di Vladimiro Giacchè il 13 marzo 2015
Austerity e stagnazione in Europa
In un suo recente contributo sulla stagnazione secolare nell’eurozona, Paul De Grauwe, dopo aver osservato che “dalla Crisi Globale del 2007/8 gran parte dei paesi sviluppati non sono stati in grado di tornare ai livelli di crescita pre-crisi”, ha rilevato però come “da nessuna parte nel mondo sviluppato l’ipotesi della ‘stagnazione secolare’ sia meglio confermata che nell’eurozona”. Lo stesso (ri)scopritore del concetto di “secular stagnation”, Laurence Summers, ha in effetti ricordato che nella zona dell’euro «il pil reale è circa del 15 per cento inferiore a quello stimato nel 2008», e anche il prodotto potenziale «è stato rivisto al ribasso di quasi il 10 per cento». Ma torniamo a De Grauwe: lo studioso belga osserva che, se già prima della crisi il pil reale dell’eurozona evidenziava dinamiche di crescita inferiori a quelle degli Stati Uniti e degli stessi paesi dell’Unione Europea che non fanno parte dell’area monetaria, dalla crisi del 2008 in poi questa divergenza si è accresciuta ulteriormente (v. grafico 1).
Questo perché “il pil reale dell’eurozona è risultato stagnante, e ancora più basso nel 2014 di quanto lo fosse nel 2008”. De Grauwe si chiede quindi: “perché l’eurozona è un’isola di stagnazione nel mondo sviluppato?”. La sua risposta è che questo non invidiabile primato ha molto a che fare con il fatto che gli squilibri esterni tra i paesi dell’eurozona sono stati corretti “in modo asimmetrico”. Prima della crisi, i paesi periferici dell’eurozona (paesi del sud più Irlanda) avevano accumulato deficit delle partite correnti, mentre i paesi del nord dell’eurozona (Austria, Belgio, Finlandia, Germania e Olanda) avevano accumulato dei surplus. Questo ha reso il primo gruppo di paesi debitore, il secondo creditore. Quando la crisi ha determinato un blocco della liquidità, i paesi debitori hanno chiesto aiuto ai paesi creditori. E l’hanno ottenuto, ma solo al prezzo di gravosi programmi di austerity che li hanno costretti a pesanti tagli di spesa e li hanno spinti in forte recessione. In questo contesto, “la Commissione Europea ha accettato di diventare l’agente delle nazioni creditrici dell’Eurozona – promuovendo politiche di austerity quale strumento per salvaguardare gli interessi di queste nazioni”.
L’economista belga giustamente osserva come sarebbe stato possibile un diverso approccio, che muovesse dall’ovvia circostanza che “le responsabilità per gli squilibri di bilancia delle partite correnti sono ripartite tra nazioni creditrici e nazioni debitrici”, e che in effetti “per ogni debitore irresponsabile deve esserci un creditore irresponsabile”. Invece si è scelto di non adottare questo approccio riguardo ai creditori e ai debitori dell’eurozona, ritenendo che “i primi abbiano seguito politiche virtuose, i secondi politiche sconsiderate”. In coerenza con questo assunto, “le nazioni debitrici sono state costrette a sopportare l’intero onere dell’aggiustamento”. E quindi, “in assenza della possibilità di svalutare la moneta”, le nazioni debitrici “sono state costrette a ridurre salari e prezzi rispetto ai paesi creditori (a effettuare una ‘svalutazione interna’) senza che tale riduzione fosse compensata da un incremento di salari e prezzi nei paesi creditori (‘rivalutazioni interne’). Questo è stato ottenuto attraverso significativi programmi di austerità nel sud effettuati senza la compensazione di manovre espansive al nord”.
Nel secondo grafico proposto da De Grauwe si può osservare come il costo relativo del lavoro per unità di prodotto in Irlanda, Spagna, Grecia – e in misura minore in Portogallo e Italia – abbia conosciuto un brusco calo dal 2008/2009 (grafico 2).
Paul de Grauwe osserva che “queste svalutazioni interne hanno avuto un costo elevato in termini di perdita di prodotto e di occupazione nei paesi debitori soprattutto perché gli effetti di tali svalutazioni interne in termini di riduzione della spesa sono stati maggiori degli effetti in termini di riorientamento della spesa (competitività)”.
Inoltre, non vi è stato un simmetrico aggiustamento (cioè una rivalutazione) da parte dei paesi creditori: in questi ultimi, infatti, il costo del lavoro relativo per unità di prodotto ha conosciuto variazioni ben poco significative, come si può vedere dal grafico 3.
Ad avviso di De Grauwe la stagnazione nell’eurozona è precisamente l’effetto di questo “aggiustamento asimmetrico”. Il fatto che il peso del riaggiustamento sia stato caricato unicamente sulle spalle dei paesi debitori “ha creato una tendenza deflazionistica che spiega come mai l’eurozona sia stata ricacciata in una doppia recessione nel 2012-2013, e come mai il pil reale sia stato stagnante dal 2008, a differenza di quanto avvenuto nei paesi UE che non fanno parte dell’eurozona e negli Stati Uniti”.
Altri effetti di questo processo sono rappresentati secondo De Grauwe dal passaggio dell’intera eurozona “dal deficit delle partite correnti in essere nel 2008 a un surplus pari a circa il 3% del pil nel 2014” e da “un brusco calo dell’inflazione, che a fine 2014 è divenuta negativa per l’eurozona nel suo complesso” (grafico 4).
Detto per inciso, quest’ultimo grafico testimonia anche la clamorosa inosservanza dei propri obblighi statutari da parte della BCE: infatti passano ben due anni di inflazione al di sotto del target del 2% prima che la BCE intervenga, in modo certamente tardivo e meno efficace di un’azione tempestiva per il contrasto della deflazione.
Ma a De Grauwe interessa un’altra implicazione di quanto avvenuto: “tutti i fenomeni associati all’ipotesi della stagnazione secolare sono presenti nell’eurozona in forme significativamente più accentuate di quanto avvenga negli Stati Uniti e negli altri paesi dell’Unione Europea”. E oggi “l’eurozona sembra essere bloccata in un equilibrio di bassa crescita e alta disoccupazione”.
Infine, De Grauwe traccia un interessante parallelo storico: “Nel corso degli anni Trenta diversi stati europei decisero di ancorarsi all’oro e di mantenere fissi i loro tassi di cambio. Questo costrinse tali paesi ad adottare politiche di domanda deflazionistiche al fine di riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti. Di conseguenza mancarono la ripresa e le loro performance economiche risultarono significativamente peggiori rispetto ai paesi che si erano sganciati dall’oro e avevano svalutato la propria moneta… In eurozona dalla Grande Recessione in poi è accaduto qualcosa di molto simile”.
“Secular stagnation”: un problema non solo europeo
L’analisi di De Grauwe è senz’altro condivisibile: il nesso tra la particolare gravità della situazione economica dell’eurozona e le politiche di austerity è innegabile. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, chi scrive aveva osservato già all’atto della prima manovra varata dal governo Monti quanto segue: “il risultato sarà un drammatico calo della domanda e dei consumi. Con il risultato di una compressione, anche molto prolungata, del prodotto interno lordo… È appena il caso di ripetere che il calo del prodotto interno lordo del nostro Paese peggiorerà il rapporto debito/pil e quindi farà fare all’Italia un altro passo nel tunnel greco”. Quest’ultimo aspetto non è presente nelle pagine sopra citate di De Grauwe, la cui attenzione si appunta in particolare sulla conseguenze deflattive dell’aggiustamento asimmetrico dei salari, ma era tra i motivi che avevano indotto analisti finanziari di tutto il mondo, già nell’estate 2011, a contestare le politiche di austerity che si venivano decidendo a livello europeo, e che avrebbero trovato una condensazione nel fiscal compact. La circostanza fu ironicamente rilevata da una giornalista del “Financial Times”, che il 22 agosto 2011 osservò nell’edizione online del quotidiano: “è interessante notare che mentre la politica si fa sempre più cauta e – diciamolo – reazionaria, alcuni tra i personaggi più influenti del mondo economico e finanziario se ne escono con proposte che li fanno sembrare dei comunisti rispetto alla maggior parte degli uomini di governo”.
Da allora, come noto, abbiamo assistito a rettifiche a ripetizione delle previsioni effettuate da parte delle più importanti istituzioni finanziarie internazionali. Rettifiche delle previsioni della crescita conseguente alle politiche di austerity (sovrastimata) e degli effetti negativi del moltiplicatore fiscale (sottostimati), che sono sfociate in qualche caso (a proposito della Grecia) in un vero e proprio mea culpa, ad esempio, da parte del Fondo Monetario Internazionale. Rettifiche e autocritiche purtroppo tardive.
Dal punto di vista della crescita globale dell’Eurozona (mediamente inferiore a quella delle altre aree economiche) il fallimento delle politiche di austerity è indiscutibile. È un fallimento che fa apparire a posteriori come degli ottimisti visionari anche analisti molto prudenti. È il caso di Jim O’Neill, il quale recentemente ha affermato: “Solo l’eurozona ha deluso malamente negli ultimi anni. Quando feci le mie previsioni nel 2010 partii dall’idea che i problemi demografici e la bassa produttività di questa regione le avrebbe impedito di crescere a un ritmo superiore all’1,5% all’anno. Invece è riuscita a crescere soltanto di uno stentato 0,3%”. Quanto all’Italia, come sappiamo, la situazione è peggiore, e di gran lunga.
Ma dobbiamo allargare lo sguardo. Ci aiuta proprio il concetto di “secular stagnation”, o meglio ciò che questo concetto implica.
In primo luogo una situazione globale – almeno per quanto riguarda i paesi a capitalismo maturo – che Summers ha descritto facendo presente che, per quanti sforzi le autorità monetarie abbiano fatto negli Stati Uniti e altrove, portando i tassi d’interesse a zero e adottando misure «non convenzionali» di politica monetaria (quali l’acquisto di titoli di Stato e di altri assets finanziari da parte delle banche centrali), il risultato in termini di crescita è stato deludente: in particolare, «la crescita economica media negli Stati Uniti è stata appena del 2 per cento negli ultimi 5 anni, a dispetto del fatto di partire da una situazione estremamente depressa» a causa della crisi.
Quanto al futuro? Le cose non dovrebbero cambiare di molto. Secondo Paul Krugman l’ipotesi della “secular stagnation” prevede che «periodi come gli ultimi 5 anni e oltre, in cui anche una politica di tassi d’interesse a zero non è in grado di ricreare una situazione di piena occupazione, sono destinati ad essere molto più frequenti in futuro». Anche ad avviso di Summers «se negli anni a venire si vorrà mantenere la piena occupazione, i tassi d’interesse reali nel mondo industrializzato dovranno probabilmente essere mantenuti più bassi di quanto lo siano stati storicamente», e – conseguenza importante – tutto questo «può avere implicazioni importanti per la stabilità finanziaria».
Qual è il motivo di questa sorta di maledizione, che ci accompagna da quando è scoppiata la crisi? Secondo Summers, il fatto che già prima della crisi il modello di crescita era insostenibile, in quanto basato sulla finanza e sul debito: «purtroppo, è chiaro che la difficoltà emersa negli ultimi anni quanto al raggiungimento di una crescita adeguata era già presente da molto tempo, ma era stata occultata da una finanziarizzazione insostenibile». Questo riguarda tanto gli Stati Uniti quanto l’Europa. Quanto ai primi, Summers osserva che «è da circa 20 anni che negli Stati Uniti l’economia non cresce più a un ritmo sano e sostenuta da una finanza sostenibile» (si tratta di un’osservazione tanto più significativa in quanto lo stesso Summers, nella funzione di segretario al Tesoro del governo Clinton, contribuì attivamente alla deregulation del settore finanziario statunitense). Ma le cose non stanno in modo molto diverso per quanto riguarda l’Europa: anche in questo caso «retrospettivamente è chiaro che molta della forza che avevano le economie della periferia prima del 2010 era basata sulla disponibilità di credito eccessivamente a buon prezzo, e che gran parte della forza delle economie del nord Europa derivava da esportazioni [verso i paesi periferici, NdR] finanziate in modo alla lunga insostenibile».
L’analisi di Summers si ricollega così idealmente a quella di De Grauwe, ma formulando una sintesi più generale: la crescita pre-crisi, negli Stati Uniti come in Europa, è stata pagata con gli squilibri finanziari che hanno poi fatto da detonatore alla crisi.
La crisi: fine di un modello di sviluppo basato sulla finanza e sul debito
Come noto, l’innesco della crisi nel 2007 è rappresentato dal collasso del modello di consumo degli Stati Uniti, basato sull’indebitamento privato, che consentiva di mantenere consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg. In verità la crisi che ha chiuso lo scorso decennio ha rappresentato, più in generale, il punto di approdo di oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala. Per almeno tre decenni, la risposta al pericolo della stagnazione economica è stata rappresentata dalla crescita del debito e della finanza.
Una crescita il cui ritmo impressionante è ben sintetizzato da poche cifre pubblicate anni fa dalla società di consulenza McKinsey. Queste: “Nel 1980, il valore complessivo delle attività finanziarie a livello mondiale era grosso modo equivalente al PIL mondiale; a fine 2007, il grado di intensità finanziaria a livello mondiale (world financial depth), ossia la proporzione di queste attività rispetto al prodotto interno lordo, era del 356%”.
È importante osservare il nesso tra questa esplosione della finanza e del debito e l’andamento del saggio di profitto.
La più completa ricerca in materia dimostra una tendenza generale al calo del saggio di profitto negli ultimi decenni e il suo convergere su livelli simili nei principali Paesi dell’Occidente industrializzato, sia pure con andamenti tra loro non uniformi. Particolarmente eloquenti i dati riguardanti Germania, Francia e Italia, che evidenziano un dimezzamento del saggio di profitto tra i primi anni Sessanta e i primi anni del nuovo millennio. Dopo la crisi, a una moderata ripresa in Germania hanno fatto riscontro dati molto deludenti in Francia e soprattutto in Italia. Il Giappone, che muoveva da livelli relativamente più elevati del saggio di profitto, evidenzia una diminuzione ancora maggiore dal 1970 a oggi.
Stati Uniti e Gran Bretagna, che muovevano invece da livelli più bassi, sembrano evidenziare una relativa ripresa dagli anni Ottanta al 2007. Però, a dispetto di una diffusa convinzione, negli ultimi decenni neppure gli Stati Uniti hanno conosciuto un boom dei profitti. Tutt’altro. Se si considerano i profitti medi delle imprese americane prima delle tasse dopo il 1940, si osserva una costante diminuzione: dal 1941 al 1956 il saggio di profitto era del 28 per cento, dal 1957 al 1980 è stato del 20 per cento, per scendere ancora al 14 per cento nel periodo 1981-2004, sia pure con un andamento che alterna anni di crescita ad anni di calo.
Si tratta di dati che fanno giustizia di tanti frettolosi giudizi circa le presunte “smentite definitive della storia” alle teorie di Marx. Ma non è questo che interessa in questa sede. Quei dati vanno ricordati soprattutto per un altro motivo: perché la finanziarizzazione va inserita in questo contesto. La finanziarizzazione ha avuto una triplice, importantissima funzione: mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi da lavoro sui consumi, puntellare i settori industriali afflitti da un eccesso di capacità produttiva e fornire alternative più redditizie rispetto agli investimenti nel settore manifatturiero.
In questo modo, dagli anni Ottanta in poi, essa ha effettivamente rallentato la tendenza alla caduta del saggio di profitto, in parallelo alla crescita della quota dei profitti legati alla finanza entro i profitti totali. Negli Stati Uniti, in cui nei primi anni Ottanta il settore finanziario vantava il 10% dei profitti totali, la proporzione cresce sino al 40% del 2007. Nel Regno Unito tale proporzione raggiunge nel 2008 addirittura l’80%. E vale la pena di notare che proprio nel Regno Unito tra il 1987 e il 2008 l’acquisto di asset finanziari da parte di imprese non finanziarie è stato del 20% più elevato rispetto all’acquisto di attivi fissi (macchinari ecc.).
Con la crisi del 2007/2008 si rompe precisamente questo modello di sviluppo. Ed emergono sovrapproduzione e sovracapacità produttiva di proporzioni imponenti, per di più accresciute ulteriormente dalla semiparalisi finanziaria che si verifica a livello mondiale tra fine 2008 e inizio 2009, e poi dalla restrizione creditizia che come di consueto accompagna la crisi.
Dopo la crisi: business as usual?
La risposta politica alla crisi si compone di due principali elementi: una socializzazione delle perdite di dimensioni inedite e politiche monetarie ultraespansive.
In primo luogo, al fine di impedire il collasso del sistema finanziario internazionale, viene effettuato un massiccio trasferimento di debito privato a carico della collettività. È degno di nota in proposito che, a dispetto di una diffusa convinzione, la socializzazione delle perdite bancarie avvenuta all’interno dell’Unione Europea sia stata superiore a quella che ha avuto luogo negli Stati Uniti. Il grafico 6 mostra l’entità dei capitali pubblici effettivamente spesi o impegnati in Europa per salvare le banche nei diversi paesi. Sono numeri che non richiedono particolari parole di commento, se non per rilevare la circostanza che il sistema bancario oggi giudicato più fragile in Europa – quello italiano – sia anche quello che ha ricevuto meno aiuti di Stato dal 2008 in poi.
La seconda componente della risposta alla crisi consiste in politiche monetarie ultraespansive, convenzionali (abbassamento dei tassi) e non (acquisti massicci di asset finanziari da parte delle banche centrali).
Alla base di queste due componenti della risposta alla crisi vi è la convinzione (comune alle autorità europee e statunitensi, e a quanto sembra anche ai teorici della “secular stagnation”) che sia possibile tornare al business as usual: ossia che il modello di sviluppo basato sulla finanza e sul debito possa essere aggiustato e, una volta rimesso in moto, possa tornare a funzionare come prima.
Diversi dati di fatto, però, inducono a pensare che le cose non stiano in questo modo.
In primo luogo, dagli anni della crisi ad oggi non vi è stato alcun deleveraging, alcuna riduzione del debito su scala mondiale. È successo il contrario: secondo un recente studio di McKinsey, dal 2007 al 2014 il debito a livello mondiale è cresciuto di 57 trilioni di dollari, a un ritmo superiore alla crescita del pil mondiale, portando perciò il rapporto debito/pil dal 269% al 286% (vedi grafico 7). E questo nonostante la ingente distruzione di capitale operata dalla Grande Recessione.
Unico dato positivo è l’aumento della solidità patrimoniale nel settore finanziario (peraltro non in Italia). In compenso, nessuna delle economie maggiori (e solo 5 economie emergenti) hanno ridotto il rapporto debito/pil nell’”economia reale” (famiglie, imprese non finanziarie, governi). 14 di esse hanno visto crescere il rapporto debito/pil complessivo di oltre il 50% (e tra questi paesi c’è l’Italia).
Il solo debito pubblico nelle economie avanzate è cresciuto di 19 trilioni di dollari tra il 2007 e il secondo trimestre del 2014. Ovviamente, il dato relativo all’aumento del debito pubblico è anche l’altra faccia della medaglia del miglioramento della patrimonializzazione delle banche. Più in generale, è evidente la funzione di ammortizzatore del debito privato assunta dal debito pubblico dalla crisi in poi (grafico 8).
In ogni caso, quale che sia la composizione del debito globale, è abbastanza chiaro che la sua dinamica di crescita su scala mondiale rappresenta un trend insostenibile.
Il secondo aspetto che fa dubitare della possibilità di tornare al mondo di prima della crisi riguarda le politiche monetarie espansive. Esse, come abbiamo visto, sono state di limitata efficacia dal punto di vista della crescita e sono potenzialmente destabilizzanti dal punto di vista finanziario. Ma c’è di più: esse non sono neutrali né in termini sociali (all’interno dei paesi interessati), né sul piano internazionale. In altri termini: queste politiche hanno vinti e vincitori, o – per dirlo in termini più brutali – chi ne beneficia e chi le paga, anche se il gioco non è necessariamente a somma zero (in quanto benefici e danni non sono matematicamente equivalenti).
Un’altra ricerca di McKinsey ha provato a effettuare una stima dell’impatto (positivo e negativo) di queste misure: i risultati, riferiti al ribasso dei tassi d’interesse sino al 2012 (e quindi fortemente sottostimati rispetto alla situazione attuale), sono sintetizzati nel grafico 9.
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