La crisi turco-irachena non riguarda più solo i vertici: ieri piazza
Tahrir a Baghdad si è riempita di migliaia di persone, scese in strada
per protestare contro il dispiegamento da parte di Ankara di 150 soldati
e decine di carri armati alle porte di Mosul, la scorsa settimana. Non
solo a Baghdad: nel centro e sud del paese, nelle aree a maggioranza
sciita, la gente ha chiesto l’immediato ritiro delle truppe e
l’esplusione dal paese dell’ambasciatore turco a Baghdad.
Alla voce popolare si aggiunge quella istituzionale, che resta
apparentemente inascoltata dalla comunità internazionale. La Turchia non
intende rispondere, o meglio lo fa per poi lasciare tutto com’è: ieri una delegazione turca è volata nella capitale irachena per incontrare il governo e discutere di “cooperazione militare”,
mentre il presidente Erdogan parlava di un accordo in merito firmato 18
mesi fa. Tutto risolto per Ankara, i soldati resteranno dove sono,
nella base di Bashiqa, a 20 km da Mosul: “Al momento il ritiro è
fuori discussione – ha detto Erdogan – Non si tratta di mantenere truppe da combattimento ma di proteggere gli ufficiali che fanno
addestramento”. E va oltre, sfidando apertamente Baghdad: “Dobbiamo
aspettare l’invito del governo centrale dell’Iraq quando c’è un attacco
al nostro paese? Non possiamo permetterci questi lussi”.
Parole che hanno fatto infuriare Baghdad e che aprono ad una rottura
più seria. Dopo l’incontro delle due delegazioni, a sentire l’Iraq, la
situazione non è affatto risolta. Il premier al-Abadi insiste, nessuno
ha dato il consenso alla Turchia né ha richiesto l’invio di truppe sul
proprio territorio: “Alla delegazione turca è stato detto che il solo
modo per risolvere la crisi è il pieno ritiro delle truppe turche dal
territorio iracheno”.
Insiste e si rivolge alle silenziose Nazioni Unite: il primo
ministro ha dato ordine al ministro degli Esteri di inviare una denuncia
formale al Consiglio di Sicurezza contro “una palese violazione della
Carta Onu” e perché imponga al vicino il ritiro.
Di certo la crisi con Ankara compatta le fila irachene: ieri ad
alzare la voce contro le mosse del sultanotto Erdogan sono stati
avversari storici. L’Ayatollah al-Sistani e l’ex premier al-Maliki. La
più alta figura religiosa sciita del paese, da Karbala, ha chiesto al
governo di non mostrare “alcuna tolleranza” verso chi viola la sovranità
del paese: “Nessun paese – ha detto – dovrebbe mandare i suoi
soldati nel territorio di un altro Stato dietro il pretesto di sostenere
la sua lotta contro il terrorismo, senza che prima ci sia stato un
accordo”. Perché questo la Turchia ha fatto: accordi con Baghdad
non ne ha presi, ma – ancora una volta – ha bypassato il governo
centrale per definire i dettagli della cooperazione miliare con il
Kurdistan iracheno del presidente Barzani.
Un mese fa, all’inizio di novembre, Ankara e Erbil hanno siglato un
accordo che prevedeva l’ingresso di truppe turche nelle zone controllate
dai peshmerga e – pare – la creazione di una base militare alle porte
di Mosul, da cui coordinare o lanciare la controffensiva sulla seconda
città irachena. Una sfida aperta a Baghdad e all’unità del
paese, a cui più di una forza sta mirando: non è un segreto il piano di
divisione federale dell’Iraq in tre aree etniche e religiose (i kurdi a
nord, i sunniti a ovest e gli sciiti a sud) disegnato
dall’amministrazione Usa ai tempi dell’occupazione, una
divisione oggi aiutata dagli scontri interni e le rappresaglie tra
gruppi etnici e religiosi dentro il paese.
Parole simili dall’ex premier al-Maliki che non
perde occasione per farsi rivedere sul palcoscenico iracheno: ieri
durante una visita alle unità paramilitari Badr, ha avvertito del
“tentativo dei nemici di dividere l’Iraq, incluso separare Mosul da
Anbar”. E ha buttato benzina sul fuoco chiedendo alle milizie sciite di tenersi pronti per un eventuale confronto con il nemico,
possibilità già paventata dagli stessi miliziani nei giorni scorsi.
Buona parte delle milizie sono guidate e gestite dall’Iran: è Teheran
che, se volesse, darebbe il via ad un’azione più o meno simbolica contro
la Turchia. Un’azione che potrebbe però aprire a conseguenze più serie,
viste già le tensioni tra Mosca e Ankara. Erdogan sta giocando con il
fuoco.
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