Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

17/09/2026

Macklemore fuori dal tour di Ed Sheeran per la solidarietà con la Palestina

Macklemore, famoso rapper statunitense, è stato ufficialmente estromesso dalle date statunitensi del The Loop Tour di Ed Sheeran. A decretare il bando del rapper sono state le pressioni congiunte di organizzazioni filo-israeliane e dei proprietari dei grandi stadi americani, culminate nella minaccia di bloccare l’intera tournée da centinaia di migliaia di spettatori.

La rottura ha avuto origine durante i concerti del 4 e 5 settembre al MetLife Stadium nel New Jersey. Invitato ad aprire gli show di Sheeran in dieci tappe negli Stati Uniti, Macklemore ha trasformato il proprio set in una piattaforma di denuncia contro il genocidio dei palestinesi.

L’Israeli-American Council (IAC) ha lanciato quasi istantaneamente una raccolta firme per chiederne la cacciata immediata. Anche figure di spicco del pop come la cantante Pink e l’artista britannico Boy George hanno criticato Macklemore. Il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e dello stadio Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts, dove il tour avrebbe dovuto fare tappa a fine settembre, ha bandito ufficialmente il rapper dalla propria struttura, accusandolo persino di antisemitismo.

Secondo quanto denunciato da Macklemore, Kraft avrebbe fatto fronte comune con i gestori delle altre grandi arene in cui sarebbe andato a cantare, ponendo un aut-aut perentorio: se Macklemore rimane in cartellone, i concerti non si terranno. A confermare la rimozione è stato il Messina Touring Group, la società promotrice degli spettacoli americani di Ed Sheeran.

Macklemore ha deciso di pubblicare un lungo messaggio su Instagram, dove ripercorre gli eventi e le difficili conversazioni con l’amico Sheeran. Ci è sembrato utile tradurlo e pubblicarlo qui sotto, innanzitutto perché il rapper, evidentemente lontano dalle manie di grandezza di altri colleghi, ha voluto ridimensionare la portata del proprio caso personale, rifiutando ogni vittimismo.

E poi, perché con le sue parole Macklemore ha mostrato come la musica di oggi sia un’industria dove gli spazi di espressione sono rigidamente controllati, richiamando la necessità di una rottura culturale significativa. Il primo passo è quello di decidere da che parte stare, mentre l’amico Sheeran ha sempre fatto della sua “neutralità” un punto fermo della sua figura pubblica. Ovviamente, solo quando questo conveniva

“Non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso – ha scritto sui social – Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo”. O se sei nel mezzo, detto con Lenin, sei la barricata da scavalcare.

*****

Non so bene da dove cominciare. Quindi parlerò con il cuore e dirò la verità. Ed Sheeran e il suo team hanno preso la decisione di rimuovermi dal The Loop Tour. Ma prima di addentrarmi nella questione, voglio dire una cosa che dovrebbe essere ovvia. In questo momento penso che sia importante: io non sono una vittima.

Ed Sheeran non è una vittima. Pink non è una vittima. Abbiamo carriere, denaro, opportunità, sicurezza e un pubblico in tutto il mondo. Qualunque siano le conseguenze che ciascuno di noi deve affrontare per ciò che dice, noi possiamo tornare a casa dalle nostre famiglie.

Le vittime sono il popolo palestinese. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, affamati, sfollati e costretti a vivere attraverso una violenza inimmaginabile. Più di 20.000 bambini sono stati uccisi solo a Gaza. Ci sono persone che vengono uccise oggi, e persone che verranno uccise domani. Voglio assicurarmi che, nel raccontare questa storia, non perdiamo di vista questo.

Ed è un mio amico. Lo conosco da 13 anni. Abbiamo condiviso notti fino a tardi, sessioni in studio e palcoscenici. Ha una magia contagiosa che ho imparato ad amare. Lo considero un fratello. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo avuto conversazioni difficili. Quel tipo di discorsi radicati nell’affetto e nel rispetto reciproco che però finiscono comunque in un punto di disaccordo fondamentale.

Nulla di ciò che scrivo qui è dettato dal rancore o dal desiderio di infangare la sua persona. Ma, come ho detto a Ed più volte al telefono, la nostra amicizia non può cancellare la mia responsabilità di dire la verità su ciò che è successo. Lunedì scorso, nel bel mezzo dell’attenzione mediatica attorno a Pink e a ciò che avevo detto al MetLife, Ed mi ha detto che Robert Kraft lo ha chiamato. Questo mese avevamo in programma di esibirci al Gillette Stadium, di proprietà del Kraft Group.

Ed mi ha riferito che Kraft ha dichiarato che non mi sarebbe stato permesso di esibirmi nel suo stadio. Ed mi ha anche detto che Kraft aveva mobilitato alcuni degli altri proprietari di stadi e che, collettivamente, gli avevano dato un ultimatum: se Macklemore rimane nel tour, non ti sarà permesso di suonare nelle nostre strutture.

Ed si è trovato in una posizione davvero difficile. Lo sapeva. La sua solita posizione apolitica veniva messa in discussione come mai prima d’ora. Mi ha detto che le parole “Free Palestine” e l’immagine della bandiera palestinese ferivano molte delle persone con cui aveva parlato.

Gli ho risposto che se quelle parole risultavano più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’era una divergenza fondamentale tra la posizione di quelle persone e la mia. Ma lui non è riuscito a superare la sua facciata pubblica del “Io non prendo posizione”.

E capisco perché le persone non lo facciano. Prendere una posizione può costare caro. Soldi, contratti con i brand, sponsorizzazioni, festival, esibizioni private, relazioni e opportunità. Ho perso tutte queste cose. Ma non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso. Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo.

Ciò che ho detto al MetLife lo vado dicendo sui palchi di tutto il mondo da quasi tre anni. Perché allora è un problema adesso? Perché ora sto condividendo il palco con uno degli artisti più grandi del mondo, in alcuni dei più grandi stadi d’America. A un certo livello di visibilità, dire “Free Palestine” diventa un rischio troppo alto.

Se avessi continuato a fare i concerti, dicendo “Free Palestine“, con Ed che implicitamente lo appoggiava, con il pubblico che si faceva sentire e mostrava un innegabile sostegno per la liberazione palestinese, quale artista si sarebbe fatto avanti dopo? Il palcoscenico diventa resistenza. Forse è per questo che questa volta è diventato così importante ridurmi al silenzio.

E uno dei modi più efficaci per imporre quel silenzio è stato strumentalizzare l’accusa di antisemitismo. L’antisemitismo esiste davvero. Ed è esattamente per questo che il termine ha un peso troppo grande per essere usato come scudo contro le critiche allo Stato di Israele. Quando criticare Israele, opporsi al sionismo o dire “Free Palestine” viene confuso con l’odio verso gli ebrei, non si protegge il popolo ebraico. Si protegge Israele dalle proprie responsabilità.

Spero che questa non sia la fine del mio rapporto con Ed. Tredici anni di amicizia non spariscono a causa di un disaccordo doloroso. Spero che entrambi continueremo ad ascoltare, a documentarci su ciò che sta accadendo in Palestina e a fare i conti con ciò che la neutralità significa in un momento come questo. La mia porta sarà sempre aperta per portare avanti quella conversazione.

Quando mio fratello Omar stava inserendo i sottotitoli al video che ho pubblicato dal MetLife, l’ho ringraziato. Mi ha detto che c’è una frase in arabo: لا شكر على واجب “La shukra ala wajeb”: “Non si ringrazia per un dovere”. Mi è rimasto impresso. Perché è questo ciò che è diventato, per me e per milioni di altre persone nel mondo. Un dovere. Non qualcosa che merita elogi o gratitudine. Non un atto di coraggio. Semplicemente umano.

Chi sta vincendo sul web, chi viene cancellato, chi suona negli stadi e chi no: tutto questo diventa infinitamente piccolo rispetto a ciò di cui siamo effettivamente testimoni a Gaza e in Cisgiordania. Un intero popolo che viene sfollato, affamato e ucciso mentre il mondo dibatte su quali parole ci sia concesso usare per descriverlo, su come quelle parole ci facciano sentire e se il nostro disagio valga più delle persone che stanno subendo un genocidio.

Non avevo bisogno di 10 concerti con Ed. Ne avevo bisogno di 2. Due occasioni per stare davanti a 90.000 persone e pronunciare le parole che, in qualche modo, sono diventate troppo pericolose da dire. “Free Palestine“. Ma se quelle parole mi sono costate il palco, riportando al contempo la discussione sulla Palestina, allora questo è stato il tour di maggior successo a cui io abbia mai preso parte.

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16/09/2026

Saldi guerrafondai di fine stagione, si spera...

La situazione si complica e gli improvvisatori si moltiplicano. Da un lato abbiamo gli Stati Uniti che si vanno ripiegando sui loro equilibri interni, ormai a ridosso delle elezioni di midterm. Dall’altra l’Unione Europea alle prese con l’“abbandono” della protezione americana, che lascia loro in mano la bomba ucraina.

Se vivessimo in un mondo razionale, anziché nell’epoca in cui cala vistosamente l’egemonia occidentale sul pianeta, sarebbe abbastanza semplice pensare all’avvio di diversi processi di pace per metter fine ai numerosi conflitti che risultano ormai ingestibili e impossibili da vincere (Iran, Palestina, Ucraina, Libano, ecc.).

Ma funziona tutto al contrario. Negli Usa il Congresso ha dato un segno di vita, approvando una mozione che imporrebbe a Trump di metter fine alla guerra contro Teheran, dopo sette mesi altalenanti in cui i bombardamenti si sono fatti via via più sporadici e meno intensi, intervallati da dichiarazioni roboanti sulla vicina “vittoria”.

Anche stamattina, per dire, un costoso drone-spia è stato abbattuto dalla contraerea iraniana (quella che “non esiste più”, diceva Trump) mentre sorvolava l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.

Sette repubblicani si sono uniti ai “dem”, evidenziando l’insofferenza per un conflitto che ha reso evidente agli occhi del mondo la caduta di “efficienza” della macchina militare Usa, con tutte le infinite conseguenze che questo potrebbe comportare a medio termine.

Ma i dubbi crescono anche dentro l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance che ha accompagnato l’ennesimo carico di armi a Israele con l’avviso: Washington non può permettere che la sua politica estera in Medio Oriente sia “subordinata allo Stato di Israele”. Che – e sembra significativo anche l’uso dei verbi al passato – “è stato un partner importante per quanto riguarda la tecnologia militare e la condivisione di informazioni di intelligence”, ma “il popolo americano ha bisogno che prendiamo una direzione diversa”.

Dopo le elezioni, sia a Washington che a Tel Aviv, ci saranno probabilmente alcune novità...

In Europa, invece, sale la febbre guerrafondaia. Invece di ragionare seriamente sugli interessi immediati dell’insieme malfermo chiamato UE – costi dell’energia moltiplicati, problemi di rifornimenti stabili, crisi economica in parte autoimposta aderendo alle “sanzioni” unilaterali Usa, crollo del modello mercantilista continentale, assenza di un arsenale nucleare anche lontanamente paragonabile a quello russo, minorità assoluta sul fronte missilistico (gli ipersonici di Mosca non sono intercettabili), ecc. – tutto l’impegno appare concentrato sull’alimentare una escalation di allarmi che sta diventando ridicola per un verso, preoccupante per l’altro.

Non passa giorno, o anche mezzo, che non venga segnalato un “drone presumibilmente russo” che sorvola le aree di confine dell’est. Mai che venga fornita una mezza prova sull’origine effettiva, anche se l’analisi dei pezzi eventualmente caduti a terra potrebbe stabilirlo in tempi rapidissimi (ogni componente reca codici stampati inequivocabili).

In un caso, sulla Lituania, si trattava di uno stormo di uccelli, e si potrebbe ironizzare pesantemente su sistemi radar che non riescono a distinguere tra volatili con piume e velivoli con bombe...

I media ormai raggruppano tutte le notizie di guasti infrastrutturali sotto la voce “guerra ibrida”. In un paese si verificano danni alle rotaie di una ferrovia? È un “sabotaggio” da far risalire a Mosca... La rete telefonica funziona male? È un “attacco ibrido”. C’è un blackout elettrico? Idem... Le elezioni vanno male per chi è al governo? Colpa delle interferenze russe...

Ultima di stamattina: «Mosca prepara omicidi mirati in Usa e Ue», copiando – presumibilmente – quel che i servizi segreti ucraini fanno da quasi cinque anni a questa parte (bombe a Mosca, al gasdotto North Stream nel Baltico, contro un socio d’affari a Montecarlo, ecc.). 

L’unico “avvertimento” vero arrivato dalla Russia – il drone che con precisione chirurgica, e dopo un preavviso, ha colpito la locomotiva del treno con a bordo i “consiglieri europei”, a partire dal solito Boris Johnson che già fece fallire di accordi di Istanbul nel 2022 – è stato invece derubricato a “ci vogliono spaventare”

Ecco, questo scarto abissale tra realtà sul campo e “messaggistica pubblica” è forse la dimostrazione più chiara della miseria politica dominante nelle classi dirigenti del Vecchio Continente. Miseria complessiva, in senso stretto, su tutti i piani che contano (realismo, valori, equilibrio, etica, responsabilità, serietà, “professionalità diplomatica”, visione strategica, ecc.).

Giustamente gli analisti più seri – Lucio Caracciolo, per esempio, – sono ormai pronti a scommettere che questi “volenterosi europei” saranno velocissimi nel girare le spalle all’Ucraina e a chiunque altro non appena realizzeranno che loro, in questo mondo teso e tetro, non contano veramente niente.

La fine dell’Occidente “uber alles” richiederebbe serietà, non spataffiate retoriche recitate con l’antica postura coloniale, come se il mondo stesse ancora lì ad attendere che qualcun altro gli porti la “civiltà” insieme a un po’ di bombe e massacri.

A partire, ovviamente, dal fatto che se vuoi vivere in pace, sarà bene parlare con le controparti. Che ormai sono tante, numerose, tecnologicamente superiori o quasi (la Cina certamente), con popolazioni sterminate, mediamente giovani, acculturate.

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La Ue blinda l’informazione, in nome delle guerre ibride. La politica italiana si frantuma

Come ha ben spiegato recentemente Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Il Parlamento europeo ha approvato ieri in plenaria con 420 voti a favore, 220 contrari e 26 astenuti, una relazione sulle conclusioni della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (Euds), con raccomandazioni concrete su come l’Ue possa difendere le proprie istituzioni democratiche dalle ingerenze esterne nelle cosiddette “guerre ibride”.

Negli ultimi anni l’imbrigliamento dell’informazione è nel mirino dell’involuzione autoritaria che sta caratterizzando l’Unione Europea e i governi aderenti, Italia inclusa.

Nel voto di ieri al Parlamento di Strasburgo sullo European Democracy Shield, la politica italiana si è letteralmente frantumata. Forza Italia, ha sostenuto il documento insieme agli europarlamentari del Partito Democratico, dei Verdi e di Azione che hanno votato a favore del provvedimento liberticida, mentre – e piuttosto paradossalmente – Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro, insieme al Movimento Cinque Stelle, mentre Sinistra italiana, come spesso accade per non prendere una posizione chiara, si è astenuta.

Gli eurodeputati hanno dato così il consenso alla creazione di un “Centro Ue per la resilienza democratica”, come viene definito dalla Commissione europea. Ma cosa è e contro chi deve agire l’Euds votato ieri?

Il Centro, ha ricordato il commissario europeo Michael McGrath intervenendo in plenaria, è “già operativo da febbraio e tutti gli Stati membri hanno già aderito”. Presto “saranno associati anche i Paesi candidati e potenziali candidati all’UE”, ha spiegato McGrath.

Questo organismo dovrebbe fungere da “centro di eccellenza” per contrastare le “manipolazioni e le ingerenze straniere nel settore dell’informazione, nonché per coordinare le azioni nazionali”.

Nella relazione che ha accompagnato il provvedimento europeo vengono evidenziati i cosiddetti attacchi ibridi della Russia contro infrastrutture critiche, tra cui attacchi informatici, sabotaggi fisici, incendi dolosi, attività di spionaggio e disturbi del segnale, nonché attività analoghe provenienti da altri paesi sulla lista nera della Ue come Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

I deputati chiedono inoltre di ampliare le sanzioni nei confronti di coloro che facilitano la disinformazione e di quanti contribuiscono a eludere le sanzioni esistenti.

La preoccupazione è relativa in gran parte alla sfera digitale, in tal senso il provvedimento adottato a Strasburgo chiede un’applicazione rigorosa delle norme digitali esistenti (come le leggi sui servizi digitali e sull’intelligenza artificiale), anziché introdurre una nuova legislazione. Chiede inoltre che le piattaforme siano chiamate a rispondere del loro operato e facciano di più per contrastare le ingerenze elettorali operate attraverso bot. Ovviamente solo quando le elezioni minacciano di produrre risultati sgraditi a Bruxelles.

I deputati esortano poi l’Ue a ridurre la propria dipendenza da tecnologie controllate da soggetti stranieri nei settori sensibili, in particolare dalle imprese tecnologiche statunitensi e dall’hardware cinese.

Appunto, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Ma le libertà politiche e la verità ne sono le prime vittime, anche in Europa, è bene saperlo.

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Ex Ilva - Se non interviene lo stato sarà catastrofe sociale

La sentenza della Corte d’Appello di Milano che ordina la chiusura dell’area a caldo di Taranto per amianto e polveri sottili, vista la storia degli ultimi 14 anni era scontata. La Meloni non può dire che “non dipende da noi”.

Questa sentenza è arrivata dopo 14 anni di errori clamorosi che tutti i governi che si sono succeduti hanno commesso. Questa sentenza è la somma di quegli errori. E ora ribadisce una cosa che USB dice da sempre: l’intervento dello Stato è l’unica soluzione. Per tre motivi:

1. METTERE IN SICUREZZA I LAVORATORI
Lo Stato deve mettere in sicurezza tutte le platee dei lavoratori: dai lavoratori di Acciaierie d’Italia in AS, passando per quelli di Ilva in AS, fino ai lavoratori dell’appalto, mettendo in campo misure straordinarie a loro tutela.

2. PROGRAMMARE E FINANZIARE LE BONIFICHE SUBITO
Come prevede la sentenza del Tribunale di Milano, bisogna programmare le bonifiche immediatamente. Non solo per l’area a caldo, ma anche per l’area a freddo, dove ci sono oltre una decina di situazioni con presenza di amianto con bollino rosso.

3. GARANTIRE IL FUTURO PRODUTTIVO E LA DECARBONIZZAZIONE
La decarbonizzazione non può essere uno slogan né l’ennesima promessa rinviata nel tempo. Serve un piano industriale dentro l’intervento pubblico, con investimenti certi e una programmazione capace di accompagnare la trasformazione degli impianti senza scaricarne i costi sui lavoratori e sulla città.

Questo ci aspettiamo. Ci aspettiamo che il Governo abbia il coraggio di metterci le mani e di portare avanti un’operazione di salvataggio totalmente pubblica, togliendo di mezzo una gara che oramai da tempo assomiglia sempre più a una farsa. Per una volta la politica abbia il coraggio di mettere le risorse sul tavolo, che siano finalizzate a sostenere i lavoratori, le loro famiglie e un serio progetto di riconversione, affrontando quindi direttamente quella che rischia di diventare la crisi sociale più grande di tutta la storia della Repubblica.

Non si scappa più. O lo Stato interviene o è disastro sociale.

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La lunga mano israeliana sull’Italia

L’Italia sta assistendo a un fenomeno di penetrazione economica, demografica e territoriale che, sebbene frammentato e offuscato nelle cronache locali e da narrazioni romantiche, rivela un’espansione sistematica.

Al di là dei consolidati rapporti diplomatici e militari che legano Roma a Tel Aviv, si sta man mano formando una certa “israelizzazione” del territorio italiano.

Dalle vette alpine del Piemonte alle piane assolate del Salento, passando per le colline del Vercellese, della Basilicata e della Sardegna, capitali, aziende e cittadini israeliani stanno acquisendo fette crescenti di suolo e di risorse italiane.

Una colonizzazione che assume forme diverse, dall’accaparramento speculativo celato dietro la transizione ecologica, alla volontà di fondare comunità autosufficienti nel meridione, fino al ripopolamento di borghi montani, ma che risponde a una medesima logica: l’estrazione di valore, l’esternalizzazione delle contraddizioni interne allo Stato d’Israele e la riproduzione di una spietata asimmetria dei diritti.

Rinnovabili: tra profitto e greenwashing

Il primo vettore di questa penetrazione si nasconde dietro la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”. In un’epoca in cui la crisi climatica impone un ripensamento dei modelli energetici, le aziende israeliane hanno fiutato nel mercato italiano delle rinnovabili un terreno di caccia ideale.

Tuttavia, come rivelato da una recente e capillare inchiesta condotta da collettivi ecologisti, partita dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, e dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa e in Sardegna, dietro la proliferazione di maxi-impianti agrivoltaici ed eolici si cela un affarismo spietato, calato dall’alto su territori lasciati ai margini del processo decisionale.

L’innovazione tecnologica non è mai neutrale

Lo Stato d’Israele, che si propone come leader globale del “green tech”, ha sviluppato e affinato le proprie infrastrutture energetiche sfruttando illegalmente le risorse e il suolo dei territori occupati in #palestina come in #Siria (Alture del Golan).

Nel contesto mediorientale, le immense distese di pannelli solari non sono unicamente strumenti di produzione energetica, ma vere e proprie infrastrutture di colonizzazione: occupano fisicamente il terreno, ne prevengono il ritorno alla popolazione palestinese o siriana e garantiscono la normalizzazione e l’autosufficienza dei nuovi insediamenti dei coloni.

Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala globale volta a ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e genocidio sotto il mantello dell’ambientalismo.

Una volta perfezionato questo modello di sfruttamento sulle terre occupate, grazie ai profitti, i grandi gruppi lo esportano in Europa.

L’Italia rappresenta oggi una preda perfetta.

Tra i protagonisti di questa campagna di acquisizioni troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime ed Ellomay.

Il caso di Enlight è il più paradigmatico della sovrapposizione tra affari verdi e macchina bellica: nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan e nell’installazione di impianti solari all’interno delle basi militari israeliane.

A rendere il quadro ancor più torbido, nei bilanci dell’azienda figurano donazioni dirette alle forze armate (IDF).

Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su innumerevoli progetti eolici e solari nel Mezzogiorno italiano, in particolare in Puglia, Basilicata e Molise.

Lo stesso schema predatorio è replicato da entità finanziarie sostenute da fondi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund.

Siamo di fronte a un triplo livello di sfruttamento:
  • l’occupazione di vasti suoli agricoli per l’insediamento di mega-infrastrutture che esternalizzano i costi ambientali sulle comunità locali;
  • la sottrazione di terra fertile e l’espropriazione di risorse naturali come sole e vento;
  • infine, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere che foraggiano un’economia di guerra e la pulizia etnica.
Un fenomeno che i movimenti in difesa del territorio denunciano rigettando l’accusa denigratoria di essere dei “NIMBY” (Not in my backyard), dimostrandosi invece in prima linea contro un capitalismo “verde” che foraggia dinamiche coloniali.

La Valsesia «israeliana»

L’arco alpino piemontese è diventato un piccolo rifugio privilegiato di una borghesia israeliana in fuga dalle conseguenze delle azioni di Israele, ma non dai propri lavori e interessi.

Da Borgosesia a Varallo, passando per Cravagliana e Scopello, la Valsesia sta conoscendo una rinascita demografica del tutto peculiare.

Al centro di questa trasformazione c’è “Progetto Baita”, un’iniziativa che ha già portato in Piemonte oltre 80 nuclei familiari israeliani, circa 250 persone (con 400 soci che vorrebbero fare altrettanto) decisi a investire in un territorio fino a poco tempo fa segnato dallo spopolamento.

La narrazione ufficiale, presto ribattezzata come il virtuoso “Modello Varallo”, si concentra sul pragmatismo e sull’inclusione.

I sindaci locali esultano di fronte all’arrivo di nuovi residenti e dei loro capitali, oscurando del tutto il peso geopolitico di questo trapianto demografico.

Pietro Bondetti, sindaco di Varallo Sesia, celebra l’impatto: «Classi così affollate non si vedevano dagli anni ’60. Prima del loro arrivo era una zona a rischio desertificazione demografica. Oggi siamo rinati».

Il racconto mediatico giustifica l’esodo parlando di famiglie stanche della tensione bellica.

Ugo Luzzati, ideatore del progetto, racconta che la scintilla iniziale è stata la controversa riforma giudiziaria israeliana del 2023, cui è seguita l’escalation del 7 ottobre.

Eppure, osservando la dinamica senza il filtro dell’entusiasmo istituzionale, appare più un esodo elitario, tecnologicamente e finanziariamente equipaggiato.

La totalità dei nuovi arrivati è composta da laureati che ricoprono posizioni di vertice: medici, ingegneri, informatici.

La vera anomalia, esplicitata dallo stesso Luzzati, è che molti di loro, grazie alla fibra ottica installata nei rustici alpini, continuano a lavorare in smart-working in Israele, mantenendo intatti i legami con la sua economia di guerra.

L’ideatore ha persino ventilato la creazione in Valsesia di «un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo fortissimi».

Si può rimanere perplessi se consideriamo che il settore della #cybersicurezza e dell’IA militare è un tutt’uno con l’apparato statale israeliano nel costituire l’architettura dell’apartheid in Cisgiordania e dello sterminio a Gaza.

La narrazione che unisce le istituzioni nell’esaltare la “fuga dalla guerra” entra in cortocircuito anche con le dichiarazioni della Comunità Ebraica di Milano.

Se da una parte si plaude alla Valsesia come rifugio pacifico, dall’altra la vicepresidente della Comunità, Dalia Gubbay, denuncia un clima di intollerabile antisemitismo in Italia, arrivando a paragonare l’attuale situazione a quella degli anni ’30.

Una contraddizione logica insanabile: se l’Italia stesse precipitando in un abisso di odio razziale, perché decine di famiglie israeliane ricche sceglierebbero proprio le montagne piemontesi per trasferirsi e investire?

Questa retorica cade di fronte ai fatti e si rivela sempre più uno strumento politico per silenziare le legittime critiche all’ideologia sionista.

Un modus operandi palesato anche da Walker Meghnagi, presidente della Comunità Ebraica milanese, che da un lato chiede il rispetto democratico ma dall’altro attacca attivisti e associazioni storiche, come l’ANPI, solo per aver osato esprimere dissenso contro le politiche israeliane.

Il nodo morale di questa vicenda, che cuce insieme Carisio, Varallo Sesia e il Salento risiede nel privilegio strutturale della mobilità.

Le nuove “terre promesse” italiane sono accessibili esclusivamente a chi dispone di passaporti corazzati e risorse.

Mentre i governi occidentali agevolano il diritto di questi cittadini di muoversi liberamente, acquistare casolari, piantare pale eoliche e ottenere la banda ultra- larga per i loro lavori da remoto in Israele, la popolazione civile palestinese subisce uno sterminio sistematico, murata viva senza acqua né via di scampo.

Si naturalizza un’idea iniqua: la “fuga dalla guerra” diventa un diritto di lusso o viatico per alleanze politiche.

L’asimmetria si rende evidente sempre nel Vercellese: la stessa comunità piemontese ha atteso invano l’arrivo di una singola famiglia palestinese in fuga.

Un tentativo fallito, perché quella famiglia è rimasta intrappolata a Gaza, sotto le bombe.

La riqualificazione di un pezzo d’Italia si fonda così su un privilegio spietato, condannando i civili di Gaza al ruolo senza uscita di vittime, mentre a chi appartiene al Paese responsabile del loro massacro, la penisola offre accoglienza, l’energia della propria terra e lo spazio dorato per un nuovo inizio, e banda larga per continuare a lavorare nello Stato da cui sono scappati.

Visioni coloniali in Salento

Questa logica di appropriazione territoriale non si limita unicamente alla costruzione di impianti per l’energia rinnovabile o al ripopolamento montano, ma si declina anche in forme esplicite di acquisizioni di terreni per comunità chiuse e autosufficienti: colonie, insomma.

È quanto è emerso in #Puglia, regione già nel mirino della speculazione energetica.

In #Salento la vulnerabilità economica e paesaggistica è diventata il trampolino di lancio per un progetto dai contorni inquietanti.

«Israeli Colony in Salento» è il nome senza mezzi termini di un’iniziativa ideata dall’imprenditrice israeliana Orit Lev Marom, promossa attraverso la società immobiliare Coral 37.

L’obiettivo dichiarato?

Costruire «una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possono stabilire case, coltivare il proprio cibo e sviluppare strutture educative e sanitarie condivise».

Le premesse sono quelle di una vera e propria “gated community” su base nazionale: un’enclave autonoma e impermeabile su suolo italiano.

L’imprenditrice, che vanta un lungo passato nel settore dell’edilizia (inclusa la direzione di una ditta di costruzioni nei pressi di Gerusalemme), ha colto un’opportunità spietata: il Salento, storicamente segnato da politiche di sviluppo fallimentari, è stato messo in ginocchio dalla devastazione della #Xylella che ha portato all’abbattimento di milioni di ulivi.

Questo disastro ecologico ha abbattuto drammaticamente il valore dei terreni.

Sul sito della società, la svendita del territorio veniva presentata come un’occasione imperdibile per gli investitori.

Una delle proprietà proposte, situata a pochi chilometri dal mare, si estendeva per ben 84 ettari, con possibilità di espansione volumetrica impressionante per gli edifici residenziali.

Non appena la notizia ha iniziato a circolare, sollevando lo sdegno locale, le pagine web del progetto sono state tempestivamente cancellate.

Tuttavia, il rischio che la Puglia ripercorra la strada già tracciata a #Cipro è reale.

Sull’isola mediterranea, il malessere della popolazione locale sta crescendo esponenzialmente a causa del massiccio afflusso di israeliani che vi si stabiliscono costruendo comunità socialmente indipendenti, dotate di scuole proprie, supermercati kosher e sinagoghe.

Una ghettizzazione dorata che rischia di espropriare i cittadini pugliesi del controllo sul proprio territorio, lasciando il Sud, lacerato da una economia malconcia e, anche lì come sulle Alpi, dallo spopolamento, esposto alla mercé di nuovi modelli di colonizzazione.

L’impero israeliano e la strategia mediterranea

Dall’esplosione immobiliare a Cipro al resort contestato in Albania: la mappa della penetrazione israeliana disegna una rete di enclavi e avamposti finanziari per blindare l’influenza geopolitica di Tel Aviv nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo

L’espansione israeliana oltre i propri confini non si configura come una semplice sommatoria di speculazioni immobiliari o iniziative turistiche isolate, ma risponde a un sistematico disegno geostrategico volto a trasformare il bacino del Mediterraneo in un perimetro di sicurezza avanzata e di influenza politica.

Analizzando le dinamiche che guidano il recente boom di acquisizioni edilizie a Cipro o i discussi progetti di resort di lusso che hanno scatenato forti rivolte popolari in Albania, emerge un modello di colonizzazione morbida che prepara e accompagna la proiezione di potere dello Stato d’Israele.

Nel caso cipriota, l’afflusso massiccio di capitali ha trasformato l’isola in una piattaforma di esternalizzazione logistica e civile.

La creazione di comunità chiuse e autosufficienti, dotate di scuole e punti di riferimento religiosi e culturali, non serve solo a garantire seconde case e rifugio ma risponde alla necessità strategica di espandere la rete di controllo al di fuori dei confini nazionali.

Geopoliticamente, Cipro rappresenta un partner cruciale per il controllo delle rotte energetiche e per l’addestramento militare; il radicamento di una forte presenza civile contribuisce a normalizzare una cooperazione nel campo della difesa e dell’intelligence sempre più asimmetrica, configurando l’isola come una base operativa avanzata israeliana in territorio europeo.

Spostando lo sguardo verso l’#Albania la logica di penetrazione si declina attraverso l’industria del turismo d’élite e gli schemi, complessi e opachi, della finanza.

E lo fa in maniera indiretta, attraverso il partner statunitense, Affinity Partners, di Jared Kushner, genero di Trump, e con i fondi sauditi del principe Bin Salman e del fondo sovrano PIF (Public Investment Fund).

Il fondo gestito da Kushner ha come missione principale lo sviluppo di trame economiche tra le aziende israeliane e quelle statunitensi, grazie ai soldi arabi, nell’ottica di portare avanti, sul piano economico-finanziario, gli Accordi di Abramo promulgati sotto la prima presidenza Trump.

Sfruttando regolamentazioni flessibili e la fame di investimenti stranieri dei governi balcanici, gli interessi israeliani si infiltrano, con capitali arabi e americani, in un’area cerniera fondamentale tra i Balcani e l’Europa occidentale.

Questo modello risponde a imperativi strategici profondi, a partire dall’integrazione dei sistemi di sicurezza.

Le acquisizioni territoriali permettono infatti di tessere una fitta rete di monitoraggio informale, utile al controllo dei flussi e alla raccolta di dati sensibili nel Mediterraneo.

Questa geometria dell’influenza si manifesta con forza anche in #Grecia dove Atene è divenuta un crocevia fondamentale per i flussi finanziari mediorientali e Salonicco rappresenta la meta principale per gli israeliani e i loro capitali.

Oltre al mercato immobiliare residenziale, hanno progressivamente esteso i propri interessi verso resort e infrastrutture critiche e snodi portuali greci, saldando un’alleanza economica che si specchia in una cooperazione militare sempre più stretta (anche con #Cipro ) in funzione geostrategica regionale (in virtù della comune avversione nei confronti della Turchia e diversi progetti energetici da sviluppare).

Nel corso di questi anni, in Paesi come Spagna e Portogallo, le politiche giustificate come riparatorie nei confronti degli ebrei sefarditi, espulsi alla fine del XV secolo, hanno permesso una massiccia penetrazione nel mercato immobiliare di pregio, agevolata da corsie burocratiche preferenziali e politiche di cittadinanza (senza dover risiedere nel Paese) che hanno favorito il trasferimento invisibile ma strutturale di grandi patrimoni e di interessi.

In definitiva, questa fitta ragnatela di capitali, investimenti e flussi demografici risponde a una precisa e stringente razionalità strategica che elegge il Mediterraneo a teatro primario della proiezione di potere di Tel Aviv.

A livello pratico e di geopolitica immediata, il consolidamento di questa presenza diffusa in nazioni chiave come l’Italia, la Grecia e Cipro risponde alla necessità vitale di arginare e contrastare la Turchia, considerata un avversario regionale sistemico nel controllo delle rotte marittime, commerciali ed energetiche dell’area levantina.

Questa manovra di contenimento si colloca, a un livello più profondo e ideologico, in una vera e propria proiezione imperiale che riflette la dottrina di una “Grande Israele” estesa ben oltre i suoi confini geopolitici tradizionali, ambendo a una forma di egemonia e di controllo strutturale sull’intero bacino mediterraneo.

Sul piano economico e finanziario, l’accaparramento di terre, presenze territoriali e il monopolio sulle infrastrutture energetiche verdi non rappresentano semplici speculazioni commerciali, ma agiscono all’interno di una visione a lungo termine su cosa debba essere Israele.

Tali strutture creano legami di dipendenza e corridoi d’influenza che facilitano un successivo ingresso multidimensionale; i canali finanziari e fisici si convertono in piattaforme logistiche ideali per operazioni di natura extra-economica, legandosi a doppio filo all’apparato di intelligence, sorveglianza cibernetica e spionaggio, e trasformando così i territori ospitanti in pedine geostrategiche al servizio della sicurezza nazionale israeliana.

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In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini

L’entusiasmo con cui venticinque anni fa Stefano Chiarini organizzò il primo viaggio di solidarietà con i rifugiati palestinesi in Libano faceva immaginare che la sorte di quelle centinaia di migliaia di persone un giorno non lontano potesse cambiare.

Tutto iniziò perché un Comitato internazionale si pose il problema di dare degna sepoltura alle vittime della strage del settembre 1982 nei due campi profughi che sorgevano alla periferia di Beirut, Sabra e Shatila, gettate in una fossa comune dai falangisti che trucidarono uomini e donne sotto la regia del ministro israeliano alla Difesa: Ariel Sharon, quel piccolo e grasso generale che ricordiamo anche mentre va su e giù con i suoi sgherri a profanare la Spianata delle Moschee.

Da allora i viaggi si sono susseguiti ogni anni e oggi siamo ancora qui, con la stessa ostinazione che emanava il guizzo degli occhi di Stefano, di nuovo con una delegazione di attivisti/e organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, creatura sempre viva del suo lavoro e di quello di un altro nostro compianto compagno, Maurizio Musolino: la delegazione italiana parte oggi e fino al 20 settembre visiterà i principali campi profughi dove vivono in condizioni sempre più disperate i palestinesi profughi fin dal 1948, partecipando il 18 settembre alla manifestazione che ogni anno ricorda la strage.

Per motivi di sicurezza, viste le continue incursioni militari di Israele, abbiamo ristretto il numero dei partecipanti a 16 persone ma il viaggio si sta facendo e toccherà da nord a sud i principali insediamenti palestinesi dove vivono senza diritti e senza cittadinanza persone invisibili, circa 500 mila a febbraio 2025 secondo i dati UNRWA, l’agenzia delle Nazioni unite nata nel ’50 proprio per occuparsi dei rifugiati palestinesi perché Israele non volle che lo facesse l’agenzia dei rifugiati già esistente che si era occupata anche dei profughi ebrei della guerra appena conclusa attuando una politica di ritorno nelle case che erano stati costretti a lasciare.

La maggioranza dei palestinesi in Libano vive in 12 miserissimi campi profughi che si dispiegano in tutto il paese.

In questi anni i viaggi di solidarietà sono stati anche importanti momenti di formazione politica per centinaia di attivisti/e che hanno aderito: perché andare in Libano, soprattutto prima della pulizia etnica avviata a Gaza, significava toccare con mano l’esistenza di un popolo che l’agenda internazionale non ha voluto vedere, anche lavandosi la coscienza con uno slogan asfittico come quello dei due Stati a cui nessun accordo ha mai inteso dare gambe, persone considerate un ‘di più’ della storia, uno ‘scarto’ degli accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sempre secondo i dati UNRWA, l’80 per centro della popolazione rifugiata in Libano vive in condizioni di estrema povertà: nel corso del tempo la vita dei palestinesi ha poi risentito della crisi economica che devasta l’intero paese e delle grandi manovre israeliane per impossessarsi della sovranità sul Paese dei Cedri e realizzare lo storico obiettivo sionista della Grande Israele.

L’offensiva contro la Resistenza libanese organizzata dal partito di Hezbollah avviata nella scorsa primavera ha seminato morti e feriti e immobilizzato il paese.

Questo ha rafforzato la volontà del Comitato di tornare, per stare accanto ai palestinesi e alla popolazione libanese colpita dalla efferatezza del disegno criminale architettato da Israele per il Medioriente. 

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Il catastrofista Altman a caccia di sussidi

di Emiliano Brancaccio

«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’IA americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.

Per ammettere che l’IA sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.

Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.

Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo.

Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’IA dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?

«Bolla», nel gergo, significa che c’era troppo ottimismo sui profitti attesi dal boom tecnologico e che dunque i prezzi azionari sono ingiustificati, dovranno cadere. Sembra esattamente la radiografia dello stato di salute delle big tech americane.

Uno dei limiti di profittabilità dell’IA statunitense viene dalla concorrenza. L’anno scorso, l’avvento della cinese DeepSeek mostrò che l’IA poteva essere sviluppata in modi più efficienti, di tipo più cooperativo che privatistico, con fabbisogni di calcolo inferiori a quelli dei modelli americani. Alla notizia, Nvidia perse in una sola seduta 600 miliardi di capitalizzazione.

Altri guai vengono dagli avvocati. Anthropic ha accettato di pagare un miliardo e mezzo per chiudere la causa sui libri piratati. OpenAI e Microsoft affrontano la causa del New York Times e di numerosi scrittori. È l’inizio di una serie di controversie legali che potrebbe limitare enormemente l’utilizzo gratuito dei materiali che oggi addestrano l’intelligenza artificiale.

Insomma, la massa di rischi contabili si ingrossa, mentre l’IA americana continua a divorare capitale. Chip, centrali, reti elettriche, data center. Affinché le magnifiche aspettative incorporate nelle quotazioni si trasformino in magnifici profitti, non è possibile fermare i magnifici investimenti.

Ecco perché, da qualche tempo, l’apprendista stregone inizia a interessarsi allo Stato. E alla sua ala protettrice.

OpenAI lo ha scritto senza giri di parole al Dipartimento dell’Energia americano. Servono «approcci innovativi per abbattere i rischi degli investimenti privati». Tra le proposte, si citano tariffe elettriche favorevoli, incentivi fiscali, infrastrutture, procedure autorizzative accelerate. E magari scudi legali. Il governo federale, scrive OpenAI, deve «agire e investire con urgenza».

Non basta. Da tempo i big dell’intelligenza artificiale chiedono una regolamentazione speciale dei modelli situati sulla frontiera tecnologica: standard, registrazione, obblighi di comunicazione, verifiche e meccanismi che assicurino il rispetto dei requisiti di sicurezza.

Misure ragionevoli per evitare le annunciate catastrofi, certo. Ma che creano pure una golosa eterogenesi: più costoso diventa autorizzare un modello IA di frontiera, più difficile diventa sfidare chi è già dentro il mercato. Così, la sacra bandiera della sicurezza si trasforma in una profana barriera all’entrata di nuovi concorrenti. Specialmente cinesi.

In sostanza, i padroni dell’IA americana chiedono protezione all’America. Più i pericoli dell’IA vengono evocati, più i loro interessi sono salvaguardati. Trump, col bilancio pubblico in affanno, per adesso nicchia e cerca scuse. Ma sa bene che in qualche modo dovrà aiutare la formazione del grande monopolio.

Altman ha recentemente ammonito che «la concentrazione del potere è sempre stata una minaccia nella storia umana». E ha evocato con orrore «una singola azienda o persona o modello che abbia più potere di tutti gli altri insieme sulla Terra». Parlava di lui e dei suoi sodali?

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Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'“inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto” che, nel considerare come giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata.

Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il “salario giusto” quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga, ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil, Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo.

Così, invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sui posti di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie.

Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle lezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale quanto su quello dello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.

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Ministra israeliana in vacanza in Italia. Chiesta la sua incriminazione per genocidio

Il 10 settembre scorso la Hind Rajab Foundation ha reso nota la denuncia per istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio presentata alle autorità italiane contro la ministra israeliana Idit Silman, in vacanza in Italia dal 6 settembre insieme al marito.

La fondazione contesta alla ministra diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate nel corso degli ultimi due anni, nelle quali avrebbe invocato lo sfollamento della popolazione palestinese da Gaza, difeso il blocco degli aiuti umanitari e promosso il controllo permanente israeliano sulla Striscia. Tali affermazioni sono state configurate dai denuncianti come una violazione del diritto internazionale in materia di prevenzione dei genocidi.

La ministra ha infatti firmato la lettera in cui esortava il governo israeliano a prendere in considerazione il “Piano dei Generali”, che proponeva di trasformare il nord di Gaza in una zona militare chiusa, costringendo i civili ad andarsene e interrompendo le forniture di cibo, acqua, carburante e altri beni di prima necessità a coloro che fossero rimasti.

La Fondazione Hind Rajab riferisce che la ministra Silman ha dichiarato nell’ottobre 2024: “Molto semplicemente, il popolo palestinese non esiste”, e che nel maggio 2025 ha affermato: “Non esiste un popolo palestinese e, di conseguenza, non esistono siti del patrimonio palestinese”. Nel settembre 2025, si è riferita ai palestinesi come a un “falso popolo”, sostenendo che “questo popolo non ha storia, né passato, né futuro”.

Riguardo alla Cisgiordania occupata, la fondazione afferma che nel settembre 2024, riferendosi a Jenin, Nablus e altre aree palestinesi, Silman dichiarò: “Vogliamo riconquistare la nostra terra. Attaccateci e riprenderemo il controllo. Siamo gli eredi. Un’eredità di Dio”.

Nel marzo 2025, ha chiesto l’instaurazione della sovranità israeliana sulla Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania, considerandola una risposta appropriata all’operazione del 7 ottobre 2023. Nell’aprile 2025, ha dichiarato che: “Il nostro ruolo è quello di imporre la sovranità”.

La Fondazione Hind Rajab ha sollecitato le autorità italiane ad avviare un’indagine immediata sulle azioni di Silman, affermando di aver fornito prove in merito.

Il direttore della fondazione, Diab Abu Jahjah, ha dichiarato: “Il genocidio non inizia con l’omicidio; inizia quando a un popolo viene dichiarato come privo del diritto di esistere, quando la sua esistenza viene presentata come il problema e la sua espulsione come la soluzione”, aggiungendo che la ministra Silman aveva pubblicamente invocato lo spopolamento di Gaza da parte dei palestinesi, approvando al contempo l’esproprio delle loro terre e la costruzione di insediamenti.

Secondo Abu Jahjah la ministra Silman aveva agito in questo modo dalla sua posizione all’interno del “governo israeliano”, sottolineando che tale posizione “non rende queste dichiarazioni meno criminali, ma piuttosto più pericolose”, e ha ribadito che l’organizzazione aveva presentato una denuncia in Italia perché “chi invoca apertamente la distruzione di un popolo deve sapere che il mondo sta ascoltando”.

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15/09/2026

Pol Pot /1

Come Hollywood ha spianato la strada alla guerra all'Iran

Prima di poter essere uccisi, gli iraniani dovevano diventare dei bersagli legittimi. Ed è esattamente ciò che hanno fatto serie come Homeland e Tehran.

Se una prima generazione di film hollywoodiani aveva costruito l’immagine di un Iran fanatico, arretrato e selvaggio, le recenti serie israeliane non si limitano a riproporne la disumanizzazione: trasformano l’Iran in una zona di guerra attiva nel nostro immaginario.

La serie Tehran si apre con un volo in partenza da Amman e diretto a Nuova Delhi. L’aereo effettua un atterraggio inaspettato in Iran; due passeggeri, una giovane coppia israeliana in viaggio con lo zaino in spalla, si ritrovano improvvisamente in territorio indesiderato. Sono semplici turisti che hanno prenotato un biglietto; non hanno idea che l’atterraggio sia stato organizzato dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, per far entrare clandestinamente un agente in Iran.

La coppia viene fatta scendere dall’aereo, privata dei passaporti, interrogata e ripetutamente schiaffeggiata dagli agenti. La luce è fioca e gli uomini iraniani sembrano impassibili. I turisti, invece, sono terrorizzati, e ogni minimo segno di paura cattura l’attenzione del pubblico. Nei primi minuti, la serie ha chiarito di chi è la paura che dovremmo provare.

Tehran è un thriller di Apple TV che ha vinto l’International Emmy Award 2021 come miglior serie drammatica. È anche una produzione israeliana, creata da Moshe Zonder, sceneggiatore della serie israeliana di successo Fauda.

Tehran è stata trasmessa per la prima volta dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 nel 2020 e ha raggiunto il pubblico americano e globale tramite Apple TV. La sua terza e ultima stagione è stata posticipata dopo la guerra di dodici giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025; è stata poi rilasciata settimanalmente dal 9 gennaio al 27 febbraio 2026, nella breve finestra temporale tra la prima guerra e la seconda guerra israelo-statunitense che sarebbe seguita pochi giorni dopo.

Una precedente generazione di film hollywoodiani ha costruito un’immagine dell’Iran come fanatico, arretrato e selvaggio: “Non senza mia figlia” mostrava un marito amorevole che si trasformava in un fanatico; “300” dipingeva gli antichi persiani come nemici dell’Occidente; “Argo” concedeva agli iraniani un motivo di risentimento prima di ridurli a una folla anonima. Insieme, questi film hanno creato un’immagine duratura di un popolo spogliato della sua normale vita interiore.

Più recentemente, le serie televisive israeliane hanno portato avanti questa eredità, non solo riproponendo la disumanizzazione degli iraniani, ma trasformando l’Iran in una zona di guerra attiva nella nostra immaginazione. Inoltre, la mancanza di una rappresentazione autentica dell’Iran nelle televisioni americane ha spinto parte della diaspora a rifugiarsi in una fantasia personale – un Iran dorato, pre-1979, privato della sua vera storia – e ha indotto gli attori iraniano-americani a dare un volto a questa identità.

Il documentario di Jack Shaheen, Reel Bad Arabs, ha analizzato come, nel corso del XX secolo, Hollywood abbia rappresentato gli abitanti del Medio Oriente attraverso stereotipi disumanizzanti e orientalisti. Storicamente, questi stereotipi sono stati ampiamente utilizzati anche contro l’Iran e gli iraniani.

Non senza mia figlia (1991) si apre con Sayyed “Moody” Mahmoody (Alfred Molina), un marito e medico affettuoso e occidentalizzato che vive agiatamente in America, il quale si trasforma quasi immediatamente nel momento in cui porta la moglie e la figlia a far visita alla sua famiglia religiosa a Teheran.

L’uscita del film è avvenuta dopo un decennio in cui gli Stati Uniti avevano sostenuto l’Iraq nella sua guerra contro l’Iran, proprio mentre l’Iran si stava adoperando per migliorare le relazioni con Washington. Ironicamente, il film è stato girato quasi interamente in Israele, con attori israeliani che interpretavano molti degli iraniani sullo schermo.

Oltre un decennio dopo, 300 (2006) trasformò gli antichi Persiani in un esercito di mostri contrapposti a una manciata di nobili Spartani amanti della libertà, considerati i rappresentanti dell’Occidente. Uscito solo un paio d’anni dopo che George W. Bush aveva definito l’Iran parte di un “asse del male”, il film fu talmente eccessivo che la delegazione iraniana all’UNESCO protestò formalmente, definendolo un insulto deliberato e parte di una guerra psicologica contro l’Iran.

Argo (2012) si apre riconoscendo il colpo di stato del 1953, appoggiato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che riportò al potere lo Shah e rovesciò il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadegh. Ma dopo questo momento di chiarezza, il resto del film riduce gran parte della popolazione iraniana a un’unica folla urlante che cerca di provocare una crisi con ostaggi.

Uscito proprio mentre le sanzioni di Obama stavano contraendo l’economia iraniana, causando carenze di medicinali e rendendo l’aria di Teheran irrespirabile, le intenzioni apparentemente nobili del film si sono perse nella sua fin troppo familiare disumanizzazione degli iraniani nel loro complesso.

In questi film, tra le produzioni hollywoodiane più popolari sull’Iran, emerge uno schema ricorrente: gli iraniani vengono rappresentati come minacce, folle, fanatici e mostri.

Negli ultimi cinque anni, però, il tono della disumanizzazione è cambiato. Le produzioni precedenti negavano agli iraniani la loro piena umanità. La nuova ondata di programmi televisivi israeliani, distribuiti negli Stati Uniti, si spinge oltre, trasformando l’Iran stesso in una zona di guerra da bombardare.

Homeland è il ponte tra le due epoche. Questa serie è andata in onda dal 2011 e ha vinto numerosi Emmy. È tratta dalla serie israeliana Prisoners of War, creata da Gideon Raff, che ha anche sviluppato la versione americana.

Dopo essersi concentrata su altre parti della regione, nella sua terza stagione, nel 2013, Homeland ha rivolto la sua attenzione all’Iran. La serie ha inviato un agente americano, Nicholas Brody (Damian Lewis), a Teheran per uccidere il capo delle Guardie Rivoluzionarie, in modo che un informatore statunitense all’interno dei servizi segreti iraniani potesse prenderne il posto.

L’apparato di sicurezza iraniano viene rappresentato come qualcosa in cui gli americani possono infiltrarsi e controllare dall’interno. Brody uccide il comandante nel suo ufficio, ma quando viene catturato, viene impiccato davanti a una folla in una piazza pubblica.

Majid Javadi fu interpretato da Shaun Toub, lo stesso attore di origine iraniana che in seguito avrebbe dato un ruolo di primo piano a Theran nei panni dell’ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Faraz. Un attore della diaspora, ingaggiato per interpretare i membri dello stato di sicurezza iraniano sia nell’immaginario americano che in quello israeliano.

Homeland si basava in gran parte sulla vecchia logica “gli americani sono buoni, gli iraniani cattivi”. Persino il Washington Post lo definì “il programma televisivo più bigotto” e nel 2015 alcuni artisti arabi ingaggiati per decorare un set inserirono la frase “Homeland è razzista” in un episodio in arabo, senza che nessuno se ne accorgesse fino alla messa in onda.

Mentre Argo condannava l’intervento militare segreto degli Stati Uniti in Iran, Homeland invitava il pubblico a considerarlo come un’opzione potenzialmente auspicabile. La serie è uscita proprio mentre il Mossad perpetrava un’ondata di assassinii per le strade di Teheran. C’è forse da stupirsi che Homeland fosse basata su una produzione israeliana?

Tehran merita un’analisi approfondita proprio perché non si considera uno strumento propagandistico e si sentirebbe ferita da tale accusa. Accettando l’Emmy, la produttrice esecutiva Dana Eden ha descritto la serie come uno show “che parla di comprendere l’essere umano dietro il nemico” e ha espresso la speranza che iraniani e israeliani possano un giorno incontrarsi come amici. Questa formulazione sottintende una risposta. Definire qualcuno “l’essere umano dietro il nemico” significa averlo già di per sé disumanizzato.

La televisione israeliana non si distacca dallo Stato che drammatizza: Fauda, ​​il modello per l’intero genere (e incentrato sui palestinesi), è stata creata da ex soldati delle forze speciali e interpretata da ex militari, molti dei quali sono tornati a combattere negli ultimi anni.

Queste serie appartengono anche a una lunga tradizione israeliana che i critici definiscono “sparare e piangere”, storie che permettono al soldato di elaborare il proprio lutto per la violenza commessa, umanizzando il carnefice mentre le persone che la subiscono rimangono quasi invisibili.

Tehran estende questa tradizione, invitandoci a sentire il peso morale che grava sull’agente israeliano, mentre gli iraniani con cui si muove diventano lo sfondo della sua coscienza.

Questo si può notare in ciò che accade agli uomini iraniani nel corso delle tre stagioni di Tehran. Il caso più lampante è Milad Kahani (Shervin Alenabi), l’hacker e dissidente iraniano che viene presentato come uno degli obiettivi di Tamar (Niv Sultan), la protagonista israeliana della serie. Diventa il suo amante e compagno nella missione. La serie gli permette di desiderare qualcosa.

La seconda stagione si apre con la promessa di una fuga: Tamar può lasciare il Mossad e scappare in Canada con lui, e per un certo periodo la serie ci fa credere in quel futuro ordinario, due persone che se ne vanno, costruendosi una vita lontano dal regime che lui disprezza.

Questo momento, però, non arriva mai. Nel finale della seconda stagione, mentre lui e Tamar cercano di fuggire dall’Iran insieme, Milad viene ucciso da una bomba piazzata sulla loro auto, rimanendo intrappolato tra le fiamme mentre lei sopravvive. La sua morte lascia Tamar sola a Teheran e segna l’inizio del suo isolamento per la stagione successiva. La serie ha impiegato due anni per farci amare Milad, prima di eliminarlo improvvisamente, per esigenze di sopravvivenza e crescita della protagonista israeliana.

Ai personaggi israeliani viene concesso tutto ciò che viene negato agli iraniani. Quando una missione metterebbe a rischio uno dei loro, il Mossad la annulla piuttosto che perdere anche un solo agente. Le vite degli israeliani sono preziose, contate e protette una alla volta.

La stessa Tamar è un personaggio con una vera coscienza: nella terza stagione si oppone a un piano per bombardare la città, preoccupata per i comuni cittadini iraniani che morirebbero. La sua paura e i suoi dubbi su chi la governa trovano spazio sullo schermo. Gli israeliani sono persone le cui scelte pesano su di loro, mentre gli iraniani sono la terra su cui camminano, sacrificabili ai fini della serie e della trama.

Le istituzioni sono strutturate in modo simile, con lo stesso squilibrio. Il quartier generale del Mossad è un luogo luminoso e tecnologicamente avanzato, popolato da individui complessi e umani. L’Iran, invece, è immerso nella polvere e nella cruda luce fluorescente: un luogo pieno di agenti della sicurezza prepotenti, interrogatori che torturano, poliziotti che appaiono incompetenti e uno Stato che insegna ai suoi agenti che la lealtà conta più della famiglia.

Quando la serie cerca un personaggio iraniano con cui empatizzare, di solito sceglie qualcuno che desidera l’Occidente, si toglie il velo o odia il governo, il che significa che gli concede simpatia in proporzione esatta a quanto concorda con la visione già diffusa all’estero sul suo paese.

In questo modo, la serie suggerisce anche che gli iraniani contrari al proprio governo dovrebbero cercare un amico in Israele, che, ben lungi dall’essere il regime di apartheid responsabile di genocidio della realtà, viene invece ritratto come “un aiuto per i combattenti per la libertà”.

Nella terza stagione, la finzione si allinea alla realtà. Mentre le prime due stagioni si basavano su interessi personali, spionaggio, sabotaggio e vendetta, la terza stagione si riorganizza quasi interamente attorno al programma nucleare iraniano.

La serie presenta l’Iran impegnato in una corsa segreta verso la bomba atomica, una finzione che non a caso è stata l’argomentazione centrale delle richieste, per decenni, dello Stato israeliano sull’urgente necessità di attaccare l’Iran.

Gli ispettori si muovono nei corridoi di controllo a Natanz mentre le autorità nascondono le loro reali intenzioni. Una testata nucleare viene costruita in silenzio in vista di un eventuale test, e un religioso appare sullo schermo per citare le Sacre Scritture a giustificazione dell’operazione (mentre in realtà le autorità religiose iraniane hanno ripetutamente dichiarato che le bombe nucleari sono inammissibili nell’Islam). La serie dipinge l’Iran come una vera e propria minaccia nucleare, sottolineando al pubblico che la guerra non è solo imminente, ma necessaria.

Ciò che la serie non menziona mai è l’effettivo arsenale nucleare presente nella regione: quello israeliano non dichiarato e non accessibili agli ispettori. Questo aspetto è completamente estraneo alla narrazione.

Per molti spettatori, una serie come questa è lo strumento tramite cui imparano a conoscere l’Iran. Assorbono l’essenza del Paese in modo più vivido attraverso una serie televisiva che attraverso un notiziario. Quando cadono le bombe, il pubblico non solo conosce la storia perché l’ha vista in TV, ma comprende la guerra contro l’Iran come qualcosa di naturale e giustificato, perché ne ha già visto lo svolgersi e ne ha assimilato le (false) giustificazioni.

L’ottavo e ultimo episodio della terza stagione, intitolato “Sull’orlo dell’abisso”, narra la distruzione del programma nucleare iraniano. La stagione culmina con un attacco israeliano volto a porre fine alla minaccia una volta per tutte e a smascherare l’occultamento del programma da parte dell’Iran, con Israele che interpreta il ruolo eroico di salvatore del mondo attaccando l’Iran.

L’episodio finale della stagione è stato trasmesso in anteprima negli Stati Uniti il ​​27 febbraio 2026.

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata il 28 febbraio 2026.

Il linguaggio utilizzato in tutta la serie svolge un ruolo fondamentale, definendo ripetutamente lo stato iraniano come “Il Regime”. Mentre le produzioni precedenti ritraevano gli iraniani come ampiamente legati al loro governo, la nuova ondata li dipinge uniformemente in opposizione.

Il filosofo Omid Mehrgan ha un nome per descrivere le conseguenze di questa situazione: “rende l’Iran vulnerabile”. Sostiene che una costante spaccatura retorica tra il popolo iraniano e il suo “regime” permette di presentare un attacco al Paese come un’azione che risparmia la popolazione e punisce solo i governanti, poiché lo Stato viene percepito come “un’entità esistente ma priva di legittimità popolare”, qualcosa di estraneo alla popolazione che governa.

Una volta che l’Iran viene immaginato come “occupato”, le sue città diventano bersagli e la colpa della loro distruzione ricade sul governo, non sulle potenze straniere che le stanno bombardando. Theran mette in scena questa dicotomia per lo spettatore, inquadratura dopo inquadratura.

La struttura narrativa di questo film suggerisce che gli iraniani abbiano bisogno di un salvatore esterno, riproponendo letteralmente gli appelli a una “missione di salvataggio” che Reza Pahlavi, strettamente legato a Israele, utilizzò per giustificare l’attacco israeliano e statunitense all’Iran. La simpatia del pubblico si rivolge direttamente all’agente di uno Stato che sta bombardando il Paese sullo schermo.

Non sono solo i personaggi iraniani di fantasia a essere rappresentati in opposizione al loro governo sullo schermo; molti degli attori che li interpretano sono essi stessi di origine iraniana. Tra questi, Navid Negahban, l’attore nato in Iran che interpreta Masoud, affiliato al Mossad, in Tehran e il genio del terrorismo Abu Nazir in Homeland. Consapevolmente o meno, molti attori della diaspora iraniana finiscono per interpretare ruoli che giustificano implicitamente la guerra contro il loro paese.

Nel luglio del 2024, il leader di Hamas Ismail Haniyeh fu assassinato a Teheran in un’operazione ampiamente attribuita a Israele. In risposta, l’attrice Niv Sultan, che interpreta l’agente del Mossad al centro della serie, pubblicò un video in cui sorseggiava un caffè e faceva l’occhiolino alla telecamera. I media israeliani e internazionali interpretarono l’occhiolino come un riferimento al lavoro del suo personaggio.

Un vero omicidio nella vera Teheran è diventato un’occasione pubblicitaria per il fittizio agente del Mossad. Proprio come una serie televisiva di fantasia sull’attacco all’Iran ha spianato la strada a una guerra reale che ha causato la morte di migliaia di iraniani.

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Il consenso alla guerra non nasce la mattina in cui cadono le bombe. Si costruisce nel corso degli anni, nel lento accumulo di immagini che si sedimentano prima del momento, nella determinazione di quale morte diventerà una tragedia e quale passerà inosservata. Il fanatico sul manifesto, la folla anonima, l’iraniano a Teheran eliminato per alimentare la narrazione di qualcun altro: nessuno di questi elementi è separato dalla guerra.

L’aspetto più crudele dell’immagine non è la falsità in sé, ma far sì che la menzogna venga percepita come conoscenza, in modo che, quando arriva il momento di distogliere lo sguardo da ciò che viene fatto agli iraniani, tale distogliere lo sguardo appaia giustificato, naturalizzato, normalizzato.

Prima che gli iraniani venissero uccisi, dovevano diventare assassinabili. E serie televisive come Homeland e Tehran hanno fatto proprio questo.

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Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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L’Aiea discute del nucleare iraniano ma vieta l’ingresso agli iraniani

L’Iran ha denunciato che l’Austria ha violato i suoi diritti impedendo la presenza del suo capo delegazione alla riunione dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica delle Nazioni Unite) e chiede di rivedere la decisione

“L’AIEA e i suoi stati membri non devono rimanere in silenzio di fronte a pressioni politiche o violazioni delle regole di questo organismo internazionale, e devono fare pressione sul governo degli Stati Uniti affinché rispetti i regolamenti dell’AIEA”, ha dichiarato lunedì Behruz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (AEOI) alla 70ª Conferenza Generale dell’AIEA.

I funzionari statunitensi non hanno fatto alcuno sforzo per nascondere la loro ingerenza nelle attività di un organismo internazionale delle Nazioni Unite. Il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha dichiarato ai giornalisti a Vienna che Washington si era attivamente opposta alla partecipazione della delegazione iraniana.

“È una persona sanzionata e non vogliamo che le persone sanzionate eludano le proprie sanzioni. Ha chiesto una deroga alle sanzioni, ma la richiesta è stata respinta”, ha dichiarato Wright.

Facendo eco a questa posizione, Preston Wells Griffith, ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite a Vienna, ha confermato che la richiesta di esenzione dell’Austria è stata bloccata dopo che Washington ha presentato un’obiezione al comitato.

Il responsabile iraniano Kamalvandi ha sottolineato come l’AIEA e altri paesi devono affrontare le pressioni esercitate dagli Stati Uniti contro diversi paesi e contro questo organismo internazionale, ribadendo che impedire la presenza del capo dell’agenzia iraniana alla Conferenza Generale crea un pericoloso precedente che colpirà tutti, motivo per cui “dobbiamo resistere a questo tipo di intimidazione e pressione politica”, ha esortato.

“Questo recente atto malvagio da parte del governo degli Stati Uniti non può essere descritto come altro che un comportamento infantile”, ha aggiunto.

Sull’aria che tira e le ingerenze sulla conferenza dell’AIEA, già lunedì intervenendo alla 70ª sessione ordinaria della Conferenza in corso a Vienna, il Direttore Generale Rafael Mariano Grossi ha sfruttato il suo intervento per diffondere una narrazione allarmistica e distorta riguardo alle attività nucleari di Teheran, omettendo convenientemente la palese aggressione militare perpetrata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano.

Grossi ha cercato di presentare l’interruzione della cooperazione tecnica come una mossa arbitraria di Teheran, piuttosto che come la naturale conseguenza, imposta da ragioni di sicurezza, di attacchi militari stranieri non provocati contro le infrastrutture nucleari iraniane.

Il direttore dell’AIEA ha osservato che: “La mancanza di informazioni da parte dell’Agenzia su questo materiale nucleare e l’impossibilità di accedere alle strutture necessarie per verificarlo rappresentano un grave problema di proliferazione e devono essere affrontati con la massima urgenza”.

Anziché condannare il precedente dei bombardamenti di Washington e Tel Aviv, su impianti nucleari, Grossi, ha invece strumentalizzato le conseguenze di quegli stessi attacchi aerei per creare una crisi artificiale e alimentare così l’isteria internazionale contro Teheran.

Secondo l’AIEA, l’Iran detiene una scorta di 440,9 chilogrammi (972 libbre) di uranio arricchito fino al 60% di purezza.

In risposta all’aggressione militare del giugno 2025, quando gli Stati Uniti colpirono i siti nucleari iraniani durante la guerra dei dodici giorni, l’Iran non ha più concesso agli ispettori dell’AIEA l’accesso alle aree colpite. Teheran sostiene che un’agenzia internazionale non può pretendere un accesso di routine chiudendo un occhio sugli attacchi stranieri contro le stesse infrastrutture che dovrebbe proteggere.

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Militari italiani “sotto tiro” anche in Arabia Saudita

Come avevamo denunciato qualche settimana fa, il paese ha scoperto che dentro la guerra in corso in Medio Oriente sono coinvolti anche alcune centinaia di militari italiani inviati là con un inghippo infilato nel decreto relativo alle missioni militari all’estero.

Quelli di stanza in Kuwait a luglio sono già finiti sotto i missili iraniani che hanno distrutto uno dei pochi droni Reaper a disposizione dell'Aeronautica militare.

Adesso emerge che anche in Arabia Saudita, nella base militare di Taif, ci sono dei militari italiani che sono finiti – in questo caso – sotto il tiro dei miliziani yemeniti impegnati a farsi rispettare dai sauditi dopo che questi, sbagliando clamorosamente valutazione, avevano provato a lanciare una offensiva nelle scorse settimane contro le milizie di Ansarallah.

Taif si trova ai piedi delle montagne occidentali dell’Arabia Saudita e ospita una base militare anche con personale statunitense, oltre che italiano.

Infatti è da marzo che nel quadro della missione “Task Force Air Arabia” quasi settecento militari italiani si trovano nell’area di conflitto “a protezione dei partner nel Golfo”.

In una intervista all’Adn Kronos, è Pietro Batacchi, il direttore della Rivista Italiana Difesa, a rivelare un rischio che il governo si è guardato bene dal rendere evidente, sia in parlamento che fuori.

“Bisogna mettere in conto che quando si va a fare una missione in un teatro operativo come quello, ci sono dei rischi. Non dimentichiamoci che eravamo in Kuwait, quando i missili e i droni iraniani hanno distrutto un nostro drone Reaper sotto un hangar: i rischi ci sono” afferma Batacchi – “L’Italia è impegnata oggi in un teatro di conflitto, proteggendo e dando una garanzia militare a un proprio partner. D’altronde, non si può pensare di mantenere un rapporto con gli Stati arabi, per cui prendiamo petrolio e gas, gli vendiamo armi e finisce lì. L’Arabia Saudita è un nostro partner, un alleato. In caso di minaccia, qualcuno bisogna che li protegga, specie in un momento in cui gli americani, anche con loro, si stanno dimostrando ‘freddini’. Siamo lì a fare quello che un paese come l’Italia deve fare, garantire la sicurezza di un nostro prezioso partner. È inutile fare queste partnership strategiche se poi al momento del bisogno ci si dilegua”.

Un ragionamento che svela come l’Italia sia sempre più coinvolta nei conflitti in corso, in Medio Oriente come in Ucraina, e lo faccia mettendo come al solito il paese davanti al fatto compiuto. Del resto, l’Italia è il paese europeo più impegnato nelle missioni militari all’estero.

L’altro dato che si rileva dall’intervista al direttore della Rivista Italiana Difesa, è che l’Italia si va impegnando a coprire i “buchi della difesa” di altri paesi dove invece gli Stati Uniti si vanno via via sganciando. È il caso delle petromonarchie del Golfo come dell’Ucraina. Il problema, o almeno uno dei problemi sicuramente, è che sia l’Italia che gli altri stati europei non dispongono delle risorse degli USA per assicurare questo ruolo.

Ritrovarsi ripetutamente in guerra a nostra insaputa non è una buona cosa, al contrario. E sarebbe ora di inceppare e fermare questo scivolamento verso l’escalation e il coinvolgimento del nostro paese in tutte le guerre in corso.

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Que treno da Kiev

Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.

A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.

A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.

Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.

I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).

Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.

Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia. 

Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.

Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.

È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.

È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.

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L’IA sfugge al controllo, soprattutto della “politica”

Se la politica “lascia fare al mercato” diventa inutile. Stiamo parlando ovviamente della classe politica selezionata negli ultimi 40 anni dal neoliberismo imperialista, da Thatcher-Reagan in poi.

Il mantra “decide il mercato” ha eliminato finanche l’idea che lo Stato potesse dire la sua sulle questioni economiche e finanziarie. Al massimo doveva occuparsi di rendere più facile la vita agli “investitori”, eliminando regole e lasciando che il debito pubblico fosse in balia della speculazione.

Su questa strada, scriviamo spesso, sono andate perdute anche le capacità – le mitiche “competenze” – del “pubblico” in materia di regolamentazione.

La prova regina arriva in queste ore dal Congresso degli Stati Uniti – non proprio un’istituzione secondaria nell’architettura della politica occidentale – cui gli amministratori delegati delle principali società che vanno sviluppando l’intelligenza artificiale si sono rivolti chiedendo di fissare regole per impedire che i loro stessi prodotti, ormai abituati a sfuggire di mano, possano magari “prendere il controllo di internet entro i prossimi sei o dodici mesi”.

Calcolando i tempi di elaborazione di un qualsiasi Parlamento occidentale, possiamo dire che i buoi sono già scappati. Ogni eventuale intervento sarà tristemente in ritardo. Il problema è così serio che OpenAI e Anthropic, le società americane che gestiscono ChatGPT e Claude, i due modelli occidentali più diffusi, pur non essendo ancora quotate a Wall Street, hanno visto precipitare di oltre 270 miliardi di dollari le loro “quotazioni virtuali” sulla piattaforma Hyperliquid (quelle in base alle quali si decide oppure no di “fare il salto” in borsa).

In ogni caso “la politica” ha risposto con un “io dovrei regolare ‘sta roba? Ma che scherzate?”.

Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha infatti dichiarato domenica che il Congresso non guiderà l’iniziativa per regolamentare la sicurezza dell’IA. Perché un intervento del Congresso “non è la risposta” e “le aziende di IA possono fermare il loro lavoro in qualsiasi momento”. “Decida il mercato”, insomma, ossia gli amministratori delegati di OpenAi, Anthropic, X-AI (“Grok” di Elon Musk), Gemini (Google) e Llama (Meta-Facebook).

L’impotenza della politica si dimostra qui un penoso intreccio tra incompetenza e ideologia di tempi ormai passati, dove si parlava per slogan facendo conto sul fatto che i processi andavano avanti per conto loro. Ora che ci sarebbe necessità di inventare soluzioni nuove per problemi quasi inconcepibili, “i politici” Usa non sanno che pesci prendere e ripetono le frasi mandate a memoria.

Parlando con la NBC, Johnson ha ammesso che richiamerebbe i membri della Camera e programmerebbe un voto sulla regolamentazione dell’IA “se avessimo una soluzione”. Ma non ne vede neanche una... 

“Dobbiamo mettere in atto alcune linee guida, alcune misure di sicurezza per garantire che l’IA non sfugga al controllo... Ma allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci di non perdere il nostro vantaggio nella competizione globale su questo tema con la Cina. Perché quella sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale”

Ecco che il “nemico esterno”, il competitore principale diventa lo spauracchio – ideologico, ma anche operativo – per non fare nulla sul fronte regolatorio.

È la stessa reazione ottusa di Donald Trump, del resto. Il tycoon, impegnato ad assistere a un torneo di golf in Irlanda, ha evocato “forze negative” che vogliono rallentare lo sviluppo dell’IA (gli amministratori delegati che la producono!) e ha rivendicato la posizione di forza degli Stati Uniti: “Siamo all’avanguardia rispetto alla Cina nell’Intelligenza Artificiale, siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che rimanga così, perché chi vince nel campo dell’IA, vince su tutto”.

L’idea sottostante è preistorica, semplicemente. Vede l’IA come si poteva guardare qualsiasi altra innovazione tecnologica o arma più avanzata: una “cosa” manovrabile, sotto il pieno controllo umano. Dove se “noi abbiamo l’arma più devastante”, allora non ce n’è per nessuno... 

Ma l’IA non è una “cosa” che sta lì in attesa di essere utilizzata. È “generativa” di applicazioni e di “agenti” in grado di muoversi persino in autonomia o contrasto con le scelte dei programmatori.

In più la subcultura di Trump confonde tragicamente tra “prestazioni maggiori” e superiorità tecnologica, proprio perché non ha capito la natura dell’IA.

E questo è addirittura un problema “filosofico”. L’impostazione cinese dello sviluppo in questo campo risente invece sia della distinzione tra “conoscenza” e “saggezza” – come spiegato da Vladimiro Giacché nel dibattito ospitato in “Figli della stessa rabbia” –, ovvero tra produzione materiale di tecnologie e capacità umana di interrogarsi sul senso di quel che viene costruito, scegliendo il cosa, il come e il quanto; sia del controllo della politica statuale sull’azione degli imprenditori privati.

In altre parole, lo Stato decide cosa va prodotto e a cosa deve servire, i privati “competono” tra loro per realizzare ciò che serve allo scopo indicato. Ne vien fuori una IA non meno “prestazionale”, ma decisamente più utilizzabile per esigenze molto diverse, non necessariamente “di competizione”. Persino “socialmente utili”, come il miglioramento della sanità pubblica... 

Nel sistema di produzione capitalistico occidentale – il “nostro” insomma – funziona in modo praticamente opposto: i “privati” vedono l’occasione di fare profitti colossali con un nuovo prodotto-tecnologia, si impegnano per vincere la competizione e poi lo Stato – eventualmente – si occupa di vedere se servono regole e se quel che è stato prodotto serve agli scopi (residuali) del pubblico. Di fatto ridotto a problemi di sorveglianza, controllo, schedatura, risparmio sui costi e sul personale... 

Che la politica Usa sia completamente a digiuno in materia di IA lo dimostrano anche i “competitor” di Trump. Obama prova ancora a fare il guru, ma i suoi suggerimenti non vanno oltre il generico “buttiamoci un occhio”.

Parlando ad una cena di raccolta fondi elettorali – lo scopo decide sempre anche il “merito” – è riuscito a dire soltanto che “È una cosa che si sta diffondendo molto rapidamente in mani private e, se non riusciamo a tenerla sotto controllo, penso che possa diventare pericolosa”. Azz... 

Tutt’al più se Hakeem Jeffries, attuale leader della minoranza democratica, dovesse diventare speeker della Camera al posto del derelitto Johnson (in caso i “dem” vincano le lezioni di midterm a novembre), ‘‘esorterei vivamente i Democratici a definire un quadro di riferimento per un dialogo pubblico”. Incisivo, vero?

Andando più a sinistra la situazione migliora, ma non di molto. Bernie Sanders, il “socialista” senatore del Vermont, ha presentato una proposta legislativa per il temporary ban, ossia per mettere in stand-by lo sviluppo delle super-intelligenze artificiali. Se non altro nell’attesa di creare una nuova agenzia federale, appositamente dedicata all’IA e al monitoraggio del suo sviluppo, che stabilirà regole, revisioni e un pacchetto di salvaguardie di sicurezza forte dell’acquisizione – da parte dello Stato – di una partecipazione del 50% delle società del settore.

Ovvero: si coglie la necessità, ma poi sono i rapporti di forza sociali e politici a decidere...

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