centralizzando il potere nelle mani di organizzazioni vicine alle imprese (gli effetti disastrosi di questo codice sono stati evidenti nel 2022, quando un ampio movimento di lavoratori portuali fu represso brutalmente proprio perché non aderiva ai requisiti di legalità dell’Industrial Relations Code).
Il Code on Wages, che a parole proclama l’introduzione di un salario minimo nazionale, permette ai singoli Stati di fissare soglie più basse, creando disparità regionali e innescando una corsa al ribasso dei salari per attrarre più investimenti delle aziende (si consideri che il salario minimo medio in India è di circa 178 rupie/giorno (2,15€), insufficiente per sopravvivere nelle città metropolitane).
Infine, il Social Security Code esclude i lavoratori informali (circa il 93% della forza lavoro) da schemi universali, legando l’accesso a contributi individuali o ad adesioni volontarie delle aziende e lasciando senza copertura milioni di braccianti agricoli, lavoratori domestici e rider, categorie già molto esposte (oltre al fatto che l’imperante informatizzazione delle domande di welfare di fatto esclude milioni di lavoratrici e lavoratori residenti in aree rurali dall’ottenimento dei benefici della protezione sociale).
Tutto ciò si inserisce in un’agenda economica fortemente liberista e centralizzante (i quattro codici trasferiscono competenze dagli stati al governo centrale, riducendo la flessibilità degli stati nel legiferare su temi lavorativi) promossa dal governo a guida BJP dal 2014 in poi, la quale in nome della “modernizzazione” e dello “sviluppo” ha spinto per riforme strutturali che attraggano investimenti stranieri e stimolino la crescita economica riducendo la già debole protezione sociale sul lavoro (si pensi solo che l’India è passata dalla 142ª posizione nel 2014 alla 63ª nel 2020 nella classifica sull’“Ease of Doing Business”, cioè la facilità di fare business, della Banca Mondiale).
Nonostante gli altisonanti proclami di creazione di posti di lavoro – in India, dove la domanda di lavoro supera di gran lunga l’offerta (l’età media è 28 anni), la difficoltà a trovare lavoro è un problema sociale di fondamentale importanza – i dati mostrano che gran parte dei nuovi incarichi sono precari o a bassa produttività e la realtà è quella di un Paese sempre più diseguale.
Tuttavia, le massicce proteste contro le leggi agricole del 2020 (poi ritirate) già hanno dimostrato la capacità di mobilitazione della società civile e questo è anche l’auspicio per il prossimo 9 luglio. Perché solo l’organizzazione di un fronte unito di massa e la lotta pagano.
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USA - Trema il castello di dazi di Trump
Per Trump e la sua idea di rendere di nuovo grande l’America (Make America Great Again) riportandovi la manifattura soprattutto grazie ai dazi sulle importazioni si tratta di una sconfitta politica bruciante. La decisione dei giudici è arrivata su richiesta di 12 stati, guidati dall’Oregon, e associazioni imprenditoriali, a testimonianza della contrarietà al protezionismo di una parte rilevante degli Stati Uniti.
Il portavoce della Casa bianca, Kush Desai, ha reagito criticando duramente la magistratura, affermando che «non spetta ai giudici non eletti decidere come affrontare adeguatamente un’emergenza nazionale».
L’amministrazione repubblicana – attraverso il dipartimento di giustizia – ha immediatamente fatto ricorso contro la sentenza, che dunque non riporta ancora il sereno sui mercati internazionali sconvolti dall’ondata di super-dazi del “Liberation Day” (in seguito sospesi per 90 giorni in vista di possibili accordi commerciali bilaterali che l’amministrazione Trump dovrebbe raggiungere coi singoli paesi).
Perché l’alt dei giudici
Secondo le toghe, che hanno deciso all’unanimità (tre su tre), i poteri previsti in caso di “emergenza nazionale” utilizzati da Trump – bypassando il parlamento – non potevano essere utilizzati dal presidente per varare la gran parte dei dazi fin qui approvati sulle importazioni delle merci dalla Cina e dal resto del mondo. Trump avrebbe dunque agito contro la Costituzione sia avendo utilizzato una legge che non gli attribuiva alcun potere sui dazi, sia per aver bypassato il parlamento.
La corte di Manhattan sul commercio internazionale ha spiegato che: «la corte non interpreta l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) come atto a conferire tale autorità illimitata e annulla le tariffe contestate imposte ai sensi dello stesso». Questo sostanzialmente perché lo International Emergency Economic Powers Act non contiene alcun riferimento ai dazi come strumento da poter utilizzare in caso di “emergenza nazionale”.
Secondo i giudici:
Lo IEEPA non autorizza nessuno degli ordini tariffari mondiali, di ritorsione o relativi ad attività commerciali. Gli ordini tariffari mondiali e di ritorsione eccedono qualsiasi autorità concessa al Presidente dallo IEEPA per regolamentare le importazioni tramite tariffe. I dazi relativi al commercio sono inefficaci perché non affrontano le minacce indicate in tali ordini.Che succede ora
L’ambasciatore di Pechino negli Stati Uniti, Xie Feng, ha reagito alla sentenza durante un evento presso l’ambasciata cinese, dichiarando al Washington Post che il suo governo non vuole una guerra tariffaria con nessun paese perché «pensiamo che sarebbe un gioco a somma zero; nessuno ne uscirebbe vincitore». Xie ha aggiunto che la Cina è «fermamente contraria ai dazi, ma ovviamente quando ci vengono imposti, non c'è altra scelta che reagire».
Il ricorso presentato immediatamente dall’amministrazione Trump contro la decisione dei giudici lascia il commercio internazionale in un clima di incertezza e dunque, al momento, non cambia nulla per i governi e le aziende, che continueranno a studiare come dirigere altrove parte del loro export o come indirizzarlo verso il ricco mercato americano partendo però da paesi terzi gravati da dazi meno pesanti.
Per la politica economica e tariffaria dell’amministrazione Trump si apre invece una fase, se possibile, ancora più caotica dei mesi che hanno accompagnato il varo di dazi d’ogni genere, contro tutti.
Il prossimo passaggio potrebbe essere il giudizio sui dazi di Trump da parte di una corte federale, o la decisione potrebbe essere demandata direttamente alla Corte suprema.
Secondo quanto riporta la CNN:
La corte di Manhattan si è pronunciata a favore di un’ingiunzione permanente, che potrebbe potenzialmente bloccare i dazi globali di Trump prima ancora che vengano raggiunti “accordi” con la maggior parte degli altri partner commerciali. La corte ha disposto una finestra temporale di 10 giorni di calendario per l’emissione di provvedimenti amministrativi “per rendere effettiva l’ingiunzione permanente”. Ciò significa che la maggior parte – ma non la totalità – dei dazi di Trump verrebbe bloccata se la sentenza venisse recepita in appello e, potenzialmente, anche presso la Corte suprema.Fonte
L’ordinanza di ieri sera sospende i dazi del 30 per cento imposti da Trump sulla Cina, i dazi del 25 per cento su alcuni beni importati da Messico e Canada e i dazi universali del 10 per cento sulla maggior parte dei beni in arrivo negli Stati Uniti. Non incide, tuttavia, sui dazi del 25 per cento su auto, ricambi auto, acciaio o alluminio, che erano soggetti alla Sezione 232 del Trade Expansion Act, una legge diversa da quella citata da Trump per le sue più ampie misure commerciali.
Il presidente di Confindustria chiede un piano industriale europeo
Ma nel pieno della crisi industriale continentale e della transizione dei suoi sistemi produttivi verso un’economia di guerra, l’evento è diventato una lente per leggere i nodi della UE. Innanzitutto perché vi era presente anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, che ha elogiato il made in Italy, e poi anche Palazzo Chigi.
“Un particolare riconoscimento alla leadership della presidente Meloni, per aver contribuito a mantenere l’Italia al centro delle decisioni europee e per aver insistito su soluzioni di buon senso”. Probabile che il riferimento non fosse solo alla dimensione economica, ma anche e soprattutto a quella geopolitica, con il governo che prova a tenere il piede nelle due staffe di Washington e Bruxelles.
La stessa presidente del Consiglio ha ricordato il ruolo svolto nel promuovere il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico. E tuttavia Meloni non ha lasciato senza critiche la UE, con stoccate mirate che sembrano indicare la volontà di approfittare della kermesse di Confindustria per fare campagna elettorale tra il proprio riferimento sociale – quello degli imprenditori.
La leader di Fratelli d’Italia ha infatti affermato che bisogna “avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica”, sottolineando il fatto le filiere green sono controllate dalla Cina. Una campagna elettorale più o meno a costo zero rispetto ai rapporti con Bruxelles, dato che la Commissione Europea sta già nettamente rivedendo le normative sulla sostenibilità per venire incontro alle esigenze dell’economia di guerra.
“Ancora oggi non riesco a capire il senso strategico di fare una scelta del genere”, ha detto. Insomma, più un invito a creare una UE forte nella competizione globale, e al diavolo l’ambiente o le condizioni di vita di lavoratori e pensionati, che poco si adeguano al profitto. In questa direzione vanno infatti anche le parole spese sulle barriere commerciali interne.
“Il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione Europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti”, ha detto Meloni, “per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%”. Anche Metsola ha ribadito che la UE “deve abbattere le barriere, non alzare ostacoli”.
Una grande sintonia tra Roma e Bruxelles, dunque, anche se rimane sul piatto il problema dei costi dell’energia, su cui Meloni ha voluto spendere parole di rassicurazione. Tutti insieme, questi temi sono stati toccati anche dal presidente di Confindustria, che ha chiesto al governo un intervento assai sostanzioso.
“Per tutto questo – ha detto Orsini – pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Parliamo di una cifra in media un poco più bassa di quella che è stata spesa ogni anno per il reddito di cittadinanza, ma in questo caso nessuno si azzarda a dire che sono sussidi per scansafatiche...
Sulla linea di Meloni e Metsola, anche per Orsini la cornice di questa iniziativa rimane quella del mercato comunitario: “serve un piano industriale straordinario europeo, basato su investimenti e abbattimento degli oneri burocratici”. E qui arriva però anche la richiesta di un profondo cambiamento delle regole europee.
“Comprendiamo che l’Europa debba spendere di più e meglio per la propria difesa. Ma la guerra commerciale va affrontata con la stessa determinazione e con investimenti straordinari altrettanto necessari”, aggiungendo che “non è possibile che l’unica eccezione per sforare il Patto di Stabilità sia relativa alla spesa per la difesa”.
“Se questo non accade, avremo dato ragione a chi non vuole un’Europa né più unita, né più forte”, ha concluso Orsini. Dai discorsi fatti a Bologna si capisce che tra vertici europei, italiani e dell’imprenditoria nazionale c’è una sostanziale intesa nell’orizzonte della costruzione di una UE come attore a tutto tondo della competizione globale.
Quello che Confindustria ha voluto mettere in chiaro è che però le regole di un tempo non sono più adatta a questa nuova fase storica. Per quanto ciò sia evidentemente vero, c’è da capire quanta leva possiede davvero il tessuto produttivo italiano, rappresentato da Meloni, nel promuovere questi cambiamenti nei consessi che contano, quelli di Bruxelles.
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5 Sì contro lo sfruttamento
Nel silenzio assordante dei principali mezzi di comunicazione e al margine del dibattito politico nostrano, l’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum di straordinaria importanza. Si tratta di esprimere il proprio parere su 5 quesiti. Quattro di essi, quelli di cui tratteremo in questo contributo, riguardano direttamente il tema del lavoro. Il quinto quesito, invece, verte sul tema dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana e propone di dimezzare – da 10 a 5 anni – il periodo di residenza in Italia necessario a un cittadino straniero per richiederla. Si tratta, con ogni evidenza, di una misura di civiltà e decenza, che non si può che accogliere con favore e che ha senza dubbio a che fare con gli altri, in quanto qualsiasi persona con più diritti sarà anche meno ricattabile anche sui luoghi di lavoro.
La ricattabilità sul posto di lavoro è, di fatto, il tema al centro di questo referendum.
Per capire perché è necessario e doveroso non solo votare sì ai referendum, ma anche mobilitarsi attivamente per una loro riuscita, si possono prendere due strade, complementari e non alternative.
La prima guarda al contenuto stesso dei quesiti, e mostra come una vittoria del sì contribuirebbe a migliorare, in maniera diretta, le condizioni materiali di vita e professionali di milioni di lavoratrici e lavoratori:
- Il primo referendum mira ad abrogare una disposizione introdotta dal famigerato Jobs Act del Governo Renzi nel 2015, in virtù della quale la lavoratrice o il lavoratore di un’azienda con almeno 15 dipendenti licenziati dal padrone in maniera illegittima (definizione di ‘illegittimo’ secondo il Dizionario Treccani: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido) non vanno reintegrati sul posto di lavoro. Chi vota sì al referendum impedisce al padrone di cavarsela con il pagamento di un semplice balzello quando licenzia al di fuori dei casi e delle procedure stabiliti dalla legge, e lo obbliga a reintegrare la lavoratrice oi l lavoratore al suo legittimo posto
- Il secondo referendum si occupa delle aziende con meno di 16 dipendenti. Anche nel caso in cui il primo referendum riuscisse a superare il quorum, la tutela che esso prevede si applicherebbe solo alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le piccole imprese rimarrebbe la possibilità in capo al padrone di licenziare una dipendente in maniera illegittima, pagando un semplice indennizzo. Il secondo referendum vuole abrogare la disposizione di legge in virtù della quale l’ammontare massimo dell’indennizzo è limitato a sei mensilità. Chi vota sì al secondo referendum vuole rendere più gravoso, per il padrone di una piccola azienda, commettere un abuso.
- Anche il terzo referendum ha nel mirino una disposizione del Jobs Act. Il Governo Renzi, e la coalizione di centro-sinistra che lo supportava, nella sua offensiva contro il mondo del lavoro rese possibile l’attivazione di contratti a tempo determinato (fino a 12 mesi) senza che il padrone si dovesse neanche dare pena di spiegare quali fossero le ragioni oggettive per la natura precaria e temporanea del contratto. Chi vota sì al referendum vuole reintrodurre un criterio di buon senso minimo, che si applicava fino al Jobs Act, che il Decreto Dignità aveva parzialmente reintrodotto e il Governo Meloni ha di fatto disapplicato: se un lavoro ha natura stabile e continuativa nel tempo, anche il contratto alla base deve essere stabile. La natura temporanea di un contratto deve trovare ragion d’essere non nel desiderio del padrone di mantenere un potere di ricatto nei confronti della lavoratrice o del lavoratore, ma in esigenze produttive specifiche previste dalla legge.
- Il quarto referendum cerca di limitare uno degli aspetti più deteriori delle pratiche dell’appalto e del sub-appalto (una delle passioni del governo Draghi, ai tempi in cui governavano i "migliori"). Chi vota sì al quarto referendum vuole estendere anche all’imprenditore committente, o all’impresa che ha vinto un appalto e vuole sub-appaltare i lavori a un’impresa terza, le responsabilità in caso di infortunio sul lavoro. Chi vota sì vuole mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio tramite il quale il padrone aumenta i suoi profitti risparmiando sulla sicurezza di lavoratrici e lavoratori
La seconda strada guarda oltre il contenuto specifico di ciascun referendum, e si concentra invece sul significato complessivo dell’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, e sul valore politico di ciò che è in ballo. Ciascuna delle norme che i referendum vogliono abrogare è evidentemente deprecabile e ha senza dubbio contribuito a peggiorare la vita di lavoratrici e lavoratori. Al di là dell’impatto specifico che esse hanno, tuttavia, queste norme esercitano un ruolo come ingredienti di una strategia complessiva del padronato italiano per indebolire, vessare e rendere più ricattabile la popolazione lavoratrice. Da ormai diversi decenni, la legislazione sul lavoro nel nostro Paese ha avuto come obiettivo quello di rendere più vulnerabili e più deboli lavoratrici e lavoratori. Ogni singolo provvedimento, ogni goccia di precarietà istillata nel sistema, ogni nuova forma di contratto con garanzie minori di quella precedente, ogni grado ulteriore di libertà nel licenziare garantito al padrone, è servito a diminuire il potere contrattuale della classe lavoratrice, e a rendere possibile ogni successiva accelerazione sulla strada della precarietà. Ogni tutela per il lavoro sacrificata sull’altare della competitività, ogni espressione di retorica che ci vuole far credere che padronato e classe lavoratrice sono sulla stessa barca e hanno gli stessi interessi, ogni scemenza secondo la quale non ci sono i padroni, ma solo imprenditori che garantiscono ed elargiscono lavoro, tutto questo è servito a comprimere i salari e a rendere l’esistenza di chi lavora per vivere più impervia, difficile e spesso miserabile.
È per questo che votare sì ai referendum, oltre a cercare di migliorare su aspetti specifici le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, serve ad affermare un principio e a lanciare un segnale, serve a mettere un intoppo nell’ingranaggio che ci schiaccia e rende i nostri salari non sufficienti per un’esistenza dignitosa, serve a mettere un argine alla ricattabilità e all’indebolimento del nostro potere contrattuale, serve a garantirci la forza per lottare per salari migliori e maggiori diritti. Serve ad invertire la rotta.
E no, il fatto che i referendum siano stati promossi dalla CGIL – un sindacato spesso complice e alfiere della compatibilità – siano sostenuti dal Partito Democratico – un soggetto politico che ha fatto dell’attacco alle tutele del mondo del lavoro la sua ragion d’essere, del resto il Jobs Act porta la firma del PD – e siano trattati da un pezzo di apparato come una maniera per guadagnare peso e influenza all’interno del centro-sinistra, ecco, tutto questo non è una scusa per non andare a votare sì e per non dedicare tutte le nostre energie, da qui all’8 e 9 giugno, al raggiungimento del quorum. A loro resti l’infamia della lunga stagione di politiche reazionarie e contro il mondo del lavoro che ha caratterizzato la nostra storia recente, a noi l’onere di continuare la nostra battaglia per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dai 5 Sì che esprimeremo l’8 e il 9 giugno.
28/05/2025
[Contributo al dibattito] - Dati e mappe per capire dove Silvia Salis ha vinto a Genova
Ci sono alcuni dati interessanti che aiutano a spiegare i risultati delle elezioni comunali di Genova, vinte nettamente al primo turno dalla candidata del centrosinistra Silvia Salis: per esempio vale la pena capire come sono cambiate le cose rispetto alle comunali di tre anni fa e alle elezioni regionali di meno di un anno fa, quante persone hanno votato, come se la sono cavata i partiti e soprattutto come è cambiata la distribuzione del voto nei quartieri della città.
I risultati definitivi hanno confermato le indicazioni dei sondaggi commissionati durante la campagna elettorale che davano Silvia Salis vincente senza troppi problemi contro il candidato del centrodestra, il vicesindaco Pietro Piciocchi. Già alla diffusione dei primi exit poll si era capito che per il centrodestra c’erano poche possibilità di evitare una sconfitta al primo turno. Salis si è imposta con il 51,48 per cento dei voti, Piciocchi si è fermato al 44,2 per cento. Il distacco è stato molto ampio, di oltre sette punti percentuali e 17.629 voti (su circa 242mila).
Gli altri candidati si sono dovuti accontentare di pochi voti. Nessuno è riuscito a superare il 2 per cento: Mattia Crucioli di Uniti per la costituzione ha ottenuto l’1,45%, Antonella Marras della sinistra l’1,29, Francesco Toscano lo 0,78%, Raffaella Glauco lo 0,52 e Cinzia Ronzitti del partito comunista dei lavoratori 0,27%.
Proprio sul distacco tra centrosinistra e centrodestra si può fare qualche considerazione, perché a Genova la differenza tra le due coalizioni è stata molto simile a quella emersa dalle elezioni regionali dello scorso anno. Andrea Orlando, allora candidato del centrosinistra, perse le elezioni in tutta la regione, ma nella città di Genova riuscì a superare il candidato del centrodestra Marco Bucci di otto punti percentuali. Fu un risultato piuttosto eclatante, segnale evidente della crisi del centrodestra genovese.
Bucci infatti governava Genova da sette anni, eletto per la prima volta nel 2017 e una seconda volta nel 2022. Era stato candidato alle elezioni regionali, poi vinte grazie ai risultati ottenuti nelle altre province, perché considerato un sindaco capace, apprezzato per il suo impegno dopo il crollo del ponte Morandi.
Pochi mesi fa, dopo le regionali, il pessimo risultato ottenuto in città dal centrodestra era stato attribuito soprattutto all’inchiesta per corruzione che aveva coinvolto l’ex presidente della Regione Giovanni Toti, anche lui di centrodestra. A Genova non si era parlato d’altro per mesi. Toti si era dimesso e ha infine patteggiato una pena di due anni e tre mesi, convertita in 1.620 ore di lavori di pubblica utilità.
L’inchiesta aveva rivelato estesamente come venivano gestite alcune importanti decisioni politiche ed economiche in particolare sul porto, centrale per l’economia della città. «L’impressione, da qualsiasi latitudine politica si guardi a quanto accaduto nell’ultimo anno, è che un ciclo sia finito», ha scritto il Secolo XIX. «In sei mesi i genovesi hanno votato praticamente nello stesso modo, a prescindere dal candidato di centrosinistra ma manifestando in entrambi i casi la volontà di bocciare con decisione la giunta uscente».
Un altro dato interessante riguarda l’affluenza, più alta rispetto alle elezioni comunali del 2022 vinte da Bucci. All’epoca votò solo il 44,1 per cento, sabato e domenica il 51,91 per cento, in crescita di quasi due punti percentuali anche rispetto alle regionali dello scorso anno (per quanto comunque molto bassa). Questa mappa mostra l’affluenza in tutte le sezioni della città.
Nel festeggiare la vittoria Silvia Salis ha detto che il campo progressista può vincere potenzialmente ovunque. Campo progressista è l’espressione con cui viene indicata l’ampia alleanza di tutti i partiti ora all’opposizione del governo di destra, mentre “campo largo” è il nome dato all’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle.
A differenza delle ultime regionali, quando Italia Viva decise di non sostenere Andrea Orlando, Silvia Salis è riuscita a mettere d’accordo tutti. «Credo che Genova in questa campagna elettorale abbia dimostrato come la destra sia legittimata solo dalla non unione del campo progressista perché quando il campo progressista si unisce e si mettono a confronto due classi dirigenti, quella della destra e quella del campo progressista, non c’è paragone», ha detto Salis.
Nella coalizione del centrosinistra è andato particolarmente bene il Partito Democratico, primo tra i partiti con poco più del 29 per cento dei voti, quasi otto punti percentuali in più rispetto alle elezioni regionali. Notevole anche il risultato della lista civica di Salis che ha raggiunto l’8,3 per cento dei voti. Alleanza Verdi e Sinistra ha ottenuto il 6,91, mentre il Movimento 5 Stelle poco più del 5 per cento.
Nel centrodestra invece Fratelli d’Italia non è andato oltre il 12,44 per cento, poco più della lista civica Piciocchi sindaco. La Lega non è arrivata nemmeno al 7 per cento.
Come si può notare dalla mappa dei risultati in tutte le sezioni, Silvia Salis ha vinto in tre quarti di città, dal centro storico fino alla zona di Ponente, compresa la Valpolcevera. Piciocchi è riuscito a mantenere soltanto alcune delle zone storicamente di centrodestra come il Levante e parte della Valbisagno.Durante lo scrutinio diversi osservatori hanno tenuto d’occhio i risultati in Valpolcevera, storicamente di sinistra e vinta da Bucci nel 2022 dopo la ricostruzione del ponte Morandi. Stavolta è tornata al centrosinistra, che è riuscito a riconquistare molte altre zone vinte da Bucci nel 2022 come Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, Pra’ e Pegli.
Questa mappa mostra invece i risultati di tre anni fa, nel 2022, quando vinse Marco Bucci che ora è presidente della regione Liguria.
Qualche riflessione su quanto sopra pensiamo si renda necessaria. I dati dell'analisi del voto, infatti, crediamo non offrano spiegazione circa l'esteso "tradimento" verso la destra operato chi si è recato alle urne, che per altro si attesta ad appena la metà degli aventi diritto.
Non ci convince particolarmente la motivazione etico-giustizialista, per cui il voto, in prevalenza avrebbe punito elettoralmente gli scandali che hanno travolto il sistema Toti.
Forse, un peso lo ha avuto il risvolto più negativo per la città di un modello di sviluppo fondato sulla messa a valore del territorio. Quindi un voto di vendetta contro cantieri infiniti in ogni dove e turstificazione degli spazi urbani che hanno reso la vita in città, a partire dalla mobilità giornalieri per andare e tornare dal lavoro, un autentico inferno.




