Esattamente un anno fa venni invitato da Rai Tre a commentare l'alluvione di Genova.
In quella occasione sostenni che quel disastro era solo l’ultimo di una
lunga serie di segnali di crisi dell’assetto idrogeologico del Paese.
Le cause di tale crisi, sostenevo, andrebbero ricercate non solo nei
tagli agli investimenti pubblici per la salvaguardia ambientale e in un
diritto amministrativo che in questi anni ha mortificato l’interesse
collettivo, ma anche e soprattutto nell’adesione a una inefficiente
politica dell’emergenza e nel conseguente abbandono di qualsiasi logica
di pianificazione urbana e del territorio.
A distanza di un anno contiamo i morti e i
danni causati dall'alluvione a Benevento e nel Sannio. Il quadro, da
Nord a Sud, si fa per certi versi ancor più drammatico, ma la sostanza
del problema non muta. I responsabili politici e amministrativi, in
processione, ci dicono che di eventi eccezionali e imprevedibili si è
trattato, e si predispongono a organizzare questue per rattoppare i
danni dell'alluvione. Ma considerare questi eventi come delle calamità
imprevedibili è un'ipocrisia che ci riporta indietro nei secoli, in un
clima da medioevo. La verità è che nel nostro paese, ancor più che
altrove, qualsiasi idea di prevenzione dei disastri, vale a dire di
"pianificazione pubblica" del territorio, è diventata un vero e proprio
tabù politico. Le conseguenze catastrofiche di questa visione
anti-moderna del rapporto tra uomo, economia e ambiente sono sotto gli
occhi di tutti.
L'ultimo Rapporto ONU di valutazione per la riduzione dei rischi di disastro
stima che un investimento infrastrutturale ex-ante di 6 miliardi di
dollari all'anno per la prevenzione dei rischi di calamità naturali
consentirebbe di ridurre il costo ex-post dei disastri di circa 360
miliardi, distribuiti lungo l'intera vita delle infrastrutture. E' una
delle innumerevoli evidenze a sostegno della tesi che gli interventi a
monte, tesi ad anticipare gli eventi naturali, risultano enormemente più
efficaci e meno costosi dei rattoppi effettuati a valle, ossia quando
il disastro sia già avvenuto.
A questo riguardo, sarebbe interessante
esaminare l'andamento nel tempo e nei vari Paesi del rapporto tra spesa
pubblica ex-ante e spesa pubblica ex-post per calamità naturali. C'è
motivo di temere che in una simile classifica il nostro Paese farebbe
registrare uno dei rapporti più bassi, emblema di una diffusa e
crescente idiosincrasia verso una politica di pianificazione pubblica
del territorio. A ben pensarci potremmo annoverare anche questo tra gli
effetti collaterali dell'alluvione liberista e anti-statuale che in
questi anni ha fatto inabissare ogni istanza di rifondazione della
politica su basi moderne, critiche e razionali.
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