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venerdì 1 giugno 2018

Il governo e il gioco dell’Oca

E così, alla fine, si ritorna al punto di partenza, con la giostra della politique politicienne che in poche ore ha fatto l’intero giro per tornare dov’era partita, impossibilitata a trovare una via d’uscita da quel “bipopulismo imperfetto” fotografato dalle elezioni del 4 marzo. Ogni attore in commedia potrà finalmente ricominciare a recitare la sua parte laddove l’aveva lasciata: la Lega e i Cinque Stelle potranno tornare a promettere mari e monti facendo i conti senza l’oste di Bruxelles, il Pd potrà riprendere la faida interna che dovrebbe portare alla nascita del nuovo partito à la Macron, Forza Italia potrà continuare lentamente ad estinguersi nella speranza che Berlusconi prima o poi resusciti e la sinistra-sinistra potrà ricominciare ad inveire sui social contro “il governo più di destra dalla caduta del regime fascista” cercando così di esorcizzare la sua scomparsa dalla società reale.

E’ difficile dire cosa abbia determinato la ricomposizione di un quadro istituzionale che solo poche ore fa sembrava avviato a nuove elezioni, ed altrettanto difficile capire chi, con la composizione dell’esecutivo che verrà ufficializzato oggi, abbia portato a casa se non “il risultato”, quantomeno un risultato. Almeno a prima vista Mattarella sembrerebbe riuscito a non perdere completamente la faccia, ottenendo almeno lo spostamento di Savona dal ministero dell’Economia a quello dei rapporti con l’Ue, ma la sensazione però è che si tratta di un palliativo. Se si fosse andati davvero alle elezioni il presidente della Repubblica (per conto dell’Unione Europea) si sarebbe trovato con ogni probabilità di fronte ad uno scenario ancora peggiore di quello attuale, con il polo populista che avrebbe fatto il pieno di voti sull’onda del veto della Ue ed il fronte europeista ancora più a pezzi di come si ritrova oggi. Anche le due formazioni populiste, che pure ottengono le tanto vituperate (e agognate) poltrone, non ne escono alla grande. Di Maio si è dimostrato nei fatti un novello “sor tentenna”, passando dall’impeachment alla collaborazione con dei tempi degni di un pilota di Formula Uno. Salvini invece, che pure di fronte alla pochezza del dirimpettaio ha giganteggiato, aveva fatto di Savona all’economia la sua linea del Piave e adesso spaccia per una vittoria la nomina di Tria facendo finta di ignorare la sconfitta, simbolica più che concreta, subita. C’è di più, però.

L’indisponibilità allo scontro con l’Unione Europea dimostrata in questo frangente tanto dai Cinque Stelle quanto dalla Lega la dice lunga sulla effettiva praticabilità dei programmi sociali contenuti nel loro contratto. L’abolizione della Legge Fornero e del Jobs Act, così come il reddito di cittadinanza resteranno nel cassetto dei sogni senza copertura economica. Più probabile (e facile) che nella ricerca del consenso entrambi i partiti si concentrino invece su quegli elementi di “populismo penale” che fanno parte del loro DNA. Del resto, come ha notato cinicamente qualcuno, i diritti sociali hanno un costo mentre i diritti umani no. Sia quando li concedi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimoni gay, ecc.) sia, come in questo caso, quando ti riproponi di calpestarli (xenofobia, respingimenti, ecc.). Dal canto loro sia il Pd che Forza Italia, se pure hanno scampato il “pericolo elezioni”, hanno anche dimostrato plasticamente la marginalità in cui sono attualmente confinate e da cui, almeno nel breve periodo, difficilmente riusciranno ad uscire.

Quello a cui abbiamo assistito è stato dunque soltanto un inutile balletto? Pensiamo di no. Come scrivevamo qualche giorno fa la linea di faglia tra i diritti sociali e l’architettura immodificabile dell’Unione Europea è emersa, forse per la prima volta, in tutta la sua centralità agli occhi di milioni di lavoratori. La questione è uscita dai convegni per addetti ai lavori ed è entrata nei bar e nei mercati. Ed è diventato finalmente chiaro che esiste un recinto economico-politico che non solo non si può scavalcare, ma a cui non ci si deve neppure avvicinare. E che la democrazia rappresentativa vale solo se si promette di non avvicinarsi a quel limite. Una lezione importante, ci sembra di poter dire, più per le masse dei subalterni che per quella sinistra unioneuropeista destinata a rimanere incastrata nel falso binomio sovranismo/europeismo.

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