Gli attentati di Parigi mettono pressione (e hanno eclissato dai
media) al negoziato di Vienna sulla Siria, iniziato oggi con venti tra
potenze locali e internazionali e fazioni attive nel conflitto sedute
al tavolo delle trattative per discutere di una soluzione che appare
ancora lontana. Nessuno si aspetta una svolta dall’incontro, ma i
quasi 130 morti per mano dell’Isis in Francia hanno riaperto il
fronte europeo, all’indomani di una altro grave attentato, sempre a
opera dei jihadisti, a Beirut (oltre 40 morti), nel quartiere di
Hezbollah che combatte al fianco delle truppe di Assad in Siria. E da
più parti si chiede un’accelerazione.
Sul campo di battaglia, l’Isis sta subendo la duplice offensiva
dell’esercito di Damasco, aiutato dalla copertura aerea russa e dai
consulenti militari iraniani, e in Iraq quella dei peshmerga curdi che
con il sostegno dei raid della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno ripreso la strategica città di Sinjar, spezzando la continuità territoriale tra Iraq e Siria del sedicente
Stato islamico che però occupata la parte occidentale del Paese.
Ma l’Isis è stato in grado di aprire altri fronti, di colpire nel
cuore dell’Europa e in Libano, Paese fragile, coinvolto nel conflitto
siriano e prossimo alle elezioni. E nella campagna militare
contro gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi la Francia ha un ruolo
piuttosto attivo, il più attivo tra i Paesi occidentali. E
infatti, nella loro rivendicazione, i jihadisti si sono riferiti proprio
ai bombardamenti francesi “nelle terre del califfato”. Per molti la
carneficina di ieri nella capitale francese, che il presidente Hollande
ha definito un “atto di guerra”, è una chiara ritorsione per il ruolo
francese nel conflitto.
I caccia francesi sono entrati in azione all’inizio della settimana,
colpendo gli impianti petroliferi e di gas nell’area di Deir ez-Zor. Un
attacco teso a distruggere le infrastrutture e le risorse finanziarie
del gruppo jihadista. Inoltre, il capo dell’Eliseo ha annunciato il
dispiegamento nel Golfo della portaerei Charles de Gaulle, di supporto
alle operazioni in Siria e in Iraq. Da settembre l’impegno militare
francese nell’area si è intensificato, soprattutto in Iraq. Inoltre, la
Francia, primo Paese a unirsi alla coalizione anti-Isis in Iraq,
fornisce supporto logistico e tecnico ai ribelli siriani (che la
considerano l’alleato più impegnato ad aiutarli) e anche ai combattenti
curdi. Nel 2013, quando Assad superò la “linea rossa” stabilita da
Obama, impiegando armi chimiche a Ghouta, vicino a Damasco, la Francia
si schierò a favore di un intervento militare che non fu messo in atto
per l’opposizione di Washington e di Londra. Mentre sul fronte del
negoziato, Parigi è sempre stata ferma nel sostenere l’uscita di scena di Assad.
Lo ha ribadito il ministro francese degli Esteri, Laurent Fabius, pochi giorni prima dell’incontro di Vienna: “Pensiamo
che Assad non possa governare la Siria e che gli iraniani, che hanno
truppe sul terreno anche se dicono che sono solo consulenti di guerra,
non possano stare permanentemente in Siria”.
È questo il nodo da sciogliere a Vienna, assieme a una selezione dei
gruppi armati attivi nel Paese (ovviamente, optando per quelli
considerati moderati) che potranno partecipare al negoziato e quindi
alla transizione post-guerra. È chiaro a tutti che se non si
trova una soluzione per la Siria, l’Isis continuerà a rafforzarsi ed
espandersi, minacciando anche l’Occidente. Ma le posizioni sono
distanti, in particolare sul destino di Assad. È qui che si gioca il
negoziato. I Paesi occidentali e arabi vogliono che si faccia da parte,
ma per i russi e per gli iraniani Assad deve restare al suo posto.
Così a Vienna si discute sotto la pressione degli attacchi di Parigi.
I sauditi sono stati i primi a dire, per bocca del diolomatico Adel Al Jubeir, che quanto accaduto ieri nella capitale francese “viola ogni etica e ogni religione”, aggiungendo che Riad
chiede da tempo un’intensificazione degli sforzi per contrastare la
piaga del terrorismo in ogni sua forma. Più o meno quello che ha
sostenuto il primo ministro iracheno Haider al-Abadi.
Nella capitale austriaca è arrivato anche il ministro iraniano degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, che aveva lasciato in sospeso la propria partecipazione. Per Zarif si deve porre “più attenzione ai miliziani del terrorismo”. Per
Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, è il momento di fare di più
contro l’Isis, ma anche contro le altre fazioni terroristiche presenti
sul campo di battaglia, come i qaedisti di Al Nusra. Tra le varie dichiarazioni di cordoglio rivolte a Parigi, c’è anche quella di Assad
che ha condannato gli atti terroristici, ricordando però che quello che
hanno provato i francesi i siriani lo patiscono da cinque anni.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento