Abbiamo più volte avuto modo di analizzare il fenomeno Retake, il falso associazionismo sponsorizzato dalle multinazionali
come Wind, Groupama, Eataly, LVenture Group, e coadiuvato
dall’università privata Luiss. Una forma corrotta di associazionismo,
che spiana la strada, attraverso metodi presuntamente cooperativi,
all’ideologia liberista privatizzante ogni settore della vita pubblica
gestito dallo Stato. E’ però una battaglia politica e culturale
complessa, perché apparentemente le motivazioni e gli intenti dei
“retakers” appaiono di buon senso, forse ingenui ma genuini, in buona
sostanza fenomeni di attivismo cittadino magari inconcludente ma
sicuramente positivo.
Chi ci ha letto in passato sa quanta importanza diamo alla questione del degrado romano,
un fatto presente e degenerato che ha ridotto Roma a una latrina a
cielo aperto, sporca, invivibile, stressante, inquinata e via dicendo.
Sbaglia la sinistra di classe a disinteressarsi o, peggio ancora,
banalizzare tale fenomeno. Perché il degrado cittadino è il degrado
delle periferie, perché influisce direttamente sulla qualità della vita
dei lavoratori, perché aliena la cittadinanza al suo tessuto
metropolitano, incattivendo i rapporti e generando sfiducia collettiva.
“Roma fa schifo”, uno slogan purtroppo legato ad un personaggio
spregevole, avrebbe dovuto essere una nostra parola d’ordine: Roma fa
davvero schifo, inutile minimizzare o celare una realtà lapalissiana
agli abitanti della sua sterminata periferia. Ma Retake non è la
risposta allo schifo quotidiano che viviamo: contribuisce, al contrario,
alla sua deriva degenerata, ed è per questo che noi oggi siamo andati a
dirglielo in faccia contestando la pagliacciata organizzata a Porta
Maggiore.
In primo luogo “l’ideologia retake” opera un sillogismo
apparentemente ovvio ma che tale non è, e cioè che il ripristino del
decoro urbano sia la soluzione al degrado cittadino: per i retakers il
degrado romano è dato dalle scritte sui muri, dalle cicche per terra,
dalle tag sui vagoni della metro, dai giardini sporchi, dalle bancarelle
abusive, dalle buche per strada e via elencando. Il degrado è, in altre
parole, un fatto estetico. Per di più, assume i toni dell’attacco di classe: il degrado è colpa dei poveri. L’autorganizzazione
cittadina, rimuovendo i segni visibili di questo degrado,
ripristinerebbe un livello accettabile di decoro. Questa è pura
ideologia liberista, della peggiore specie. Non si tratta di porsi su di
un piano di priorità, affermando che i problemi sarebbero “ben altri”.
Si tratta di interpretare correttamente il concetto di degrado.
Il degrado cittadino è dato dalla disoccupazione galoppante che
produce 225.000 disoccupati l’anno; dal lavoro nero imperante nella
città e soprattutto nei suoi cantieri edilizi, vero traino dell’economia
cittadina fondata, appunto, sul caporalato e il lavoro non
contrattualizzato, senza garanzie, a cottimo, sfruttando la manodopera
straniera; il degrado è quello di una città in cui il mercato degli affitti è gestito dal costruttori privati,
senza alcun intervento sociale di mediazione e calmieramento degli
affitti, e in cui il prezzo delle case è il più alto d’Italia pur
essendo Roma al 95° posto in Italia per reddito pro capite; il degrado è
quello di un’economia pubblica cittadina smantellata, dove persino il
prefetto-commissario Tronca, nel suo Documento unico di programmazione,
stima in circa 8000 i lavoratori strutturalmente mancanti nelle aziende
pubbliche metropolitane senza per questo procedere a piani di assunzioni
e stabilizzazione delle piante organiche; il degrado è dato da un
sistema dei trasporti pubblici inefficiente, che nel corso del tempo ha
smantellato il sistema tranviario privilegiando la circolazione
automobilistica, facendo il Roma il comune europeo con la più alta
densità di macchine per abitante; il degrado è quello di un centro
storico in cui si concentrano tutte le attività economiche, culturali,
sociali, politiche della città desertificando di fatto la sua gigantesca
periferia, che produce di fatto uno spostamento quotidiano di tutta la
provincia (e oltre), verso il centro cittadino, intasandolo perennemente
e contribuendo all’abbrutimento del resto della città dormitorio. E
molti altri eccetera. In altre parole, il degrado romano è dato da un
suo modello di sviluppo corrotto, inefficiente, colluso con i poteri
economici che a Roma si chiamano palazzinari, asservito alle logiche
privatizzanti. E’ questa dinamica profonda ma evidente che, a cascata,
produce poi il degrado estetico di una cittadinanza senza più speranze
né amor civico, senza alcun interesse a un bene pubblico collettivo che
di fatto non esiste. Si potranno anche togliere per un giorno le
cartacce dalle strade e far così contenti i borghesissimi istinti di
qualche pensionato in vena di civismo, ma dal giorno dopo torneranno più
lerce di prima, perché il problema non è estetico ma politico.
In secondo luogo, Retake sbaglia completamente il metodo. O meglio,
dal punto di vista profondamente ideologico dei retakers, azzecca il
metodo adatto per veicolare il proprio messaggio privatizzante, ma che
non può in alcun caso essere condiviso. Anche volendo rimanere sul piano
estetico della questione, la questione è sempre e solo politica: la
sporcizia cittadina è dovuta a una mancanza strutturale di lavoratori,
le aziende municipalizzate, l’Ama in primis, soffrono di una carenza
organica di operai e impiegati che impedisce di fatto il funzionamento
ottimale del servizio. Lo dice Tronca, che avrebbe tutto l’interesse ad
affermare il contrario, procedendo così allo sfoltimento per ridurre il
debito cittadino, non capiamo perché non se ne dovrebbero accorgere le
simpatiche famiglie col problema delle scritte sui muri. O meglio, anche
qui, lo capiamo ma l’apparente neutralità del ragionamento va
smascherata. I muri sono eccessivamente sporchi? Le tag turbano i sonni
dei bravi cittadini? Le cacche dei cani spaventano i bambini? La
soluzione non è sostituirsi autonomamente ad un lavoro che dovrebbe
essere garantito dal servizio pubblico, ma costringere quel servizio
pubblico a lavorare meglio, in primo luogo assumendo tutti i lavoratori
necessari all’adempimento del servizio, e in secondo luogo
razionalizzando il servizio stesso, sottraendolo alle logiche del
profitto privato (che in un’azienda pubblica non dovrebbe valere),
ridestinandolo al suo compito per il quale è stato pensato: risolvere i
problemi della cittadinanza, soprattutto di quella più povera e che non
può permettersi servizi privati. Ma i retakers tutto questo non lo
vogliono. Vogliono sentirsi a posto con la coscienza, attivarsi,
arrivare all’aperitivo con qualcosa da raccontare: “sai, oggi ho pulito
un giardinetto, non sai che emozione”; “questa mattina ho tolto una
pericolosa scritta su di un muro che impediva lo sviluppo culturale di
mio figlio”. E’ per questi motivi, ma altri ce ne sarebbero da
aggiungere, che l’ideologia retake, perché di ideologia si tratta, va
combattuta in ogni dove: è il male di Roma, è la morale della città
vetrina che giudica i comportamenti della periferia, è la reazione
illuminata di classe che devia l’attenzione dai problemi strutturali a
quelli estetici e culturali. E’ la reazione indignata contro la povertà
diffusa, senza porsi il problema di risolvere tale povertà, ma
condannandola in nome del civismo borghese. E’ insomma l’arma culturale
del processo ininterrotto di privatizzazione dell’economia pubblica.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento