Per interpretare i giorni di
crollo repentino e contemporaneo di tutte le principali borse la stampa
mainstream italiana va spesso a caso. Qualche testata prova con
la formula “rallentamento della crescita globale”, che è un po' la notte
in cui tutte le vacche sono nere. Poi le immancabili Cina,
rallentamento crescita Usa, la Grecia. E che dire del petrolio? In pochi
mesi si è passati, sulla stampa, dai raccontini edificanti su quanto risparmia l’Italia con il calo del greggio ad analisi del terrore legati
al crollo dei mercati che questo calo comporta.
Non manca la lettura soggettiva, quella che evita di addentrarsi in analisi strutturali. La “percezione” dei mercati, per spiegare un giorno di crollo di Milano, oppure il “giudizio” a seconda della testata e dell’angolo di lettura. Sull’Italia è impossibile smarcarsi da quel “pesa l’entità del debito pubblico”, che, prima di suggerire in automatico l’ennesima ricetta lacrime & sangue, non tiene mai immancabilmente conto del fatto che questo paese ha il più alto avanzo primario di bilancio di tutta l’Eurozona. Dagli anni ’90, naturalmente, a riprova che da Ciampi in poi si è inflitto un vero disastro da Pantelleria a Bardonecchia: tagliare sulla spesa pubblica per aumentare il debito (e più largo è il debito, più largo è il mercato delle obbligazioni...).
Non manca la lettura soggettiva, quella che evita di addentrarsi in analisi strutturali. La “percezione” dei mercati, per spiegare un giorno di crollo di Milano, oppure il “giudizio” a seconda della testata e dell’angolo di lettura. Sull’Italia è impossibile smarcarsi da quel “pesa l’entità del debito pubblico”, che, prima di suggerire in automatico l’ennesima ricetta lacrime & sangue, non tiene mai immancabilmente conto del fatto che questo paese ha il più alto avanzo primario di bilancio di tutta l’Eurozona. Dagli anni ’90, naturalmente, a riprova che da Ciampi in poi si è inflitto un vero disastro da Pantelleria a Bardonecchia: tagliare sulla spesa pubblica per aumentare il debito (e più largo è il debito, più largo è il mercato delle obbligazioni...).
Il primo punto da tenere bene a mente in questo profondo rosso delle borse – che tra un rimbalzo tecnico e la classica volatilità da speculazione tra ribassi e rialzi è destinato a continuare – è che gli indicatori economici sono amplificatori di crisi finanziaria. In poche parole se sull’economia non fosse cresciuta questa architettura di finanza globale le crisi finanziarie sarebbero minori, e a minor rischio per il pianeta.
Questo non significa che l’economia capitalista sarebbe sana, senza la finanza globale continuerebbe ad alimentare gli squilibri di sempre, ma “solo” che ha generato un ordigno in grado di sinistrare il pianeta amplificandone le già gravi crisi economiche. Un ordigno ampiamente conosciuto nell’800 – allora c’era il telegrafo ad ampliare le crisi di borsa da New York a Vienna oggi c’è internet – e riemerso a partire dagli anni ’80 come risposta alla crisi capitalistica degli anni ’70, ed oggi potenziato da tecnologie in grado di alimentare le bolle, e le loro esplosioni, in modo inimmaginabile (si pensi all’High-Frequency Trading ma non solo).
Il secondo punto, di conseguenza, è che le crisi economiche (es. Cina o petrolio) non provocano correzioni, verso il basso, dei valori azionari ma veri e propri terremoti. Scosse sismiche che investono pesantemente gli stati, i bilanci pubblici e le economie nazionali, locali e territoriali. Quindi anche l’Italia. Anche perchè ci sono istituti bancari, investiti dalle crisi di borsa, come sappiamo dalla crisi del 2008, troppo grandi per fallire e che, in qualche modo (bail-in o bail-out) devono essere pagati dalle popolazioni per essere tenuti in vita. O come cittadini, togliendo enormi risorse dai bilanci pubblici, o come risparmiatori, perdendo una parte significativa del proprio conto in banca. Poi, ovviamente, perdendo il lavoro perché le scosse economiche delle politiche di “salvataggio” delle banche sono sempre considerevoli.
In Italia, di queste banche troppo grandi per fallire ce ne sono, una ha visto recentemente passare il proprio titolo a categoria “alto rischio” (Unicredit), una di quelle strategiche (MPS) è in crisi permanente. L’attuale crisi di borsa globale tocca quindi le banche italiane, come specchio della debolezza sistemica del paese. Visto che l’altissimo tasso di crediti inesigibili, che rischia di trascinarle a fondo, proviene dai fallimenti delle imprese in questi 8 anni di crisi. Se aggiungiamo che la situazione debito pubblico, e quindi le esigenze di chi ne ha fatto un importante mercato globale, è determinata dalle tempeste di borsa è evidente che l’Italia ha due grossi problemi: banche e debito. Infatti, occhio ai titoli bancari e allo spread, la differenza di rendimento, tra bond italiani e bund tedeschi, che determina l’allarme sul debito. Due indicatori per capire cosa sta succedendo – al di là delle chiacchiere di Renzi, Padoan e del presidente della Banca d’Italia – ci sono. Per adesso sono in rosso fisso.
Terzo punto. In questo scenario agiscono speculatori e commissari. “La speculazione è vecchia come le colline” era la frase preferita di uno dei trader più selvaggi di Wall Street del primo novecento. Il messaggio, ai giorni nostri, non è rimasto inascoltato. Tanto che l’uso di masse di denaro per abbassare il prezzo di un bene in crisi, per poi guadagnarci dal suo crollo, oggi si è di gran lunga specializzato. Un recente studio della banca dei regolamenti internazionali ha dimostrato, con efficacia, come l’aumento delle scommesse contro il prezzo alto del petrolio coincida sistematicamente con il suo ribasso di prezzo. Quando si dice l’efficacia dei mercati: si muovono e si fanno i soldi veri mandando in crisi l’economia globale. E il fenomeno è tanto serio che la Cina ha fatto pubblicamente lista dei nomi degli speculatori americani che scommettono contro di lei.
Che ci sia quindi qualcuno che scommette contro le banche italiane è palese come l’esistenza delle colline ma avviene perchè l’Italia è debole. Nessuno scommette contro un paese forte, perdendo i propri soldi. Poi ci sono i commissari, quelli che regolano le istituzioni politiche e di governance. Esistono per salvaguardare gli interessi dei paesi più ricchi, anche loro scossi dalla crisi, far pagare il prezzo di queste crisi ai soggetti o ai paesi più deboli. In Europa, guarda caso, si è guardato subito all’Italia come paese da commissariare se la crisi diventa più critica.
Già, ma come? Le ipotesi allo studio, fatte filtrare sono sostanzialmente due:
1) un meccanismo, rivelato dal Corriere, dove l’eurozona sta studiando come imporre rigide condizioni di salvataggio alle banche, quelle che si salveranno, a spese di famiglie e imprese italiane. E anche del finanziamento del debito pubblico perchè, in prospettiva, le banche italiane dovrebbero, per direttiva europea, non comprare titoli pubblici nazionali ma di paesi come Olanda, Francia, Germania (si capisce perchè lo spread aumenta e perchè le banche italiane crollano...)
2) la proposta ufficiale e congiunta del presidente della Bundesbank e di quello della Banca di Francia di creare un ministro delle finanze europeo. Proposta che toglierebbe il ministero più importante, quello dell’economia, a questo paese riducendolo a presidio simbolico. Certo, il presidente della Bundesbank ha cercato di zuccherare la pillola parlando, alla Frankfurter Allgemeine, di “proposta che non è una imposizione”. Ma se passano, col tempo, i punti uno e due il commissariamento dell’Italia sarebbe serio. Diciamo che, in tempi di crisi, si stanno facendo le prove di orchestra. Vediamo se e come ci sarà il concerto.
Già Francia e Germania, dice niente questa alleanza? La Germania detiene una grande banca tossica planetaria, la Deutsche Bank (di cui la Sueddeutsche Zeitung ha detto che non è certo profittevole acquistarne i titoli). La Francia ne detiene un’altra, Credit Agricole, che sta fallendo le politiche di risanamento. Ecco che chi ha questi enormi problemi, custodendo ordigni finanziari in casa, guarda caso pensa a comissariarci.
Ecco l’Europa della cooperazione e dell’integrazione per chi ci crede. Se la crisi continua con questa velocità, capace di bruciare ricchezza pari a interi Pil di stati occidentali in poche settimane, gli strumenti di commissariamento verso il nostro paese non potranno che prendere forma. Ordinaria, come prevista da vari trattati europei (Mes, Two e Six Pack) o con nuove forme come abbiamo visto nel terzo punto della nostra nota. Nel recente passato il presidente della Bce, per evitare l’effetto disastro, ha tirato fuori il coniglio dal cilindro due volte: la prima nell’autuno 2011 durante la crisi della liquidità bancaria, la seconda nell’estate 2012 in un momento di forte crisi del debito sovrano europeo. La prima volta il coniglio aveva le forme di una politica di immissione di liquidità nel sistema (lo LTRO), la seconda di una dichiarazione programmatica (poi sfociata nella politica di QE, creazione di moneta e sua immissione nei circuiti finanziari). Vedremo l’aspetto del terzo coniglio, se ci sarà, se sarà in salute e se prevederà o meno il commissariamento di questo paese. E vedremo se questo paese si sveglierà, perché per adesso sta vivendo in un mondo ombelicale, tutto suo, fatto di desideri da realtà parallela e di semplice lotta di corto respiro per la nuda sopravvivenza.
Redazione, 9 febbraio 2016
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